The Boy General – quarta parte

Ci sono avvenimenti che segnano la Storia, quella con la S maiuscola.

Chissà perchè, tutti quegli avvenimenti sono legati alla sofferenza di qualcuno. O, meglio, negli ultimi secoli della storia dell’Uomo, gli avvenimenti importanti sono sempre legati a guerre, battaglie o privazione di libertà.

Le guerre indiane, che spaziarono dalla colonizzazione europea dell’America del XVIII secolo fino al massacro di Wounded Knee e alla chiusura delle frontiere USA nel 1890, furono in realtà conquista, decimazione, e assimilazione delle nazioni indiane, e deportazione di svariate migliaia di persone nelle riserve.

Quindi una privazione di libertà senza motivo.

Abbiamo visto come un tentativo di riportare gli indiani nelle riserve diventò presto l’occasione per un’altra spedizione punitiva.

Occasione che Custer non si fece sfuggire, ma che questa volta gli si ritorse contro.

Il contingente guidato da Reno stava per attaccare, quando si accorse che gli indiani erano 5 volte più numerosi, e visto che non si vedeva ancora Custer, il comandante ordinò la ritirata verso un boschetto che si vedeva nei pressi di un’ansa del fiume.

La ritirata fu disordinata e moltissimi tentarono l’attraversamento del fiume per raggiungere la sommità di un piccole colle, ma i Cheyennes ne approfittarono e fecero una strage.

Sul promontorio le truppe abbattute di Reno si ricongiunsero a quelle di Benteen che, seguendo l’eco della sparatoria, si era alfine accostato alla battaglia arrivando da sud.

Benteen, che aveva completato la missione esplorativa, fu avvisato da Custer di convergere e ciò salvò salvare il gruppo comandato da Reno dalla completa distruzione.

Poco dopo arrivò anche McDougall e la carovana dei rifornimenti.

Nonostante l’eco della sparatoria che proveniva dalla direzione in cui erano i soldati al seguito di Custer, Benteen preferì concentrarsi sulla difesa della posizione che condivideva con Reno e McDougall, piuttosto che riprendere rapidamente il cammino verso il Generale in difficoltà.

Quando erano ormai le 5 del pomeriggio il Capitano Thomas Weir, disobbendendo apertamente agli ordini di Benteen, uscì dal trinceramento per andare incontro a Custer.

Riuscì ad avanzare per quasi un miglio, ma non poté andare oltre perché fu messo sotto pressione da altri gruppi molto numerosi di indiani.

Seguendo l’esempio del coraggioso Weir, anche le altre compagnie andarono in direzione di Custer, ma la tenacia e la forza dei Lakota erano troppo per loro e fecero rientro al punto di partenza.

Gli spari che i soldati di Reno e Benteen udivano in lontananza erano quelli dell’intensa sparatoria ingaggiata dagli indiani contro le compagnie di Custer.

Infatti, i Lakota e i Cheyenne avevano intercettato l’avanguardia del 7° Cavalleria, in cui c’era anche Custer.

A quel punto gli indiani erano già riusciti nell’intento di scacciare Reno e moltissimi guerrieri si erano liberati per correre all’inseguimento degli “altri soldati”.

Quando Custer si accorse di essere stato ormai sovrastato numericamente dagli indiani era troppo tardi per ripiegare a sud verso le postazioni del resto del 7° Cavalleria.

Due soli uomini del 7° dissero in seguito di aver visto Custer combattere con gli indiani; uno era Curley, un giovane scout Crow, e l’altro era Peter Thompson, un soldato che era rimasto indietro rispetto agli altri soldati.

I Lakota hanno raccontato che Cavallo Pazzo in persona guidò la carica che condusse alla sconfitta completa del distaccamento di Custer.

Il numero dei guerrieri indiani che hanno combattuto contro il 7° Cavalleria è difficile da determinare, ma in genere gli studiosi concordano nel sostenere che nel corso della battaglia essi abbiano sovrastato i soldati con un rapporto che va da 3 a 1 fino a 5 a 1.

Gli indiani erano anche generalmente ben armati con fucili a ripetizione, mentre i soldati usavano le carabine ad un solo colpo Springfield che tendevano anche a incepparsi quando caricate troppo rapidamente.

Naturalmente non tutti gli indiani usavano armi da fuoco e moltissimi erano dotati dei soliti archi e frecce, lance, tomahawk o mazze da guerra.

Custer aveva in dotazione un paio di pistole Webley a doppia azione.

Pochi minuti di scontri e il 7° Cavalleria venne completamente annientato.

Alcune ricerche archeologiche svolte presso il campo di battaglia del Little Bighorn hanno fatto emergere che Custer schierò le truppe in linea di schermaglia com’era previsto nei manuali dell’accademia.

Questa disposizione riduceva la capacità di fuoco, ma addirittura diventava insostenibile man mano che i soldati venivano feriti o uccisi.

Il canale televisivo History Channel nel 2003 ha ipotizzato che un “last stand” come è sempre stato descritto potrebbe non esserci mai stato. I soldati non sarebbero neppure mai stati circondati. La loro fine sarebbe semplicemente legata ad una sola, incisiva carica dei guerrieri indiani.

David Humphries Miller, che tra il 1935 ed il 1955 intervistò gli indiani ancora in vita che combatterono al Greasy Grass, scrisse che la battaglia di Custer durò circa mezz’ora.

Recenti ricerche hanno anche evidenziato che, aldilà della presenza di numerose reclute poco avvezze alla vita della frontiera, il 7° Cavalleria era afflitto anche da malnutrizione e numerosi vari acciacchi. Ma questa era una condizione normale nell’esercito statunitense di allora.

Dopo aver sconfitto Custer i Lakota ed i Cheyenne settentrionali ripresero gli attacchi contro Reno e Benteen e gli scontri proseguirono fino almeno alle 21 di quel giorno e per una certa parte del giorno seguente, anche se con esiti poco convincenti.

Il 26 si avvicinò da nord alla zona della battaglia la colonna guidata dal Generale Terry e gli indiani si allontanarono in direzione opposta.

L’arrivo dei soldati di Terry consentì di dare una prima occhiata al campo di battaglia e di constatare che i corpi degli indiani morti erano stati portati via. Si procedette ad una sommaria identificazione dei resti dei soldati ed alla successiva cremazione sul posto.

Il corpo di Custer fu ritrovato in cima alla Last Stand Hill. Aveva 2 ferite di cui una era nella tempia a sinistra e l’altra nel petto, sempre a sinistra. Queste erano entrambe mortali. Un’altra ferita ancora, al braccio, non era grave.

Gli altri corpi erano stati spogliati e in molti casi mutilati ed erano in avanzato stato di decomposizione.

Poco prima della fase finale della battaglia Custer lasciò andare via gli scout che lo avevano seguito fedelmente e uno di loro, White Man Runs Him, fu il primo a raccontare cos’era accaduto quando il Generale Terry arrivò sul posto.

Custer agì sulla base del suo istinto, non sulla base di informazioni concrete (i suoi scout nativi lo avvertirono ripetutamente del numero eccezionale dei nemici).

Stancò inutilmente uomini e cavalli ordinando marce forzate, divise il reggimento senza fare piani precisi e senza neppure sapere dove esattamente si trovasse il villaggio, promise a Reno di sostenerlo nell’attacco ma iniziò una manovra differente e diede ai subordinati ordini poco chiari.

Custer chiaramente non seguì le istruzioni di Terry, però non si può dire che disobbedì. È vero che al momento della partenza Terry gli disse:

“Non essere ingordo, aspettaci”.

Ma lui non aspettò.

6 pensieri riguardo “The Boy General – quarta parte

  1. Mai come in questo caso tifavo per gli indiani. La sconfitta di Custer credo fu un bene per la sopravvivenza di alcune tribù di indiani, ma non sufficiente per la loro accettazione come nativi.
    Le scuse recenti ai nativi sterminate non ripagheranno mai le stragi compiute.

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  2. Non sono un esperto, tuttavia mi pare che le carabine in dotazione alla cavalleria non fossero poi così inaffidabili. Per quanto ne so, le autorità dell’esercito statunitense rifiutarono la proposta di adottare i fucili a ripetizione Winchester proprio perché surriscaldandosi questi tendevano a incepparsi con estrema facilità, mentre le Springfield erano quasi del tutto esenti da quel difetto.
    Dal famoso libro di Pieroni ho appreso che i Winchester furono impiegati per la prima volta nelle guerre indiane durante la campagna contro i sioux di Nuvola Rossa, una decina di anni prima di Little Big Horn, ma in quella occasione erano stati usati da una milizia di volontari e non dalle truppe regolari. Nel libro sono ben descritti la sorpresa e lo sconcerto degli indiani quando si trovarono alle prese per la prima volta con i fucili a ripetizione, dato che avevano l’abitudine di lanciarsi all’attacco delle postazioni dei bianchi lasciandosi cadere a terra alla prima scarica di fucileria, per poi rialzarsi e piombare di corsa sul nemico impegnato a ricaricare.

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      1. Alessandro Barbero ti risponderebbe che non c’è sconfitta che non sia preceduta da errori più o meno gravi.
        C’è una scena bellissima, fra le tante, nel Waterloo di Bondarčuk, dove Napoleone/Rod Steiger, riavutosi dopo un attacco d’ulcera, si avvede che Ney ha lanciato la cavalleria all’assalto dei quadrati inglesi senza il supporto della fanteria: e Steiger è bravo oltre ogni dire a rendere con l’espressione del volto una congerie di emozioni che vanno dalla sorpresa alla rabbia, dal dolore allo sconcerto di uno che si chiede “ma come ha potuto il mio maresciallo prediletto cadere in un errore così grossolano?”
        Anche se poi sappiamo che il vero errore irrimediabile fu quello di Grouchy che, mandato a fermare i prussiani di Blücher (nitrito in sottofondo), se li lasciò scappare.

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