Le statistiche nel calcio – parte prima

The Intelligent Investor (letteralmente “l’investitore intelligente”) è un saggio di tecnica degli investimenti finanziari di Benjamin Graham del 1949.

Graham era un economista, professore universitario e imprenditore statunitense, considerato il primo economista ad aver sviluppato la teoria del “value investing”, un approccio agli investimenti che ha iniziato a insegnare alla Columbia Business School nel 1928 e in seguito raffinata in varie pubblicazioni.

Giovane lettore, non ti crucciare, non è mia intenzione farti una lezione di economia.

Ma allora perché, ti starai chiedendo, mi parli di Graham in un articolo con siffatto titolo?

Il motivo è questo: sono un pendolare. Ed in quanto pendolare, quando sono in treno ascolto la musica grazie alle cuffie che fanno parte della dotazione del mio telefono cellulare.

Quando non ascolto la musica, ascolto qualche podcast, soprattutto sul calcio, e soprattutto sulla Juventus.

Le web radio e le trasmissioni in podcast (fusione e contrazione di PoD, “Personal on Demand” e broadcast, “trasmissione”) si stanno diffondendo moltissimo.

Il “podcast”, giusto per chiarire, è innanzitutto una tecnologia che permette l’ascolto di file audio su internet attraverso la distribuzione di aggiornamenti chiamati “feed RSS”, a cui un utente si può iscrivere.

Proviamo a capire meglio come funziona questa tecnologia confrontandola con la sua sorella maggiore, la radio.

Alla base della radio tradizionale c’è l’invenzione della “radio audizione circolare”, che consente la diffusione di un segnale sonoro via etere, senza passare dai cavi.

Perché avvenga bisogna creare una catena tra un trasduttore che trasformi il suono in segnale elettromagnetico, un’emittente che invii quel segnale nell’etere, un ricevente che catturi quel segnale e un altro trasduttore che ritrasformi quel segnale in suono, che le nostre orecchie possano sentire.

Con il “podcasting”, invece, il segnale elettromagnetico viene sostituito da una elaborazione in numeri del suono; questo insieme di numeri diventano un file audio, che viene posizionato su un server.

L’indirizzo di posizionamento di quel file viene inserito in un database che si aggiorna automaticamente ogni volta che carichiamo un nuovo file.

Il “ricevente”, o meglio, l’ascoltatore, deve raggiungere quell’indirizzo, scaricare un file su un proprio elaboratore (computer, lettore mp3 o smartphone), avviarlo e iniziare l’ascolto.

La comodità è ovvia: le trasmissioni in podcast, una volta scaricate, sono dei veri e propri file audio che puoi ascoltare comodamente come e quando vuoi.

Alcune delle migliori trasmissioni che mi capita spesso di ascoltare sono “Match Anatomy” e “Taalk Show”, del sito Ater Albus (sì, giovane lettore, è latino, e vuol dire nero bianco, cioè bianconero, come i colori della Juve), splendidamente condotta da Antonio Corsa e la sua “ciurma”.

Antonio, oltre ad essere un mio corregionale (è di Brindisi), è curatore da anni di vari progetti web: il primo è stato “Uccellinodidelpiero”, dal 2009 al 2013; nel 2013 ha fondato Juventibus assieme a Massimo Zampini e Fausto Momblano; il terzo progetto, AterAlbus, sempre sulla Juventus, l’ha creato nel 2016 ed è quello al quale sta lavorando al momento.

Tra i collaboratori di Ateralbus (adesso arrivato alla versione 2.0, dopo il raggiungimento del milione di ascoltatori) c’è il professor Kantor.

Dietro il simpatico pseudonimo c’è un PhD in Matematica, che di mestiere fa il professore universitario (di matematica), quindi non proprio uno qualunque. E, aggiungendo che dall’inequivocabile accento si capisce che è toscano, quindi sagace e pungente, il quadro è completo.

Proprio il prof, nella trasmissione che celebrava il milione di ascoltatori di AterAlbus, ha accennato al Benjamin Graham di cui parlavo all’inizio.

Ora, giovane lettore, sarai confuso più di prima.

Perché un professore universitario che parla di Juve e un tifoso (io) che sul suo blog parla anche di Juve dovrebbero tirare in ballo un economista di inizio ‘900?

Semplice. No? Allora spiego.

Partiamo dal 2007.

Il 6 febbraio di quell’anno gli industriali statunitensi George Gillett (proprietario anche della squadra canadese di hockey su ghiaccio dei Montréal Canadiens) e Tom Hicks (proprietario della squadra di baseball dei Texas Rangers) acquistarono la maggioranza del Liverpool Football Club.

La squadra inglese aveva vinto un paio di anni prima la Champions, ma in casa propria non vinceva il campionato dal 1990, quando ancora si chiamava First Division.

Nell’estate del 1992 le squadre più influenti della “serie A” inglese iniziarono a far pressioni sulla Lega calcio inglese per avere una miglior ripartizione dei diritti televisivi e dei contratti pubblicitari.

Alla protesta aderirono tutte le squadre della divisione, che alla fine si staccarono dalla Lega calcio e ne formarono una a sé stante, la Premier League, sempre sotto il coordinamento della Football Association che la riconobbe come la massima serie calcistica inglese.

Tornando al Liverpool, come detto, aldilà delle vittorie di Coppa, erano anni che non era profeta in patria.

Neanche con la nuova proprietà la musica cambiò, e per di più la società era largamente indebitata con le banche.

Nell’aprile 2010 il club fu messo in vendita dopo l’abbandono dei proprietari statunitensi; Martin Brougthon, già presidente della British Airways, diventò advisor della società, indebitata per quasi 300 milioni di euro.

Il 25 novembre 2010 la squadra fu acquistata dall’imprenditore televisivo statunitense Tom Werner, anch’egli, come i precedenti proprietari, possessore di una franchigia americana (la squadra di baseball dei Boston Red Sox).

Socio di Werner è John William Henry II, nato in Illinois e cresciuto in California, uomo d’affari americano, i cui successi sono dovuti in larga parte all’uso dell’intelligenza artificiale.

In pratica, per non scendere troppo nel particolare, si è arricchito grazie a un algoritmo in grado di prevedere le fluttuazioni di mercato dei semi di soia. Su questo tornerò dopo.

Henry, convinto di avere per le mani la pietra filosofale (pietra ricercata invano dagli alchimisti, che aveva, tra l’altro, la capacità di far acquisire l’onniscienza), si convinse che qualunque attività economica, anche quella sportiva, poteva essere gestita con i numeri.

Dalla sua, il metodo Moneyball, applicato ai Red Sox.

Detta così, salta alla mente il famoso film “MoneyBall – l’arte di vincere” film che racconta la storia di Billy Bean (interpretato da Brad Pitt), General Manager degli Oakland Athletics, squadra di baseball, che per far fronte a problemi di budget (situazione molto simile a quella del Liverpool) trovò il modo, attraverso la statistica, di ingaggiare giocatori utili alla causa e portare la squadra in alto nei play-offs.

E infatti il film narra proprio della nascita del metodo suddetto.

Il metodo “MoneyBall” funziona certamente su sport che hanno dei tempi ben definiti e dinamiche costanti: nel baseball il gioco è statico e c’è chi attacca, il battitore, e chi difende, il lanciatore. Nel football americano, a meno di intercetti o fumble, è la stessa cosa con il gioco che al termine di ogni azione riparte da fermo.

Discorso diverso va fatto, invece, per basket e calcio.

Il gioco è fluido, in continuo divenire, e, soprattutto, c’è la presenza di tutti quei movimenti e quei gesti che risultano determinanti ai fini di un risultato, come ad esempio un movimento senza palla a smarcare il compagno, o una finta, o un passaggio “no-look”, che fanno la differenza tra un giocatore ordinario ed un fuoriclasse ma che non possono essere riportati nella statistica.

Ma, visto che l’applicazione del metodo aveva portato i Boston Red Sox, dopo 86 anni senza vittorie, a rivincere le “World Series” (sempre modesti, questi americani), Henry pensò di applicare il metodo al Liverpool.

La prossima volta parleremo di come John William Henry II ha trasformato il Liverpool e che cosa c’entra Benjamin Graham con le statistiche e con il gioco del calcio.

Non distraetevi, perchè, come disse Garrincha al giornalista che gli chiedeva come facesse a scartare tutti gli avversari,

“Facile. Loro si distraggono e io passo”

2 pensieri riguardo “Le statistiche nel calcio – parte prima

  1. Io ascolto i Podcast del Trio Medusa, che fanno molto ridere, in effetti.
    Riguardo le statistiche, pensavo ti riferissi alle “statistiche di gioco”, quelle per cui (semplice esempio) in certi ambiti si preferisce barre il corner corto, piuttosto che lungo in area, o far circolare il pallone in certe zone del campo e non in altre.

    Piace a 1 persona

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