Le statistiche nel calcio – parte seconda

Raccontavo qui di come John William Henry II, acquistando il Liverpool, volesse dimostrare che il suo “metodo” funzionava.

Il metodo di cui parlo è il “Moneyball”, secondo cui il calciomercato del futuro dovrebbe essere sempre più affidato agli esperti di dati e meno alle intuizioni di osservatori e dirigenti.

La prima cosa che ha fatto, per dimostrare di avere ragione, è stata acquistare un 20enne del Sunderland in quanto leader nella statistica del recupero palloni; quel ventenne era Jordan Henderson, che ora del Liverpool è il capitano.

Nel 2012, Henry ha creato un gruppo capitanato da Ian Graham, un giovane fisico con dottorato a Cambridge (omonimo del Benjamin Graham di cui parlavo all’inizio del precedente articolo), e composto da altri scienziati: l’astrofisico Tim Waslett, il matematico Dafydd Steele e il fisico delle particelle Will Spearman, che al Cern aveva contribuito allo studio del Bosone di Higgs.

Graham e i suoi da allora studiano gli avversari e fanno lo scouting, coi giocatori selezionati in rapporto alle loro caratteristiche atletico-tecniche e alla loro compatibilità-integrabilità nel “sistema-Liverpool”, basandosi su un database immenso e applicando l’algoritmo.

Nell’ottobre 2015 è arrivato al Liverpool l’allenatore Jurgen Klopp, tecnico tedesco che aveva fatto bene in Germania sulle panchine del Mainz e del Borussia Dortmund. Klopp era un tecnico scettico verso i contributi statistico-analitici applicati al calcio, ma evidentemente in qualche modo gli hanno fatto cambiare idea.

Dal 2010 al 2018 la squadra ha vinto solo una Coppa di Lega Inglese, ma era chiaro che stava migliorando anno dopo anno, fino a perdere d’un soffio la Champions proprio nella stagione 2017-2018 (e io sono convinto che se Ramos non avesse volontariamente eliminato Salah non sarebbe finita così).

La storia recente è cosa nota. Il Liverpool ha vinto la Champion la stagione successiva, arrivando seconda in campionato, e vincendo le successive Supercoppa Europea e Coppa del Mondo per Club, ed in questo momento è prima in Premier, con un distacco monstre sulle inseguitrici.

Di recente, sul New York Times, Klopp ha raccontato come conobbe Ian Graham, il capo degli analisti di Henry.

Quel giorno Graham gli sottopose il report di una gara persa con il Mainz: il Borussia aveva tirato 19 volte contro 11 e aveva controllato i due terzi delle azioni.

“Che sfortuna”

disse Graham. Rispose Klopp:

“È vero. Hai visto quella partita? È stata una gara pazzesca. Noi li abbiamo dominati, anzi, distrutti.”

Replicò Graham,

“No, non ho visto nessuna gara del Dortmund”.

Ora, è mai possibile che un’azienda tra le prime per fatturato e valore in Europa e nel mondo possa affidarsi ai soli numeri per ingaggiare giocatori e allenatori?

Per capirlo, dobbiamo tornare al prof. Kantor, che con un esempio ha illuminato la strada a noi povere menti semplici.

Nel 2003, negli Stati Uniti, cominciò ad aumentare in modo significativo l’erogazione di mutui ad alto rischio, ossia a clienti che in condizioni normali non avrebbero ottenuto credito poiché non sarebbero stati in grado di fornire sufficienti garanzie.

Quelle persone avevano scarse capacità finanziarie ma potevano accedere ugualmente a un prestito “puntando” sulla crescita del valore della casa che, da solo, avrebbe permesso di ripagare i debiti.

Vi erano persone che chiedevano prestiti pari al 100% del valore dell’immobile, a volte anche di più per finanziare le ristrutturazioni.

Il meccanismo si reggeva fino a quando il mercato immobiliare, in crescita, permetteva a chi era in difficoltà di far fronte alle eventuali richieste delle banche rivendendo l’immobile che, a quel punto, valeva di più del prestito chiesto.

I suddetti mutui erano “impacchettati” in obbligazioni e derivati presenti in gran quantità nei portafogli delle principali banche e istituzioni finanziarie mondiali.

In particolare, la Lehmann Brothers, una delle maggiori banche d’investimento americane, fondata nel 1850, aveva appoggiato e favorito queste pratiche, perché i numeri erano dalla loro parte.

L’economia fino agli anni Sessanta era poco più di un sistema di contabilità e gli economisti erano rilegati nei retrobottega di banche e imprese finanziarie a riempire di numeri tabelle che nessuno si curava di consultare.

Poi, è cambiato tutto.

Gli economisti sono diventati di moda, hanno vinto premi Nobel, e ci si è convinti che avessero trovato la pietra filosofale.

Peccato che, nel 2007, quando il valore delle case iniziò a flettere, migliaia di persone non ripagarono più i loro debiti.

Lehmann Brothers dichiarò bancarotta.

Il governo americano decise di non intervenire, ma si sottovalutarono le conseguenze: il Dow Jones crollò, la crisi si estese a macchia d’olio.

Tutto perché qualcuno aveva pensato di aver trovato “IL SISTEMA”.

Conoscete uno scommettitore cronico? Ragionano allo stesso modo.

Personalmente, conosco una persona che ha realizzato una grande vincita usando un “sistema” di sua ideazione. Si è talmente convinto di aver trovato la pietra filosofale che non solo ha perso tutto quanto quello che aveva vinto, ma anche di più, fino ad indebitarsi.

Il pericolo è quello su cui il professore ci ha messi in guardia: chi pensa di aver trovato il sistema, sta commettendo un grande errore.

E allora, la citazione iniziale?

Il Graham di inizio secolo, Benjamin, l’economista, disse che ci sono le stesse probabilità di azzeccare le fluttuazioni del mercato azionari basandosi sui numeri e su studi approfonditi, oppure lanciando in aria una moneta.

Insomma, il tutto è abbastanza casuale.

In realtà non lo è, ma i fattori sono talmente tanti e talmente complessi, che è impossibile considerarli tutti.

Ricordate, quando in “Formula noia” dissi che le probabilità di morire affogati in piscina sono simili al numero dei film girati da Nicholas Cage? Il principio è più o meno lo stesso.

Quindi, concludendo, il magnate americano John William Henry II ha un software che calcola le fluttuazioni del mercato azionario della soia che solo casualmente le azzecca.

Fino a quando non le azzeccherà più; quel giorno, il “simpatico” miliardario americano troverà qualche scusa e passerà ad altre speculazioni. E vedrete che ci riuscirà, perché è capace, in quello che fa.

Solo che si è convinto (o ci vuole far credere di esserlo) di aver trovato il SISTEMA.

Il pericolo principale è che altri vanno dietro a questi “geni”, dicendo che il giochino funziona (James Pallotta, presidente della Roma, per esempio, disse di voler applicare lo stesso metodo, cosa che fu alla base dello scontro con il suo Direttore Sportivo).

Senza rendersi conto del pericolo. Già, perché stiamo parlando di una delle aziende che fattura di più in Italia.

No, non la Roma, mi riferivo al mondo del calcio.

Il calcio contribuisce per un percentuale pari al 7% alla crescita del PIL, che non è una cifra banale. Il solo calcio professionistico in Italia produce 2,6 miliardi di euro.

Affidare questa macchina mostruosa a gente che ha a malapena la patente per il motorino è il rischio che si sta affrontando.

Perché è vero che il “metodo” Liverpool sembra funzionare, ma sembra funzionare ORA. E tra due anni? Tra cinque?

Non vi sono certezze, esattamente come diceva Benjamin Graham.

Nel prossimo capitolo vedremo se le statistiche nel calcio hanno un senso e come vanno lette e interpretate.

E, semi-citando Gary Lineker,

“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince.”

5 pensieri riguardo “Le statistiche nel calcio – parte seconda

  1. Ramos ha volutamente fatto fuori Salah, nessuno riuscirà a farmi cambiare idea.

    Io sono un amante delle statistiche, ed il lavoro del Liverpool è essenzialmente fondato su una chiave statistica, per cui non posso che accondiscendere. Poi, per carità, nel calcio incidono anche altri fattori, per cui un obiettivo può anche non essere centrato, pur avendo fatto il meglio in sede di programmazione.

    Ricordo la battuta di Lineker, al tempo commentatore BBC. Ironico.

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