La proiezione sbagliata – parte prima

Un argomento che mi ha sempre incuriosito è l’etimologia (dal greco ἔτυμος, étymos, “intimo significato della parola”, e λόγος, lógos, “studio”), che indaga l’origine e la storia delle parole, la loro evoluzione fonetica, morfologica e semantica.

Tutto nasce da una frase del “magister” Claudio Ferone, mio professore di Latino e Greco al liceo.

Nonostante disperasse che potessimo imparare qualcosa nelle sue materie, Claudio comunque ci provava. Un giorno ci spiegò che:

“In italiano (ma in realtà in tutte le lingue, nda) i sinonimi non esistono”.

Infatti, i sinonimi sono parole dal significato simile, il che implica che non siano mai perfettamente sovrapponibili.

Nessuna lingua mantiene a lungo due parole che hanno esattamente lo stesso significato perché tutte le lingue tendono alla semplificazione ed eliminano i doppioni.

Quindi se due parole continuano ad essere usate vuol dire che vi è fra loro comunque una leggera differenza di significato o di uso.

Ad esempio, “felice” o “sereno”, anche se appaiono come sinonimi nella maggior parte dei dizionari, non sono sempre interscambiabili (basta aggiungere un dettaglio al contesto e parlare di una morte priva di dolore, affanni o rimpianti. Posso essere sereno, ma difficilmente sarò felice).

Leggendo Aristotele, sulla storia della Magna Grecia, mi capitò un passo interessante:

“Divenne re dell’Enotria un certo Italo, dal quale si sarebbero chiamati, cambiando nome, Itali invece che Enotri. Dicono anche che questo Italo abbia trasformato gli Enotri, da nomadi che erano, in agricoltori e che abbia anche dato ad essi altre leggi, e per primo istituito i sissizi. Per questa ragione ancora oggi alcune delle popolazioni che discendono da lui praticano i sissizi e osservano alcune sue leggi.”

(NDA: I Sissizi (in greco antico: τὰ συσσίτια, tá syssítia) erano i pasti comuni consumati dai cittadini spartani. Tutti i cittadini erano divisi in comunità formate in genere da 15 membri, che giornalmente si riunivano per consumare il pasto. Le spese erano ripartite in parti uguali tra i partecipanti, che corrispondevano mensilmente la propria quota in natura e, in parte minore, in danaro.)

Quindi il nome “Italia” deriva dalla punta della Calabria che si affaccia sullo stretto di Messina: in quel angolo di terra abitava un popolo che i Greci conoscevano col nome di Enotri, che diedero vita a un piccolo regno che chiamarono Italia dal nome del loro re.

Gli Enotri erano stanziati in un territorio di notevoli dimensioni, che comprende l’attuale Cilento, parte della Puglia, parte della Basilicata e la Calabria.

La nostra lingua ha un’origine un po’ più chiara: è opinione comune che l’italiano derivi dal latino volgare.

C’è stato addirittura un periodo in cui i nomi stranieri venivano tradotti in latino e da quella notazione sono transitati all’italiano, senza riprendere la forma originale.

Ad esempio, René Descartes, filosofo e matematico francese, è oggi conosciuto con il nome di Renato Cartesio, perché all’epoca, i dotti, che scrivevano latino, lo avevano ribattezzato Renatus Cartesius.

La latinizzazione era la pratica di rendere un nome o una parola non-latina in uno stile latino (diversa dalla romanizzazione, che era l’uso dell’alfabeto latino per scrivere altre lingue, come ad esempio il cinese).

Era una pratica molto comune nell’era classica per la stessa ragione per cui le culture anglofone creano versioni inglesi di nomi stranieri. Nel caso di nomi personali nell’era post-Romana, ciò era probabilmente fatto per emulare autori classici o presentare un’immagine più comprensibile.

Abū al-Walīd Muḥammad ibn Aḥmad Ibn Rushd (in arabo: أبو الوليد محمد ابن احمد ابن رشد‎), matematico musulmano, fu latinizzato come Aven Roshd e infine come Averrhoës o Averroës, ed infatti è ricordato come Averroè.

Ma tornando all’argomento di quest’articolo, sapete come si chiamava il più famoso cartografo della storia? Gerhard Kremer!

Solo che, grazie al processo che spiegavo prima, il nome fu latinizzato in Gerardus Mercator e quindi per noi è Gerardo Mercatore (ah, adesso sì che lo conosco!).

Ma per cosa è noto Mercatore?

Lavorando su incisioni di mappamondi, Mercatore si accorse c’era un problema. Una sfera è rappresentabile su un piano con vari metodi, ma ognuno di quelli è a suo modo sbagliato. Cerchiamo di capire perché.

Le conoscenze attuali ci permettono di affermare che La Terra, come tutti i corpi celesti di grandi dimensioni è sferica, perché questa forma rappresenta il risultato conseguente all’aggregazione dovuta all’attrazione gravitazionale tra le particelle di polvere e di roccia nello spazio.

Per lo stesso motivo una palla di neve che rotola in un versante innevato, accrescendosi, conserverà una sua forma grosso modo sferica senza assumere, per esempio, una forma quadrata o cilindrica.

In prima approssimazione, possiamo dire che il nostro pianeta è sferico; in realtà, poiché la Terra ruota attorno ad un asse, la forza centrifuga risultante, maggiore all’equatore e decrescente verso i poli, dove si azzera, le conferisce un piccolo schiacciamento in corrispondenza dei poli.

Infatti, il diametro equatoriale della Terra è di circa 42 km maggiore di quello polare e ha un leggero rigonfiamento; quello che risulta è una forma chiamata “sferoide o ellissoide di rotazione”.

La forza centrifuga, oltre a diminuire verso i poli, agisce in diverso modo sui continenti e sulle masse oceaniche.

Alcuni studiosi affermano infatti che l’emisfero boreale (il nostro) essendo costituito da terre emerse e continenti per il 60%, subisce di meno l’influenza della forza centrifuga rispetto all’emisfero australe, dove gli oceani rappresentano ben il 90%.

Questa irregolare distribuzione delle terre emerse e la diversa densità dei materiali crostali, fa sì che l’emisfero sud sia più espanso dell’emisfero nord, il polo sud sia più appiattito e il polo nord appuntito: la forma risultante ricorda quella di una pera, ma la distorsione media di curvatura non supera mai i 50 metri.

Inoltre, la Terra subisce l’influenza gravitazionale della Luna e del Sole, per cui la parte rivolta a questi corpi celesti è più rigonfia delle altre.

Una schifezza, insomma.

Considerandola una sfera perfetta, l’equatore è la circonferenza massima che divide la terra in due emisferi di uguali dimensioni.

Le circonferenze parallele all’equatore e di lunghezza progressivamente minore andando verso i poli, prendono il nome di paralleli, ed ognuno di essi si trova ad una distanza angolare (latitudine) che cresce dall’equatore verso il Polo Nord (da 0° a 90° di latitudine Nord) e verso il Polo Sud (da 0° a 90° di latitudine Sud).

Ciascuna delle semicirconferenze congiungenti i Poli è definita meridiano, in quanto su tutti i suoi punti è mezzogiorno (ore 12 solari) nello stesso istante. L’equatore risulta suddiviso da 360 archi uguali.

La loro numerazione (longitudine) prosegue dal meridiano fondamentale di grado in grado verso est e verso ovest fino ai 179°. Il 180° rappresenta l’antimeridiano di quello fondamentale.

Nel 1884, nel corso di una conferenza internazionale tenutasi a Washington, venne scelto come meridiano fondamentale o meridiano zero, quello passante per l’Osservatorio di Greenwich presso Londra.

Quindi latitudine e longitudine costituiscono le coordinate geografiche. Tramite quei due numeri so esattamente dove mi trovo (in questo momento io sono nel punto con latitudine 45°31’17.3″N e longitudine 9°05’33.5″E).

Volendo rappresentare la superficie terrestre su di un piano, una volta individuato il reticolo dei paralleli e dei meridiani è necessario trovare il modo di trasferirli sul foglio di carta limitando il più possibile le distorsioni. In questa approssimazione abbiamo assunto che la terra fosse una sfera perfetta, ma sappiamo che non è così.

Possiamo dire che la forma risultante è quella che si otterrebbe facendo ruotare un’ellisse attorno al proprio asse minore (asse polare terrestre). Questa superficie teorica prende il nome di ellissoide.

Una volta definita la posizione dei punti sull’ellissoide, si può procedere alla rappresentazione della superficie terrestre tridimensionale su una superficie piana, qual è appunto un foglio di carta, utilizzando per tale operazione le proiezioni, cioè un insieme di regole che permettono di riportare sul piano della carta ogni punto della superficie terrestre.

Per ridurre al minimo lo scarto tra le due superfici di rappresentazione, è necessario ricorrere a compromessi, primo tra i quali, rinunciare a riprodurre contemporaneamente tutta la superficie della sfera (o della terra), limitando la riproduzione a singole porzioni di territorio, ed adottando, di volta in volta, il sistema di maggior efficacia.

I cartografi oggi hanno la scelta fra un gran numero di proiezioni, ciascuna delle quali presenta dei vantaggi e degli inconvenienti.

La prossima volta vedremo insieme perché le cartine che avete sempre visto nella vostra vita sono sbagliate, e chi è l’assassino (non è il maggiordomo!)

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