Le partite del cuore – Athletic Bilbao-Juventus 1977

Tutte le partite sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre (semicit.)

Ci sono partite che segnano una stagione, altre che segnano la Storia di una squadra di calcio. I tifosi della Juventus sanno, per esperienza, che una partita apparentemente inutile, o di secondo piano, può essere “la partita” di quella stagione.

E non parlo solo dei derby, o delle sfide di vertice. Partite che imprimono un’accelerazione, o danno fiducia alla squadra, o ti fanno capire che tutto è possibile.

Su queste pagine racconterò alcune di quelle partite, che chiamo “le partite del cuore”, perché è lì che restano.

 

Stagione 1976-1977. Dopo aver perso uno scudetto per la cattiva gestione sia dello spogliatoio, sia del vantaggio sui rivali cittadini, Carlo Parola fu esonerato e al suo posto Boniperti giocò il Jolly.

Il Presidente, lasciando un po’ tutti a bocca aperta, decise di puntare su Giovanni Trapattoni, in barba all’inesperienza del tecnico milanese sulla panchina (aveva un paio di anni di “lavoro” al Milan, perlopiù come “traghettatore” o “vice”), per sostituire Parola.

C’era stato un punto di contatto, in passato. Trapattoni, mediano, una delle colonne portanti del Milan di Rocco, aveva esordito con la maglia dell’Italia il 10 dicembre 1960 al San Paolo di Napoli. Per Giampiero Boniperti quella era stata l’ultima partita in Nazionale.

Trapattoni avrebbe stupito tutti. Potendo contare su una squadra composta da giovani molto forti e “anziani” con tanta esperienza, il Trap vinse tutto quello che c’era da vincere, in Italia e in Europa, in dieci anni di Juve.

Quell’anno, proprio per eliminare le “scorie” di spogliatoio, la Juventus apparentemente si indebolì, sostituendo Capello e Anastasi con i più esperti, nonché considerati in fase calante, Benetti e Boninsegna.

Ma non fu così.

Il campionato fu dominato dalle due squadre piemontesi, in un appassionante testa a testa fino a fine campionato. La classifica di fine campionato fu una delle più ricordate negli anni a venire: Juve, campione d’Italia, a 51 punti (record per i campionati con i due punti per la vittoria), Torino, secondo, a 50, Fiorentina, terza, a 35!

Un’egemonia che non si sarebbe più ripetuta.

Quattro giorni prima di vincere il diciassettesimo scudetto la Juventus giocava una partita importantissima.

Dopo le sconfitte in finale con il Ferencvaros, nel 1965, e nel doppio confronto con il Leeds nel 1971, in Coppa delle Fiere, la Juve aveva la possibilità di giocarsi la finale della competizione minore Europea, la Coppa Uefa.

Bisogna fare una precisazione, soprattutto per i lettori più giovani.

La Coppa Uefa era disputata dalle squadre arrivate seconde nel campionato precedente, quindi era di ben altra levatura rispetto all’Europa League attuale.

Inoltre, esattamente come la Coppa dei Campioni, alla quale partecipavano solo le squadre vincitrici dei rispettivi campionati, era, sin dal primo turno, ad eliminazione diretta con partite di andata e ritorno.

Erano tornei molto tosti, non le passerelle di adesso, che infatti diventano interessanti solo nelle fasi finali.

Il sorteggio dei primi due turni, come sempre, non era stato benevolo nei confronti della Juventus: Manchester City e Manchester United. In entrambe le occasioni la Juventus perse per 1-0 in trasferta, nella gara di andata, ma ribaltò il risultato al Comunale.

Poi eliminò, nell’ordine, Shakhtar Donetsk, Magdeburgo, e, in semifinale, AEK Atene.

La finale contro i baschi dell’Athletic Bilbao era tutt’altro che semplice, sia per questioni ambientali (il San Mamés, vecchio impianto poi sostituito dall’omonimo attuale, era una bolgia infernale), sia per il timore di fallire ancora una volta all’ultimo appuntamento (nel ’73 c’erano state anche le due sconfitte in Coppa Campioni e in Intercontinentale).

La partita di andata arrise alla Juve: passati in vantaggio dopo un quarto d’ora con Tardelli, il quale su cross di Scirea colpì di testa in avvitamento, beffando Iribar, i bianconeri rimbalzarono per tutta la partita contro il muro eretto dai baschi, che accettavano il punteggio perché convinti di ribaltare il risultato al ritorno, in casa.

Il 18 maggio 1977, alle 19:00, la Juve si presenta (in blu) al San Mamés con Zoff in porta, Cuccureddu, Gentile, e Morini marcatori, Scirea libero, Furino, Tardelli e Benetti a centrocampo, Causio, Boninsegna e Bettega in attacco.

L’Athletic parte, come previsto, a testa bassa.

Su un’azione di alleggerimento sulla destra, al 7° minuto, Causio la passa a Tardelli che crossa nell’area apparentemente vuota. Compare Bettega, che si tuffa tra i due difensori centrali baschi gelando lo stadio.

Ovviamente la risposta non si fa attendere e l’Athletic pareggia con Irureta, di testa, cinque minuti dopo.

Gli assalti dell’Atheltic continuano per tutto il primo tempo e nella ripresa Trapattoni si cautela inserendo il terzino Spinosi al posto dell’attaccante Boninsegna.

A 12 minuti dalla fine Carlos Ruiz segna il 2-1 per i baschi. È ancora un punteggio positivo per la Juve, grazie alla regola dei gol in trasferta, ma manca troppo alla fine, e la pressione è pazzesca.

“Dopo aver scaraventato via il pallone dalla rete, Zoff mi ha chiesto l’ora. Gli ho indicato con le mani che mancavano ancora dodici minuti. Ha fatto un gesto di disperazione, non pensava di resistere sino alla fine. Poi man mano gli facevo segno che i minuti passavano e il più grande portiere di tutti i tempi ha ritrovato il sorriso”

ricordò Trapattoni.

La Juve non riesce proprio ad uscire dall’area, pressata dalla ferocia dei baschi.

Ultimo brivido, al 46° minuto: fallo di Gentile, punizione battuta da Rojo direttamente su Zoff, respinta del portierone bianconero verso Causio, il quale, involontariamente, tocca con la mano, quando il fallo di mano in area era punito solo se volontario, per fortuna.

Fischio finale. Primo trofeo internazionale della Juve, prima squadra italiana nonché sudeuropea a trionfare in quel torneo: la vittoria della Uefa ’77 da parte della Juve rimane tutt’ora l’unica affermazione internazionale conseguita con un organico composto esclusivamente da giocatori italiani.

Stava nascendo una squadra destinata a dominare per i successivi dieci anni, grazie alla lungimiranza del Presidente e alla sagacia tattica del Trap.

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