L’energia solare è già morta? – prima parte

I cartoni animati sono tutto sommato un’invenzione moderna.

I nostri bisnonni, da piccoli, non avevano la televisione e i cinema erano davvero rari, quindi l’animazione avveniva mediante figure animate da fili (marionette) o dalle mani (burattini), o da congegni meccanici.

I nostri nonni, invece, hanno potuto godere della nascita dell’animazione su schermo.

Chiaramente, ad inizio secolo, le tecniche di animazione erano al confine tra l’artigianato e la tecnologia, in particolare una tecnica che tutti quelli della mia generazione hanno visto.

Ricordate “Carmencita e Caballero”?

Orsù, giovane lettore, non ti crucciare, adesso ti racconto.

Quando eravamo piccoli, tra il telegiornale e l’inizio dei programmi di “intrattenimento” c’era il carosello, che per i più piccini era anche una sorta di coprifuoco.

Carosello era un “contenitore” di spot pubblicitari, perché la televisione non era come oggi, e la pubblicità poteva essere trasmessa solo in quel determinato orario.

Nel 2015 (non ho dati più aggiornati) la pubblicità trasmessa in tutte le tv durava complessivamente 155 milioni di secondi (cioè 59 mesi, quasi 5 anni), 8 volte in più del 2010; si può solo immaginare la differenza, se non si è vissuta.

Tornando a Carosello, spesso le pubblicità erano dei veri e propri capolavori di arte e recitazione racchiusi in pochi minuti, con il messaggio finale che racchiudeva il “consiglio per gli acquisti”.

Alcune frasi del carosello vengono ripetute ancora oggi, a più di 43 anni di distanza; Calimero che diceva “Tutti ce l’hanno con me perché sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però”, oppure Ernesto Calindri e il suo messaggio “contro il logorio della vita moderna”.

Poi c’erano Carmencita e Caballero.

Il Caballero Misterioso è un abilissimo pistolero che si muove “nella pampa sconfinata, dove le pistole dettano legge”. È in cerca della bellissima Carmencita, che però gli preferisce un altro uomo, con il “baffo che conquista”.

Quando la cerca: “Carmencita abita qui?” inizia per lui una nuova avventura e deve sconfiggere i cattivi per conquistarla.

Indimenticabile il solito dialogo finale:

Caballero: Bambina, sei già mia! Chiudi il gas e vieni via!

Carmencita: Pazzo! L’uomo che amo è un uomo molto in vista. È forte, buono e ha il baffo che conquista.

Caballero: Bambina, quell’uom son mì… Oh yeh yeh yeh,oh yeh!

Carmencita: Paulista! Amore mio.

Coro: caffè caffè, caffè Paulista!

Ma aldilà della pubblicità in sé, i pupazzi animati di Carmencita e Caballero erano realizzati con una tecnica particolare, che si chiama stop motion.

Lo stop motion (in italiano “passo uno”) è una tecnica di ripresa cinematografica che sfrutta una particolare tecnica, impressionando un fotogramma alla volta per secondo (da qui il termine “passo uno”) quando solitamente l’immagine cinematografica richiede 24 fotogrammi al secondo.

Con questa tipologia di ripresa è quindi possibile animare anche i cartoni animati, riprendendo l’immagine della composizione di fogli lucidi oppure realizzare l’animazione di pupazzi realizzando singole immagini che, in sequenza, diano l’illusione del movimento.

All’inizio (c’è un bel po’ di esempi su YouTube) i cartoni animati erano realizzati così.

Ma nel 1937 entrò in scena Walter Elias Disney, che propose un lungometraggio di animazione: Biancaneve e i sette nani. Dopo un breve scetticismo iniziale, il cartone si rivelò un grandissimo successo e aprì la strada ad altre fortunate pellicole come Cenerentola, Peter Pan e La Bella Addormentata nel Bosco.

Disney disegnava sui blocchi di carta con una tecnica artigianale basata sul talento del disegno a mano libera: migliaia di fogli che, lasciati scorrere velocemente in sequenza, producevano quell’effetto animato che generava movimento nei personaggi.

La tecnica utilizzata per creare i cartoni animati si basa su un fenomeno chiamato “persistenza della visione”. I Fratelli Lumière ne parlarono già chiamandolo “Persistenza Retinica” e ne chiarirono il funzionamento spiegando che l’occhio umano trattiene un’immagine anche dopo che questa è scomparsa.

Per questo motivo i cartoni ci appaiono come immagini in movimento, quando invece sono disegni statici e molto ravvicinati che creano un’illusione ottica. È interessante sapere che per 10 minuti di cartone animato, erano necessari 14.000 disegni.

Oggi, chiaramente, con l’animazione digitale e computerizzata, il lavoro per realizzare i cartoni animati è cambiato completamente, tant’è che vengono definiti “film d’animazione”.

La casa di produzione fondata da Walter Elias, meglio noto come Walt, continua a produrre film d’animazione e i suoi personaggi sono noti a bambini e adulti: si va dai “vecchi”, che vivevano a Topolinia e a Paperopoli, ai “nuovi” protagonisti dei film realizzati in tutti questi anni.

Dei primi, anche se i più famosi sono sicuramente Topolino, Pippo, Paperino, e tanti altri, ce n’erano due che mi piacevano tantissimo: Eta Beta e Archimede Pitagorico.

Eta Beta, nome completo Pluigi Psalomone Pcalibano Psallustio Psemiramide (in inglese Eega Beeva, cioè Pittisborum Psercy Pystachi Pseter Psersimmon Plummer-Push), è un uomo proveniente dal futuro, dal 2447 d.C., dal centro della Terra.

Oltre ad avere addosso solo un piccolo gonnellino nero, che però contiene una gran quantità di oggetti, ha l’abitudine di mangiare naftalina e di anteporre una “p” a quasi tutte le parole che pronuncia.

Eta Beta dorme stando in equilibrio sui pomoli dei letti o sulle stalagmiti ed è allergico al denaro.

Archimede Pitagorico (in inglese Gyro Gearloose) è invece un grosso pollo, alto e con capigliatura castana; genio tuttofare e inventore di ogni cosa, è il fornitore ufficiale di tecnologia di Paperinik e zio Paperone, aiutato dal robot lampadina Edi, che lui stesso ha costruito.

Archimede vive in modo assai sobrio nella sua casa/laboratorio, dove regna un disordine generale; non è interessato al denaro (come Eta Beta, forse per quello mi piacciono tanto), ma solo e unicamente alla ricerca e alle scoperte scientifiche.

Deve il suo nome italiano a Guido Martina, che voleva omaggiare due grandi scienziati greci dell’antichità, il matematico Archimede e il filosofo Pitagora e il suo nome è stato anche foriero di confusione: il 18 novembre 1992, causa un esperimento di cui parlerò poi, un noto quotidiano italiano pubblicò una notizia con il titolo:

“ARCHIMEDE NON BRUCIO’ LE NAVI ROMANE”,

che inizia così:

“Archimede Pitagorico non può aver bruciato la flotta del generale Marcello che assediò Siracusa nel 213 avanti Cristo focalizzando con uno specchio i raggi solari sulle triremi romane, come ci hanno insegnato a scuola.”

Se il giornalista avesse studiato, invece di leggere solo i fumetti, non avrebbe mai potuto confondere Archimede Pitagorico con Archimede di Siracusa!

In greco antico Ἀρχιμήδης, Archimédēs, nato e vissuto a Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, Archimede è stato un matematico, fisico e inventore greco (Siracusa era stata fondata dai Corinzi ed era una delle più belle città greche; passò a Roma alla fine del terzo secolo avanti Cristo).

Considerato come uno dei più grandi scienziati e matematici della storia, i contributi di Archimede spaziano dalla geometria all’idrostatica, dall’ottica alla meccanica. Fu in grado di calcolare la superficie e il volume della sfera e intuì le leggi che regolano il galleggiamento dei corpi.

In campo ingegneristico, Archimede scoprì e sfruttò i principi di funzionamento delle leve e il suo stesso nome è associato a numerose macchine e dispositivi, come la vite di Archimede, a dimostrazione della sua capacità inventiva.

Di Archimede sono rimaste celebri l’esclamazione “èureka!” (εὕρηκα! – ho trovato!) a lui attribuita dopo la scoperta del principio che porta il suo nome, e l’invenzione degli specchi che citava quell’articolo di giornale a cui mi riferivo prima.

Cosa sono quegli specchi e perché sono così importanti per noi, oggi? La prossima volta lo vedremo e capiremo insieme il perché questi articoli si intitolano così!

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