Il principe della risata

Quando mi chiedono di dove sono, non so mai da dove iniziare.

La mia vita è divisa in vari pezzi, perché sono nato in un posto ed ho vissuto in altri, anche per periodi più o meno lunghi.

Ora che vivo in un’altra città, se mi chiedono di dove sono faccio fatica a menzionare il posto dove vivo, quindi dico il posto dove sono nato.

Ma in effetti, posso dirmi tarantino?

Come si vede dall’immagine di copertina di questo articolo, Campania (Napoli e Pomigliano d’Arco), Emilia-Romagna (Modena, Budrio, Bologna e Forlì) e Puglia (Taranto) hanno la prevalenza, ma la Lombardia (Milano e Saronno), luogo nel quale abito dal 2015, sta recuperando e presto la mia vita potrò dire di averla vissuta abbastanza equamente tra queste quattro regioni.

Ma se, tra qualche anno, andassi a vivere da pensionato in Alto Adige? Allora alla fine potrò dire di essere di almeno cinque regioni italiane?

In realtà, sono tanti, fra quelli in cui ho vissuto, i posti dove mi sento a casa.

Uno è sicuramente Napoli.

E proprio a Napoli viveva un signore che diceva:

“Sono parte-nopeo e parte napoletano”.

Totò nacque il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità, in via Santa Maria Antesaecula, come Antonio Vincenzo Stefano Clemente da una relazione clandestina di Anna Clemente con Giuseppe De Curtis.

Nel 1921 Giuseppe De Curtis regolarizzò la situazione familiare sposando Anna, e successivamente riconoscendo Antonio come proprio figlio naturale.

Nel 1933 Totò si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri e nel 1946 il tribunale di Napoli gli riconobbe il diritto a fregiarsi dei nomi e dei titoli di:

Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo.

Non è della sua vita che voglio parlare (tanti lo hanno fatto), ma dei suoi ultimi giorni.

Era la primavera del 1967, l’Italia del governo di Aldo Moro e del boom economico.

La sera del 13 aprile all’autista, Carlo Cafiero, che lo accompagnava a casa a bordo della sua Mercedes, Totò confessò: “Cafie’, non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza”.

A casa il sorriso di Franca gli restituì un po’ di serenità, ma dei forti dolori allo stomaco lo costrinsero a chiamare il medico, che giunto subito gli somministrò dei medicinali raccomandandogli di stare tranquillo.

Trascorse l’intero pomeriggio del 14 aprile in casa a parlare con Franca del futuro, dell’estate che sopraggiungeva e del suo desiderio di godersi le vacanze a Napoli, sopra Posillipo.

A sera consumò una minestrina di semolino e una mela cotta, poi i primi sintomi: tremore e sudore.

“Ho un formicolio al braccio sinistro” mormorò pallidissimo. Franca capì subito: era il cuore.

Fu avvertita la figlia Liliana, il medico curante, il cardiologo professor Guidotti, il cugino-segretario Eduardo Clemente.

Gli furono somministrati dei cardiotonici, ma le condizioni non migliorarono.

Alle due di notte si svegliò e rivolgendosi al cardiologo disse “Professò, vi prego lasciatemi morire, fatelo per la stima che vi porto. Il dolore mi dilania, professò. Meglio la morte” e rivolgendosi al cugino “Eduà, Eduà mi raccomando quella promessa: portami a Napoli”.

Le ultime parole furono per Franca “T’aggio voluto bene, Franca. Proprio assai”. (Anche se la versione della figlia Liliana è differente).

Erano le tre e trenta del 15 aprile 1967.

Giunse nella citta natia alle 16,30 e già vicino al casello dell’autostrada del Sole c’era una marea di gente.

Nella Basilica del Carmine Maggiore lo attendevano circa tremila persone, mentre altre centomila sostavano nell’immensa piazza antistante.

Un lungo applauso salutò per l’ultima volta Totò, poi il suono delle campane.

Nonostante avesse espresso il desiderio di avere un funerale semplice, Totò ne ebbe addirittura tre. Uno a Roma, dove morì, uno a Napoli, la sua città e uno a Rione Sanità, il quartiere dov’era nato.

L’orazione funebre fu pronunciata da Nino Taranto, poi la salma fu portata nella cappella di famiglia dei De Curtis.

“Amico mio questo non è un monologo, ma un dialogo perché’ sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché’ l’hai onorata. Perché’ non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò”.

Ed io, con mento storto e cappello in mano, ogni volta che mi chiedono di dove sono, onoro la sua memoria dicendo:

“Sono parte-nopeo e parte tarantino”.

 

“Sono ormai all’età in cui si tirano le somme e non ho fatto nulla. Sarei potuto diventare un grande attore, e invece su cento e più film che ho girato, ve ne sono di degni non più di cinque. Ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui”. (Totò)

6 pensieri riguardo “Il principe della risata

  1. Ho sempre avuto una enorme simpatia per Totò, ma devo ammettere che la sua comicità non faceva per me, o lo faceva solo in parte.
    Non mi è mai piaciuta la comicità “mimica”, facciale, di postura (gusti personali) su cui molto si fondava quella di Totò, per quanto molte sue scene mi facciano davvero ridere per le battute e per la situazione creata.

    Piace a 1 persona

  2. Anni fa un signore di una certa età mi raccontò di averlo incrociato in via Veneto a Roma e di avergli chiesto un autografo, ma seppur lo conservasse ancora con cura gli era dispiaciuto il fatto che avesse firmato come Antonio De Curtis. Ma io gli dissi che era stato un incontro con l’uomo non con la maschera, Totò stesso ne faceva distinzione, e che questo non rendeva certamente quel casuale incontro meno speciale.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...