Giornalisti, social e influencer. Chi conta di più?

Ho un amico biologo, e ogni volta che scrive qualcosa (su INFOSEC.NEWS) vado a leggermi i suoi articoli (tranne se parla di calcio, perché è tifosissimo del Napoli e dunque non obiettivo).

La scorsa settimana, con argomentazioni sicuramente più approfondite e tecniche, ha confermato quanto da me scritto ad inizio mese relativamente al contagio e alla diffusione del coronavirus SARS-CoV-2.

Adesso però tratterò argomenti diversi dal coronavirus, perché l’aria intorno a noi è già abbastanza pesante.

Primo. I giornalisti.

Lo stato del giornalismo italiano è pessimo. È un dato di fatto.

La fatica, oggi, è valutare le notizie perché ora sono dovunque e in un numero incommensurabile rispetto a prima.

Una volta per i giornali c’era solo l’ANSA, France Press e la Reuters che arrivavano in redazione e da lì si sviluppava la notizia.

Ora arriva di tutto, e si è passati dalla cronaca al gossip.

Da quando il pettegolezzo si chiama gossip, poi, è stato sdoganato completamente.

Tanto è vero che, quella che una volta si chiamava roba da “Oggi” o da “Gente” o, peggio, “Novella2000”, “Eva Express” eccetera, adesso si trova regolarmente su Repubblica o sul Corriere.

La cosa grave è che questa apertura al pettegolezzo è generalizzata, come se ogni giornale dovesse averla per forza.

Ad esempio, Repubblica per anni è andata avanti senza una pagina sportiva. A un certo punto però tutti i giornali sono diventati come la vetrina di un negozio, cioè più roba hanno dentro e più gente attirano.

Secondo uno studio americano il termine di estinzione dei quotidiani è tra il 2025 e il 2028, e non so se sarà meglio o peggio.

Dimostrazione pratica.

Sabato scorso è stato diffuso il testo del Decreto del Presidente del Consiglio sulle misure di contenimento prima che il decreto fosse firmato.

Da lì sono partite una serie di smentite e contro-smentite, con i Presidenti di Regione incazzati perchè non erano stati interpellati.

Conte ha poi dovuto tenere una conferenza stampa alle 2:45 di notte per dire che il Decreto era stato firmato (vista solo da sonnambuli e guardie giurate, immagino).

La corsa al click o al dare la notizia per primi porta a questo.

Secondo. La società digitale.

Con l’avvento dei social network, la percentuale di persone che leggono contenuti e che li condividono o li commentano è aumentata incredibilmente, ma purtroppo questa partecipazione non è andata di pari passo con un miglioramento delle capacità di comprensione del testo, nel senso di interpretarlo, di saper leggere fra le righe elaborando delle conclusioni proprie.

È stato fatto un test a degli studenti e i dati sono sconfortanti. Il test prevede 6 livelli di comprensione del testo.

Il livello “base” è il 2, che tuttavia è raggiunto da meno di un quarto dei ragazzi italiani. Il livello 1 è di un sesto degli studenti.

Il livello 5 è raggiunto dal 5,1% degli studenti italiani (media europea 7,2%). Solo lo 0,6% (contro l’1,1% della media) raggiunge il livello più elevato di preparazione.

Mettendo like, condividendo, commentando, si perde di vista il fatto che dietro ad ogni notizia ci sia un mondo reale fatto di altre persone in carne e ossa e, così facendo, si perde anche la capacità di pensare.

Terzo. Influencer.

Che non sono un’invenzione recente, se li definiamo come persone che influenzano la nostra percezione in merito ad un oggetto, un servizio, un tema o un intero scenario.

Nella storia ne abbiamo avuto di ogni tipo, religiosi, politici, capitani d’industria, deejay, giornalisti: Re Artù, John Fitzgerald Kennedy, Steve Jobs, ad esempio, sono stati influencers del passato; oggi abbiamo gli influencer “digitali”, quelli che usano i social.

Rimanendo nel mondo occidentale le piattaforme più utilizzate sono Instagram, YouTube, seguite a stretto giro da Facebook, Twitter e per i più professionali Linkedin.

In scia al fenomeno degli influencer (specialmente quelli digitali) è nata un’industria chiamata influencer marketing. Di fatto agenzie, centri media o anche singoli influencer che si sono strutturati per vendere i servizi ai follower.

Ma attenzione: le piattaforme possono decidere, ad un certo punto, che gli influencer sono fastidiosi oppure troppo presenti.

Esiste un equilibrio: l’influencer crea interesse, la gente sta sulla piattaforma e spende tempo ed è irraggiata di pubblicità. Pubblicità diretta degli inserzionisti della piattaforma e degli influencer.

Ma se questo equilibrio si sbilancia troppo a favore degli influencer, la piattaforma potrebbe farli fuori (come è già successo su YouTube e Facebook).

Io i social li uso soprattutto per tre motivi: per ricordarmi dei compleanni, che altrimenti scorderei (primo motivo) anche di amici che non vedo da tempo perché le nostre strade si sono separate (secondo motivo).

Il terzo motivo è che cerco di mantenermi aggiornato.

I tre argomenti (giornalisti, società moderna, influencer) unita a quello che sta accadendo in questi giorni mi ha aiutato a riconoscere chi seguire e chi no, soprattutto quali fonti sono affidabili e quali no.

E l’ho scoperto soprattutto grazie al coronavirus, argomento principe degli ultimi due mesi, e grazie ad Andrea Agnelli.

Questo perché il rampollo FIAT, in qualità di presidente dell’ECA (Associazione dei Club Europei), ha tenuto un discorso al Business Football Summit di Londra lo scorso 5 marzo.

Ora, non riporterò il discorso di Agnelli, ma vorrei farvi comprendere perché ho iniziato ad allontanare un po’ di gente dalle mie cosiddette “timeline”.

Subito dopo il discorso, l’indignazione si è scatenata sul web.

Frase incriminata:

“Ho grande rispetto per quello che sta facendo l’Atalanta, ma senza storia internazionale e con una grande prestazione sportiva ha avuto accesso diretto alla massima competizione europea per club. È giusto o no?”

Certo, detto così, mi sarei incazzato anche io.

Ma visto che ritengo di non essere un idiota, sono andato a riprendermi il testo (non è stato facile, perché era in inglese e nessun giornale italiano ha riportato tutto l’intervento di Agnelli) e l’ho letto tutto.

Già se uno legge la frase precedente e quella seguente capisce un po’ di più.

Frase precedente:

“Si può mantenere il proprio livello internazionale con una determinata posizione minima in classifica e si può discutere sul fatto che solo perché sei in un grande Paese devi avere accesso automatico alle competizioni”.

Frase seguente:

“Poi penso alla Roma, che ha contribuito negli ultimi anni a mantenere il ranking dell’Italia: ha avuto una brutta stagione ed è fuori, con quello che ne consegue a livello economico. Bisogna anche proteggere gli investimenti e i costi”.

Poiché l’intero intervento è lunghetto, ve lo riassumo:

Agnelli, come presidente di un’associazione di club europei, ha detto, in poche parole, che non è giusto che, ad esempio, l’Ajax, il Porto, il Benfica o il Celtic siano penalizzati solo perché giocano in campionati di seconda fascia, mentre ad esempio l’Atalanta (era solo per fare un esempio di posizione in classifica ed italiano, per non essere indelicato con club esteri), solo perché gioca in Italia, che ha un campionato di fascia maggiore, quindi l’accesso “DIRETTO” ai gironi di Champions, ne tragga così tanto vantaggio.

Non ha mai detto che non è giusto che l’Atalanta sia lì dov’è, perché se lo sta meritando, ma, parlando da “PRESIDENTE DI UN’ASSOCIAZIONE DI CLUB EUROPEI”, sta dicendo che non è giusto che l’Ajax, poiché gioca in un campionato di merda, non tragga nessun vantaggio dall’essere arrivato in semifinale di Champions lo scorso anno (più campionato e coppa olandese vinti) e debba partire dai preliminari.

Agnelli ha detto che la sua priorità è dare a squadre come Porto, Benfica, Ajax, e Celtic la possibilità di crescere ai livelli delle big come Real, Barcellona, Bayern e altre, visto che hanno delle limitazioni disputando campionati in paesi che hanno un mercato domestico limitato.

Agnelli ha spiegato che squadre come il Real, Juve, Bayern e Barcellona non avrebbero bisogno di questo, dato che un anno sì e l’altro pure si qualificano per la Champions. La stabilità serve ai club medi.

L’Atalanta chiaramente ha approfittato della situazione dell’Italia di ranking, non ha contribuito al ranking. Come invece ha fatto la Roma, che per una stagione andata male è uscita dalla Champions, e chissà quando riuscirà a rientrarci.

Perché una volta che esci, è complicato rientrare (vedi il Milan, che manca da 6 stagioni).

Ah, Agnelli non parlava dell’aspetto sportivo, sapete, era ad un convegno sugli aspetti finanziari del calcio, ed ha parlato degli aspetti finanziari. E, per la cronaca, Agnelli è stato tra quelli che si è battuto proprio per ottenere il quarto posto DIRETTO per le squadre italiane.

Io lo ringrazio, perché mi ha fatto capire il livello raggiunto (in basso) dal giornalismo italiano. E dal popolo dei social.

7 pensieri riguardo “Giornalisti, social e influencer. Chi conta di più?

  1. Agnelli ha fatto un discorso che porta con tutta evidenza all’idea della Super League, dove le Atalante di turno non sono invitate, e dove chi ha la storia ed il pubblico può avere il posto garantito.

    Non ha citato la Dea a caso.

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  2. In effetti hanno trasformato una riflessione sul fatto che la Roma ha avuto una annata storta in un attacco all’Atalanta e gli haters calcistici si sono scatenati sul nulla,come sempre.
    A proposito di haters, quelli la che già gridavano al complotto ( il virus è palesemente opera della Juve per fare in modo di vincere senza avversari!), che volevano giocare certi di aver già vinto ora sono terzi…mi sembra che ci siano tutti i presupposti per dargli un altro scudetto di cartone!🤔😄

    Piace a 1 persona

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