Viva l’Italia

Uno degli strumenti di comunicazione più usato negli ultimi anni è senza dubbio WhatsApp.

Tra le varie funzionalità, c’è la possibilità di inoltrare i messaggi.

Sopra il messaggio ricevuto compare in automatico la scritta “inoltrato” in corsivo, accompagnata da una freccia curva che rimarca l’azione.

L’obiettivo è uno: avere maggiori informazioni in merito a chi invia messaggi, foto, video e quant’altro.

Come è nata questa funzione?

WhatsApp ha addotto una serie di motivazioni legate alla sicurezza, tuttavia, i motivi sono più legati ad un bisogno di trasparenza degli utenti.

L’attendibilità di un messaggio inoltrato è sicuramente diversa rispetto a quella di uno creato ex novo e inviato da un determinato contatto.

Io evito di aprire i messaggi inoltrati, a meno che non conosca personalmente chi lo sta mandando.

Qualche giorno fa mi è stato inoltrato un video in cui Oscar Farinetti, imprenditore e dirigente d’azienda italiano fondatore della catena Eataly, che ho conosciuto ai tempi di Expo, esalta la fortuna di essere italiani.

Per farlo snocciola un po’ di dati e, da buon comunicatore, convince sicuramente la platea che quei numeri sono veri.

Ma non è proprio così.

Io sono sicuramente d’accordo sul fatto che essere nati in Italia è una fortuna, e riconosco molte delle cose che dice come parzialmente vere.

Andiamo a vederle insieme.

Intanto, per chiarire, quel video è stato realizzato ad un convegno Mediolanum nel 2015.

Farinetti fa un’introduzione nella quale dice quanti siamo nel Mondo e di come invece l’Italia abbia:

  • 0,50% della superficie del mondo;
  • 0,83% della popolazione mondiale;
  • 7.000 specie di vegetali mangiabili;
  • 58.000 specie animali (4.2000 di terra aria, 10.500 acqua salata e 5.500 di acqua dolce);
  • 1.200 vitigni autoctoni;
  • 533 cultivar di olive;
  • 140 cultivar di grano duro, contro i 6 degli USA, seconda in classifica;
  • il 70% del patrimonio artistico del mondo.

Parto dall’ultimo dato.

Il patrimonio culturale italiano è importante, ma non esiste una stima reale.

Per l’Unesco siamo il paese che, con la Cina, ha il maggior numero di siti artistici di rilevanza mondiale, cioè 55.

La Spagna ne ha 48, la Germania 46 e la Francia 45, giusto per citare 3 Nazioni europee, non così tanti di meno rispetto all’Italia.

Certo, i numeri dell’Unesco vogliono dire poco, il nostro patrimonio è immenso, verissimo, ma come può dimostrare una veloce ricerca online quel 70% è campato per aria.

Al momento i beni tutelati come patrimonio mondiale sono in totale 1121, di cui 869 beni culturali, 213 naturali e 39 misti, quindi i nostri 55 non arrivano nemmeno al 10%.

Ne abbiamo tanti, siamo il primo paese al mondo per siti ritenuti di valore mondiale, accontentiamoci di quello, ed evitiamo di strafare.

Grano. Non è così.

Il grano, detto anche frumento, è un genere della famiglia graminacee.

Ne esistono 5 specie principali:

  • Grano tenero Triticum aestivum;
  • Grano duro Triticum durum;
  • Spelta Triticum spelta o farro grande;
  • Farro piccolo Triticum monococcum;
  • Farro medio Triticum dicoccum;

Nel 2009 i primi cinque produttori mondiali sono stati la Cina (115 milioni di tonnellate), l’India (81 mt), la Russia (62 mt), gli Stati Uniti d’America (60 mt) e la Francia (38 mt). L’Italia produce annualmente circa otto milioni di tonnellate di frumento.

Da dove salterebbero fuori i centoquaranta tipi di grano presenti in Italia? Non è che si tratta delle stesse cinque famiglie e dei loro cultivar (nome con cui vengono indicate le varietà agrarie di piante coltivate, cioè la varietà)?

Allora anche negli Stati Uniti andrebbero rifatti i conti, no?

Animali. Bufala (ahahah era una battuta).

Cinquantotto mila specie mi sembra un numero molto esagerato.

Solo nella Foresta amazzonica, in Brasile, ci sono 3 milioni di insetti e altri invertebrati, 1.294 specie di uccelli, 380 di rettili, 427 di anfibi, 419 di mammiferi, 3.000 di pesci.

Per non parlare della varietà di fauna marina che può contenere la Grande barriera corallina australiana.

Specie vegetali. Dato vero parzialmente.

Nel mondo si contano circa 350.000 differenti specie vegetali; è vero, in Italia ne abbiamo circa 7600 (dati del Ministero dell’ambiente) ma quelle proprie del nostro territorio sono poco più di un migliaio.

E considerando quante ce ne sono nel mondo è facile che ci siano paesi che abbiano tante specie autoctone quante ne abbiamo noi.

Un dato veramente vicino alla realtà è lo 0,83% della popolazione mondiale, sarebbe più corretto lo 0,80% ma è passabile.

Io, come dicevo nell’introduzione, amo il mio paese, culla della civiltà, grazie all’antica Roma, e del Rinascimento, paese che un tempo era al centro del Mondo, e non solo geograficamente.

Un paese nel quale il cibo, la moda e la ricerca scientifica ha regalato al mondo i migliori cuochi, designer, medici e ricercatori.

È anche il paese che ha avuto mille dominatori, che sono andati via tornando con più cose di quante ne avevano portate.

Il nostro è un bellissimo paese, dalle tante caratteristiche uniche, ma questo non vuol dire che sia migliore di altri; partire da concetti come questo è sbagliato, si diventa nazionalisti ottusi.

È importante accorgersi che non siamo migliori di tanti altri posti al mondo, di bello c’è che siamo italiani, e all’estero ci amano molto per questo.

L’orgoglio non deve vincere sui numeri e sulla geografia.

L’orgoglio deve poter dire: avevamo un problema, e lo abbiamo risolto.

Purtroppo, spesso si dice che le ultime generazioni non comprendono (non è il solito discorso “ai miei tempi”, state tranquilli).

I cosiddetti millennials.

Le aziende sono state incoraggiate a investire le proprie risorse di marketing su questo ristretto settore demografico. Le Risorse Umane hanno cercato di assumere i millennials e di soddisfare i loro gusti. Ma hanno trascurato la visione d’insieme e non si sono accorti della Generazione C.

Chiunque abbia integrato la tecnologia nella propria routine quotidiana – a prescindere dall’età anagrafica – condivide certe caratteristiche.

A seconda della persona a cui ci si rivolge, la C in “Generazione C” può riferirsi a “collaborazione”, “community”, “computerizzato” e “contenuti”. Tuttavia, a me piace pensare che, a un livello più profondo, “Generazione C” faccia riferimento alla connettività.

Questa connettività che ci deve aiutare, ancora una volta, a dimostrare che gli italiani ce la fanno, che superano le avversità, che sconfiggeranno questo virus che sta mietendo vittime in tutto il mondo.

Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, LinkedIn: è questa la rete neurale attraverso cui la Generazione C si confronta e comunica con il mondo, sia con quello attorno a sé sia quello globale.

E la usa nel modo giusto, per comunicare notizie vere. Non fake news.

Seguiteci, e ne usciremo tutti insieme.

21 pensieri riguardo “Viva l’Italia

  1. “Animali. Bufala (ahahah era una battuta).” 😁😁

    Non c’entra, ma visto che hai trattato del corona virus sarebbe possibile un articolo che parli di mascherine? Se servono o meno, agli asintomatici e non. Non si capisce molto 😐

    Grazie in ogni caso 😁

    Piace a 1 persona

  2. Condivido l’analisi sui numeri. Su quel patrimonio artistico ho litigato mille volte. Basta andar fuori dall’Italia per capire che altri paesi europei possiedono una storia quantomeno uguale alla nostra dove in ogni paese vi sono siti culturali come chiese, castelli, palazzi (ed in genere anche conservati meglio…sigh…) e siti archeologici. Quante volte ho cercato di far capire che si, Roma è antica ma, i romani stessi hanno posto le basi per la nascita di Londra, Parigi, Colonia ecc ecc. E la civiltà greca? E quelle precedenti? L’egizia? Senza poi (come hai giustamente detto) dimenticare la Cina e tutte le millenarie civiltà asiatiche che solo perchè non le abbiamo studiate a scuola non significa che non ci fossero! Abbiamo la nostra storia e la nostra cultura, non sono ne superiori ne inferiori a quelle di altri (insomma escludendo gli eschimesi che magari un igloo di 2000 anni fa si sarà sciolto!) ma non possiamo esagerare. Invece ciò che dovremmo farlo e che non lo facciamo per niente bene è tutelarlo quel patrimonio che abbiamo.

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    1. Concordo. E la soluzione sarebbe la privatizzazione. Mi spiego: in Italia abbiamo il pregio di fare male quello ch si dovrebbe fare bene e bene quello che si potrebbe fare male.
      Ad esempio, accentriamo alcuni poteri che potrebbero essere delocalizzati e viceversa (sanità, e ce ne stiamo accorgendo, purtroppo); o privatizziamo enti che dovrebbero essere pubblici e rendiamo pubblici enti che dovrebbero essere privatizzati. Se il patrimonio artistico lo dessimo, mantenendone il controllo, in mano a investitori privati che lo tutelino e ne traggano profitto, stai sicuro che le cose andrebbero meglio.

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      1. Non sono un fan delle privatizzazioni però in questo caso penso che delle società di tutela partecipate, sotto il controllo delle belle arti potrebbe forse essere una soluzione. Purchè siano chiari i limiti. Faccio un esempio, tu società taldeitali ti prendi cura del Colosseo. Bene, lo fai e pubblicamente te ne prendi i meriti, usi il logo per le tue pubblicità, ne sfrutti i diritti ecc ecc nel frattempo lo curi e gestisci. Ma, non ne puoi modificare nulla, non puoi mettere cartelloni pubblicitari che ne alterino l’aspetto, non puoi limitarne l’usufrutto al pubblico ecc ecc. Insomma dovrebbe essere una cosa principalmente filantropica dove tu privato puoi vantarti e glorificarti della cosa ma la cosa resta nostra…non che te lo rivendi in stile Totò al primo che passa!

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  3. Riguardo gli animali è una sciocchezza, dato che come hai detto giustamente tu la Foresta Amazzonica batte tutti per largo distacco.

    Io mi soffermerei sul “70% del patrimonio artistico del mondo”.
    Secondo me è un dato esatto, perché l’arte non si trova solo nei “siti artistici”.
    L’Italia ha arte ovunque: in ogni chiesa, in ogni monumento, quasi in ogni angolo della strada.
    Padova, per esempio, ha “arte” ovunque, uno spettacolo per gli occhi, ovviamente per chi vuol vedere.

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