Ius primae noctis – parte prima

Di recente, non ricordo dove, ho sentito qualcuno dire:

“Appena divento il capo, ripristino lo ius primae noctis”.

Credo che tutti abbiano sentito queste tre parole: in pratica si parla di un’usanza medievale secondo la quale un re, un nobile, un signore, poteva prendere la verginità delle giovani spose, e non come una violenza, ma come un diritto a cui bisognava inchinarsi.

“Ius primae noctis” infatti significa in italiano “diritto della prima notte”.

Questa immagine è diffusissima nella percezione che abbiamo del medioevo, tant’è vero che la si ritrova spesso ogni volta che ci sia un romanzo storico o un film ambientato nel medioevo.

“La cattedrale del mare”, ad esempio, romanzo scritto da Ildefonso Falcones, trae spunto dalla parabola di vita del protagonista per dipingere la società catalana del XIV secolo.

La vicenda si apre nel 1320, il giorno delle nozze di Bernat Estanyol con Francesca: al banchetto, nella masseria Estanyol nei pressi di Navarcles, sono invitati tutti i contadini della zona e l’atmosfera è festosa, fino all’irruzione a cavallo del conte, il quale reclama il diritto feudale “ius primae noctis”: esige ed ottiene di giacere per primo con la moglie del servo.

Francesca rimane incinta ma il figlio, appena nato, presenta un neo, identico a quello di Bernat e al padre di lui. Questo neo diventa un po’ motivo di beffa e offesa alla virilità del conte che da sempre si era vantato dei suoi numerosi figli illegittimi e da lì si sviluppa la trama del romanzo.

Anche nel film “Braveheart”, con Mel Gibson, storia della ribellione degli scozzesi sotto la guida dell’eroico William Wallace contro i malvagi dominatori inglesi, ad un certo punto c’è un accenno allo “ius primae noctis”.

In pratica, il Re d’Inghilterra, appurando che il problema della Scozia è che è piena di scozzesi (ma va?), in un consiglio di corte dice di reintrodurre lo “ius primae noctis” per imbastardire il popolo.

Dare ai nobili inglesi il diritto di andare a letto con le ragazze scozzesi prima che si sposassero, avrebbe creato una generazione di “impuri”, con sangue misto e quindi “meno ribelli” nei confronti degli inglesi.

Noi italiani, o, almeno quelli di noi che sono interessati alla storia del proprio luogo di nascita, sanno di storie antiche di questo “diritto”.

Praticamente in tutti i comuni c’è una storia che riguardi lo “ius primae noctis”, tramandata nei secoli, dalla Liguria all’Abruzzo, dalla Puglia al Piemonte, dalla Sicilia al Friuli.

Ivrea, per esempio, capoluogo del Canavese, in Piemonte, ha una tradizione molto antica, riconducibile sicuramente al medioevo: il carnevale.

Lo storico carnevale di Ivrea, conosciuto per la celebre “battaglia delle arance”, risale al 1808, anno in cui l’Impero Napoleonico ordinò di unificare i carnevali rionali in un’unica festa.

La leggenda su cui si costruisce gran parte del carnevale narra che, intorno all’anno 1200, Violetta, la figlia di un mugnaio promessa sposa a Toniotto, si ribellò alle pretese del feudatario che reclamava il diritto allo “ius primae noctis”.

Fingendo di accettare l’invito, dopo essersi recata nel castello di San Maurizio, uccise il tiranno con un pugnale che aveva nascosto tra i capelli e diede il segnale al popolo, che si sollevò contro i nobili, mostrando dal balcone il pugnale con un’arancia posta sulla sua sommità, a rievocare la testa del tiranno ucciso.

A parte che Violetta è un nome che sarebbe comparso solo qualche secolo dopo (ne “La Traviata”, di Giuseppe Verdi), questo è solo uno dei tanti cenni delle storie popolari che portano allo “ius primae noctis”.

Ma sono fake news ante litteram o storie con un fondamento storico?

Lo “ius primae noctis” è mai esistito?

Ho un paio di amici che scrivono (seriamente, non come me) di storia e ogni tanto condividono con me le difficoltà di trovare fonti affidabili (a volte proprio di trovare fonti).

Non disponendo delle loro capacità e tecniche di ricerca, ho provato a fare un “ragionamento” sulle fonti storiche per dare una risposta alla nostra domanda.

Chi non conosce Boccaccio e il suo “Decameron”?

Chi ha, come me, frequentato il liceo classico, lo conosce per forza.

Nel racconto, l’autore narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni (da cui il titolo del racconto, cioè δέκα, déka, “dieci” e μερν, hemeròn, “giorno”, quindi “di dieci giorni”) si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico o con frequenti richiami all’erotismo del tempo.

Per chi non l’ha letto, vi assicuro che il sesso in quel testo è raccontato in maniera davvero esplicita.

Eppure, in cento novelle, e in tanti altri racconti dell’epoca dello stesso tenore, non c’è mai un accenno allo “ius primae noctis”.

Peccato, perché sarebbe stata l’occasione giusta per parlare di quella pratica sessuale alquanto strana.

Cerchiamo altrove, allora.

Sappiamo che i signori incassavano le tasse dai contadini, in pratica il signore era il “possessore” delle terre e le concedeva al mezzadro in cambio di tasse.

Il problema dell’eredità dei terreni era un tema scottante: ad esempio, il contadino che moriva lasciava in eredità il terreno (e le tasse da pagare) al primogenito maschio, ma se il contadino non ne aveva, di figli maschi?

Darlo ad una figlia femmina era un potenziale pericolo per il signore, perché la femmina avrebbe potuto sposare un uomo di un altro villaggio e ciò gli avrebbe fatto perdere il terreno.

In alcuni luoghi, la terra era per metà del signore del luogo e per metà della Chiesa.

Questi discutevano spesso per questioni di tasse, competenze e eredità, quindi si misero intorno a un tavolo, e stilarono una serie di “regole”.

Tra queste, ve n’era una che obbligava i contadini le cui figlie sposassero un ragazzo di un altro villaggio al pagamento di un tributo.

Come dicevo prima, se la terra resta a un genero del villaggio, nessun problema, ma se il genero è “straniero”, rischi di perdere anche la terra, oltre che la figlia.

Con quella tassa, i contadini potevano far sposare le proprie figlie anche a gente che veniva fuori dal villaggio. Poiché i contadini non è che navigassero nell’oro, in molti luoghi la tendenza era a far sposare i giovani tra compaesani, ed in alcuni luoghi la cosa è rimasta legata alle abitudini e al “dna” del posto.

Tutt’oggi, lo “straniero” è visto con diffidenza anche per questo motivo.

Comunque, dello “ius primae noctis” ancora nessuna traccia.

La prima traccia di questa “legge” è successiva al medioevo. E si può capire il perché, ma prima ve la accenno.

Il cronista storico Giovanni Francesco Rebaccini, dottore in legge, nato a Cuneo, nella sua opera “Chronica loci Cunei”, scritta nel 1484, parla della nascita della città Piemontese.

In pratica, gli abitanti di Caraglio, secondo il Rebaccini, si rivoltarono contro il signorotto locale, per tutta una serie di motivi, tra cui una vessazione continua e la pretesa di esercitare lo “ius primae noctis”.

In occasione del tentativo di violare una fanciulla di nome Cecilia, i futuri abitanti di Cuneo si sarebbero ribellati e avrebbero chiesto all’Abate di S. Dalmazzo di Pedona, padrone del luogo, la protezione e l’appoggio per fondare una nuova Villa.

In realtà i primi abitanti di Cuneo furono persone che arrivavano oltre che da Caraglio anche da Vignolo, Montemale, Quaranta (presso San Benigno), in fuga verso il promontorio di Cuneo, come meta e rifugio della loro ribellione alle angherie dei Marchesi di Saluzzo.

Abbandonavano la propria casa, le proprie terre per vivere liberi senza sudditanza, perché non volevano più sottostare a forti limitazioni, per quanto riguarda il diritto di disporre di sé stessi e dei propri figli, trasferire la residenza, sposarsi.

Il vincolo personale di sudditanza li obbligava a chiedere l’autorizzazione al “signore” per le scelte private che intendevano fare. Autorizzazione che poteva essere concessa o meno e, se concessa, implicava normalmente il pagamento della prestazione d’opera o nel castello oppure del versamento di congrua cifra in denaro.

Chiaramente, Rebaccini introdusse un ulteriore elemento vessatorio, facendo apparire il “buio” medioevo un periodo in cui il signore del luogo poteva tutto, anche prendersi la verginità delle figlie del popolo.

Capite? Inventò una storia. Per fare sembrare migliori i primi tempi del Rinascimento, faceva sembrare peggiori i “vecchi tempi”.

In quel periodo, e negli anni successivi, nacquero un sacco di storie, soprattutto in Italia (come quella di Ivrea) e in Francia, che, descrivendo i “tempi bui”, li arricchivano di nefandezze per giustificare la grandezza ritrovata.

La prossima volta vedremo se il famoso “ius primae noctis” è un diritto realmente esistito o se, ancora una volta, si tratta di una leggenda medievale.

14 pensieri riguardo “Ius primae noctis – parte prima

      1. E noi sappiamo che sono proprio i tabù a generare certe spinte( non è un doppio senso😅) e del resto pagani o meno che fossero i monasteri hanno continuato a predicare bene e razzolar male fino ai nostri giorni quindi, non ho motivo di dubitare che, tra la nobiltà non vi fosse chi razzolava anche lì! 😄

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