L’inferno di Dante – in cento versi

Un sogno fue d’ispirazione al tosco
Quando che s’appressava mezza etate
E ritrovossi in tenebroso bosco.

Innanzi a sé, tre fiere eran fermate
Tanto ch’il sommo non spostava passo
Ponendo speme in belluin pietate.

Quando non s’aspettava ch’il trapasso
Ecco che giunse il vate mantovano
Dicendo: “Orsù, or seguimi dabbasso”.

Madama del cui cuor aneli invano
Mandommi a far da duca nello viaggio
E tu devi seguir: è questo il piano.

Giunti alla porta lessero messaggio
Questo dicea di non varcare l’uscio
Ché non sarebbe stato molto saggio.

Partì la comincianza dello guscio
Dal posto ove vivevano l’ignavi
Ma ‘l vate mise fretta al nostro Tuscio.

Il Limbo, poi, ospitava molti savi
Ch’ebbero li natali avanti Cristo
E lì dovevan star, seppure bravi.

Da lì partiva il regno di Mefisto
A giudicar Minosse, nientemeno,
Che stabiliva lo destino tristo.

Ch’in vita non aveva avuto freno
Venivano sbattuti via dal vento
Come l’amanti, e Dante venne meno.

Ripresosi, non terminò spavento
Guardando lo giron de li golosi
E udirono di Ciacco lo lamento.

Passato Pluto, c’eran gli accidiosi,
E quelli ch’ai danari eran legati
Oppure sciolti, entrambi assai animosi.

Se pria Caròn l’aveva trasportati
Adesso era Flegiàs lo barcaiolo
Così ch’a Dite fosser traghettati.

Ma semplice non era spiccar volo
Medusa, Furie e tutti li demòni
Schierati, a non far fare un passo solo.

Ma ‘l Messo lì cacciò, ‘sì i due pedoni
Potessero veder come Epicuro
Dell’alma non credea resurrezioni.

Virgilio lì spiegò quel luogo oscuro
Di cerchi, bolge e fiumi dell’inferno
E di che li attendeva nel futuro.

Poi vide i più violenti dell’averno
Ch’immersi in Flegetonte sì vermiglio
Urlavano di rabbia per l’eterno.

Indi coloro i quali avevan piglio
di decretare della propria morte
E trasformati furono in groviglio.

Poscia di quelli, con eguale sorte
Erano posti li bestemmiatori
Su cui cadeva un fuoco tanto forte.

Anche quei che placavano i bollori
Usando andare contro la Natura
Correvan sotto pioggia di fosfòri.

Or tocca a chi in vita ha fatto usura
Recando offesa allo umano lavoro
E condannato è a viver nell’arsura.

Malebolge, d’anime concistoro,
Di cui descriverovvi li fossati
E ‘l contrappasso destinato a loro.

Ruffiani e seduttori, son frustati,
Seguaci di Simone, a testa sotto
I vaticinatori, rivoltati.

Da demoniaco peto fu interrotto,
Poi quei sommersi da bollente pece:
I concussori antichi, e chi è corrotto.

Gl’ipocriti col manto fanno prece
I ladri si trasformano in serpenti
E i consiglier con frode, in fiamma invece.

Qui ‘l Sommo vide ‘l re dei fraudolenti
Colui che per aver gloria immortale
Lontan da casa fu per anni venti.

Ulisse, inabissato nel canale
Che i mondi separava al tempo antico
Di morte sua gli fece memoriale.

Chi di altra religion non era amico
Veniva poi tagliato con la daga
Sì che l’interno corpo fosse aprico.

Di Malebolge si ultima la saga
Con chi mutò metalli, l’alchimista
E pel peccato scotto qui pagava.

Usciti dal fossato ebber la vista
Del luogo ove punivan traditori
Immenso lago da causare sista.

Primi quei de’ parenti ingannatori
Immersi fino al viso in suol gelato
Tanto da aver solo le nari fuori.

Anche chi contro patria avea mancato
Come Ugolino della Gherardesca
A morder carne altrui er condannato.

Passaron oltre, in mezzo ad aria fresca
Lì chi tradiva gli ospiti ven messo
Nel giaccio a faccia in su, ché il gelo cresca.

Alfin scoperse il Sommo quale il nesso
Tra frescura e ‘l luogo che ‘l cor svelle:
Lucifer, che muoveva l’ali spesso.

E quindi usciron a riveder le stelle.

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