Coronavirus – i protocolli

Esiste in Italia un piano per rispondere ad un’eventuale pandemia? Sì, e si chiama “Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale”.

Prima di capire di cosa parla e come è stato applicato, un veloce riepilogo degli accadimenti degli ultimi 3 mesi.

Per farlo, uso un sistema particolare, cioè un’immagine in cui la “timeline” scandisce tutti i giorni, poi gli avvenimenti e nella colonna di destra, le amare conseguenze.

Questo sistema serve a vedere le distanze tra gli avvenimenti.

Sono passati 22 giorni dalla dichiarazione dello stato di emergenza al primo decreto, e i numeri sulla destra sono figli di quei ritardi (nel frattempo, abbiamo superato i 10.000 morti, NDA).

Ci sono poi stati 13 decreti nei 33 giorni successivi, a botte di aggiustamenti successivi, quasi come se non ci fosse un piano.

È giustificata l’assenza di un piano di gestione, prima ancora che di uno di comunicazione? (di quest’ultimo è meglio che parlino gli esperti, come il mio amico Ferdinando) A mio avviso no.

Torniamo all’inizio. In corsivo riporto i brani del “Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale”.

Dalla fine del 2003, da quando cioè i focolai di influenza aviaria da virus A/H5N1 sono divenuti endemici nei volatili nell’area estremo orientale, ed il virus ha causato infezioni gravi anche negli uomini, è diventato più concreto e persistente il rischio di una pandemia influenzale.

Per questo motivo l’OMS ha raccomandato a tutti i Paesi di mettere a punto un Piano Pandemico e di aggiornarlo costantemente seguendo linee guida concordate.

L’Italia lo ha stilato nel 2006 e in teoria rappresenta il riferimento nazionale in base al quale saranno messi a punto i Piani operativi regionali. Il Piano si sviluppa secondo le sei fasi pandemiche dichiarate dall’OMS, prevedendo per ogni fase e livello, obiettivi ed azioni.

Andiamo a vederlo nei suoi punti principali.

Il Piano si sviluppa secondo le sei fasi pandemiche dichiarate dall’OMS, prevedendo per ogni fase e livello obiettivi e azioni.

L’obiettivo del Piano è rafforzare la preparazione alla pandemia a livello nazionale e locale, in modo da:

  1. Identificare, confermare e descrivere rapidamente casi di influenza causati da nuovi sottotipi virali, in modo da riconoscere tempestivamente l’inizio della pandemia.
  2. Minimizzare il rischio di trasmissione e limitare la morbosità e la mortalità dovute alla pandemia.
  3. Ridurre l’impatto della pandemia sui servizi sanitari e sociali e assicurare il mantenimento dei servizi essenziali.
  4. Assicurare una adeguata formazione del personale coinvolto nella risposta alla pandemia.
  5. Garantire informazioni aggiornate e tempestive per i decisori, gli operatori sanitari, i media e il pubblico.
  6. Monitorare l’efficienza degli interventi intrapresi.

Ho evidenziato i punti di interesse.

Secondo me, non è stato seguito NEANCHE UNO di quei punti.

Come ripeto spesso, ho una formazione militare e ricordo molto bene che c’era un piano per ogni cosa.

Ma, chiaramente, l’Esercito deve essere pronto ad ogni evenienza.

Ma anche nell’azienda in cui lavoro io e il collega che si occupa di Safety abbiamo elaborato piani per qualunque possibile avvenimento.

Stabilendo attori, compiti, ruoli e tempistiche. E periodicamente facciamo delle esercitazioni.

Anche il piano nazionale le prevede:

L’operatività del Piano sarà valutata con esercitazioni nazionali e regionali, cui parteciperanno tutte le istituzioni coinvolte in caso di pandemia.

Voi siete a conoscenza di esercitazioni su pandemie? A me non risultano, ma non sono aggiornato su questo, quindi potrei sbagliare.

Andiamo avanti.

Secondo il piano nazionale, si distinguono tre stadi di valutazione dell’epidemia, a loro volta divise in fasi e livelli:

Periodo interpandemico

Fase 1. Nessun nuovo sottotipo di virus influenzale isolato nell’uomo. Un sottotipo di virus influenzale cha ha causato infezioni nell’uomo può essere presente negli animali. Se presente negli animali, il rischio di infezione o malattia nell’uomo è considerato basso.

Fase 2. Nessun nuovo sottotipo di virus influenzale isolato nell’uomo. Comunque, la circolazione negli animali di sottotipi virali influenzali pone un rischio sostanziale di malattia per l’uomo

Livello 0: assenza di rischio all’interno della Nazione

Livello 1: presenza di rischio nella Nazione o presenza di intensi collegamenti o scambi commerciali con Paesi a rischio

Periodo di allerta Pandemico

Fase 3. Infezione nell’uomo con un nuovo sottotipo, ma assenza di trasmissione da uomo a uomo, o solo rare prove di trasmissione in contatti stretti.

Livello 0: assenza di infezioni nella Nazione

Livello 1: presenza di infezioni nella Nazione, o presenza di intensi collegamenti o scambi commerciali con Paesi affetti

Fase 4. Piccoli cluster con limitata trasmissione interumana e con diffusione altamente localizzata, che indicano che il virus non è ben adattato all’uomo

Livello 0: assenza di piccoli cluster nella Nazione

Livello 1: presenza di piccoli cluster nella Nazione o presenza di intensi collegamenti o scambi commerciali con Paesi dove sono stati rilevati cluster di malattia

Fase 5. Grandi cluster, ma diffusione interumana ancora localizzata, che indicano che il virus migliora il suo adattamento all’uomo, ma non è ancora pienamente trasmissibile (concreto rischio pandemico).

Livello 0: assenza di grandi cluster nella Nazione

Livello 1: presenza di grandi cluster nella Nazione o presenza di intensi collegamenti o scambi commerciali con Paesi dove sono stati rilevati grandi cluster di malattia

Periodo Pandemico

Fase 6. Aumentata e prolungata trasmissione nella popolazione in generale.

Livello 0: assenza di casi nella popolazione nazionale

Livello 1: presenza di casi nella Nazione o presenza di intensi collegamenti o scambi commerciali con Paesi dove la pandemia è in atto

Livello 2: fase di decremento

Livello 3: nuova ondata

Periodo postpandemico

Ritorno al periodo interpandemico

Se andate qui, nella tabella sono previsti anche gli obiettivi delle singole fasi.

Riassumendo, si distinguono tre fasi principali: la prima (Periodo interpandemico) quando non ci sono pericoli immediati, ma si hanno notizie di primi focolai all’estero di una potenziale vasta epidemia, la seconda (Periodo di allerta Pandemico) invece riguardante i primi casi sul territorio nazionale ed infine lo scenario più grave (Periodo Pandemico), quello riguardante i focolai autonomi registrati nel Paese.

Fasi che ormai conosciamo bene, avendole attraversate tutti dagli inizi di gennaio fino alla fine di febbraio.

Quello che è accaduto, però, è che tutte le barriere che dovevano essere attivate secondo il piano di emergenza, sono state superate e rese non adeguate, permettendo al virus di dilagare.

Considerando che, nonostante i ritardi del governo di Pechino, la Cina ha comunque fatto sapere a gennaio di trovarsi dinnanzi ad una grave epidemia, la prima parte del piano doveva essere attivata nel primo mese dell’anno.

In questa fase, è prevista in particolare

“la preparazione di appropriate misure di controllo della trasmissione dell’influenza pandemica in ambito ospedaliero “.

E dunque, rifornire medici ed addetti ai lavori di tutto quanto necessario per prepararsi ad eventuali situazioni di contagio nel territorio nazionale.

È stato fatto? NO!

Nel piano si legge che in questo frangente occorre anche

“l’individuazione di appropriati percorsi per i malati o sospetti tali, il censimento delle disponibilità di posti letto in isolamento e di stanze in pressione negativa, il censimento delle disponibilità di dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti”.

Responsabili di questo procedimento sono il ministero della Salute, l’Istituto superiore di sanità e le regioni. Queste ultime, a loro volta, hanno dei propri piani pandemici regionali da attuare una volta ravvisato il pericolo.

E le USL, che poi si sono chiamate AUSL e poi ASL e ora si chiamano ATS in Lombardia e Sardegna, ASDAA in Alto Adige, ASP in Calabria e Sicilia, e così via, c’entrano qualcosa in questo?

O esistono solo per andare nei cantieri a controllare i DPI dei muratori? Io so benissimo, perchè qualche operatore delle unità sanitarie lo conosco, che le attività sono molteplici.

Ma il tutto è sempre demandato all’iniziativa personale. Chi ha buona volontà lavora anche per i parassiti.

Secondo medici e sindacati l’autonomia regionale in tema di sanità rischiava di rappresentare la “pietra tombale” del Servizio sanitario nazionale già nel febbraio 2019. Avevate qualche dubbio? Io no.

Oggi stiamo pagando l’indifferenza degli anni passati, le grandi differenze tra regione e regione e tra azienda ed azienda in termini di qualità, di accesso e di fruibilità dei servizi, con sprechi, vuoti assistenziali e malaffare.

Al Sistema Sanitario Nazionale negli ultimi 10 anni sono stati sottratti 37 miliardi, che non vuol dire che li aveva e glieli hanno tolti, sia chiaro, ma che lo Stato avrebbe dovuto finanziarli e non lo ha fatto.

Aumentando i finanziamenti alle strutture private. E ce ne siamo accorti, sulla nostra pelle, perchè i posti letto mancanti sono figli di quelle decisioni.

Personalmente conosco una persona che è stata messa a capo di una struttura sanitaria “per sanare i conti”. Non per efficientare, ma per tagliare i costi.

Quando tutto questo finirà, qualcuno dovrà pagare.

Comunque, bisognerà iniziare a pensare a una ripresa delle nostre vite: non possiamo pensare di stare in casa con lo scopo di rimanere in casa per sempre.

In questo momento, però, la situazione è ancora talmente grave da rendere irrealistico qualunque progetto di riapertura a breve.

Quindi, forza e coraggio.

Si dovrà ricominciare, dopo, e servirà la buona volontà di tutti.

8 pensieri riguardo “Coronavirus – i protocolli

  1. Quanto scrivi è verissimo, il piano di emergenza è noto, ma senza voler difendere nessuno mi sento di dire che le epidemie precedenti si sono sempre tenute ben lontane da questi livelli, tanto che non siamo i soli ad aver sotto (sotto-sotto …) valutato il problema, ma lo è tutto il mondo. I presidi sanitari mancano ovunque perchè la produzione mondiale era calibrata per un consumo standard. Detto questo, stiamo avendo ben chiaro cosa ha significato tagliare la sanità pubblica in modo massiccio e, soprattutto, indiscriminato; cosa vuol dire il federalismo, soprattutto se si parla di salute (ma intanto siamo nella bratta tutti): cosa ha portato l’incapacità di difendere la sicurezza del posto di lavoro. Ora è tutto bello lampante, e vediamo quanto ce lo ricorderemo. Intanto ringraziamo l’Europa che ci assicura un bel prestito sicuro

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  2. In Italia abbiamo mille problemi, ed in questi giorni emergono tutti.
    I tagli alla Sanità (da 30 anni a questa parte) gridano vendetta, la disorganizzazione indigna, ma chi prende le decisioni ha tutta la mia solidarietà, perché una situazione del genere era inimmaginabile.

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