Coronavirus – ricominciare

In questi mesi la permanenza a casa della maggior parte di noi ha reso più difficile dire o raccontare qualcosa che non sia già stato detto o raccontato.

Ovviamente, la frenesia dei tempi pre-Covid ci portava ad avere meno tempo per tutto: difficilmente chi stava tutto il giorno fuori per lavoro (ma anche chi stava tutto il giorno in casa a fare le “faccende”) aveva poi voglia di andarsi a leggere le statistiche del Ministero della Salute.

Questo ha portato un po’ tutti noi a sottovalutare quanto stava accadendo in Cina a gennaio.

Che poi, sia comprensibile che un CGM (Cittadino Generico Medio) possa non seguire quanto accade a migliaia di chilometri di distanza, e ben più grave che lo abbia sottovalutato chi invece non DOVEVA sottovalutarlo, questo è un altro discorso.

L’ho detto nell’ultimo articolo sull’argomento, Coronavirus – i protocolli, che avremmo potuto reagire molto meglio a questa situazione.

Ma, come ha detto il mio amico Franz:

“Un virus (per quanto “pandemico”) ha messo a nudo – se mai ce ne fosse stato ancora bisogno – tutte le contraddizioni e le inefficienze di questo martoriato Paese.

A cominciare dall’inadeguatezza di una classe dirigente che tra lavori precari e comparsate televisive si è trovata improvvisamente di fronte il Moloch e le reazioni sono state scomposte, disordinate ed incoerenti.

E l’inadeguatezza non è solo quella della classe politica.”

Io, come ho già detto e come ripeto, ritengo che i livelli di competenza e di responsabilità siano differenti.

Diversa è la responsabilità di persone pagate per prendere decisioni da quella del cittadino. Non per altro, chi prende (o dovrebbe prendere) decisioni ha stipendi e privilegi che il cittadino non ha.

Spero che questa esperienza ci aiuti a capire meglio come funziona il mondo e a scegliere meglio chi ci deve amministrare (ma ho i miei dubbi).

Però di una cosa sono certo. Noi italiani ne usciremo. Ma non come stato, come nazione, ma proprio come popolo. Perché lo abbiamo sempre fatto.

L’altro giorno ho sentito l’ultima parte di un discorso di Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato di Dallara Automobili, ad un congresso nel 2017, che ho ritenuto molto calzante al concetto di italiano:

“Pensate cosa sta succedendo oggi. Ci sono due caratteristiche dei nostri tempi: la velocità e l’incertezza.

La velocità con cui cambia il mondo intorno a noi non si era mai sperimentata prima.

L’incertezza: io non so cosa succederà tra cinque minuti e quello che potrebbe succedere tra cinque minuti potrebbe inficiare il mio business.

Quando c’è stato il terremoto a Fukushima, in Giappone, la General Motors non ha consegnato autovetture per quindici giorni perché uno dei chip degli airbag delle macchine della General Motors era fatto a Fukushima.

Quindi, l’imprevedibilità, l’incertezza, abbinata alla velocità, in matematica messe insieme si chiamano caos.

Noi italiani, a gestire il caos, non ci batte nessuno.”

Io questa cosa l’ho vissuta in tutte le mie esperienze lavorative. Abbiamo sempre quello scarto laterale che ci avvantaggia rispetto ad altri.

Se seguissimo pedissequamente le istruzioni, come fanno i tedeschi o gli americani, non saremmo noi.

Bello il video di Gioele Dix sull’argomento (andatelo a vedere qui).

Però, adesso, non è il momento dell’anarchia.

È il momento di gestire questa situazione. E dopo?

Secondo Mauro Ferraresi, professore di sociologia della comunicazione all’Università Iulm di Milano, il tempo del coronavirus produrrà un tempo di riadattamento, una volta superato il picco, di almeno cinque volte tanto.

Per fare un esempio pratico: se avremo tre mesi di isolamento casalingo, ci metteremo quindici mesi per poter tornare alla vita di prima.

Ma ci saranno cose che cambieranno per sempre, così come sono cambiate dopo l’11 settembre.

Dopo gli attacchi terroristici abbiamo preso l’abitudine a subire alcuni controlli negli aeroporti che prima erano impensabili; dopo il coronavirus ci saranno nuove “restrizioni”, come il controllo della temperatura corporea o di altri parametri vitali.

Ad esempio, nelle aziende si potrebbero affiancare alle “vending machines” classiche, le cosiddette “macchinette” del caffè, anche dei distributori automatici di mascherine e guanti monouso.

Quando torneremo alla nostra vita di “prima”, ci vorrà del tempo a riabituarci ad alcune delle cose che facevamo prima in un modo e che dovremo fare dopo in un altro modo.

Tante cose cambieranno, o come minimo cambierà il nostro approccio.

Non dico “potrebbe cambiare”, o “dovrebbe cambiare”, dico proprio “cambierà”.

Le palestre, i bar, i ristoranti, i cinema, i teatri, le stazioni, le scuole e tutti i luoghi di aggregazione, come i pub, i locali dove si tengono i concerti, i negozi, si dovranno reinventare.

Le palestre, per esempio, potrebbero iniziare a vendere pacchetti online per l’allenamento, oppure attrezzature da tenere in casa e il lavoro continuerà a prediligere forme in remoto.

Bar e ristoranti, ma anche tutti quei locali che vivono di socialità e di un gran numero di persone, probabilmente dovranno rivedere alcune strategie: si potrebbero, ad esempio, limitare il numero di clienti che vi accedono, magari mantenendo una distanza maggiore tra i tavoli o sul bancone, o potenziare il servizio a domicilio.

Le file per entrare dovranno essere ordinate, e ben distanziate, proprio come accade ora per entrare al supermercato o in farmacia.

Anche l’università dovrà riorganizzarsi, e contemplare il numero chiuso per le persone che vogliono seguire la lezione in aula.

Probabilmente aumenteranno i webinar e le lezioni online, con la riduzione degli esami scritti (anche per i concorsi), per evitare grandi assembramenti nella stessa aula.

Il ritorno alla normalità sarà sancito quando ricominceranno nuovamente i concerti.

Ma anche quelli magari avranno delle limitazioni.

Dovremo, poi, riabituarci a prendere la metro, o i treni, ma la cosa principale è che dovrà cambiare il modo in cui ci si approccerà a una vecchia abitudine consolidata.

Magari si prenderà l’abitudine, ove possibile, di andare a piedi, di non sostare a lungo in ambienti chiusi e ristretti insieme ad altre persone.

Probabilmente avremo bisogno di sviluppare quella che al Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts, chiamano “shut-in economy”.

Letteralmente “economia chiusa”, o meglio “economia tra i confini”, fa riferimento a tutto ciò che è on demand, ordinato da casa, chiesto e usufruito online. Già prima che il virus rivoluzionasse gli stili di vita in diversi Paesi, la shut-in economy registrava una considerevole ascesa.

Ora, con una buona fetta di popolazione costretta in casa, diventa protagonista di aspetti sempre più variegati e importanti, può mostrarsi in grado di mandare avanti imprese e garantire servizi che, fino a pochi anni fa, era impossibile pensare come telematici.

Goldman Sachs prevede per i Paesi più colpiti un crollo della domanda che può condurre verso una riduzione del PIL dal 2,4% fino a più del 5%.

Questo vuol dire che molte imprese non ce la faranno, mentre quelle che riusciranno a resistere dovranno necessariamente reinventare i loro business.

E per farlo, servirà tutta l’inventiva di cui siamo capaci.

15 pensieri riguardo “Coronavirus – ricominciare

  1. Divertente Gioele Dix, ma con il tedesco ha toppato di brutto! Il pre-prefisso “hin” indica la direzione: hinein – verso dentro, hinaus – verso fuori. Il nostro buon Gioele evidentemente non ha visto l’acca, dato che dice “in = dentro”, che peraltro non esiste.
    Faccio poi un po’ fatica a capire in che cosa consista il nostro avere reagito meglio degli altri quando stiamo avendo gli arresti domiciliari più lunghi di tutti, più forsennati di tutti (da nessun’altra parte è vietato svolgere attività sportive da soli all’aperto o camminare sulla spiaggia o nei parchi) e continuiamo ad avere la mortalità più alta. E le cause sono quelle che hai lucidamente illustrato nel post sui protocolli: il governo ha fallito al 100%, e come se non bastasse tenta pure di scaricare le colpe sulle regioni. Quando nelle Marche è stato segnalato il primo paziente affetto da covid, il governatore ha immediatamente ordinato la chiusura delle scuole e vietato lo svolgimento di manifestazioni di carnevale, e il governo gli ha annullato il provvedimento. Risultato: strutture sanitarie collassate, rianimazioni incapaci di accogliere tutti quelli che ne hanno necessità, rianimatori costretti a decidere, quando arrivano due pazienti e di posti ce n’è uno solo, chi condannare a morte, e deciderlo in fretta, se no li condannano a morte entrambi – e chi guarirà l’anima di questi medici costretti da un mese e mezzo a emanare sentenze di morte?
    Questo governo va incriminato per strage, altro che assoluzione. Per non parlare di tutto il resto.

    Piace a 1 persona

      1. Nei commenti si è parlato del governo (assolto) e della reazione dell’Italia (la migliore di tutte). Quanto agli operatori sul campo, ce ne facciamo ben poco di avere medici di altissimo livello se muoiono a centinaia perché il governo non fornisce loro gli strumenti minimi per proteggersi e neppure i tamponi per verificare il loro stato. Neanche il terzo mondo è riuscito a essere più disastroso di noi.

        Piace a 1 persona

  2. Anche io sono fondamentalmente d’accordo per assolvere l’operato del governo (molto meno quello della regione dove abito, basta guardare i risultati). Per il resto condivido il tuo ragionamento: ce la faremo, ma cambieremo. L’aspetto economico, invece, mi preoccupa moltissimo. Reggeranno quelli che hanno più capacità strategica e inventiva, e i loro dipendenti. Gli altri, che ne faremo?

    Piace a 1 persona

  3. Vi sono stare inefficienze ed errori, è vero. Ciò non ostante l’Italia ha reagito meglio di altri paesi europei (Regno Unito, Spagna) e degli Stati Uniti, che pure hanno avuto più tempo per prepararsi. Il nostro sistema sanitario, che con tutti i suoi limiti è il secondo al mondo, ha fatto fatica ma ha sopportato l’urto. Credo che ora il problema principale sia non abbassare la guardia, si è diffuso un clima un po’ euforico che è prematuro.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...