Coronavirus – ricominciare parte seconda

Uno dei motivi per cui mi piace scrivere su questo blog è che NON so tantissime cose.

Sono sicuramente più le cose che non so di quelle che so, ad ogni modo, tant’è che mi definisco un “ignorante enciclopedico”.

Per poter scrivere in maniera seria e corretta di un argomento mi devo documentare, quindi leggere, che è l’unico modo che ho per arricchire la memoria.

C’è un problema, però: i filtri; no, non quelli delle sigarette. Lo spiego con un esempio.

Stavo scrivendo un articolo su Carlo Magno e avevo bisogno di alcuni dati relativi alle leggi da lui emanate negli anni.

Interpellai il Web e trovai un’incredibile quantità di siti (circa 693.000 risultati, dice Google).

Conoscendo abbastanza bene la storia del Medioevo, fui in grado di eliminare i siti che fornivano solo informazioni superficiali o che non mi interessavano e fui in grado di selezionare, a fatica, i siti che contenevano informazioni per me utili.

Cosa accade, però, all’inesperto che per la prima volta cerca sul Web delle informazioni elementari su Carlo Magno, o su un qualunque argomento a lui ignoto?

Secondo me, avere dieci mila siti sullo stesso argomento equivale a non averne nessuno, perché una persona (specialmente se “giovane”) non sempre è in grado di selezionare quelli affidabili e veritieri, e anche se fosse in grado non avrebbe tempo di esplorarli tutti.

Abbiamo aumentato la nostra capacità di memoria, ma non abbiamo ancora trovato nuovi parametri di filtraggio.

La nostra vita non è abbastanza lunga per conoscere a menadito la struttura della Via Lattea, la Storia del mondo o la teoria della relatività, a meno che non sia la vostra materia di competenza.

Ecco perché strumenti come Wikipedia o simili sono utili: sono filtri precostituiti, che servono a fare sì che la mia conoscenza della teoria della relatività e la vostra siano grossomodo simili.

Il problema, semmai, è un altro: il nostro cervello.

Infatti, il cervello umano, come altri organi, è molto adattativo, nel senso “inglese” del termine, cioè è capace di adattamento. E l’uso del web può portare a quella che gli scienziati definiscono come “amnesia digitale”.

Guardare ai motori di ricerca e agli smartphone come se fossero “salvagenti digitali”, sta infatti gradualmente indebolendo la nostra memoria.

Pensate solo a come una volta si dovevano ricordare, ad esempio, i numeri di telefono, mentre ora sono tutti memorizzati sullo smartphone e quindi non abbiamo più bisogno di rammentarli.

La disponibilità pressoché costante e illimitata di internet, dei motori di ricerca e dei dispositivi portatili porta inevitabilmente a dare meno importanza all’assimilazione di informazioni, rendendoci dipendenti dagli strumenti che adoperiamo.

A confortare questa analisi c’è stato anche un altro studio, che ha rilevato come la soglia di attenzione sia calata da 12 secondi (dato del 2000) a otto, più breve di quella di un pesce rosso.

La vita moderna ha portato l’uomo ad avere abitudini che possono essere incredibilmente dannose per la salute del cervello.

In questa era, che possiamo chiamare “digitale”, o della “comunicazione”, siamo tutti “connessi”, ma questo stile di vita sta riducendo i percorsi neurali che usiamo e ci rende più lenti e meno capaci di pensare in modo originale.

Siamo inoltre abituati a nutrire i nostri corpi, mangiando, ma non pensiamo che dovremmo “nutrire” anche il nostro cervello. L’inattività fisica ha il suo prezzo, e lo vediamo con l’aumento delle malattie cardiache, dell’obesità e del cancro.

Sono numerosi gli studi che lo dimostrano, “mens sana in corpore sano”, come dicevano i latini. Sarà vero anche il contrario, cioè che avere una mente sana ci aiuta anche ad avere una buona salute?

In questi giorni di inattività forzata diciamo che le due cose dovrebbero andare di pari passo.

L’alimentazione, ad esempio, andrebbe ricalibrata. E anche la nostra attività mentale va nutrita parallelamente a quella fisica.

In rete, pur di avere la pazienza di filtrare i risultati, come dicevo all’inizio, ci sono ottimi consigli per mantenere “mens” e “corpore” in forma.

A proposito di competenze, mi ricollego a quanto scritto qui.

Perché i leader politici (di ciascun paese) hanno accolto con scetticismo gli allarmi degli esperti e non sono stati in grado di attivare tempestivamente le misure emergenziali?

In questo articolo sull’Harvard Business Review, Gary P. Pisano, Raffaella Sadun e Michele Zanini suggeriscono che la poca reattività dei leader sia stata causata da un motivo specifico:

“…dimostrando quello che in psicologia si chiama confirmation bias – un fenomeno cognitivo per il quale siamo predisposti ad assorbire e considerare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni di partenza.

I fenomeni che si sviluppano in modo non lineare (cioè cominciano con numeri piccoli ma crescono in maniera esponenziale) sono particolarmente problematici da affrontare vista la difficoltà a interpretare quello che succede in tempo reale.

Il momento migliore per contrastare questi fenomeni è all’inizio, quando il problema sembra limitato (o anche prima che si manifesti del tutto). Questo è il periodo in cui alcuni provvedimenti potrebbero sembrare esagerati.

Ancora peggio, se i provvedimenti dovessero effettivamente funzionare sembrerà, a posteriori, che quelle misure forti erano eccessive. Molti politici non sono disposti a correre questo rischio.”

Ve lo spiego dal punto di vista matematico.

Non è semplice comprendere un fenomeno come la crescita esponenziale, soprattutto nelle prime fasi.

Il coronavirus, come tutte le malattie trasmissibili, ha un cosiddetto “fattore di trasmissibilità”, che si chiama R0.

L’indice R0 (o Erreconzero) è il valore che misura la velocità di diffusione di un virus. Si chiama, spiegano all’Istituto Superiore di Sanità, “numero di riproduzione di base”.

Quante persone può contagiare in media un singolo paziente? Quando la crisi del Coronavirus SARS-COV-2 e di COVID-19 sembrava inarrestabile quel valore era a 3. L’influenza, quella stagionale, ha un R0 di 1,2-1,4.

Se vi sembra poca la differenza, guardate la tabella e il grafico seguenti:

Questo ci fa capire due cose.

I numeri, fino al quarto contatto, sono simili, o, in ogni caso, la curva si impenna solo successivamente: ciò può ingannare la percezione del problema.

La seconda cosa, è che bisogna abbassare il fattore R0. Come vedete, con il fattore di contagio inferiore a 1, dopo un po’, il problema scompare.

Ma non subito: anche quando l’indice sarà sotto uno bisognerà restare due settimane in quarantena o quasi.

Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità e rappresentante del comitato tecnico scientifico, ha affermato:

“Ci avete già sentito parlare di R con 0 che è l’indice di contagiosità. Il valore R con 1 è stato raggiunto, ma vogliamo e dobbiamo andare oltre e ridurre ancora per portarlo sotto 1 ed avere l’evidenza che la diffusione epidemica nel Paese si è quanto meno arrestata come incremento giornaliero”.

Siamo sulla buona strada.

Non è necessario uno stato autoritario per combattere efficacemente il coronavirus.

Germania, Singapore, Corea del Sud e Taiwan lo stanno facendo molto bene.

Non c’è bisogno di politici che litigano o continuano a parlare come se fossero in campagna elettorale perenne, o di altri che si accusano di incompetenza a vicenda, o di altri ancora che scaricano la colpa sugli “irresponsabili”.

C’è bisogno di uno Stato che dia la priorità alla scienza e alle competenze. E una popolazione che consideri legittima l’autorità dello Stato.

21 pensieri riguardo “Coronavirus – ricominciare parte seconda

  1. Un commento alle considerazioni di mio cugino: il politico deve tenere in debito conto le informazioni scientifiche di ogni genere ma alla fine deve decidere ed assumersene la responsabilità. Mi spiego meglio: da un punto di vista strettamente scientifico (sanitario) sarebbe probabilmente opportuno mantenere il lockdown almeno fino a giugno, ma un altra considerazione di carattere scientifico (anche l’economia è una scienza) ti dice che così facendo l’Italia difficilmente potrebbe risollevarsi nell’arco della vita di coloro che leggono con conseguenze sull’aspettativa di vita, sulla tenuta sociale e sul tenore di vita della popolazione; d’altra parte, iniziando la riapertura delle attività il 4 maggio, l’Italia potrà riprendersi (sotto opportune condizioni) entro 5 o 6 anni ma si corrono dei rischi. Il politico deve trovare il difficile punto di equilibrio, sentire il parere di tutti ma poi deve decidere, la sua decisione dovrà essere una sintesi (in senso hegeliano) dei discordanti pareri, non una mediazione né un compromesso al ribasso. In questa scelta (come in tutte le altre scelte) chi decide è sempre solo.

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      1. Vero è, fare la storia con le ipotesi è un gioco interessante (ci si dilettò anche Winston Churchill, con la sua novella ucronica in cui si presentava uno scenario ove la Confederazione era uscita vincente dalla guerra civile) ma è solo un gioco di fantasia.

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  2. NOTA 1. Nessun latino si è mai sognato di dire che “mens sana in corpore sano”! Al contrario, Giovenale dice che Orandum est ut sit mens sana in corpore sano, cioè, se abbiamo la fortuna di avere un corpo sano, dobbiamo pregare affinché ci venga data anche una mente sana, che è altrettanto importante ma che non è affatto scontata: cioè proprio l’esatto contrario di quello che sembra significare la frase castrata.
    NOTA 2. Della faccenda della memoria mi sono resa pienamente conto nell’anno in cui ho vissuto in Somalia. Lì la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta e tutti avevano una memoria che ci lasciava allibiti. Esattamente come il cieco sviluppa in maniera prodigiosa l’udito e il tatto, i quali hanno la stessa capacità di memoria e riconoscimento che abbiamo noi nella vista, così gli analfabeti, che le cose o riescono a conservarle nella mente o saranno perse per sempre, sviluppano la memoria in modo da essere in grado di trattenere tutto quello che serve. Ricordo la mia prima donna di servizio, che era analfabeta: potevo ordinarle anche venti cose di spesa e non c’era pericolo che ne dimenticasse una; quella successiva era una maestra, che aveva scelto di andare a servizio (lo stipendio era il triplo di quello di maestra: sia gli alloggi del campus che il personale di servizio erano gestiti da un’agenzia collegata all’università, e lo stipendio era stabilito e pagato da loro; in più era consuetudine che si desse loro ogni settimana una mancia quasi equivalente allo stipendio mensile di maestra, in più mangiavano nelle nostre case e in più c’era, ovviamente, la cresta sulla spesa. E quello che noi si avanzava di cibo, il giorno dopo lo portavano a casa per la famiglia, quindi in tutto andare a servizio gli rendeva circa sette-otto volte più che insegnare): sapeva leggere e scrivere, e anche se le ordinavo quattro cose era costretta a scriverle perché altrimenti non era sicura di riuscire a ricordarle.

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      1. Anche io, pur tenendo abbastanza esercitata la memoria, ho preso l’abitudine di tenere un’agenda scritta già da alcuni anni. Quando andavo a scuola (sono passati ormai molti anni, le lezioni erano ancora tenute in latino) si studiava molto a memoria e questo costituiva non solo un esercizio ma anche l’apprendimento di un metodo (memorizzazione per ripetizione, forse non il migliore ma comunque funzionante).

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  3. Pienamente d’accordo sulla valutazione dell’utilità della rete, a cui vorrei aggiungere che sono tutte informazioni non verificate. Ma pare che nessuno ci faccia molto caso. Quanto alla memoria, io digito i numeri di telefono di marito e figli da quando ho pensato che, se mi trovassi in giro senza il MIO telefono, non saprei chi caspita chiamare. Sulle esigenze e sugli interventi pubblici, direi che il virus a qualcosa è servito: fa emergere chiaramente dove c’è più incompetenza. Sulla reattività, ahimè la scelta anti-economica non è facile per nessuno

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    1. Ah, sui numeri con me sfondi una porta aperta: so a memoria tutti i nostri 5 numeri di telefono (2 miei, mia moglie e i due figli grandi), tutti i codici fiscali (anche del piccolo), il pin di tutti i bancomat e le carte di credito, oltre le date di nascita di gran parte della mia famiglia, e le circa 14 password principali che uso sul web. Per le altre 89 password mi sono affidato a un gestore di pw, altrimenti blocknotes…

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  4. Tanti anni orsono il mio professore di sistemi aveva già capito tutto riguardo la ridondanza dell’informazione e sul come una eccessiva ridondanza equivalesse ad una informazione nulla o poco affidabile. Oggi questo concetto è decisamente attuale ed è importante formare a saper filtrare nella maniera più corretta possibile. Sicuramente non è facile.

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  5. A me è venuta in mente una cosa: non è che qualche politico abbia piacere che il virus faccia un bel repulisti? Per esempio, magari a Trump o a parecchi americani potrebbe far piacere che una grande fetta della popolazione se ne vada all’altro mondo, soprattutto quella parte della popolazione povera e nemmeno protetta da assicurazione sanitaria che normalmente viene guardata male dai ben-pensanti. Inoltre, ad alcune nazioni potrebbe anche far piacere che altre nazioni vadano in crisi, per poterle poi “colonizzare” economicamente.

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  6. Lo Stato deve bilanciare le esigenze delle “salute pubblica” (sempre prioritaria) con le esigenze economiche.
    Se non ci fosse questo dualismo, le decisioni di chiusura totale sarebbero state prese immediatamente o quasi.
    Purtroppo il dover tenere conto anche di esigenze non strettamente legate alla salute, fa tergiversare i politici, scegliendo una politica di contenimento “per gradi” che non sempre è efficace contro le epidemie.
    Ma, ripeto, si tratta di rischi calcolati e di scelte spesso obbligate.

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  7. Concordo con l’importanza su Wikipedia, anche se talora serve un minimo di attenzione in più. Ciò che pochi sanno è che l’idea, sia pur sotto un altro nome e non perfettamente eguale, fu proposta agli inizi degli anni ’90 da un gruppo di imprenditori italiani tramite una società il cui nome, se ben ricordo, era CARISMA. Il progetto non andò avanti, probabilmente perché le tecnologie dell’epoca non erano ancora mature.

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