Coronavirus – Quando finirà

Noi tutti pensiamo che il morbillo sia una malattia che colpisce solo i bambini.

Il morbillo (dal latino morbus, malattia) è una malattia infettiva esantematica altamente contagiosa causata da un virus, il Paramyxovirus del genere Morbillivirus (ecco a che serve Wikipedia, a scrivere bene queste cose).

È una malattia endemica, il che significa che è continuamente presente in una comunità, e molte persone riescono a sviluppare resistenza ad essa.

Anzi, diciamo che in passato, gli individui che sopravvivevano all’infezione ne erano immunizzati, cosicché, successivamente, il morbillo poteva colpire solo i bambini piccoli.

Perciò è spesso percepito, a torto, come una malattia infantile.

Ma, pur essendo molto contagioso, non circola più nelle regioni del mondo dove il tasso di vaccinazione è sufficiente.

Avevo parlato già del vaiolo e di come sia stato dichiarato scomparso alla fine degli anni ’70 del secolo scorso.

Ma non tutte le infezioni, come abbiamo visto, scompaiono.

Fin dall’antichità le epidemie sono state presenti tra gli esseri umani.

Si definisce epidemia (dal greco ἐπί, epì, “sopra” e δῆμος, dèmos, “gente”, cioè “sopra il popolo”, “sopra le persone”) il diffondersi di una malattia, in genere infettiva, che colpisce quasi simultaneamente una collettività di individui.

Per pandemia, invece, dal greco πανδήμιος, pandémios, cioè “di tutto il popolo”, si intende un’epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territorî e continenti.

Nell’ultimo secolo ci sono state almeno 8 pandemie influenzali, quindi diciamo, mediamente, una ogni 12 anni.

Dall’inizio del millennio ce ne sono state quattro (aviaria, SARS, suina e covid-19), quindi sembrerebbe ci sia stata un’accelerazione (4 in 20 anni fa una ogni 5, se ricordo ancora bene le lezioni del professor Deri). Questo è un aspetto da approfondire, secondo me.

E possiamo anche dire che siamo diventati tutti esperti: ormai termini come droplets, epidemia, pandemia, contagiati, erreconzero e tanti altri sono diventati di uso quotidiano.

E anche se ben sappiamo come tutto è iniziato (non è vero, non lo sappiamo benissimo) e di come si trasmette (neanche questo è certo, vedasi il discorso del particolato…), nessuno di noi, e quando dico nessuno, intendo NESSUNO, sa come finirà.

Possiamo però andare a vedere cosa è previsto dai protocolli e cosa è successo nei casi precedenti.

Non è stato seguito il protocollo all’inizio, si chiederà qualcuno (come da me spiegato qui), perché dovrebbero seguirlo ora? Me lo chiedo anch’io, in realtà.

Nel piano pandemico sviluppato su indicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la fase “6” prevede:

  1. Mettere a disposizione della leadership e del coordinamento tutte le risorse multisettoriali necessarie a: rendere minime morbosità e mortalità; preservare l’efficienza dei sistemi sanitari; rendere minimo il disagio sociale; rendere minimo l’impatto economico della pandemia.
  2. Assicurare l’accesso razionale alle risorse nazionali (limitate), compresi le scorte di farmaci e, quando disponibile, il vaccino.
  3. Valutare l’efficacia delle specifiche risposte e degli interventi
  4. Stabilire e mantenere la fiducia fra tutte le istituzioni ed organizzazioni ed il pubblico, attraverso l’impegno e la trasparenza
  5. Trarre lezioni dall’andamento della risposta alla pandemia per migliorare le strategie e improntare i piani futuri.

Vi pare sia stato fatto? Va bene, supponiamo sia stato fatto, quelle sono indicazioni. Le azioni da compiere sono:

Livello 0

  • Attivare in forma permanente i comitati/unità di crisi e la catena di comando e controllo nazionale per l’emergenza
  • Completare l’adattamento delle linee guida ufficiali e delle raccomandazioni
  • Fornire istruzioni alle autorità locali in tutti i settori sull’implementazione e la valutazione degli interventi proposti

Livello 1

  • Implementare tutti gli elementi rilevanti del piano pandemico nazionale, incluso il coordinamento della risposta e l’implementazione di interventi specifici
  • Valutare e diffondere notizie sull’impatto della pandemia
  • Valutare l’opportunità di adottare i poteri di emergenza

Livello 2

  • Determinare l’esigenza di risorse addizionali e poteri per le eventuali successive ondate
  • Dichiarare la fine dello stato di emergenza e delle operazioni ad esso collegate
  • Fornire supporto per la ricostruzione dei servizi essenziali, compresa la pausa di recupero per gli staff
  • Rivedere i piani nazionali in base all’esperienza acquisita
  • Sostenere l’impatto psicologico
  • Riconoscere il lavoro di tutti coloro che hanno contribuito in qualunque modo (incluso il pubblico) e agli staff che hanno combattuto la malattia
  • Considerare l’opportunità di offrire aiuto ai Paesi in cui la pandemia è ancora in corso

Sull’attivare comitati/unità di crisi siamo tutti d’accordo, gli esperti sono ormai più dei contagiati.

Ovviamente i piani sono piani, e come diceva Dwight D. Eisenhower, 34º presidente degli Stati Uniti (giovane lettore, devi sapere che non tutti i Presidenti degli Stati Uniti dicono puttanate a nastro):

“In preparing for battle I have always found that plans are useless, but planning is indispensable”.

“Preparando le battaglie ho sempre trovato che i piani sono inutili, ma che pianificare è indispensabile”.

Come ex logista e come manager lo so bene. Se hai un piano, hai come minimo una traccia da seguire.

Se non lo hai, stai improvvisando.

E se stai improvvisando, o sei Totò, che lo faceva benissimo, o sei nella merda.

Ma alla chiusura della pandemia, cosa prevedono i protocolli?

Vediamo cosa è accaduto in passato.

L’8 agosto 2014, il Direttore generale dell’Oms, ha dichiarato l’epidemia da malattia da virus ebola (Evd) un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (come sancito nel Regolamento sanitario internazionale).

Il permanere dello stato di emergenza è stato confermato a più riprese fino al 29 marzo 2016.

In tale data è stato constatato che tutti i Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia (Guinea, Liberia e Sierra Leone), avevano interrotto la catena originaria di trasmissione del virus e che il rischio di diffusione internazionale pertanto rimaneva basso.

Quindi, a differenza di quanto si legge su internet, non esiste un protocollo su “due periodi di incubazione completi in cui non si registrano nuovi contagi” per stabilire la fine della pandemia, ma ciò viene fatto con una valutazione della curva del contagio.

Quando il famoso “erreconzero” è inferiore a 1, come abbiamo visto, la curva del contagio si abbassa per forza.

Attenzione, “erreconzero” in Italia è a 0,59, ma solo mediamente; infatti, in Piemonte e Liguria è più alto, e in alcuni posti, come in Umbria o in Molise è più basso: ed è inferiore ad uno perché abbiamo attivato il lockdown da più di un mese.

Ma supponiamo che il protocollo preveda che per dichiarare la pandemia conclusa si debbano aspettare “due periodi di incubazione completi in cui non si registrano nuovi contagi”.

Ciò vorrebbe dire, nel caso del Covid-19, 30 giorni senza nuovi contagi.

Vediamo i dati (andamento nuovi contagi):

Ora vediamo i dati dell’ultima settimana (dal 17 al 24 aprile):

Ovvero:

Vi sembra che siamo a zero? A me no.

Ricordiamo, la fine della pandemia dopo due settimane senza contagi. Secondo l’andamento percentuale, la curva arriverà a zero intorno a fine maggio – inizio giugno.

Il che vorrà dire che a luglio – agosto la pandemia potrebbe considerarsi conclusa.

Forse ha ragione mio cugino Piero, che ha vissuto da piccolo l’influenza del ’57, la cosiddetta “Asiatica”, provocata dal virus “A/H2N2”, e quella del ’68, la cosiddetta “Hong Kong”, provocata dal virus “A/H3N2”, che di fatto sostituì quello dell’asiatica.

La prima fece due milioni di morti, la seconda uno.

Arrivarono rapidamente, infettarono un sacco di gente e sparirono così come erano arrivate (ma non subito, la seconda durò quasi un anno).

Ma tutte e due queste influenze erano diverse dal coronavirus attuale, che è più simile alla SARS del 2003 e alla MERS del 2012.

Anche quelle, pur non essendo sparite del tutto, sono scomparse così come sono arrivate e senza che sia stato prodotto un vaccino.

Il caldo sarà un nostro alleato? Il SARS-CoV-2 muterà e diventerà meno aggressivo? Come ho detto all’inizio, nessuno lo sa per certo.

Continuando a lavarci le mani spesso (almeno qualcosa di positivo lo ha portato questo virus), incrociamo le dita e speriamo che almeno i numeri, almeno quelli, non ci tradiscano.

4 pensieri riguardo “Coronavirus – Quando finirà

  1. Io continuo a pensare che il numero dei contagiati, giunti a questo punto, non sia rilevante, ma lo sia solamente il numero di malati in terapia intensiva.
    Questo perché il numero dei contagiati (rilevati) dipende dal numero dei tamponi, se non fai tamponi logico che non rilevi i contagiati.

    I malati in T.I. stanno diminuendo, questo è un buon segnale.

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