Il naufragio del PT-109

John aveva fatto di tutto per essere arruolato.

Nel 1936, ad Harvard, mentre frequentava il college, si era però fratturato la colonna vertebrale, cosa che lo fece riformare.

Era cagionevole di salute, tant’è vero che aveva lasciato Princeton nell’autunno del 1935 perché colpito dall’itterizia.

Ma voleva servire la Patria. La sua “fortuna” era quella di avere un papà ricco e potente.

Il padre era stato sostenitore di Franklin Delano Roosevelt durante la prima e la seconda campagna elettorale (1932 e 1936), e il neopresidente degli Stati Uniti lo aveva ricompensato nominandolo presidente della commissione Borsa e Finanze.

Nel 1941, mentre era ambasciatore degli Stati Uniti nel Regno Unito, il padre di John riuscì a sfruttare la sua posizione per farlo arruolare come “ensign” nella Marina Militare.

 Il grado era il più basso degli ufficiali (il nostro “sottotenente”), e a seconda della destinazione ricevuta, un “ensign” poteva accedere direttamente a incarichi a bordo di una nave e servire come ufficiale di divisione oppure ricevere 1 o 2 anni di formazione specifica prima essere assegnato a una unità operativa.

La US-Navy, la Marina militare americana, possedeva, in quei tempi, le navi più avanzate al mondo.

Tra quelle, aveva le motosiluranti da pattugliamento (Patrol Torpedo Boats), che erano delle piccole unità militari navali di attacco le cui caratteristiche erano la maneggevolezza e la velocità con cui si avvicinavano alle navi nemiche per il lancio di siluri.

Prive di ogni protezione contro il fuoco nemico, la loro principale arma di difesa era la velocità e manovrabilità (soprattutto mentre si ritiravano), oltre alla silenziosità e alla difficoltà di individuarne la sagoma di notte o nella nebbia (nell’attacco a bassa velocità).

La PT-109, una delle migliori motosiluranti americane, con le sue 40 tonnellate di stazza e 20 metri di lunghezza, aveva un robusto scafo in legno, realizzato con due strati di fasciame in mogano spessi 2,5 cm.

Era dotata di tre motori a benzina Packard (uno per ogni albero d’elica) di 1.500 hp ciascuno, che poteva spingerla fino alla velocità massima di 76 km/h.

I suoi motori erano equipaggiati con scarichi silenziati che dirigevano i gas di scarico sott’acqua, per ridurre le possibilità di individuazione sonora da parte delle navi nemiche, e per arrivare con sorpresa addosso al nemico e avvertire l’avvicinarsi di aerei nemici.

L’arma offensiva principale della PT-109 era costituita dai siluri di quasi 1550 Kg., per lanciare i quali bisognava arrivare sotto i 3 chilometri di distanza: lanciare e poi scappare velocemente dalle cannonate nemiche.

A pieno carico la PT-109 dislocava 56 tonnellate, ospitando 14 uomini di equipaggio.

Poiché le motosiluranti utilizzavano come combustibile benzina avio, (con alto numero di ottani, a causa dei motori molto spinti) estremamente infiammabile, un colpo diretto al loro compartimento motori avrebbe potuto comportare la perdita totale della nave e del suo equipaggio.

John, che aveva ottenuto un lavoro sedentario presso l’Intelligence della Marina americana a Suitland, nel Maryland, nell’ottobre del 1941, fu però trasferito nella Carolina del Sud nel gennaio del 1942.

Questo perché aveva conosciuto Inga, una giornalista danese, che era sospettata essere una spia nazista. Per evitare problemi, e poiché tutti sapevano chi fosse il padre, John fu trasferito.

Così entrò come volontario nel Centro Addestramento Motosiluranti a Melville, nel Rhode Island, dove fu promosso al grado di Lieutenant, il nostro tenente.

Nel frattempo, la PT-109 veniva varata il 20 giugno 1942 e il 10 luglio dello stesso anno era consegnata alla Marina statunitense, che provvedeva al suo equipaggiamento presso i cantieri New York Navy Yard di Brooklyn.

La PT-109 fu poi caricata a bordo della nave classe liberty SS Joseph Stanton per il suo trasporto nel teatro di guerra del Pacifico il 20 agosto 1942.

Terminato l’addestramento, nonostante i forti dolori alla schiena che lo obbligavano ad assumere sempre antidolorifici, John si trasferì, il 23 febbraio 1943, sull’isola di Tulagi, nell’arcipelago delle Salomone e assunse il comando della PT-109 il 23 aprile dello stesso anno.

Dopo l’attacco di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, il Giappone aveva eseguito una fulminea espansione nel Pacifico e nelle isole del sud-est asiatico con l’appoggio della Thailandia e di vari movimenti indigeni nazionalisti, espansione che gli Stati Uniti e gli alleati provavano a rintuzzare.

Durante una di quelle battaglie, nell’agosto del ’43, si dipanò il destino di John.

Nello stretto di Blackett, a sud di Kolombangara, nelle Isole Salomone, la notte senza stelle e senza luna del 1° agosto 1943, era profondamente buia.

L’oscurità era come una macchia di inchiostro nel cielo, e ciò aveva un effetto disorientante anche sui marinai esperti.

La PT-109 era una delle 15 PTB che facevano parte dell’imboscata al “Tokyo Express”, un convoglio di rifornimenti della marina giapponese ai soldati che combattevano l’avanzata delle forze statunitensi nelle isole più a sud.

Ma l’imboscata fu un fallimento: nessuno dei trenta siluri sganciati dalle PTB statunitensi colpì i cacciatorpediniere giapponesi.

Per fortuna anche le motosiluranti americani erano state mancate dall’offensiva nemica, ma alcune avevano finito i siluri e furono rimandate alla base, mentre quelle con ancora qualche colpo da sparare, tra le quali la PT-109 di John, rimasero di pattugliamento.

John fece il punto della situazione con i comandanti delle altre due rimaste, la PT-162 e PT-169 e insieme decisero di mettersi in linea trasversale rispetto alla rotta dei giapponesi in modo da avere più probabilità di beccarle nel caso fossero passate da lì.

Verso le 2:30 del mattino, i marinai della PT-109 videro una sagoma a circa trecento metri a dritta. John e l’equipaggio, in un primo momento, credevano fosse una delle altre PTB. Ma subito dopo si accorsero di aver commesso un errore di valutazione: era uno dei cacciatorpediniere giapponesi.

John cercò di girare a dritta per portare i siluri in puntamento, ma era troppo tardi. La PT-109 fu speronata dalla nave giapponese, successivamente identificata come Amagiri, e fu colpita sulla parte destra.

Il colpo strappò via tutto il lato posteriore destro, facendo cadere la maggior parte dell’equipaggio in mare. L’ingegnere Patrick McMahon, unico uomo sottocoperta, era miracolosamente ancora vivo, ma era gravemente ustionato dall’esplosione del carburante.

Il timore di ulteriori esplosioni spinse John a ordinare agli uomini che ancora rimanevano sul relitto di abbandonare la nave. Per fortuna la scia del cacciatorpediniere disperse il carburante in fiamme e appena l’incendio si placò, il tenente rimandò gli uomini al relitto.

Dal relitto, John ordinò a Edgar Mauer e John E. Maguire di identificare le posizioni dei loro compagni di equipaggio ancora in acqua e recuperarli.

Leonard Thom, Gerard Einser, George Ross e Raymond Albert furono identificati e stavano abbastanza bene. John nuotò fino a McMahon che era insieme a Charles Harris.

Nel frattempo, Thom aveva recuperato William Johnston, debilitato dalla benzina che aveva accidentalmente inghiottito. Anche Raymond Starkey riuscì a raggiungere il gruppo.

Attaccati al relitto del PT-109, fecero il punto della situazione.

Harold Marney e Andrew Jackson Kirksey erano scomparsi nella collisione, molto probabilmente uccisi dall’impatto. Tutti gli uomini erano esausti, alcuni erano stati feriti, e molti erano stati intossicati dai fumi del carburante.

Non c’era traccia delle altre due PTB, ma John proibì di lanciare un razzo di segnalazione per evitare di attirare l’attenzione dei giapponesi.

Il relitto galleggiò ancora per qualche ora, ma alle prime luci del mattino del 2 agosto, si capovolse e affondò. A quel punto John e i suoi decisero di dirigersi a nuoto verso un isolotto lontano circa cinque – sei chilometri.

John era stato nella squadra di nuoto ad Harvard, ed in acqua sembrava non soffrire neanche dei suoi mal di schiena: pur trainando il ferito McMahon con una cintura che portava tra i denti, arrivò per primo sull’isola.

Gli altri si attardarono per aspettare Johnston e Mauer, che non riuscivano a nuotare bene per le ferite riportate.

L’isola si chiamava Plum Pudding, ma gli uomini la chiamarono “Bird” Island a causa del guano che ricopriva i cespugli. Esausti, gli uomini crollarono appena toccata terra, ma la fatica non era ancora finita.

Sentito il rumore di una chiatta giapponese, John decise di provare a vedere se gli altri isolotti vicini fossero più sicuri, e, sempre a nuoto, si diresse a quello vicino.

Sperava di notare le altre PTB, ma niente.

Durante il ritorno, John quasi rimase ucciso per le forti correnti dello stretto di Blackett. Si dovette fermare su un isolotto a sud est di “Bird” Island, riposò un po’ e ripartì per raggiungere l’equipaggio.

Arrivato stremato dai compagni, chiese a Ross di organizzare un servizio di pattugliamento per cercare di individuare le truppe amiche. Dormì quasi un giorno, ma al suo risveglio nessuna novità.

Allora decise di spostarsi sull’altro isolotto, quello a sud est, che si chiamava Olasana, perché aveva notato che c’erano più piante di cocco.

Ma sfortuna volle che non ci fosse acqua potabile, a Olasana: ciò gli fece prendere la decisione di spostarsi sull’ultimo isolotto, Naru Island.

Questo era l’ultimo dell’arcipelago e affacciava direttamente sullo stretto di Ferguson, così avrebbero avvistato meglio le navi di passaggio.

Arrivati, John e Ross andarono in perlustrazione e trovarono un relitto di una nave giapponese, sul quale c’era una canoa, un po’ di cibo in scatola, un po’ d’acqua, e delle buonissime caramelle, che si fermarono a mangiare.

Mentre erano seduti sulla spiaggia a mangiare caramelle e a decidere sul da farsi, videro due persone su un’imbarcazione. Erano due isolani che, spaventati, si allontanarono velocemente.

John e Ross tornarono a Naru e il mattino dopo John andò di nuovo in esplorazione, stavolta con la canoa. Rivide i due isolani, Biuku Gasa e Eroni Kumana, che erano due sentinelle locali degli alleati, e prese contatto con loro.

La mattina del 6 agosto John diede a Gasa una noce di cocco sulla quale aveva inciso delle parole, in modo che la portasse alla base più vicina.

Il messaggio fu trasportato con grandi rischi attraverso 65 km di acque ostili alla più vicina base alleata, dalla quale, infine, la PT-157 poté giungere a recuperare i sopravvissuti.

John e i suoi uomini sopravvissero per sei giorni, cibandosi di noci di cocco, prima di essere trovati dai loro soccorritori; arrivato in Patria, fu decorato con una medaglia, la Navy and Marine Corps Medal.

Anni dopo, nel 1961, mentre con la moglie Jacqueline assisteva alla cerimonia di insediamento del 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, vide con orgoglio sfilare la PT-109, rimessa a nuovo per l’occasione.

E volle sempre tenere con sé quella noce di cocco, sulla quale c’erano incise poche, semplici parole:

NAURO ISL

COMMANDER… NATIVE KNOWS POS’IT…

HE CAN PILOT… 11 ALIVE

NEED SMALL BOAT… KENNEDY

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