Alto Adige, una questione irrisolta

Ho sempre avuto un senso del dovere altissimo, soprattutto quando ero militare. Avvantaggiato dal fatto di essere scapolo, non esisteva per me alcuna differenza tra giorni feriali, festivi o fine settimana.

Così, sabato 1° agosto 1992 arrivai a Merano, nella caserma Cesare Battisti, che allora ospitava il Battaglione Logistico “Dolomiti”, perché vi ero stato assegnato.

Fiero dei miei gradi di Tenente, mi vestii di tutto punto, con sciarpa e sciabola, per salutare la Bandiera, e mi presentai dal Comandante, il Tenente Colonnello Attanasio, napoletano, che mi disse, placidamente: “e tu che ci fai qua, che è sabato?”.

Aldilà del simpatico “incidente”, a Merano ho passato quasi tre anni e devo dire che sono stato molto bene.

Certo, all’inizio ho avuto un po’ di difficoltà ed ho opposto un po’ di resistenza, ma il rapporto con la popolazione, soprattutto quella di madrelingua tedesca, è sempre stato ottimo.

Anzi, avevo una comitiva “mista”, con italiani e “alloglotti”, che, pur parlando in tedesco tra di loro, in mia presenza parlavano sempre in italiano.

Gli alloglotti, dal greco ἀλλόγλωττος, allòglottos, cioè “di lingua diversa”, sono quelle persone che, pur vivendo in una nazione, hanno un ceppo linguistico differente.

In principio, chiunque arrivi in Alto Adige, soprattutto nella valli, fa un po’ fatica a capire del perché ci siano le scritte in tedesco ed in italiano (e da alcune parti in ladino, che è un altro gruppo linguistico).

Facciamo un passo indietro (senza cadere) e vediamo perché in Alto Adige ci siano queste “particolarità”.

Fisicamente, il confine italiano a nord è sempre stato rappresentato dalle Alpi, e i territori appena al di qua ed al di là della catena montuosa hanno sempre rappresentato un problema.

Stranamente, chi è al di qua vorrebbe stare di là, e viceversa.

Questo vale sia in Alto Adige, sia in Val D’Aosta, sia in Friuli. In genere ciò accade perché quei territori sono stati annessi da questo o da quel regno, cambiando “padrone” nei secoli, dopo ogni guerra e dopo ogni trattato di pace.

In particolare, il territorio di Bolzano fu conquistato dai romani intorno al 15 a.C., entrando a far parte della Rezia, regione così chiamata per il popolo che la abitava, i Reti, e che comprendeva i territori alpini e subalpini compresi fra l’odierno Alto Adige, la Baviera meridionale, parte della Svizzera, dell’Austria occidentale e del versante alpino italiano.

Dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, la zona passò ai Regni romano-germanici, ai longobardi e infine ai franchi, entrando a far parte del Sacro Romano Impero.

Come abbiamo visto in “Carlo Magno” (e successivi), il cuore dell’Impero era germanico e la Rezia subì una germanizzazione con il trasferimento in zona di varie popolazione che venivano dai territori Franchi, soprattutto dalla Baviera.

Le prime zone ad essere “invase” furono la Val Pusteria e la zona di Merano e poi la maggior parte delle altre vallate a nord della Stretta di Salorno.

La zona tra il Brennero e Bolzano venne germanizzata nel Seicento, sopprimendo in quella zona il ladino, che è un’altra minoranza linguistica.

Nel XIV secolo la germanizzazione di Silandro, Ortisei e Chiusa era poco progredita, mentre nel XV secolo erano ancora ladine le valli Gardena, Tires, Eores e Gudon.

Va detto anche che nel corso dei secoli l’Alto Adige subì opere alterne di italianizzazione e di germanizzazione più o meno intense.

Nel Settecento Maria Teresa d’Austria eliminò molti caratteri italiani della regione; come conseguenza di ciò la percentuale degli italiani si abbassò progressivamente.

Negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia la regione fu denominata “Venezia Tridentina” ed insieme alla regione denominata “Venezia Euganea” (attuali Veneto e Friuli) e a quello detto “Venezia Giulia” costituivano il territorio detto “Triveneto”, che però a quel tempo apparteneva all’Impero Austro-ungarico.

Negli anni successivi i confini d’Italia furono portati fino allo spartiacque naturale (includendo anzi una piccola zona transalpina in prossimità di Dobbiaco) e da allora sono sempre rimasti invariati.

Negli anni Venti e Trenta la zona fu parzialmente italianizzata; in seguito cominciò ad emergere il problema della minoranza tedesca.

Passato insieme al Trentino all’Italia al termine della Prima guerra mondiale col trattato di Saint Germain, il territorio dell’Alto Adige costituì dal 1926 la provincia di Bolzano.

Il Governo fascista vi adottò, almeno in un primo tempo, una politica di italianizzazione, anche pesante, di tutta la zona.

Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938 crebbero e si manifestarono nella provincia dei sentimenti pangermanisti.

La questione sembrò risolta dall’accordo fra i governi italiano e tedesco del giugno 1939 che prevedeva un plebiscito tra gli abitanti di lingua tedesca perché scegliessero “definitivamente” fra il trasferimento nei territori del Reich o la permanenza in Italia.

Circa il 70% degli altoatesini scelse di trasferirsi in Germania; il trasferimento fu però ostacolato dagli eventi della Seconda guerra mondiale, tanto che emigrarono effettivamente solo 70 mila persone su 185 mila, ma poi rientrarono in Italia a guerra finita.

In seguito a una richiesta di restituzione da parte austriaca dell’Alto Adige e di una riunificazione del “Tirolo tedesco”, l’Italia si oppose in quanto l’Alto Adige era geograficamente italiano, e uno smembramento della Venezia Tridentina avrebbe prodotto un peggioramento economico di ambedue le province, separate sì da un fattore etnico, ma intimamente legate tra loro dalla geografia, dalla storia, dall’economia.

Fu indi sancito l’accordo De Gasperi-Gruber, che assicurava il mantenimento dell’Alto Adige all’Italia, con una completa autonomia amministrativa culturale ed economica.

Tra l’altro era previsto il riconoscimento del pieno diritto dei cittadini di lingua tedesca all’accesso alla pubblica amministrazione, dove veniva introdotto ufficialmente il bilinguismo.

L’Assemblea costituente accolse il trattato, concedendo uno statuto speciale alla Regione Alto-Adige (31 gennaio ’48) all’interno della quale la provincia di Bolzano otteneva una larga autonoma legislativa e amministrativa che ne faceva, praticamente, una “regione minore”.

Tale politica era già molto più rispettosa e benevola nei confronti della minoranza alloglotta di quanto non lo fosse stata quella riservata agli italiani d’Istria sotto il regime di Tito.

Malgrado ciò, una certa percentuale di abitanti di lingua tedesca, sentendosi “alloglotti” in uno stato dove erano e dove sarebbero stati sempre una minoranza, desideravano l’annessione della regione all’Austria.

Nacque così il Sudtiroler Volkspartei (Partito popolare del Sud-Tirolo), partito estremista fondato nel 1946 a Bolzano che, sotto la maschera dell’obiettivo di ottenere l’istituzione di una regione autonoma per la provincia di Bolzano, mirava in realtà all’autodecisione e all’annessione all’Austria.

A dar vigore a queste correnti estremiste intervenne nel 1956 lo stesso governo austriaco con la presentazione di un memorandum all’Italia contenente lamentele circa i modi di applicazione dell’accordo De Gasperi-Gruber (mancata realizzazione dell’autonomia, della parificazione dei diritti dei cittadini, delle lingue ecc.).

D’altra parte, l’Austria aveva tutti gli interessi ad acquistare una regione al di là della cerchia delle Alpi, diminuendo in tal modo l’isolamento dal mare.

Intanto si sviluppò una cruenta e barbara battaglia da parte di nuclei di terroristi altoatesini: nel decennio fra il 1956 e il ’66, vi furono oltre trecento attentati a centrali elettriche, tralicci dell’alta tensione, stazioni ferroviarie.

Dal 1964 vennero prese di mira le forze di polizia, nove tra carabinieri, guardie di frontiera e finanzieri furono trucidati fra il ’64 e il ’66.

Con l’attentato di Cima Valona (23 giugno ’67) la situazione sembrò precipitare e i negoziati in corso fra i due paesi ormai da due anni tornarono in alto mare.

Fu soltanto nel 1971 che la situazione si sbloccò con l’approvazione da parte dei parlamenti italiano ed austriaco del cosiddetto “pacchetto”, contenente provvedimenti che ampliavano ulteriormente i poteri legislativi e amministrativi di Bolzano e Trento.

Attualmente la situazione è ancora più complessa, perché la ricerca di mano d’opera e la bassa disoccupazione rispetto ad altre parti d’Italia ha fatto sì che poco più dell’8% della popolazione sia straniera, nordafricana perlopiù.

Tedeschi e italiani hanno ancora difficoltà con la convivenza. Oggi sono spesso gli italiani a lamentarsi, oggi sono loro a sentirsi in un certo modo svantaggiati.

I tedeschi si comportano delle volte con una certa arroganza che sembra un misto tra vendetta per i torti subiti nel passato e un sentimento di superiorità che vede negli italiani e nell’Italia solo le caratteristiche dei più banali luoghi comuni.

I turisti tedeschi e italiani difficilmente si accorgeranno di questi problemi. Vengono trattati bene, anche perché  portano parecchi soldi e l’Alto Adige vive per lo più dal turismo.

Ma basta sfogliare i due quotidiani della regione, “Dolomiten” (quotidiano tedesco) e “Alto Adige” (quotidiano italiano) e ci si accorge che le tensioni tra le due etnie non sono affatto sparite.

Sono le persone che vivono lì che sentono di più i problemi dell’irrisolto “problema etnico”.

Ma né l’arroganza da una parte, né l’orgoglio ferito dall’altra, risolveranno i problemi di questa bellissima regione.

Personalmente tendo a non comprendere chi porta avanti una lotta iniziata dai propri avi centinaia, se non migliaia di anni prima, e spero che le nuove generazioni, certamente più globalizzate, possano portare nuove idee per rendere più facile la vita alle minoranze, italiane, tedesche o ladine presenti in Alto Adige.

Anche perché mia moglie è di Bolzano, e io vorrei andarci, ogni tanto, in vacanza da quelle parti, senza dover imparare per forza il tedesco!

 

 

9 pensieri riguardo “Alto Adige, una questione irrisolta

  1. Negli anni 60 hanno fatto il militare lì sia mio fratello che il mio futuro marito e me ne hanno raccontate tante di “avventure” capitate in quegli anni sia a Merano che a Bolzano. Mia madre e mio padre avevano fatto il viaggio di nozze a Bressanone, dove mio padre aveva lavorato un anno prima del matrimonio. Io ho lavorato al Tonale per alcuni anni e il confine lombardo/veneto passava proprio nella cucina dell’albergo in cui io ero segretaria e interprete. Bastava andare nel primo negozio al di là di quel confine per notare la differenza fra le due culture. Però io parlavo il tedesco, oltre ad altre lingue europee e comperavo i miei “Asterix e Obelix” nella traduzione tedesca: costavano la metà rispetto a quelli in italiano negli altri negozi prima del confine.

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  2. Sono stata poche volte in Alto Adige e sono fuggita da quell’ordine maniacale, dalla pulizia patinata, da un aspetto generale che mi sembrava molto finto. Credo di essere l’unica al mondo, tutti portano questi aspetti a esempio di virtù. Inutile, sono troppo latina.

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    1. Io quando entro in quelle case in cui non trovi un cucchiaino fuori posto, mi sento talmente a disagio che con la prima scusa che riesco a trovare me la do a gambe. Del resto lo dice chiaramente la biologia: la vita è caos, è solo nella morte che le cellule si allineano tutte belle ordinate. E non per niente l’ordine era l’obiettivo principale del nazismo. Da perseguire per mezzo della morte. A casa mia il disordine regna sovrano non per incapacità di essere ordinata, ma perché io il disordine lo amo, lo adoro, lo venero, lo coltivo, lo curo, lo vezzeggio, lo coccolo. Ogni tanto gli do anche i bacini.

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  3. Mi permetto qualche puntualizzazione (ci ho vissuto 40 anni).
    In certe valli e località non si trovano affatto cartelli e scritte in tedesci e italiano, bensì solo in tedesco. E là dove gli italiani sono minoranza, cioè praticamente dappertutto tranne Bolzano e poco altro, vanno sparendo e presto saranno scomparsi del tutto, perché i figli dei matrimoni misti, sia con italiani che con ladini, in famiglia parlano tedesco, frequentano le scuole tedesche, hanno amici prevalentemente tedeschi, guardano la televisione tedesca, leggono libri e giornali tedeschi, e l’italianità scompare
    La politica fascista non è stata “anche” pesante, ma sempre e solo pesantissima, era perfino vietato l’uso della madrelingua (per inciso, non sono alloglotti: sono autoctoni e parlano la lingua originaria del luogo. Loro sono sempre rimasti a casa propria, è l’Italia che è andata lì. Cosa diversa per esempio dalle comunità greche e albanesi del sud Italia, stanziate lì da molti secoli, pienamente integrate, ma che conservano alcune proprie peculiarità e la propria lingua, diversa da quella dello stato in cui loro sono venuti), anche in privato, al punto da dover istituire le scuole-catacombe per poter far apprendere ai bambini la propria lingua e la propria cultura. La repressione per qualunque infrazione era estremamente violenta, e i rapporti “misti” erano visti più o meno come quelli fra bianchi e negri nell’America della segregazione razziale.
    Le Opzioni del ’39 avevano sì lo scopo di trasferire in Germania i madrelingua tedeschi per arricchire il “patrimonio” di Hitler e lasciare a Mussolini degli italiani fedeli, ma non è affatto questo che è stato chiesto alla popolazione. La domanda proposta – o almeno quella “raccontata”: molti erano contadini analfabeti, e la cosa da votare gli veniva spiegata – era: “Volete restare tedeschi o lasciarvi italianizzare?” senza precisare che la prima scelta comportava automaticamente il trasferimento in Austria o Germania. E quando ciò si è reso chiaro, è stato garantito che lì avrebbero ricevuto una tenuta (erano in gran parte contadini) identica a quella lasciata qui. E non tutti quelli che si erano trasferiti sono poi tornati alla fine della guerra.
    Concludo dicendo – questo tu non lo puoi sapere, ma io l’ho vissuto sulla mia pelle, esattamente come tutti i miei colleghi – che l’odio antiitaliano è praticamente materia di studio a scuola; in terza media viene regolarmente fatto vedere un film spacciato per storico, ma che in realtà non ha niente da invidiare alla propaganda di Goebbels, e tutti sapevamo esattamente quando quel film (in cui tra l’altro ci sono gli avventori al bar che giocano a carte bestemmiando a rotta di collo, cosa sicuramente realistica, ma non esattamente educativa, oltretutto in un posto in cui bestemmiano letteralmente tutti, uomini, donne, bambini, bambine, e perfino i preti), perché in quel momento senti, materialmente, l’ostilità trasformarsi in odio, e arrivano gli insulti per strada, le scritte (“Wallisch ist Scheisse, Wallisch ist Dreck”: italiano è merda, italiano è luridume) e altro ancora.

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      1. Aggiungo ancora una cosa: sono sempre più numerosi i gruppi che “celebrano” il 25 aprile come noi celebreremmo, se le celebrassimo, la rotta di Caporetto o la disfatta di Adua: una tragedia nazionale, un lutto perenne, una ferita che non si rimargina. Il partito nazionalsocialista aveva il 90%, e di eredi ne ha ancora parecchi. So per certo che verso la fine degli anni Novanta, ad addestrare i sempre più folti gruppi di naziskin venivano giù dalla Germania una volta al mese gli ultimi ufficiali dell’esercito nazista.

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