E dillo in italiano!

In Italia le professioni stanno cambiando volto già da qualche anno.

Tranne qualche mestiere molto specializzato, ci sono dei comparti che si stanno rivoluzionando, e alcune professioni nell’arco di una ventina d’anni scompariranno del tutto, sostituite da altre.

Per non parlare di come vengono chiamate le nuove professioni, argomento in cui la rivoluzione è totale.

È infatti sempre più frequente utilizzare nomi inglesi (anche quando si potrebbe fare a meno, ottenendo però meno “fascino” internazionale) per indicare qualunque tipo di lavoro.

Quindi l’Amministratore Delegato ora si chiama CEO, cioè Chief Executive Officer, oppure MD, cioè Managing Director.

Tranquilli, vuol dire suppergiù la stessa cosa.

In tutti e tre i casi si tratta di un componente del consiglio di amministrazione di una società per azioni (o altra azienda organizzata in modo analogo) al quale il consiglio stesso ha delegato propri poteri.

E quello che una volta era chiamato dirigente d’azienda? Ora si chiama manager. E il vecchio impiegato? Dipende dall’anzianità, al che può essere “junior” o “senior”.

Scorrendo su un portale dedicato al mondo di lavoro (ad esempio Linkedin) si potrà notare come più del 90% delle professioni e dei mestieri – se non tutte –  hanno ormai una denominazione in inglese.

Come mai?

L’anglicizzazione dei termini legati al mondo del lavoro può sembrare a primo impatto una pratica esclusivamente stilistica, ma non è così.

Certo, “rider” è più figo di “uomo che porta le pizze”. Oppure “shop assistant” è più bello che dire “commesso”.

Tutto nasce nel dopoguerra, quando il francese, lingua elitaria, studiata solo da quelli che si potevano permettere di studiare, è stato sostituito dall’inglese, grazie anche ad una diffusione maggiore, con l’allargamento della “base” degli studenti anche alle classi meno abbienti.

I primi settori ad essere stati “modificati” sono quelli che oggi oramai si esprimono quasi esclusivamente in inglese, come il settore medico e quello dell’economia, semplicemente perché in quei settori tutte le pubblicazioni e i convegni sono in inglese, ed è più semplice lasciarli così piuttosto che sobbarcarsi onerosi lavori di traduzione.

Successivamente, è entrato prepotentemente in gioco il mondo informatico, che si esprime in inglese e, visto che le nuove generazioni nascono in un mondo informatizzato, tutti i lavori legati a quell’universo vengono detti in inglese.

Ma sono cambiati solo i nomi o anche i lavori?

Prendiamo l’esempio che facevo prima riferendomi ai riders.

È ovvio che non è più il semplice “portapizze” di una volta. Indipendente, con l’app sul cellulare, è una sorta di freelance dell’asporto (ahia, ci sono cascato). Libero professionista, diciamo.

Poi non importa se venga pagato poco (esattamente come prima), e a cottimo (esattamente come prima). Ripeto, “rider” è anche più figo.

Però ci sono mestieri che sono cambiati radicalmente: il vecchio “IT manager” ora è (anche) un “Cloud Software Developer”, e l’obsoleto “statistico” si chiama “Data Analyst”.

È semplice evoluzione, in questo caso del mondo del lavoro.

Attenzione, l’inglese si usa anche in politica, ma non ha niente a che fare con quello del mondo del lavoro.

L’uso degli anglicismi è una delle poche cose che sono rimaste oggi del vecchio politichese, perché, pur dando un tocco di modernità al discorso, rientra tra le strategie per farsi capire meno, oltre a quelle per darsi un certo tono.

“Job’s act”, tanto per dirne una, è più semplice, per chi ha studiato l’inglese, di “legge per la flessibilizzazione del mercato del lavoro”. Ma per chi non lo ha studiato, è un casino. L’ho sentito pronunciare almeno in cinque modi diversi.

Io non ho i paraocchi, ma sono un purista, poiché ho frequentato il liceo classico, tanti anni fa (forse troppi), quando l’inglese era già la seconda lingua in tutte le scuole.

Quindi preferisco dire sempre il termine in italiano, ove possibile, senza essere talebano. Di certo non scriverò mai un annuncio come quello seguente:

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A parte che “stage” molti lo pronunciano all’inglese, cioè “stei’g” (che vuol dire palcoscenico) e non “sta’g” (alla francese) che vuol dire tirocinio.

Ma alcune di quelle parole sono davvero di troppo. Sembra quasi che siano messe lì per dare importanza al lavoro (che sarà sicuramente un lavoro di melma, leggendo bene l’annuncio).

Ovvio che anche in italiano io potrei esprimermi in modo da darmi un tono.

Una volta ho sentito uno che ha detto che lavorava nel settore della “idro-rivalorizzazione della componente estetico sanitaria delle automobili”. Aveva un autolavaggio, ma lo diceva in modo molto più figo.

Purtroppo, il settore nel quale lavoro non ha una traduzione in italiano. O meglio, la parola italiana “sicurezza” è troppo generica, perché una cosa è la “sicurezza sul luogo di lavoro”, detta “safety”, altra la “sicurezza contro le minacce”, cioè la “security”.

La figura del professionista della security aziendale, seppur già identificata e definita in Italia sin dal 1995, ha certamente avuto un impulso in tempi più recenti anche a seguito degli attacchi terroristici internazionali.

Il problema è che, pur di fronte all’evidente mutamento del contesto internazionale ed alla crescente ed incalzante richiesta di aiuto da parte delle Istituzioni per una “sicurezza partecipata”, il legislatore italiano, forse confuso dalla unicità terminologica della parola “sicurezza”, come dicevo, non è mai intervenuto (se non tardivamente e parzialmente) per dare un idoneo inquadramento al professionista della tutela aziendale.

Questo vuoto legislativo fa sì che la presenza della security aziendale sia lasciata alla volontà della dirigenza, che può o non può avere la figura del security manager in azienda (mentre il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione, che si occupa di sicurezza sul lavoro, è obbligatoria).

Io sono convinto che sia obbligatoria anche la figura del “security manager”, e non faccio questo discorso “pro domo mia”, ma perchè ho precisi riferimenti normativi.

Infatti, nella legge che ha normato la “safety”, il noto D.lgs. 81/2008, per gli amici “ottantuno-zero-otto”, viene introdotto, , per la prima volta, il concetto di “tutti i rischi”, includendo nella valutazione anche i cosiddetti “rischi atipici” (esterni all’ambito antinfortunistico che possono impattare sui lavoratori), ed aprendo, in tal modo, la porta ai rischi di security.

Ma la norma non spiega chi quei rischi li può valutare. Non introduce, insomma, la figura corrispondente al RSPP che citavo prima anche per la “security”.

Il D.lgs. 81/2008, infatti, obbliga il datore di lavoro alla predisposizione di un DVR (Documento di Valutazione dei Rischi), con la possibilità di avvalersi (“delegare” – art 16) di figure professionali dotate dei requisiti di professionalità ed esperienza necessarie per valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza durante l’attività lavorativa (art 28).

Ma proprio con la lettura combinata degli articoli citati, il 16 e il 28, si riesce a capire quanto sia necessario un professionista che, per conoscenze ed esperienza, può essere delegato alla valutazione dei rischi atipici.

Non un professionista qualsiasi, bensì un security manager. Possibilmente certificato.

Già, perché anche quello è ancora confuso. Mentre il RSPP di cui parlavo prima è in genere un ingegnere, con tanto di corsi e di certificazione, i security manager sono ex ufficiali o sottufficiali delle Forze dell’Ordine o delle Forze Armate, in possesso certo dell’esperienza, ma non delle “certificazioni” giuste.

Cioè, per chi volesse leggere solo quest’ultima riga, riassumendo, mentre per la “safety” si è organizzato un sistema “esimente”, impiegando un professionista, per la “security” si è scelto di non scegliere.

Tipico atteggiamento italiano.

Ora, scusatemi, ma mi sta chiamando il mio “smart working break manager”. Oh, è mio figlio che vuole giocare, tranquilli…

16 pensieri riguardo “E dillo in italiano!

  1. Io non riesco a capire come mai da una civiltà così stupenda come quella latina e greca che hanno influenzato il mondo intero si sia potuti passare ad totale annientamento della nostra cultura classica per favorire un imprinting anglicizzato e americanizzato su tutto. Io sono stata un’anglofila di prima categoria fino ad arrivare a parlare il Cockney Rhyming slang ma non ho mai potuto sopportare questo dominio computeristico sulla nostra vita. Perchè se riflettiamo bene l’inglese è diventato più presente con la comparsa dei computer e videogiochi. Siamo stati eclissati da un’orda di navicelle spaziali e mostriciattoli che hanno ingoiato secoli di storia per portarci verso un mondo spazzatura d’oltreoceano. E i nostri stessi costumi son stati trasformati e son diventati pessimi. Persino il cibo è diventato tutto etnico e dove sta la nostra essenza? L’arte e la cultura considerate ormai da tutti qualcosa di cui si può fare a meno, la lingua italiana ridotta ad abbreviazioni del cellulare, e noi cittadini ridotti a consumatori di prodotti online. Questa società sta decadendo del tutto e senza neppure portare con sè quei riflessi dorati del ricco passato. Tutto sembra cancellato del tutto. I nostri figli non conoscono quasi nulla della cultura italiana ma conoscono benissimo le tradizioni giapponesi e coreane. Siamo arrivati a questa ossessione orientale e alla distruzione totale delle nostre radici. 🙁

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  2. Posso solo dire una motivazione, rilevata dall’esperienza personale e dei miei figli; se lavori in una multinazionale, la lingua franca è l’inglese, usare termini anglosassoni permette di capire al volo le mansioni della persona di cui si parla. Poi che queste siano state traslate anche dal negozietto sotto casa, è possibile. Io ormai sono fuori dal gioco (retired 😉 ma i miei figli si esprimono tranquillamente con il lessico inglese, e dicono internship

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  3. “Quindi l’Amministratore Delegato ora si chiama CEO, cioè Chief Executive Officer, oppure MD, cioè Managing Director.
    Tranquilli, vuol dire suppergiù la stessa cosa.
    In tutti e tre i casi”
    Ehm… Io veramente vedo UN caso con DUE nomi: i tre casi non li vedo proprio.
    PS: “impattare” non è un’orrenda italianizzazione di impact?

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      1. Ma viene usato significato di “avere effetto su”, non di sbattere urtare spingere contro, quindi il significato è quello inglese, non quello latino. Il sostantivo “impatto” può benissimo essere violento (l’impatto col suolo di un corpo che cade dal ventesimo piano”), ma il verbo impattare nel mio Zingarelli dell’87 compare unicamente col significato di terminare una partita alla pari. L’altro significato, di recentissima introduzione, è quello inglese.

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  4. Io non sopporto l’aglicizzazione del nostro vocabolario, per l’italiano è una lingua completa (molto più dell’inglese) ed ha termini “generosi” per ogni situazione.
    Certo: i termini inglesi sono più riconoscibili in un mondo globalizzato, oltre al fatto che spesso sono anche più brevi dei nostri (ma con meno sfumature).

    Stage pronunciato “steig” non ha senso. Ovvio che lo si usa senza conoscere le lingue straniere.

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