L’uomo nato nel 1900

Sempre più spesso, per una questione anagrafica, mi capita di confrontarmi con persone più giovani di me, soprattutto sui social. Ho anche tre figli (26, 22 e 9 anni), e i confronti, soprattutto su determinati argomenti, non mancano.

Di recente ho letto “ggiovani” lamentarsi del lockdown, delle zone rosse, delle restrizioni e dei sacrifici. Non mi arrabbio neanche più, sono passato alla fase “mi fanno tenerezza” (il grigiore delle tempie aumenta e arrabbiarsi fa male alla salute).

Immagino un ragazzo nato nel 2000, che quando aveva 1 anno ha visto l’attentato alle Torri Gemelle (in realtà ne ha sentito parlare, esattamente come me, che ho visto l’allunaggio ma non lo ricordo, poiché avevo un anno nel ’69) e tutta una serie di attentati terroristici che hanno costellato l’ultimo ventennio.

Copenaghen, Tripoli, Tunisi, Ankara , Charlie Hebdo, Beirut, Parigi, Bruxelles,  Orlando, Istanbul, Dacca, Baghdad, Nizza, Kabul, Berlino, ancora Istanbul, Londra, Stoccolma, Manchester, di nuovo Londra, Barcellona, Marsiglia, New York, Strasburgo, ancora Nizza e Vienna sono solo alcuni dei luoghi colpiti dalla follia estremista.

E il terremoto dell’Aquila (2009, 309 morti), di Haiti (2010, 200mila morti), il maremoto in Giappone (2011), nell’oceano Indiano (2004, 230mila vittime).

Immagino questo ragazzo del 2000, che vive in questo mondo globalizzato, o liquido, come lo chiamava Bauman, in cui “sembrare” è molto più importante di “essere”.

Me lo immagino, vivere in un’epoca in cui il cambiamento è l’unica cosa permanente e in cui l’incertezza è l’unica certezza.

Come farà, ad avere l’ultimo modello di auto o di cellulare, quel ragazzo del 2000, se non trova lavoro, e il padre è precario? Che dramma.

Che dramma se c’è una pandemia e non può andare all’apericena (termine orrendo, che mi fa quasi piacere “petaloso”).

Allora ho provato ad immaginare il suo bisnonno, nato il 1° gennaio del 1900.

Magari figlio di italiani emigrati negli Stati Uniti, a San Francisco.

Quando quell’uomo aveva sei anni, la città californiana quasi venne spazzata via da un terremoto. Così, i genitori presero le quattro cose che si erano salvate dal sisma, e tornarono in Italia, nel loro paese di origine, in Sicilia.

Quando quell’uomo nato nel 1900 aveva 8 anni, Messina fu rasa al suolo da un terremoto che fece più di 100mila vittime.

Quando aveva 12 anni, iniziò a capire la parola “guerra”: prima la guerra italo-turca, poi quelle balcaniche, e, dopo l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, lo scoppio della Prima guerra mondiale.

Il papà di quell’uomo nato nel 1900 fu chiamato al fronte, a Caporetto, e dal 1917 non se ne ebbero più notizie.

Orfano, ma “tosto”, il nostro ragazzo iniziò a lavorare per mantenere la madre e i fratellini, e festeggiò a 18 anni la fine della guerra.

Poco da festeggiare, perché nel frattempo si ammalarono tutti di spagnola, un influenza che fece 50 milioni di vittime, tra le quali i fratelli del nostro uomo nato nel 1900.

Nel 1919, quel ragazzo fu convinto a aderire ad un partito appena nato, che prometteva di restituire all’Italia gli antichi fasti.

A ventidue anni fu coinvolto in una specie di colpo di stato, ed insieme ai suoi amici marciò su Roma.

Il lavoro andava bene, finalmente, ma nel 1929 tutti i suoi risparmi finirono bruciati nella crisi della borsa, e dovette ricominciare daccapo.

Nel frattempo, si era arruolato, almeno con lo stipendio fisso avrebbe potuto aiutare la vecchia madre. Ma nel 1942, mentre era in Albania, la madre morì, e lui dovette tornare in Italia.

Poco male, perché proprio quell’anno, per l’Italia, iniziò la Seconda guerra mondiale.

Donò l’oro alla patria, e poi anche il ferro. E nel 1945, alla fine della guerra, era rimasto solo e senza niente.

O, meglio, era insieme ad altri italiani a Marcinelle (in Belgio), nel 1956, quando molti di loro morirono nelle miniere di carbone.

Provò ad emigrare in Germania, che aveva bisogno di mano d’opera, per ricostruire una nazione distrutta dalla guerra.

Ma dovette tornare in Italia, perché non sapeva in quale Germania stare, e nel 1963 era nel Vajont, quando il crollo di una diga spazzò via interi paesi.

E dovette vivere gli anni di piombo, così chiamati perché i proiettili volavano nelle città italiane ogni giorno, ad ogni ora.

Nel 1973, ormai vecchio, e in pensione (la minima!) dovette rinunciare all’auto, almeno la domenica, per la crisi energetica che impose l’austerity alla popolazione.

E ne vide tante e tante altre, prima di morire.

Ora, quando il ragazzo del 2000 si indigna perché, durante una pandemia, è necessario limitare gli spostamenti e indossare la mascherina, quando si lamenta, perché il Wi-Fi è lento o non può andare a fare l’aperitivo con gli amici, penso ad una cosa.

Che se l’uomo nato nel 1900 incontrasse l’uomo nato nel 2000, gli darebbe un solo, ben assestato, calcio nel culo.

13 pensieri riguardo “L’uomo nato nel 1900

  1. Basta solo pensare che noi, di età inferiore ai 75 anni, non abbiamo mai dovuto passare attraverso una guerra mondiale. Mio padre, che aveva 10 anni, ben si ricorda dei bombardamenti, per dire.
    Una mascherina non lo spaventa certo di più.

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  2. Certo che ci vuole una dose mastodontica di sadismo per fabbricare un individuo che si becca tutti i terremoti tutte le guerra tutte le disgrazie tutte le catastrofi tutti i terrorismi tutte le miserie tutte le perdite tutta la sfiga esistente sul pianeta: eccheccazzo! Ma un po’ di realismo no, neanche per sbaglio?
    PS: la seconda guerra mondiale per l’Italia è iniziata nel ’40, non nel ’42.
    PPS: il punto non è l’apericena, il punto è la dimensione sociale che ci è stata annientata. Oltre alla morte per fame di chi gli apericena li serve. Perfino gli abbracci hanno vietato (delirio al quale mi sono ben guardata dall’adeguarmi) nei loro deliri di morte! E tu, facendo il vecchio saggio, te la prendi coi giovani perché vogliono vivere come esseri umani e non come topi da laboratorio?

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      1. Quelli invece che ai propri figli non hanno di che dare da mangiare perché prima gli hanno chiuso l’attività per tre mesi, poi hanno dovuto spendere un capitale per adeguarsi alle norme e riprendere con un quinto dei clienti normali e quando stavano quasi quasi per cominciare a tirare il fiato, nuova chiusura, quelli no, non hanno mica motivi per arrabbiarsi. Tu trovi normale preoccuparti per la tua famiglia e gli altri non dovrebbero preoccuparsi per la propria?! Quando oltretutto sempre più medici e ricercatori concordano sul fatto che la reclusione provoca molti più morti di quanti ne risparmi, triplicate (i primi mesi, poi sono ulteriormente aumentate) le morti per infarto, i suicidi per depressione da reclusione – oltre a quelli per disperazione -, il crollo delle difese immunitarie che aggrava radicalmente fino a esiti letali tutte le patologie di cui più o meno tutti i vecchi soffrono, e parlo soltanto delle morti causate direttamente dalla reclusione. Poi ci sono tutte quelle causate dalla concentrazione degli ospedali unicamente sul covid trascurando tutto il resto. Ma l’unica preoccupazione è che i nostri cari non si becchino il covid, poi crepino pure di tutto il resto e va tutto bene. E se si ammalano, beninteso, è colpa dei giovani che vogliono vivere, che sono egoisti, che sono stupidi, che non hanno il senso del dovere, che…

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          1. Interessante argomentazione. Interessante anche il fatto che la generazione di cui decanti le virtù è quella che, tra le altre cose, è salita in montagna a combattere e a morire per la libertà e per la democrazia, e ora improvvisamente i tuoi modelli sono quelli che non solo accettano senza fiatare ma addirittura approvano la cancellazione della libertà, l’abrogazione della Costituzione, lo stupro della democrazia, l’esautorazione dei Parlamento, l’annientamento dei diritti fondamentali, i cittadini trattati come birilli su cui fare strike, oltre alla distruzione dell’economia e della salute. Ah, quel tremendo sonno della ragione!

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            1. Stai continuando. Hai solo un difetto, perché sei una persona intelligente e con una cultura eccezionale. Non capisci quando fermarti. Se non si è capito, io ho provato a spiegare che le nuove generazioni si lamentano di privazioni di cose materiali, mentre i loro bisnonni venivano privati della vita, senza lamentarsi. Ti chiedo cortesemente di chiudere qui. Non sei d’accordo con me, l’ho capito. Ma non mi interessa, io ho le mie idee e tu le tue

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              1. Ho capito: ci sono le tue opinioni e quelle sbagliate. Certo che chiudo, non preoccuparti: ci ho messo un po’ a capire che le opinioni diverse non hanno diritto di cittadinanza qui dentro, ma finalmente ci sono arrivata. Tranquillo: non disturberò più.

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  3. Sono nata nel 1948. Orfana di padre nel 1950. Fattoria lontana dai centri abitati, senza elettricità e tutto quel che ne consegue. Dieci anni di orfanotrofio, diplomata a sedici anni poi tre anni di studi a tempo pieno in inverno e i tre mesi estivi in fabbrica per non pesare sulla famiglia. Ho superato entrambe le pandemie di asiatica pur essendomi ammalata entrambe le volte. Dal 67 all’81 il lavoro negli alberghi, dalle otto del mattino alle due di notte, due ore libere nel pomeriggio, tutti i giorni della settimana per otto mesi. Assunti e licenziati ogni stagione, senza TFR, ferie pagate eccetera. Erano anche gli anni del terrorismo, nel 79 in una settimana di mia permanenza a Bruxelles, tre bombe; a Karlsruhe, durante i processi della Baader-Meinhof (brigate rosse tedesche) si veniva aggrediti per strada e bruciavano le automobili. In Olanda sono rimasta bloccata più del dovuto a causa della rivolta delle colonie olandesi i cui terroristi avevano provocato disordini e bloccato un treno. Si viaggiava per lavoro. Si andava al mare o in montagna, quando ero bambina, se lo ordinava il medico.
    E smetto qui per non tediare.
    Ognuno di noi vive il proprio tempo. Da giovane mi sentivo una privilegiata: avevo potuto studiare, mi ero resa indipendente, avevo potuto aiutare la mia famiglia di origine.
    Poi sono venuti gli anni ottanta, in cui dare uno sculaccione a un bambino era tabù, in cui il mondo è entrato in tutte le case per mezzo della TV commerciale che, invece di migliorare la vita di ognuno di noi, ha solo distrutto la buona educazione, il buon senso e anche il buon gusto.
    Ora è il tempo in cui i dementi che abbiamo al governo si sono dimenticati il significato della parola “politica” e quando parlano pontificano e non si sono accorti che il loro cervello deve essergli rotolato fuori dal cranio.

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