Il tifoso apolide

Supponete di essere in auto, al rientro dal lavoro, e di ascoltare, nel mentre, la vostra radio preferita.

Fatto? Fatto (direbbe Giovanni Mucciaccia).

Ora supponete che durante la trasmissione intervenga un’ascoltatrice dicendo al conduttore che si dovrebbe vergognare perché certe cose sono inconcepibili (sappiate che sto edulcorando, e tanto, l’intervento in diretta di quell’ascoltatrice).

Fatto? Fatto (direbbe sempre Mucciaccia).

Qual è il motivo per cui quel conduttore si dovrebbe vergognare?

Ve lo dico? Ve lo dico: è nato a Napoli e tifa Juventus.

A prescindere che ci sono decine di motivi per cui ciascuno di noi si dovrebbe vergognare, chi più, chi meno, io QUEL motivo proprio non lo concepisco.

Un paio di anni fa avevo parlato di “tifare contro” su questo blog, spiegando di come sia fondamentalmente sbagliato tifare “contro”.

E avevo parlato di quanto il tifo sportivo sia diverso da qualunque altro tipo di “fanatismo”, per esempio quello per un cantante o per un attore in un altro articolo.

Oggi provo a capire il perché’.

Premettendo che non è obbligatorio seguire il calcio e lo sport in genere, perché tifiamo una squadra piuttosto che un’altra? Ed è mai possibile tifare la squadra di un’altra città?

Occhio, che quest’ultimo argomento è abbastanza banale, e come tale lo tratto, anzi, lo tratto subito.

Supponiamo che si debba, se si è tifosi, tifare solo per la squadra di dove si nasce e si cresce.

Emigrando che si fa? Si continua a tifare per la squadra di dove si è nati? La logica direbbe di sì.

Faccio un esempio pratico che dice però il contrario.

Io sono nato a Taranto, e quando avevo quattro anni mio padre ha cambiato lavoro e ci ha portati a nord. A Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli (non state a sottilizzare, Pomigliano è a nord di Taranto).

Dovrei tifare Taranto o Pomigliano? Il primo caso non avrebbe molto senso, perché a quattro anni avevo a malapena imparato a leggere (ero un bambino prodigio, lo confesso, sapevo anche scrivere a quell’età), figurarsi seguire una squadra di calcio.

A Pomigliano ci ho vissuto dai 4 ai 16 anni (poi sono partito militare, e da lì sono praticamente diventato apolide), quindi avrebbe più senso se fossi diventato tifoso del Pomigliano.

Nel 1984 sono andato via da Pomigliano (sottolineo l’anno non per far capire che sono ormai saggio, ma per altri motivi) e sono stato via da allora, non tornandoci più.

Perché avrei dovuto tifare per una squadra della quale non avrei mai letto su nessun giornale né visto su nessun notiziario? Infatti, il Pomigliano in quegli anni veleggiava tra la serie D e le serie inferiori, quindi negli anni pre-web non ne avrei potuto sapere nulla se non telefonando al mio amico Gennaro, compagno di classe delle medie.

Qualcuno mi ha detto, quando gli ho fatto questo ragionamento, che avrei potuto tifare Napoli, in quanto squadra più rappresentativa della Campania.

Ma questo concetto è contro quella legge di cui parlavo, ricordate? O si tifa per la squadra del posto in cui si è nati (e io non sono nato a Napoli), o per quella in cui si vive (e io abitavo in provincia di Napoli, non a Napoli).

Dunque, quella legge o c’è, e si segue, o non c’è, e allora, secondo l’articolo 21 della Costituzione (e questa legge non me la sto inventando),

“La libertà di espressione è quella a manifestare il proprio pensiero, esprimendo le proprie idee e divulgandole a un numero indeterminato di destinatari attraverso la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

L’articolo 21 non fa nessuna distinzione di contenuto, scopo o circostanze, ma garantisce la libera espressione di tutte le idee di tutti i cittadini.”

faccio come mi pare, e tifo per chi mi pare.

Sistemata l’ascoltatrice (su questo argomento), a meno che non asserisca che la Costituzione della Repubblica è una cagata pazzesca, cerchiamo di capire perché scegliamo una squadra piuttosto che un’altra e tutte le implicazioni che quella scelta ha nella nostra vita.

Così come al mondo esistono tot miliardi di persone, così esistono tot miliardi di modi di esprimere sé stessi. E il tifo non sfugge da questa regola.

Ognuno ha il proprio modo di seguire una squadra di calcio, in maniera più o meno distaccata, in maniera più o meno ossessiva, così come il proprio istinto.

Il tifo è un’espressione di sé alquanto irrazionale, ed è l’unico fattor comune tra tutti i tifosi.

Ricordo che il giorno del battesimo di mio figlio si giocava Italia-Inghilterra e al gol di Balotelli (avevamo organizzato un maxischermo nel giardino per coprire entrambi gli eventi) un mio cugino, che segue il calcio in maniera molto distaccata, mi fece notare che tra i festeggianti c’erano stati baci e abbracci, anche tra gente che non si era filata fino a quel momento.

Per come è nato, il calcio, in Italia, si proponeva di riunire sotto l’egida di uno sport (o di più sport, poiché all’inizio erano quasi tutte polisportive) l’identità del luogo in cui veniva fondato il club. Vi era una forte componente “locale”, quindi.

Caliamoci un attimo nel periodo storico (io l’ho dovuto fare per scrivere “Storia di un Grande Amore”): tanto per dire due numeri, la percentuale di analfabeti in Italia nel 1861 era del 73%; nel 1871 del 68,8%; nel 1901 del 48,5% e nel 1911 del 37,5%; a Torino, grazie al fatto di essere un grosso centro urbano industrializzato, gli analfabeti erano il 49% nel 1861, dieci anni dopo erano il 35,8%, per arrivare nei primi anni del Novecento al 13,2%.

Quindi il calcio si spostò, con il passare degli anni, dai piccoli centri in cui era nato alle grandi città, anche a causa di un altro fenomeno.

Tra il 1928 e il 1942, ben 425.174 persone emigrarono dal Sud verso i poli industriali del Nord Italia e il concetto di identità territoriale iniziò ad entrare in crisi.

E con lo spostamento dei club più importanti da Vercelli, Casale Monferrato, Novi Ligure e Genova a Milano e Torino, anche il tifo si spostò.

Il meridionale che arrivava a Torino per lavorare in Fiat, poteva trovare un punto di aggregazione ed integrazione sociale nei fan club (circoli di tifosi, per meglio dire).

Le vittorie dei club del Nord accrebbero l’autostima e resero meno triste lo sradicamento dalle proprie radici, creando un collante sociale che nessun altro fenomeno è riuscito a eguagliare.

Tifare per Juventus, Milan o l’altra squadra di Milano era, anche per chi era “migrante”, un segno distintivo.

Proprio la Juventus, con l’ingaggio di giovani giocatori provenienti dal Sud (Anastasi, Cuccureddu, Furino, Causio), attuò una sorta di strategia di “marketing” per attirare tifosi meridionali.

E la Juventus, che negli ultimi anni ha aperto a mercati “esotici”, come quello asiatico o statunitense (vedasi l’acquisto del giovane McKennie), ha sempre mantenuto questo tipo di approccio, andando a disputare in luoghi ove ha una forte componente di tifo, come in Romagna o in Sicilia, importanti partite, come il ritorno della finale di Supercoppa Europea tenutosi a Palermo.

E la strada mi pare tracciata, non solo in Italia. Anzi, basti vedere quello che sta facendo la Red Bull in Austria e Germania, acquisendo titoli sportivi e spostando le squadre dove ritiene più comodo. Come accade in NBA.

Mi pare ovvio che se non ci fosse il tifo “locale”, i campionati non esisterebbero più, perché le squadre medio-piccole, senza tifosi, non avrebbero ragione di esistere.

Molte squadre vivono di incassi delle partite casalinghe (con il Covid, infatti, molte piccole squadre falliranno), quindi è ovvio che lo “zoccolo duro” dei tifosi si trovi nel luogo di nascita del club.

Ma parlare di “tifo locale” obbligatorio, nel 2020, mi pare una forzatura.

Oggi, grazie allo streaming, possiamo fruire di notizie in tempo reale praticamente sempre. E possiamo seguire la nostra squadra del cuore, ovunque essa sia, avendola praticamente davanti agli occhi, a non più di tre metri di distanza, praticamente in ogni istante.

Personalmente credo che il tifo locale sia il tifo per eccellenza. Ma non per questo credo che se uno di Palermo tifa Catania o Milan sia una brutta persona.

Ho conosciuto, grazie al mio lavoro, gente (e tifosi) di tutto il mondo, e tra questi vi era chi è legato alla squadra del luogo di nascita, qualunque fosse, e quelli che, amando questo sport, si sono legati per un motivo “particolare” ad una determinata squadra.

Io dico sempre che tifo Juve dal 1976, anche se in realtà mi sono innamorato di quei colori nel 1979, guardando una finale di Coppa Italia, e individuando tra gli undici in campo dei campioni e degli uomini di un livello eccezionale.

Zoff, Scirea, Gentile, Cabrini, Causio… era una squadra che non poteva non entusiasmare e tra l’altro era l’ossatura della Nazionale. E visto che dal ‘74 al ’79 tifavo Olanda (come la maggior parte dei ragazzini del mio quartiere – io ero Neeskens, quando giocavamo giù in cortile), decisi di iniziare a seguire lo squadrone bianconero.

Il tifo, come dicevo all’inizio, è un processo irrazionale.

C’è chi tifa per una squadra perché vince, c’è chi tifa per una squadra perché gli piacciono i colori, c’è chi non è mai uscito dal proprio paese e tifa la squadra del proprio paese e il suo vicino di casa che tifa per una squadra di una regione o una provincia diversa.

C’è chi non si è perso una trasferta e chi, come Tiziano Sclavi, non ha mai visto dal vivo l’oggetto della propria passione (Sclavi, autore di Dylan Dog, non era mai stato a Londra quando iniziò).

Chi sa le formazioni a memoria, e chi non conosce neanche un giocatore.

Non c’è una regola, per fortuna.

Certo, tifare per la squadra della propria città può farti sentire parte di una comunità, ed essere orgoglioso delle proprie radici. Non bisogna confondere, però (come fanno troppi), la squadra con la città, che sono due cose diverse.

Perciò, cara ascoltatrice, insegnaci la tolleranza. E lasciaci tifare chi ci pare. Tanto, a te, che cambia?

5 pensieri riguardo “Il tifoso apolide

  1. Faccio fatica a capire il “tifo”, forse perché non amo molto il calcio e raramente guardo una partita. Le poche volte che ho guardato una partita, di solito mi piace se vedo giocare bene, indipendentemente dalla squadra che gioca bene; così come per gli altri sport, chi è migliore merita di essere riconosciuto. Poi, capisco il campanilismo che, credo, abbia poco a che vedere con lo sport, ma giustifichi il “tifo”. Come quando in una famiglia si prenderebbe a schiaffi il proprio figlio impertinente, ma guai se qualcun altro lo critica.

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  2. Ci sono tantissimi tifosi bianconeri in ogni regione d’Italia.
    Chi si meraviglia che si tifi Juve (ma anche altre squadre) fuori da Torino vive fuori dal mondo.

    A dire il vero io tifo Padova e Milan.
    E quando ci fu “Padova Milan” tifavo indiscutibilmente Padova.

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