Marcello Rocchi

Spiegare chi sia o cosa rappresenti Marcello Rocchi per chi ha avuto il piacere di conoscerlo è difficile.

Ma spiegare chi sia o cosa rappresenti Marcello Rocchi per noi “ex-allievi” della Scuola Militare Nunziatella, soprattutto per quelli della mia generazione, è complicatissimo.

Per alcuni di noi è molto più di un ex comandante di plotone, soprattutto per come intendeva i rapporti personali.

In fondo, quando io ero un giovane allievo sedicenne, nel periodo dal 1984 al 1987, Marcello era un giovane tenente dell’Esercito appena trentenne.

Quindi, pur nel rispetto dei gradi e dei rispettivi ruoli, era più un fratello maggiore che un comandante.

Episodi ce ne sono a centinaia, nei tre anni trascorsi tra le mura della Scuola, o durante le esercitazioni, o in libera uscita, e io ne voglio ricordare uno in particolare.

Da anziani, nonostante il divieto di uscire in borghese, eravamo organizzati, ed avevamo affittato una stanzetta in un vicolo del centro, dove ci andavamo a cambiare in abiti “civili” (da contrapporre a “militari”, non a “incivili”, in questo caso).

Un sabato pomeriggio venimmo a sapere che in Piazza Plebiscito, che allora era adibita a parcheggio (ora non so, ma credo sia area a traffico limitato), ci sarebbe stato il comizio di un noto politico del tempo, e visto che da poco ci affacciavamo alla vita sociale e alla politica (io avevo da poco compiuto 18 anni, e intendevo far valere il mio diritto di cittadino votando, povero illuso…), decidemmo, dopo esserci cambiati in borghese, di andarci.

Nonostante la folla immensa, mentre stava per iniziare il comizio, io mi sentii sussurrare da dietro: “A Dicà, non sapete che per i militari è vietato seguire comizi in divisa?”. Era Marcello Rocchi, con impermeabile alla “tenente Sheridan” e cappello Borsalino.

“Ma, tenente…” provai ad obbiettare che non eravamo in divisa, ma mi resi conto che così avrei ammesso l’altra colpa, cioè quella di essermi cambiato in borghese.

“Ehm, tenente, eravamo solo di passaggio, stiamo andando a mangiare la pizza da Settesoldi”.

“Bravi”, rispose Marcello, e visto che sapeva che la sua presenza in quella piazza era illecita tanto quanto la nostra (non vi sto a spiegare perché, ma una volta esistevano certi concetti, tipo la correttezza, l’onorabilità, e così via), “quasi quasi vengo con voi”.

Fu la libera uscita più bella di quell’anno, con un fratello maggiore che ci spiegava cosa fosse essere militari, cosa significasse far parte dell’Esercito. Con citazioni mai saccenti (lui, che dalla maggior parte di noi era additato come “ignorante”, perché proveniente dal “complemento” e non dall’Accademia, aveva in realtà una cultura storica pazzesca), ci fece innamorare della sua scelta di vita.

Nel giugno successivo, durante il concorso per l’Accademia Militare, decisi di fare domanda per l’Esercito e il mio primo incarico fu a Merano, in una caserma degli Alpini.

Grazie Marcello, per quella serata, e per avermi fatto, involontariamente, conoscere quel mondo, che ha influenzato (positivamente) il resto della mia vita.

P.S.: Rientrati alla Scuola, il tenente Marcello Rocchi, ripreso il suo ruolo, ci convocò per il mattino dopo nel suo ufficio. Con la motivazione “A diporto in abiti borghesi”, ci diede 1 giorno di consegna. E visto che era domenica, uscimmo affranti dall’ufficio, sapendo che la avremmo passata in quelle quattro mura. Uscendo dall’ufficio, Marcello Rocchi ci apostrofò “siete anche fortunati, perché la punizione parte da ieri…”.

Ciao Marcello. Fai buon viaggio.

Un pensiero riguardo “Marcello Rocchi

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