Il bel giuoco

Tempo fa, ne “Il gioco più bello del mondo?” avevo analizzato quali siano le caratteristiche che deve avere uno sportivo per giocare a calcio.

Dalla breve (per questioni di spazio) analisi era venuto fuori una specie di “identikit”, di una “persona” che deve avere una padronanza tecnica del gioco del calcio, una certa capacità atletica, un’attitudine tattica, un’abilità “spaziale” e in ultimo (non certo per importanza) un’abilità mentale, ripartita in quattro sotto-caratteristiche: attenzione, carisma, dedizione e altruismo.

Se una persona ha queste capacità, può senza dubbio dedicarsi al pallone dal punto di vista professionale, anche se nell’articolo succitato non ho scritto la caratteristica più importante (che vale non solo nel calcio, ma in qualunque attività si voglia intraprendere): il talento.

Non confondiamo però il talento con l’abilità. L’abilità è il talento applicato: cioè, la differenza tra talento e abilità è che se il talento ce l’hai, ma non ti applichi, non diventerà mai un’abilità.

Per quanti calciatori abbiamo sentito la frase: “se si fosse allenato di più (o se si fosse applicato di più, e questa vale anche in altri campi) sarebbe stato il migliore”? In questo caso uso sempre un esempio basato su alcuni dei maggiori talenti della storia del calcio, come George Best e Ronaldinho.

Non vi sto a tediare con le loro storie (stranote), ma due che vengono considerati tra i migliori giocatori di tutti i tempi, con un immenso talento, ma con un’indole autodistruttiva, cosa sarebbero diventati se si fossero dedicati ossessivamente al calcio come un Cristiano Ronaldo, tutto palestra e insalatine insipide?

O magari, il loro talento non sarebbe sbocciato, perché proprio quella vita “ordinaria” ne avrebbe spento l’estro… Chi sa, la risposta forse non è di questo mondo.

Viste dunque le caratteristiche specifiche dei singoli calciatori, chiediamoci oggi un’altra cosa: che caratteristiche deve avere una squadra per poter competere ad alti livelli?

La domanda non è semplice, perché i fattori in ballo possono essere tantissimi.

Ora, il giovane lettore mi dirà: “Per avere una squadra forte, basta comprare undici giocatori forti”. Lapalisse si starà scompisciando, ovviamente.

Comunque, caro lettore, non è sempre così: la Juventus guidata da Marcello Lippi, vincitrice della Champions League nel ’95-‘96 e finalista per tre edizioni consecutive del torneo, è stata grande protagonista in Europa nella seconda metà degli anni ’90, e non era composta da “figurine” e soli “top-players”, ma al contrario era un mix di giocatori forti e giocatori funzionali, che, proprio perché inseriti in un contesto favorevole, rendevano più del 100%.

“In quella squadra c’erano qualche fuoriclasse e tanti campioni. Perché campioni non lo si è soltanto nel giocare a calcio, ma anche nel comportamento, nella professionalità, nell’atteggiamento e nell’unità d’intenti”, ha dichiarato lo stesso Lippi tempo fa.

Così introduciamo il primo parametro da prendere in considerazione per creare una squadra competitiva: la funzionalità.

Sempre per rimanere ai fatti nostri, Conte è riuscito a rendere funzionali giocatori come Pepe e Giaccherini, che in altri contesti non hanno poi reso come alla Juventus.

Tornando a noi, quindi, per avere una squadra competitiva devi avere giocatori funzionali, ma anche qualche campione, perché se hai solo giocatori funzionali, ma con scarsa esperienza internazionale, ad esempio, non riesci a fare il salto di qualità e competere per vincere.

Penso alla Juventus costruita da Boniperti e Allodi ad inizio anni ’70, una squadra “giovane” e forte, che con il tempo è diventata “esperta” e fortissima e ha vinto, in poco più di una decina d’anni, almeno una volta tutti i trofei ai quali ha partecipato.

E qui capiamo forse quale può essere un’altra caratteristica che devono avere le squadre per poter competere ad alti livelli: una forte società, solida, composta da gente competente e dalle idee chiare.

Il Presidentissimo comandava la “nave” in altri tempi, senza dubbio, e non credo che oggi sarebbe contento dell’andazzo che ha preso il rapporto giocatori-società, ma, appunto, erano altri tempi. Il timone era comunque tenuto drittissimo.

Avere alle spalle una società “forte” aiuta. Pensate alla squadra che ha vinto lo scudetto l’anno scorso, che venti giorni dopo i festeggiamenti ha dovuto rinunciare al proprio tecnico e successivamente anche ai suoi due migliori giocatori, proprio perché non ha una forte proprietà alle spalle.

Una terza componente molto importante è lo staff tecnico. E non parlo solo dell’allenatore, ma di tutti i componenti dello staff.

Quindi, se una squadra ha una società solida, un ottimo staff tecnico, ed un solido gruppo di giocatori “funzionali” al gioco che vuole fare l’allenatore, direi che ha tutto per competere ad alti livelli.

Ma le società di calcio, che non sono onlus, devono anche vincere, qualche volta. Altrimenti può succedere che la società non riesca ad avere i ricavi sperati, che gli sponsor fuggano e che i tifosi non vadano più allo stadio, o non comprino più magliette. E se gli incassi calano, non puoi comprare il calciatore idolo delle folle o l’allenatore sognato da tutti i tifosi.

Ma è davvero così importante l’allenatore per vincere? Alcuni dicono che non conti per più del 20 percento, altri dicono il contrario. La verità è nel mezzo, come accade spesso.

Io credo che, come in tutte le cose, il discorso sull’allenatore vada contestualizzato: se hai una squadra che vuole vincere trofei, devi avere un allenatore abituato a vincere, perché c’è poco da fare, esistono le categorie; certi allenatori, pur bravissimi, non alleneranno o non hanno mai allenato un top club, perché lì le pressioni sono di tipo diverso.

Proprio per questo, in questi ultimi anni è nata una dicotomia tra “belgiochisti” e “risultatisti”, cioè tra i fautori del “bel gioco” e i fautori del risultato a tutti i costi, come se esistessero allenatori la cui finalità non sia quella di ottenere risultati.

È una falsa dicotomia, a mio modesto parere, perché se un allenatore fa giocare bene la propria squadra ma non vince mai alla fine il presidente lo manda via. Di esempi ce ne sono a centinaia.

Posto quindi che il risultato non è importante, ma fondamentale, che cosa vuol dire giocare bene? E c’è differenza tra giocare bene e praticare un bel gioco? Proviamo anche in questo caso ad essere analitici.

Una squadra di calcio deve essere ovviamente “efficiente” (cioè “rispondere bene ai fini a cui dovrebbe servire”) e, per giocare bene, deve anche essere “efficace” (definizione: “che produce pienamente l’effetto richiesto o desiderato”), quindi esaltare i propri punti di forza e ridurre i punti di forza dell’avversario.

Una squadra come l’Atletico Madrid (soprattutto quella che nel 2016 arrivò in finale di Champions, nda) può colpire poco l’occhio, ma è tremendamente efficace: è durissima giocarci contro.

Anche il Barcellona di Guardiola era tremendamente efficace, ma praticava un calcio completamente diverso da quello impostato da Simeone: infatti, grazie al fatto di avere due mostri in mezzo al campo come Xavi e Iniesta, faceva del possesso palla il proprio credo e annichiliva le squadre avversarie non concedendo mai la possibilità di giocare. “Palla a noi, giochiamo noi; palla a loro, giocano loro” diceva un noto allenatore.

Quindi abbiamo visto come due filosofie completamente opposte possano creare delle squadre “efficaci”, che quindi giocano bene. A questo punto giocare bene è immensamente differente da “bel gioco”, che assume un significato estemporaneo.

Anche perché una squadra bella da vedere per me potrebbe non essere bella per qualcun altro. E una squadra potrebbe essere bella da vedere, quindi praticare un bel gioco, ma non vincere nulla (e quindi non essere efficiente).

Un esempio è il Napoli guidato da Sarri dal 2015 al 2018. Faceva spesso belle partite, ma la bacheca era drammaticamente vuota.

Se però noi ricordiamo l’Ajax (dal ’65 al ’73), o il Barcellona (2008-2011), o il Liverpool (‘75-’84), o la Juve (’77-’86), o il Milan (’87-’91) non è solo perché erano belle da vedere, ma perché negli anni che ho indicato tra parentesi hanno riempito le proprie bacheche di trofei.

Tra gli analisti, quelli “seri”, si fa infine la differenza tra calcio reattivo e calcio proattivo: anche questa la definisco, personalmente, una finta dicotomia.

Nel senso che una squadra vincente deve essere reattiva (che è l’attitudine ad aspettare e a lasciare che siano gli altri a fare la prima mossa) o proattiva (cioè affrontare situazioni anticipando le mosse dell’avversario) contemporaneamente, più volte una e l’altra nella stessa stagione ed anche nella stessa partita.

Ho letto da qualche parte che essere proattivi permette di raggiungere obiettivi e di perseguirli ed è un approccio di certo molto proficuo, ma che esistono momenti in cui è bene saper reagire e saper rispondere in maniera consapevole. E non l’ho letto in un manuale di calcio, ma in un convegno sul “fare azienda”.

E la Juventus, ed in particolare il suo allenatore Massimiliano Allegri, che tipo di calcio pratica? È efficace? È efficiente? Troppo spesso sento dire che Allegri gioca così o gioca cosà, ma sto iniziando a pensare che molti degli analisti non abbiano ancora capito come giocano le squadre di Allegri.

Come faceva notare l’amico GaeThanos su Twitter, Max Allegri, fin dai tempi di Cagliari e Milano, non ha mai pensato ad un modulo base per la propria squadra, ma ha sempre pensato al calcio come “adattamento” alle caratteristiche dei singoli. Certo, il canovaccio è uno, ad esempio la difesa a quattro, o a tre, o come vi pare, ma poi, in base agli interpreti, agli avversari, e alle situazioni specifiche può passare a tre a quattro oppure a cinque, in una specie di “improvvisazione”.

Attenzione: improvvisare non vuol dire che non si sa cosa si stia facendo, ma il contrario. Solo che Allegri quello che fa non lo definisce, non lo chiama “il mio calcio”, perché sa benissimo quanto sia importante la “contaminazione” e sa benissimo che certe idee non possono avere un copyright.

Ad esempio, nell’ultima partita con la Sampdoria, ha iniziato a provare Bentancur e Locatelli che, alternativamente, si piazzavano tra i due centrali di difesa che si allargavano, attuando la “Salida Lavolpiana”, cosiddetta perché messa in atto dall’ex portiere argentino Ricardo Lavolpe.

Il meccanismo è semplice solo in teoria, una sua corretta ed efficace applicazione è più complessa di quanto appaia a prima vista. E il fatto che, eliminando le due sciagurate partite iniziali, Allegri stia iniziando a provare diverse soluzioni fa capire come quelli che pensano che sia solo un gestore sbagliano.

Altre volte ha provato, se non ricordo male con il Milan, a far scambiare di posizione i terzini con le mezze ali, altre volte (con la Roma, ad esempio) ha tenuto uno dei due terzini (Danilo) bloccato di fianco ai difensori centrali mentre l’altro (De Sciglio) avanzava da vera e propria ala.

Con lo Zenit, sempre per continuare con gli esempi, ha iniziato a provare il centrocampo a tre con un incursore (McKennie) e due “registi” (Locatelli e Bentancur), un po’ come fa Mancini con la nazionale.

Tutti questi schemi non nascono dal nulla, né si insegnano in due allenamenti. Questo, forse, spiega l’avvio balbettante di stagione (oltre al lavoro sulla testa dei giocatori, devastati da due anni di dettami opposti e dall’addio dell’attaccante titolare a tre giorni dalla fine del calciomercato).

Ora, tutti i lunedì (o i giovedì, o comunque i giorni post-partita) mi tocca sorbire le lamentele dei “da juventino”. Dopo il pareggio di San Siro uno ha detto: “preferisco l’Atalanta, che almeno gioca bene”. Alzo le mani. L’unica cosa che mi chiedo è, “ma perché tifate una squadra se non vi va MAI bene?”.

È così difficile capire che al calcio giocano due squadre contrapposte? Per quello ribadisco quello che ho scritto qualche riga più in su: il bel gioco, semplicemente, non esiste. Perché se ti trovi di fronte una squadra che ti fa esprimere il calcio che vuoi praticare, giochi bene. Altrimenti, giochi male.

Se ti trovi davanti una squadra che vuole giocare a calcio, senza tatticismi esasperati, potrai esprimere il tuo miglior calcio. Altrimenti, dovrai cambiare partita durante. Lì subentra la capacità dell’allenatore di leggere le situazioni.

E, state pur certi, pochi sanno leggere i cambiamenti dell’inerzia delle partite come il duo Allegri-Landucci.

Un’ultima considerazione. Prima una tabella.

Negli ultimi vent’anni, le italiane in Champions sono arrivate sette volte in finale, cioè il 10% delle partecipanti (74). Se si riduce il conteggio agli ultimi dieci anni, nonostante ormai da cinque anni non facciamo più neanche i preliminari, le squadre che arrivano in fondo sono sempre meno.

E questo perché evidentemente il calcio italiano si è via via indebolito rispetto ad altre nazioni, che a livello europeo portano avanti molte più squadre. In sintesi, siamo più scarsi degli altri (e lo “spettacolo” dei pareggi bruttissimi tra le prime della classe nel nono turno di campionato qualcosa dovrebbe dire).

La colpa di questa “scarsitudine” a cosa si può imputare? Agli allenatori? Io non credo, come diceva un noto senatore.

Io ritengo che molti giocatori vengano “sopravvalutati” dalle piccole società, ed una volta arrivati al top ci si renda conto del loro reale valore. Meglio puntare sui giovani, sulla “cantera”, e dare la possibilità a ragazzi di venire fuori con calma, anche a costo di non vincere.

Come? Bisogna vincere per forza? E allora ditelo, che aveva ragione Boniperti, quando diceva che vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...