La percezione del passato nel calcio

Quando ero bambino, colpevolmente, perché ero molto pigro, non ho praticato con assiduità nessuno sport. Poi, verso i dodici anni, grazie ad alcune conoscenze di mio padre, iniziai a giocare a calcio in un piccolo club della periferia di Napoli.

L’allenatore della squadra era un ex calciatore dell’Internapoli, la squadra di calcio del quartiere Vomero dove avevano giocato Giuseppe Massa, Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia e che negli anni ’70 era stata una vera e propria “favola”, sfiorando la promozione in serie B.

La breve vita dell’Internapoli aveva nutrito false speranze in chi si augurava di poter avere una doppia squadra cittadina come Milano, Torino, Genova, Roma e Verona, ma molti ragazzi di oggi non sanno neanche che l’Internapoli è esistita.

Tornando a me, devo dire che ero sufficientemente scarso, ma avevo due capacità: non facevo mai due volte lo stesso errore, ma soprattutto avevo un ottimo senso della posizione in campo.

Il Mister, che mi voleva bene, all’inizio mi schierò terzino sinistro, per limitare i “danni” difensivi, ma dopo un po’ iniziò a farmi giocare stopper (ero già alto, per la mia età) e poi definitivamente davanti alla difesa, a marcare il regista avversario.

A sedici anni, partendo militare, abbandonai i sogni di gloria, per la verità già ridottissimi. Ora ho un figlio di dieci anni e già da quando era più piccolo mi chiedevo che sport sarebbe stato migliore per lui. Mi sarebbe piaciuto il rugby, per motivi che dirò dopo.

Dopo un paio di anni di atletica, in cui ha imparato ad essere un po’ più coordinato, quest’anno ha scelto basket, e devo dire di essere in parte contento. Intanto, perché non ha scelto calcio come la maggior parte dei suoi coetanei.

Ma torniamo al rugby. Il rugby, più di ogni altro sport, ha un patrimonio di valori eccezionalmente ricco. È probabilmente l’unico sport in cui si ritrova traccia dello spirito olimpico, quello dell’antica Grecia, non quello delle finte Olimpiadi moderne.

Nobiltà, lealtà, senso di responsabilità, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, altruismo, amicizia, impegno, gioco di squadra, determinazione, coraggio, questi ed altri valori sono nel “codice” del rugby e coinvolgono tutti: giocatori, tecnici, dirigenti, tifosi.

Ad esempio, il rugby è l’unico sport in cui esiste il terzo tempo, che si svolge dopo la partita e fa riunire tutti i giocatori delle due squadre, che colgono l’occasione per offrirsi da bere e da mangiare e scambiare opinioni e considerazioni come succede tra amici.

Il “terzo tempo” racchiude in sé uno dei principi fondamentali del rugby: la sportività. Dopo una battaglia come un match di rugby, spesso si creano amicizie stabili e forti tra i giocatori, che fino a pochi minuti prima stavano combattendo, sempre sportivamente, sul campo.

Di questi aspetti non c’è traccia nel calcio. Eppure, il calcio potrebbe interpretare un ruolo straordinario, grazie alla sua diffusione tra le masse. Lo abbiamo rivissuto quest’estate, quando la nazionale ha vinto gli europei. È durata, però, come la frase “ne usciremo tutti migliori”, il tempo di un amen.

Questo perché il calcio, adesso, è esasperazione. Partiamo di nuovo dal concetto dello sport praticato da bambini. Secondo una ricerca, in Italia, il 49% dei bambini tra i 6 e i 10 anni che praticano sport, giocano a calcio. Pensate che veicolo straordinario, imparare fin da piccoli la sportività e il lavoro di squadra.

Gli adulti, che in teoria svolgerebbero un ruolo fondamentale nel fornire ai bambini un “codice di lettura” degli avvenimenti di campo, hanno però dei comportamenti errati, come urlare, protestare, delegittimare l’arbitro o gli avversari, cercare alibi. Tutto ciò trasmette un messaggio opposto dell’essere responsabili, coraggiosi e lavorare di squadra.

In tal modo i bambini si sentono autorizzati ad agire secondo i modelli di comportamento che vedono. E poiché per molti giovani il calcio non è solo il primo amore ma anche una passione, che seguono anche successivamente alla pratica, imparare a vivere male il calcio vuol dire viverlo male anche da tifosi.

Poi, c’è un altro discorso, che è quello principale per cui ho deciso di scrivere questo pezzo. La percezione del passato. Io ho una pessima memoria da sempre, e facevo una fatica immensa ad imparare le poesie a memoria, a scuola. Però ho imparato a memorizzare fatti ed avvenimenti, ed in ogni caso, grazie all’immensa “biblioteca” che è oggi il web, sono riuscito a scrivere anche un libro che parla di fatti accaduti più di cento anni fa.

Però, scrivendo, mi sono reso conto che non sempre il ricordo che abbiamo di un avvenimento è rispondente a ciò che abbiamo vissuto quando quell’avvenimento si è verificato.

In fisica si afferma che il tempo non “trascorre” ma semplicemente “è”. Eppure, nessuno di noi può dubitare che il tempo passi. È “colpa” del nostro cervello, che ci da uno strumento per sopravvivere, tramite le emozioni.

È innegabile che una forte emozione ci faccia ricordare un avvenimento, mentre magari non ricordiamo così bene i momenti di noia.

Provate a chiedere, se non lo siete voi stessi, ad un appassionato di calcio che ha visto una finale in uno stadio, se non ricorda perfettamente gli episodi più importanti di quella partita. Io, per esempio, ho frequentato per parecchi anni gli stadi, soprattutto per vedere la mia amata Juventus, che proprio il 1° novembre ha compiuto 124 anni.

Ricordo perfettamente tutte le partite che ho visto, ma non ricordo proprio tutto. A parte quella volta che perdemmo il derby (sì, proprio quella volta dei tre gol in cinque minuti) ed ero andato in bagno (quindi, non avevo visto la rimonta del Torino: all’inizio pensavo fosse uno scherzo dei miei amici, ma leggendo il tabellone mi resi conto che lo scherzo forse era un po’ troppo elaborato), ricordo, a partire dal gol di Chimenti in Palermo-Juventus del ’79 al gol di Latte Lath in Juventus-Atalanta del 2017, tutti i gol che ho visto allo stadio.

Se però devo dire con precisione con chi ero allo stadio, più vado indietro, più faccio fatica ad avere un ricordo netto e preciso, confondendo luoghi e date. E succede la stessa cosa se, pensando ad un dato periodo della stagione calcistica, devo ricordare come erano le sensazioni e l’atmosfera intorno alla Juventus.

Sta succedendo proprio in questi giorni che quello che sta passando la “Vecchia Signora” sia spesso paragonato a episodi del passato, a volte con giusta ragione, a volte meno. Intanto, ritengo che vada fatto un distinguo, dividendo i periodi storici in base alla copertura mediatica che hanno avuto.

Il calcio, fino al 1954, non veniva visto in TV. Proprio quell’anno, per i campionati mondiali disputatisi in Svizzera, ci fu il debutto sul piccolo schermo, che allargò anche il concetto di come i tifosi vedevano il calcio. Se fino ad allora ci si “accontentava” di vedere allo stadio i propri beniamini, vedere i campioni che giocavano all’estero fornì spunti che furono forieri di novità anche dal punto di visto tecnico-tattico.

E proprio grazie ad una maggiore diffusione del “prodotto” calcio, nacque ed esplose una nuova competizione, la Coppa dei Campioni, in cui tutti i campioni nazionali delle varie federazioni si sfidavano in un torneo per stabilire la squadra di club “campione d’Europa”.

La seconda rivoluzione che avvenne in Italia fu legata alla possibilità di tesserare di nuovo i giocatori stranieri, cosa che dal 1966 al 1980 aveva da un lato abbassato il livello tecnico del campionato, dall’altro rinforzato chi dello scouting aveva fatto il proprio credo.

Cosa curiosa, mentre le squadre italiane nelle coppe andavano maluccio (mentre con gli stranieri in squadra qualche successo lo avevano raggranellato), la nazionale trovò, grazie al blocco Juve, una generazione che giocò il miglior calcio nei mondiali di Argentina ’78 e vinse i mondiali ’82.

La riapertura delle frontiere ebbe anch’essa un doppio riflesso: se è vero che a partire dagli anni ’80, sempre con la Juventus come apripista, le italiane iniziarono a vincere Coppe europee come se piovesse (o quanto meno ad arrivare spesso in fondo), la nazionale iniziò a pagare l’aumento di giocatori stranieri soprattutto in determinati ruoli.

Terzo passo cruciale, la cosiddetta “Sentenza Bosman”. Nel 1995 il calciatore belga Jean-Marc Bosman era in forza al RFC Liegi malgrado un contratto scaduto nel 1990. La sua volontà di passare al club francese del Dunkerque fu però vanificata, in quanto questo non offrì all’altra squadra una sufficiente contropartita in denaro.

Posto intanto fuori rosa, Bosman si rivolse alla Corte che, in base all’articolo 39 dei trattati di Roma, dichiarò restrittivo il sistema dell’epoca. Il 15 dicembre fu approvata una nuova norma, in base alla quale i calciatori dell’Unione europea potevano trasferirsi gratuitamente, alla scadenza del contratto, a un altro club purché facente parte di uno Stato dell’UE; inoltre, se il contratto corrente avesse avuto una durata residua non superiore al semestre, il calciatore avrebbe potuto firmare un precontratto gratuito con la nuova società.

La novità fu assorbita con gli anni e non ebbe un effetto immediato, e in molte società i presidenti continuavano a fare i padre-padroni con i calciatori. I limiti prima posti sul tesseramento degli stranieri si spostarono sui calciatori extra-UE, in modo che le federazioni mantenessero una parte di controllo sul movimento di quelli che ormai erano veri e propri lavoratori.

Nacque così la figura del procuratore, sul quale voglio dire una sola cosa. Se non si porrà un freno a certi procuratori, il sistema prima o poi imploderà. Intanto, se sei procuratore del giocatore X, e il giocatore X ha un contratto fino al 2025, fino al 2024 non ti devi presentare in sede se non convocato dalla squadra di appartenenza di X.

Questa cosa che ogni anno si debbano rinnovare i contratti, mettendo delle clausole pro-procuratori (scusate la cacofonia), quando i procuratori dovrebbero essere stipendiati dai calciatori, a me proprio non scende giù. E qui taccio perché non mi piacerebbe essere querelato.

Ultimo passaggio nella divisione dei periodi, più o meno il periodo dell’esplosione dei social network e dei programmi di messaggistica istantanea. Pur avendo preso piede nei primi anni del secolo, fu il periodo 2009-2010 che vide la deflagrazione del fenomeno, cosa che vediamo ancora oggi.

Quindi, ricapitolando, nascita della TV, apertura delle frontiere, sentenza Bosman, nascita dei social network sono i passaggi che ci devono far leggere i periodi in modo diverso tra loro.

E qui spiego il senso di questa divisione in periodi. Non è paragonabile il periodo del passato in cui c’era Boniperti presidente con i tempi moderni, ma neanche quello della Triade (e non sono paragonabili tra loro), perché il calcio dei vari periodi è diverso.

Era diverso il calcio giocato, erano diverse le dinamiche ed era diversa la fruizione che se ne faceva. Io stesso, quando ero ragazzo, molte vittorie della Juventus le ho vissute in “differita”, perché magari ero all’estero per lavoro.

Smettiamola di dire che certi centrocampisti o attaccanti che oggi vestono la maglia della Juventus con Moggi e Giraudo non avrebbero giocato. Primo, perché è ovvio. Secondo, perché Moggi e Giraudo, pur essendo stati dipinti come i peggiori farabutti del mondo, oltre ad essere stati assolti (ma non è questa la sede), rispetto a certi personaggi (procuratori e dirigenti) arrivati successivamente nel calcio sono sicuramente dei paladini della libertà e della giustizia sociale.

Quindi, quando facciamo dei paragoni, pensiamoci bene: ma è vero che la Juve di Marchesi giocava male, o sono io che ricordo così? Vi sblocco un ricordo, come si dice oggi: sì, giocava davvero male.

3 pensieri riguardo “La percezione del passato nel calcio

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