La gioia nel calcio

Toda joia toda beleza è una canzone di Roy Paci ed è diventata famosa qualche anno fa perché veniva utilizzata come sigla della trasmissione televisiva Zelig. Il significato della canzone è chiaro, esprime la gioia di vivere e di come la bellezza del mondo che ci circonda renda ancora più meravigliosa la vita.

Curiosità: il soprannome di Paolo Dybala, “La Joya”, inventato da un giornalista argentino quando si vociferava di un suo trasferimento, ancorché molto giovane, in Italia, significa “gioiello” (e non gioia) e curiosamente si pronuncia “ho-gia”, non “gio-ia”, come sento dire spesso. Quella corretta è la pronuncia argentina, in cui si è persa l’origine francese della parola, la seconda quella spagnola (o italo-spagnola).

Ma visto che non voglio parlarvi di pronuncia, né di gioielli, ma di gioia, vorrei riflettere su un aspetto particolare dello sport, cioè “la felicità” e, ovviamente, le emozioni che lo sport suscita.

Le emozioni sono un elemento fondamentale nello sport e sono, in teoria, in grado di far accrescere o far diminuire le prestazioni, sia individuali sia di squadra. Si sa che il motivo principale dell’introduzione dell’educazione fisica nelle scuole era risvegliare negli alunni il piacere per il movimento e trasmettere loro che una pratica sportiva regolare, unita ad uno stile di vita sano, abbia effetti positivi sullo sviluppo fisico, sociale, emotivo e intellettuale; perciò, non si capisce perché in alcune scuole l’ora di educazione fisica sia un’ora “persa”, ma non è questo il consesso in cui discutere di ciò.

Pensiamo proprio a quando eravamo bambini: com’era divertente giocare a pallone (o qualunque altro gioco) insieme ai nostri amichetti? Tutti a correre dietro alla palla senza preoccuparsi di avere uno “scopo”, se non quello di divertirsi. Ci sarà il solito disfattista che dirà: “io non è che mi divertissi tanto”. Non è vero, ricordi male, caro il mio leopardiano.

I bambini, se non si divertono, non giocano. Ergo, quando giocano lo fanno perché si divertono. Finché il gioco viene preso come “gioco” e non come competizione, funziona così.

Poi, crescendo, le cose si complicano. Si complicano perché vogliamo che si complichino. Infatti, quando inizia la competizione, quindi il concetto di vittoria e sconfitta, le emozioni iniziano a condizionare (ma sempre perché noi lo vogliamo) anche le nostre prestazioni.

Le emozioni però hanno uno scopo funzionale, e sono state categorizzate principalmente in emozioni di base ed emozioni complesse connesse con l’interazione sociale. La rabbia, la paura, la tristezza, la gioia, il disgusto e la sorpresa sono emozioni di base, ed ognuna di loro ha un’espressione “tipica”, una “risposta” fisiologica ed una “funzione”.

Ad esempio, la paura, che è la risposta ad una minaccia di danno, fisico o psicologico, attiva degli impulsi utili a bloccare o sfuggire il pericolo. Ce ne accorgiamo per l’espressione del volto, con le sopracciglia sollevate e spesso poste una vicina all’altra, dagli occhi molto aperti e rigidamente fissati sullo stimolo (espressione tipica), dall’aumento del battito cardiaco (risposta fisiologica) ed ha la finalità di mantenere la propria integrità sia fisica che psicologica, evitando il pericolo (funzione).

Ognuna delle emozioni primarie apre lo scenario ad un’intera gamma di altre emozioni che nascono dalla loro combinazione e dall’influenza del contesto e delle relazioni sociali. Tali emozioni vengono definite secondarie e sono l’invidia, l’allegria, la vergogna, l’irritazione, l’ansia, la rassegnazione, la gelosia, la speranza, il perdono, l’offesa, la nostalgia, il rimorso, la delusione, tanto per dirne qualcuna.

Ogni emozione può essere espressa sia attraverso modalità costruttive che distruttive. Le emozioni come la rabbia ed il disgusto, intrinsecamente considerate negative, non sono però sempre dannose: ogni emozione può essere definita costruttiva o distruttiva a seconda che porti beneficio, condotto ad una maggiore collaborazione e compassione, o meno.

Dopo questa noiosa introduzione sulle emozioni, vorrei affrontare le cose dal punto di vista di un bambino che inizi un’attività psicomotoria e poi che cominci a frequentare con assiduità allenamenti e, crescendo, inizi a praticare uno sport.

In principio, come dicevo, con le dovute eccezioni legate al carattere di base del bambino, le attività sono sempre un gioco: mio figlio, che ora ha dieci anni, ha frequentato per due anni atletica, per interrompersi causa pandemia lo scorso anno. Ogni tanto lo accompagnavo, e vedevo che tutte le attività erano impostate con una base di atletica, per dare coordinamento e insegnare i movimenti base, ma tutti, a partire dagli istruttori, affrontavano la cosa in modo molto giocoso.

Giustamente, aggiungo. Quest’anno, dopo un lungo stop legato alla pandemia, e dopo aver a lungo pensato se scegliere calcio o basket, ha scelto la pallacanestro. Qui già le cose sono cambiate, perché dopo un’oretta di allenamento (con l’insegnamento ai più piccoli dei movimenti base), ci sono delle minipartite, e capita che nei cinque minuti a disposizione qualche bambino non veda palla. I movimenti sono ancora confusi, non hanno ancora un ruolo ben definito, ma si vede chiaramente la frustrazione di qualche bambino perché non gli è stato passato il pallone.

Ovviamente degli oltre trenta bambini del primo anno, qualcuno andrà via perché cambierà sport, qualcuno smetterà di fare sport, e a qualcuno verrà consigliato dai coach di fare altro, così il secondo anno saranno di meno e impareranno di più, avendo magari più occasioni di giocare.

Parlando di calcio, senza entrare nel dettaglio, diciamo che un bambino che voglia diventare un professionista deve compiere dei passaggi di crescita, dai sei anni in su. Pulcini, esordienti, allievi, giovanissimi sono nomi che sentiamo spesso e che coinvolgono parecchie centinaia di migliaia di persone, tra ragazzi, tecnici e dirigenti.

Come ho scritto in “La percezione del passato nel calcio”, però, gli adulti, che in teoria svolgerebbero un ruolo fondamentale nel fornire ai bambini un “codice di lettura” degli avvenimenti di campo, hanno però dei comportamenti errati, come urlare, protestare, delegittimare l’arbitro o gli avversari, cercare alibi. Tutto ciò trasmette un messaggio opposto dell’essere responsabili, coraggiosi e lavorare di squadra.

Ma torniamo al motivo di quello che sto scrivendo, che non è certo una lezione sul calcio dilettantistico.

Secondo voi, qual è il momento di gioia più alto di una partita? Beh, possiamo affermare senza ombra di dubbio che sia il gol. Da ex difensore, posso dire che anche un salvataggio sulla linea può valere un momento di gioia altrettanto intenso, ma il gol, che è il momento topico di una partita di calcio, lo è sicuramente di più.

Quando ho iniziato a seguire il calcio, nella seconda metà degli anni ’70, il calciatore che segnava un gol esultava in maniera sicuramente più sobria rispetto ad ora. Braccia alzate, corsa verso la curva o verso la panchina, abbraccio con i compagni di squadra.

Poi, negli anni ’80, iniziarono le esultanze più originali, passando a vere e proprie coreografie, e l’esultanza dei calciatori si è via via trasformata in un atto creativo vero e proprio, seconda solo alla rete segnata; alcuni calciatori usano sempre la stessa, facendola diventare così una firma riconoscibile, altri si fanno prendere dall’ispirazione del momento.

Dalla prima danza intorno alla bandierina di Juary (prima esultanza “strana” che io ricordi), ne ho viste tantissime diverse, alcune anche di cattivo gusto, altre fuori contesto, alcune iconiche, altre meno. C’era anche un calciatore australiano che ha giocato con Empoli, Parma, Palermo e Lazio, Mark Bresciano, che faceva una “non esultanza” al momento del gol, nel senso che appena dopo la rete si immobilizzava come una statua (è una delle mie esultanze preferite).

Ora, quello che dicevo che è il momento più di gioia del calcio, alcuni non lo vivono con gioia, per vari motivi.

Sinceramente sono perplesso quando un calciatore, soprattutto un attaccante, non esulta, o perché gioca contro una sua ex squadra (Quagliarella non dovrebbe esultare praticamente mai, avendo giocato con più del 30% delle squadre di serie A), o perché in un periodo buio (di forma, di condizione o psicologico).

Federico Bernardeschi, in un’intervista rilasciata dopo un gol alla sua ex squadra, ha detto quello che un giocatore dovrebbe dire sempre:

“La riconoscenza alla Fiorentina non mancherà mai. Esultando non ho mancato di rispetto a nessuno. Ho esultato dopo la rete perché lo scopo del calcio è fare gol e io credo sia giusto esultare per rispetto dei propri tifosi”. E per esprimere gioia, aggiungo io.

Tempo fa, parlando di calcio con alcuni colleghi, ho detto “vorrei più Ronaldinhi e meno Balotelli”, perché vedo sempre meno gente che si diverte a giocare al calcio (in questo ragionamento l’agonismo non c’entra niente, non parlo di quello, parlo proprio di gente che gioca col muso lungo). Pensiamo a Kulusevski: il 20 ottobre scorso, a San Pietroburgo, ha segnato il primo gol della carriera in Champions League. Doppio motivo per festeggiare, visto che il gol è stato decisivo per la vittoria della Juve.

Eppure, il ragazzo svedese di origine macedone non ha festeggiato come mi sarei aspettato, forse per il momento che sta vivendo in bianconero: arrivato lo scorso anno per una cifra molto elevata (quindi con aspettative quanto meno proporzionate), non si è mai imposto in prima squadra e si è visto superato da Federico Chiesa, arrivato subito dopo di lui alla Juve.

Però, dico io: sei giovane (è un 2000), sei forte (Ibrahimovic, non io, ha detto che è uno dei giocatori più forti con cui abbia mai giocato in nazionale), hai il futuro tutto davanti a te, e quando segni il tuo primo gol in Champions non esulti come un Grosso qualunque? Personalmente sarei impazzito e avrei fatto su e giù per il campo…

“Più Ronaldinhi e meno Balotelli” vuol dire, anche se sappiamo che i giocatori sono sottoposti ad enormi pressioni (prendono stipendi da sceicchi, ma sono comunque dei ragazzi), che il calcio dovrebbero viverlo in maniera più allegra, proprio come faceva l’asso di Porto Alegre (anche il nome della città di origine sembra avere a che fare con l’allegria), che nel periodo di massimo splendore esultava con il segno “Shaka” dei surfisti (pugno chiuso e pollice e mignolo distesi), proprio come segno di gioia, fratellanza e amicizia.

Mentre ricordo bene Mario Balotelli, che, dotato di un talento mai pienamente espresso, era perennemente incazzato o con l’allenatore di turno, o con gli avversari (e qualche volta anche con i compagni), con il pubblico o con la stampa, perdendo così la gioia di giocare al calcio (fosse stato più spensierato in campo, probabilmente la carriera ne avrebbe giovato).

Anche per quello ritengo che ammonire un calciatore quando si toglie la maglia per festeggiare un gol sia una delle più grosse stupidaggini della storia di questo sport, regola imposta quasi sicuramente dalle aziende che sponsorizzano le maglie stesse. Ma lasciateli esultare, cribbio!

Però mi viene in mente anche un’altra categoria che sta vivendo il calcio in maniera tossica: i tifosi.

Come avevo scritto in passato (mi autocito, fa tanto scrittore serio):

“[…]il tifoso, è fondamentalmente un masochista, persona in cui le sensazioni dolorose favoriscono la produzione di endorfine, sostanze chimiche associate però alla sensazione di piacere.

Secondo lo psicologo americano Emmanuel Hammer, il masochista è “un depresso che spera ancora”, e nella sua infanzia ha imparato che la sofferenza è il prezzo da pagare per la relazione.

Allo stesso modo il tifoso spera, spera, spera sempre. E spesso soffre, perché l’oggetto della propria speranza non si realizza.

Mentre un fan di un gruppo musicale, o di un cantante, trae esclusivamente giovamento dall’esibizione dell’oggetto della propria passione, il tifoso segue la propria squadra anche se oggettivamente fa schifo.

La contesta, in maniera più o meno forte, ma la segue, perché c’è una sorta di “dipendenza affettiva”.”

Il problema è che ultimamente non stiamo più parlando di tifare o meno, si è arrivati al livello di una discussione quasi “politica”, dove ognuno deve portare avanti la propria istanza o quella del proprio “gruppo”.

Ci sono gli allegriani, i “no-max”, gli adaners, gli aziendalisti, i belgiochisti, i cortomusisti e i guardiolisti. Nessuno tifa più per la propria squadra del cuore, ma per la propria idea e per promuoverla. Sono tutti alla ricerca di consensi.

Non c’è più gioia, felicità, neanche dopo una vittoria. E se è vero che per una parte delle tifoserie è un problema legato a quanto diceva il maestro Umberto Eco (lo spiego dopo), su una gran parte la responsabilità viene da più in alto. Il comportamento di una gran parte di tifosi è una conseguenza della campagna acchiappa-clic e acchiappa-like dei principali mezzi di comunicazione, che non fanno altro che esacerbare ed alimentare la rivalità tra tifoserie insinuando, virgolettando, dicendo e non dicendo.

E il tifoso generico medio, dovendosi nutrire ad una fonte, se quella fonte è intossicata, potrà uscirne sano? Tanti tifosi, per motivi di tempo e di età, possono aggiornarsi solo da un quotidiano o da una trasmissione televisiva, ma se queste sono estremamente faziose, che informazioni ne ricaverà il tifoso?

Umberto Eco, che ebbi il piacere di conoscere personalmente (“Come la devo chiamare, maestro?”, gli chiesi; “No, pvofessove va benissimo”, rispose dopo lunga pausa), chiacchierando con alcuni giornalisti dopo aver ricevuto l’ennesima laurea honoris causa a Torino nel giugno 2015, quindi pochi mesi prima di lasciarci, disse una frase che è rimasta scolpita nel web:

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Sta diventando sempre più faticoso difendere un semplice pensiero logico sui social, perché si viene attaccato subito da una delle categorie suddette. Ed oltre ad essere accaniti, evidentemente non hanno nulla da fare, perché continuano finché non ci si arrende (Eros Drusiani, autore comico, diceva: “i cattivi a volte riposano, gli imbecilli mai”).

L’unico consiglio che posso dare a tutti è quello di affrontare la vita con più gioia, soprattutto le passioni, come quella di tifare per una squadra di calcio. Se tifare deve essere un peso, una fatica o uno sforzo, ma chi ve lo fa fare?

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