Uomini coraggiosi

Nella vita dell’umanità ci sono state persone che hanno fatto numero e persone che hanno fatto la differenza, sia in positivo, sia in negativo. Ci sono anche persone che avrebbero potuto fare la differenza, ma che per una serie di eventi, non l’hanno fatta.

Nel 2001 uscì nelle sale un film (il terzo) di Sean Penn, con Jack Nicholson. Il titolo è “La promessa (The pledge)”. Non voglio “spoilerare” (il verbo “spoilerare” è formato per derivazione dal termine spoiler, preesistente in italiano, con l’aggiunta del suffisso -are, e non dal corrispondente verbo inglese to spoil, che avrebbe dato origine a spoilare, ed ha il significato di “dare un’informazione che mira a rovinare la fruizione di un film, un libro e simili rivelando la trama, la conclusione, l’effetto sorpresa, eccetera a chi partecipa a un newsgroup, a una mailing list, a una chat”; è possibile evitarlo facilmente con circonlocuzioni quali “Tizio ha svelato il finale del film” o “Caio ha rivelato lo snodo cruciale del romanzo”), quindi guardatevelo.

Ambientato nella provincia americana del Nevada, è un film classico, esteticamente a basso costo, nonostante vanti un grandissimo cast, che ha la sua forza nell’attesa. Un’attesa che serve a costruire e far crescere un personaggio, che lentamente sembra perdere la ragione e le persone che gli stanno vicino. Un film poliziesco dove non succede nulla, neanche in un finale tra i più atipici per il genere a cui fa riferimento. Si tratta di una pellicola che vive di situazioni, di atmosfere, di tempi narrativi e a questo livello Sean Penn costruisce un mondo normale, incentrato su un personaggio ordinario, che ha chiaramente ragione, ma che non viene capito dal mondo circostante. E questo lo porterà a un isolamento, a una lotta faccia a faccia tra un uomo e un’ombra, ma soprattutto lo spingerà oltre fino a farlo trovare di fronte alla più incontrastabile delle forze: il destino. E proprio il destino la chiave del film. Il destino segnerà il finale, aprirà una serie di punti interrogativi a cui non sarà facile rispondere, ma soprattutto lascerà lo spettatore con qualcosa dentro, una sorta di riflessione su toni e tematiche da interiorizzare.

Ci sono state persone che, nella storia dell’umanità, hanno dovuto piegarsi a un destino crudele.

Charles Butler McVay III nacque il 30 luglio 1898 a Ephrata, in Pennsylvania, Stati Uniti. Suo padre, l’Ammiraglio Charles Butler McVay Jr, aveva comandato la Yankton, una delle 16 navi che avevano partecipato alla “Great White Fleet” tra il 1907 e il 1908. Laureatosi presso l’Accademia Navale degli Stati Uniti nel 1920, ricoprì vari incarichi, dirigendo anche il “Joint Intelligence Committee” del “Combined Chiefs of Staff” (una sorta di Stato Maggiore di tutti gli Stati Maggiori delle Forze Armate) a Washington.

Nel 1944 prese il comando della USS Indianapolis e lì si compì il suo destino e quello dei 1.196 uomini di equipaggio.

La Seconda Guerra Mondiale aveva preso ormai una certa direzione e gli “alleati” stavano, pezzo dopo pezzo, smontando il dominio che la cosiddetta “Asse” aveva faticosamente e con il prezzo di milioni di morti, costruito.

Nonostante questo, gli indomiti giapponesi, pur sapendo dei piani degli Stati Uniti riguardo l’uso dell’atomica per porre fine alla guerra, continuavano a battagliare, come per esempio nella famosa “Battaglia di Iwo Jima”, che si svolse durante la guerra nel Pacifico nell’omonima isola giapponese tra le forze statunitensi al comando dell’ammiraglio Raymond Spruance e le truppe dell’esercito imperiale giapponese al comando del generale Tadamichi Kuribayashi, coadiuvate da reparti della marina guidati dal contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru.

L’Ammiraglio Spruance dirigeva le operazioni proprio dal ponte di comando della Indianapolis, che abbatté agli ordini di McVay sette aerei giapponesi prima di essere colpita da un kamikaze a fine marzo del ’45, quando ormai la battaglia era finita.

McVay portò la propria nave in California per le riparazioni e al termine delle stesse ebbe l’ordine di trasportare del materiale (l’involucro e la carica di uranio della prima bomba atomica) a Tinian, base americana del Pacifico dove si stava preparando l’attacco finale al Giappone.

Consegnata la bomba, il 26 luglio ripartì dal porto in direzione di Leyte nelle Filippine per unirsi alla task force dell’ammiraglio McCormick, senza alcuna scorta nonostante il rischio di un attacco subacqueo fosse riportato ancora come non lieve. Lungo la rotta prescelta tra le tre possibili, chiamata in codice “Peddie”, era in agguato il sommergibile giapponese I-58, con a bordo anche dei siluri umani Kaiten (siluri con un membro di equipaggio che doveva compiere un attacco suicida). La nave procedeva alla velocità di 17 nodi e senza zigzagare, in quanto gli ordini erano di “zigzagare a discrezione in base anche alle condizioni meteo”, e non veniva richiesto di mantenere una elevata velocità. Il comandante giapponese Mochitsura Hashimoto non era però entusiasta dell’uso dei Kaiten e optò per l’attacco convenzionale, lanciando una salva di siluri. Due di questi siluri centrarono la fiancata dell’Indianapolis causando l’interruzione dell’energia elettrica e l’allagamento della nave che iniziò a sbandare.

A questo punto iniziarono una “serie di sfortunati eventi”…

Abbiamo detto della mancanza della scorta: in realtà McVay aveva richiesto un cacciatorpediniere di scorta, ma la priorità in quei giorni era di scortare le navi verso Okinawa o di raccogliere i superstiti e tutto sommato quella zona del Pacifico era ritenuta abbastanza tranquilla. Pesa anche il fatto che i cacciatorpedinieri avevano in genere dei sistemi sonar per rilevare i sottomarini nemici, ma la Indianapolis quel sistema non lo aveva, quindi la somma delle due cose orientò verso quella che fu una decisione sciagurata.

Inoltre, la settimana prima, il 24 luglio, il cacciatorpediniere Underhill era stato affondato proprio da quelle parti da un sottomarino giapponese, ma McVoy non ne era stato informato. Ufficialmente perché l’informazione era classificata. In pratica gli dissero solo di stare attento e di “zigzagare a discrezione”…

Appena colpita, dalla Indianapolis partirono tre messaggi di SOS. Digressione: tutti pensano che SOS sia l’acronimo per “Save Our Souls”, ma in realtà quella frase fu usata quattro anni dopo l’invenzione dell’alfabeto Morse, in occasione dell’affondamento del Titanic. SOS era un segnale facile da ricordare, da trasmettere e da leggere (tre-punti-tre-linee-tre-punti). In Italia, nella prima metà del ‘900, sotto la spinta italianizzatrice fascista SOS fu invece tradotto in “Soccorso Occorre Subito”. Fine digressione.

Che fine fecero le tre richieste di aiuto dell’Indianapolis? Assurdo, ma vero: la stazione che ricevette la prima richiesta, ipotizzò che si trattasse di una falsa richiesta di aiuto mandata dai giapponesi per infliggere danni agli eventuali soccorritori; la seconda richiesta di aiuto andò inevasa, in quanto il comandante della stazione aveva detto ai suoi uomini di non disturbarlo per nessun motivo; la terza, arrivò ad una piccola stazione, il cui unico operatore era ubriaco e dormiva…

In realtà, la prima cosa che fece McVay una volta salvo, fu chiedere con insistenza perché la loro richiesta di aiuto non fosse stata presa in considerazione e la prima risposta che gli fu data fu che in quella zona si era sotto “silenzio radio”, cosa poi rivelatasi falsa.

Così la USS Indianapolis, il suo Comandante McVay e il suo equipaggio furono mandati allo sbaraglio.

Il mancato arrivo dell’unità del 31 luglio venne ignorato per ben due giorni dal controllo traffico di Leyte. Nel frattempo i circa 900 naufraghi che erano riusciti ad abbandonare la nave, su un totale di 1196 uomini di equipaggio, avevano iniziato la loro lotta per la sopravvivenza contro la mancanza di giubbetti di salvataggio, la disidratazione, che fece impazzire molti uomini, e gli attacchi da parte di squali. Nelle prime ore del 31 luglio vennero lanciati dei razzi di segnalazione, che furono visti dall’equipaggio di un C-54 da trasporto dell’Army Air Corps in rotta da Manila a Guam, e classificati dal comandante Richard G. Le Francis come una “battaglia navale”, ma la segnalazione venne ignorata dai suoi superiori che gli risposero di “non preoccuparsi perché era un problema della marina”.

Dopo l’abbandono della nave, molti membri dell’equipaggio sotto la guida degli ufficiali e dei sottufficiali presenti avevano organizzato in più gruppi i battellini di salvataggio e i relitti galleggianti per darsi aiuto reciproco, e molti feriti vennero raccolti. Le razioni di emergenza e le riserve d’acqua, dove presenti, vennero distribuite all’inizio in modo controllato e razionato. Gli effetti della disidratazione portarono molti uomini ad impazzire e ad allontanarsi a nuoto dai battelli, verso la morte per annegamento o per gli attacchi degli squali. Alcuni di un gruppo si immersero vaneggiando di aver trovato una cisterna di acqua potabile e contagiando altri con una isteria collettiva e molti trovarono la morte immergendosi in seguito a questa situazione.

A rendere ancora più tragica la vicenda si deve aggiungere il fatto che, nel disperato tentativo di rallentare l’affondamento dell’unità, si decise di chiudere alcuni boccaporti interni alla nave per rallentare il flusso dell’acqua da un compartimento all’altro; dato che non c’era molto tempo a disposizione non tutti i marinai fecero in tempo ad evacuare i locali che furono sigillati e vennero così sacrificati volontariamente dai loro compagni che chiusero i boccaporti.

I naufraghi vennero ignorati fin quando un velivolo Lockheed B-34 Ventura della squadriglia VPB-152 della US Navy, comandato dal tenente Wilbur C. Gwinn, in normale volo di pattugliamento alle ore 10:25 del 2 agosto non notò delle chiazze di nafta e, mentre si accingeva ad un attacco con bombe di profondità verso un presunto sottomarino, vide i superstiti. A quel punto abortì l’attacco e lanciò delle zattere gonfiabili dotate di boe sonar, che i naufraghi non furono però in grado di azionare, e trasmettendo subito alla base di Peleliu un rapporto di avvistamento. Un idrovolante PBY Catalina del VPB-23 del comandante Adrian Marks, con nominativo di chiamata Playmate 2, venne caricato di materiale di soccorso ed inviato alla ricerca dei superstiti, poiché si riteneva che i circa trenta uomini che erano stati avvistati inizialmente potessero appartenere all’equipaggio di una nave affondata. Nel frattempo le stime del comandante Gwinn a seguito di una ricerca più accurata erano salite a 150 naufraghi. A questo punto la segnalazione aveva raggiunto anche il comando avanzato delle Filippine, che chiese informazioni sulle eventuali unità disperse al centro di controllo traffico a Leyte; la risposta fu che tre navi erano in ritardo, ed una di esse era l’Indianapolis. Anche l’ammiraglio McCormick rispose che la nave non aveva raggiunto direttamente il suo task group. Pur non essendoci ancora la certezza dell’identificazione della nave, vennero ordinate ricerche a vasto raggio e sette unità navali iniziarono a pattugliare l’area.

L’idrovolante comandato da Marks sorvolò lungo il percorso il cacciatorpediniere Cecil J. Doyle, che venne allertato e si diresse autonomamente per decisione del proprio comandante verso il luogo del rilevamento; Marks, dopo aver lanciato le zattere di salvataggio, decise di ammarare per fornire rifugio al maggior numero possibile di naufraghi (alla fine saranno 56). In questo modo danneggiò irreparabilmente il velivolo, ma riuscì a far salire diverse decine di uomini nella carlinga e sulle ali, oltre che a raccogliere i battelli attorno all’aereo. Quando la USS Doyle raggiunse in piena notte il luogo del rilevamento, si fermò a distanza di sicurezza per non rischiare la vita degli uomini in mare ed accese il proprio proiettore, rendendosi identificabile e mettendosi in pericolo per poter dare un riferimento ai naufraghi, molti dei quali si resero conto in questo modo dell’arrivo dei soccorsi. Un gruppo di altre unità venne immediatamente inviato da Ulithi sul luogo, tra cui i cacciatorpediniere Ralph Talbot, veterano della battaglia di Guadalcanal, Helm e Madison, cui poi si aggiunsero il caccia di scorta USS Dufilho, i trasporti veloci USS Bassett e, il 3 agosto, la USS Ringness dalle Filippine.

La ricerca proseguì fino all’8 agosto, ma dei marinai che avevano abbandonato la nave, solo 316 su 1196 vennero recuperati; 154 dalla USS Bassett in quattro ore di ricerca e 39 dalla Ringness, 24 dalla Ralph Talbot, mentre la Dufilho dopo aver recuperato un superstite rilevò un forte contatto sonar a circa 800m e si dedicò alla caccia antisommergibile e poi alla vigilanza mentre le altre navi procedevano col recupero. Tra i superstiti vi fu anche il comandante Charles Butler Mc Vay III, figlio dell’ammiraglio McVay; quest’ultimo aveva un pessimo rapporto col figlio e non lo supportò mai, né durante le differenti fasi del processo, né dopo. Nel novembre del 1945, McVay venne sottoposto a corte marziale, unico tra i 700 comandanti di navi statunitensi affondate durante il conflitto, e giudicato colpevole di aver “messo a rischio la nave rinunciando a zigzagare”. In realtà, il comandante giapponese testimoniò dopo la guerra che la cosa non avrebbe fatto alcuna differenza. Inoltre, fatto che venne tenuto segreto fino al 1990, le intercettazioni avevano rivelato la presenza di un sottomarino operante con certezza nell’area.

McVay fu scelto come “capro espiatorio” da parte della US Navy, forse per distogliere l’opinione pubblica da tutti gli errori procedurali che erano stati commessi. Alla fine, nel 1946, l’ammiraglio Chester Nimitz annullò la sentenza di condanna e prosciolse McVay rimettendolo in servizio attivo, con la carriera però ormai finita.

In un nevoso pomeriggio del novembre 1968, dopo oltre vent’anni trascorsi a chiedersi del perché di un destino così beffardo, tormentato dalle telefonate dei parenti delle vittime del naufragio, Charles Butler McVay III fece la doccia e la barba. Stirò la sua alta uniforme e la indossò, dopo aver pulito accuratamente la pistola di ordinanza. Andò sulla veranda di casa, quella casa ormai da tempo vuota (la moglie era morta di tumore sette anni prima) e, tenendo in mano un giocattolo che gli era stato regalato da un marinaio ad inizio carriera, si mise la pistola in bocca e tirò il grilletto.

Nell’ottobre 2000, il Congresso degli Stati Uniti pose fine alla questione approvando una risoluzione secondo la quale sullo stato di servizio del capitano McVay dovesse essere riportato che “egli era prosciolto dalle accuse per la perdita della USS Indianapolis”.

 

“Io non avrei esitato a servire sotto di lui ancora una volta. Il suo trattamento da parte della Marina è stato imperdonabile e vergognoso.”

Dalla dichiarazione presentata a settembre 1999 alla audizione del Senato da Florian Stamm, sopravvissuto della USS Indianapolis.

Pattie, George e Eric

“Layla e Majnun”, nota anche come “Il Folle e Layla” è una classica storia araba di un amore contrastato. È basata sulla storia vera di un giovane chiamato Qays ibn al-Mulawwaḥ, originario del nord della Penisola araba durante il periodo omayyade nel VII secolo. In una versione, egli passa la giovinezza con Layla, sorvegliandone i greggi. In un’altra versione, dopo aver visto Layla, se ne innamora perdutamente. In entrambe le varianti in ogni caso impazzisce quando il padre gli impedisce di sposarla; perciò venne chiamato “Majnun -e Layla”, ovvero “Il pazzo di Layla”.

Un’altra variante del racconto vuole che Layla e Majnun si siano incontrati a scuola. Majnun si innamora di Layla e viene da lei distratto. Il maestro picchia Majnun in quanto concentra le sue attenzioni su Layla e non sull’attività scolastica. Ma avviene qualcosa di magico. Majnun viene colpito ma è Layla a sanguinare per le sue ferite. La notizia diffusasi causa un litigio fra le due famiglie. Separati nell’infanzia, Layla e Majnun si incontrano di nuovo in gioventù. Tabrez, il fratello di Layla, non vuole che lei infanghi il nome della famiglia sposando Majnun. Tabrez e Majnun litigano; pazzo di Layla, Majnun uccide Tabrez. Majnun viene arrestato dopo che la notizia raggiunge il villaggio e quivi condannato alla lapidazione. Layla non può sopportarlo e acconsente di sposare un altro uomo in cambio della salvezza di Majnun, che viene esiliato. Layla si sposa, anche se resta legata sentimentalmente a Majnu. Comprendendo ciò, suo marito cavalca nel deserto alla ricerca di Majnun, e lo sfida a un duello mortale. Nello stesso istante in cui il marito di Layla trafigge con la spada il cuore di Majnun, Layla cade a terra in casa sua. Layla e Majnun vengono sepolti uno accanto all’altra e il marito di lei ed entrambi i padri pregano per loro. Il mito vuole che Layla e Majnun si incontrino di nuovo in paradiso, dove si ameranno per sempre.

La grande popolarità della leggenda ha influenzato la letteratura mediorientale, specialmente gli scrittori Sufi, per i quali il nome Layla si riferisce al concetto dell’Amato. La storia originale viene riportata anche nello scritto mistico “Le sette valli di Bahá’u’lláh”. Etimologicamente Layla deriva dal termine ebraico e arabo per “notte” e si pensa significhi “colui che lavora di notte”. È un’apparente allusione al fatto che l’amore dei due protagonisti è nascosto e tenuto segreto. Nella lingua persiana e araba, il termine Majnun significa “pazzo”. Oltre che in questo uso creativo del linguaggio, il racconto ha contribuito al gergo popolare almeno in un altro modo, ispirando il modo di dire turco “sentirsi come Layla”, ovvero essere completamente storditi, come ci si aspetta sia una persona che è letteralmente pazza per amore.

Il poema epico fu tradotto in inglese da Isaac D’Israeli nei primi anni del 1800, permettendo a un ampio pubblico di apprezzarlo. E qui finisce l’epica e inizia la storia. O meglio, la musica. Ma andiamo in ordine.

Patricia Anne Boyd, detta Pattie, nacque a Taunton, Somerset, da Colin Ian Boyd Langdon e Diana Frances Drysdale nel marzo del ‘44. Maggiore di quattro figli, visse a Nairobi, in Kenya, dal 1948 al 1953, dopo che suo padre aveva dato le dimissioni dalla Royal Air Force a seguito di un infortunio grave come pilota durante la Seconda Guerra Mondiale. Diana e Colin divorziarono nel 1952, e la donna tornò in Inghilterra, con i suoi quattro figli, dopo il suo secondo matrimonio, avvenuto nel febbraio 1953 in Tanganica (oggi Tanzania).

Pattie frequentò la scuola fino al 1961, poi si trasferì a Londra nel 1962, e ottenne il primo lavoro da Elizabeth Arden, nota azienda di cosmetici, come volto per la pubblicità di uno shampoo. Un cliente che lavorava per una rivista di moda le chiese se avesse pensato a diventare una modella. E da lì Pattie iniziò la sua carriera nel campo della moda.

Patricia iniziò la sua carriera di modella nel 1962, ma fu rifiutata da molti fotografi che si lamentavano del suo look “non idoneo” e dei suoi denti, dicendole: “Le modelle non assomigliano a dei criceti”. Tempo dopo però un’agenzia la ingaggiò e Patricia fece la modella soprattutto a Londra, New York e Parigi (per Mary Quant, l’agenzia che la lanciò nel mondo della moda) e fu fotografata da famosi fotografi come David Bailey e Terence Donovan.

Pattie, che nel 1964 aveva solo 19 anni, conobbe George Harrison durante le riprese del film “A Hard Day’s Night”, per il quale era stata presa per fare da studentessa fan dei Beatles. All’epoca lei era fidanzata con Eric Swayne, noto fotografo di moda dell’epoca, che frequentò per circa un anno e così dovette rifiutare un primo appuntamento col Beatle, ma in compenso disse che era l’uomo più bello che lei avesse mai visto in vita sua. Una delle prime cose che George disse a Patricia fu “Ti sposeresti con me?”, frase che i Beatles all’epoca dicevano ad ogni bella ragazza. Pattie rise a allora George disse “Bè, se allora non vuoi sposarmi, verresti con me a cena?”. Un paio di giorni dopo, quando lei fu richiamata per girare di nuovo nel film, George le chiese nuovamente di uscire e stavolta lei accettò, avendo interrotto la relazione con Swayne. Il loro primo appuntamento fu nel Garrick Club a Covent Garden, in compagnia del manager dei Beatles, Brian Epstein. Da quel giorno divennero una coppia e si sposarono nel 1966. George le dedicò una delle più belle canzoni della storia del rock, “Something”.

Il loro rapporto che all’inizio sembrava perfetto, da coppia invidiata per la loro bellezza e la loro apparente felicità, si fece invece sempre più complicato. Durante il viaggio in India dei Beatles con le loro compagne (che all’epoca erano Cynthia Powell, moglie di John Lennon e madre di Julian, Jane Asher, compagna di Paul McCartney, Maureen Cox, moglie di Ringo Starr e appunto Patricia Boyd) con i Beach Boys e Mia Farrow, Harrison scoprì la religione indiana, l’arte della meditazione ed ebbe una forte relazione con il Maharishi, mistico e filosofo indiano nonché guru, fondatore della tecnica conosciuta come meditazione trascendentale e del movimento ad essa relativo.

Per George divenne una vera e propria ossessione: questo amore per la religione indiana rese George molto intrattabile. Non fu solo questo a minare definitivamente la loro relazione: durante la Beatlemania, quando i Beatles erano un grandissimo fenomeno, George (come d’altronde anche gli altri componenti del gruppo) non fece a meno delle droghe, dell’abuso di alcool e ebbe relazioni con svariate ragazze, tra cui proprio Maureen Cox e, pare, Krissy Findlay, moglie di Ron Wood dei Rolling Stones. Quando Patricia lo venne a sapere si sentì veramente ferita, non tanto da lui ma dall’amica: iniziarono così anche i tradimenti da parte sua, che includono anche il cantante dei Rolling Stones Mick Jagger e il Beatle John Lennon, che da sempre avevano mostrato un certo interesse per quella bella ragazza magra, bionda e sempre sorridente.

La loro relazione era praticamente alla fine, quando all’improvviso entrò nella loro storia Eric Clapton. I Beatles in generale erano grandi amici di Clapton, ma in particolare lo era George. I due si conobbero ad una festa nel ’68. Eric iniziò a frequentare spesso la casa di George e Patricia, e lui perse la testa per la moglie dell’amico; si trattava di una vera e propria ossessione, tanto che Clapton arrivò a fingere un flirt con la sorella di Pattie, Paula, per conquistarla e cercare di avvicinarsi sempre più a lei.

Alla fine scrisse una canzone d’amore dedicata a lei, la celeberrima Layla, di cui riporto il testo alla fine di questo racconto. Patricia all’inizio non cedette anche se era stata rapita da questa dedica d’amore. La brutta situazione di George però si ripeté anche dopo la fine dei Beatles e Pattie, una volta per tutte stanca e smarrita, decise di lasciarlo e andare da Eric nel ’74. Dopo il loro matrimonio Eric le scrisse una nuova canzone, anche questa molto famosa, “Wonderful Tonight”.

La vita con Clapton però era diversa da quella che si aspettava. La dipendenza del musicista dall’alcool era per Pattie motivo di delusione. Il fatto di non essere riuscita ad avere un figlio da lui era motivo di ulteriore frustrazione. Eric si divertiva con altre donne ed era spesso ubriaco. Pattie quindi decise nel 1989 di sancire ufficialmente con un divorzio la separazione dal cantante e chitarrista.

Tuttavia, George non provò rancore nei confronti dell’amico, Eric Clapton; anzi, egli fu presente al matrimonio di Clapton con Pattie Boyd e i musicisti rimasero molto uniti fino alla morte di Harrison, tanto che nel 1991, dopo che Clapton e la Boyd avevano divorziato, fecero ancora un tour insieme e che lo stesso Clapton suonò al Concert for George, a un anno dalla morte dell’amico. Fu lo stesso Clapton a organizzare il concerto.

Ma questa, è un’altra storia…

“Layla”, Derek and the Dominos, “Layla and Other Assorted Love Songs”, 1970

Cosa farai quando ti sentirai sola

senza nessuno ad aspettare al tuo fianco?

Sei scappata e ti sei nascosta per troppo tempo

Lo sai, è solo a causa del tuo stupido orgoglio.

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Ho provato a consolarti

Quando il tuo vecchio uomo ti ha abbandonata

Come uno sciocco, mi sono innamorato di te

Hai girato il mio intero mondo sottosopra

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Prendiamo il meglio da questa situazione

Prima che io finalmente diventi matto

Ti prego non dire che non troveremo mai una via

E che il mio amore è vano

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Louis Prima

C’è stato un periodo in cui gli italoamericani dominavano il mondo della musica. Cantanti come Dino Paul Crocetti (Dean Martin), Francis Albert (Frank) Sinatra, Pierino Ronald (Perry) Como e Anthony Dominick Benedetto (Tony Bennett) erano i più famosi e popolari, imponendo uno stile particolare: erano chiamati “crooner”, stile di canto nato negli Stati Uniti dopo l’avvento del microfono. La tradizione canora precedente imponeva al cantante un’impostazione di voce stentorea e squillante, tale che il canto potesse giungere in modo chiaro fino alle ultime file dei teatri; l’utilizzo del microfono rese meno indispensabile la potenza vocale e permise al cantante l’utilizzo di una tecnica “sussurrata”.

Il crooning, quindi, non è un genere musicale specifico, ma piuttosto uno stile e una tecnica di canto che si fonde col jazz e con un certo tipo di musica ballabile. Non solo: quei cantanti, molto furbescamente, strizzavano l’occhio alla massa di emigranti italiani negli Stati Uniti e a volte cantavano canzoni mescolando inglese, slang, dialetti del Sud Italia e italiano.

Chi non conosce i versi “When the moon hits your eye/ Like a big pizza pie/ That’s amore”? Le canzoni come “That’s amore” cantata da Dean Martin e scritta da Salvatore Antonio Guaragna, alias Harry Warren, autore tra le altre di “Chattanooga Choo Choo” e “At last”, avevano un duplice obiettivo: erano intanto una dichiarazione d’affetto per l’Italia e per le sue tradizioni come la pizza e la tarantella (che da un lato contribuivano a consolidare stereotipi sugli italiani e l’Italia nella visione dell’americano medio ma anche del prototipo dell’italo-americano nell’immaginario collettivo). Dall’altro raccontavano quella mescolanza linguistica, affettiva, sociale di cui vivevano gli immigrati, a metà strada tra due mondi, più ricchi di chi è soltanto italiano o solo americano perché dotati di una duplice eredità culturale.

Il vero maestro di quella generazione fu però un altro.

Uomo di spettacolo instancabile e talento musicale sottovalutato, Louis Prima era una sorta di uragano in scena. Anche se etichettato come cantante (e trombettista) swing, spaziava anche nel jazz di New Orleans, nel boogie-woogie, nel jump blues, nell’R&B, nel rock & roll e, occasionalmente, nella tarantella. In realtà, il suo atteggiamento con cui rifiutava di prendere sul serio la musica, gli creò non pochi problemi con la critica del tempo, che lo liquidò come “intrattenitore”, anche se era un cantante molto capace.

Nato a New Orleans il 7 dicembre del 1911 da emigrati italiani, prese lezioni di violino ma ben presto passò alla tromba, pur di andare in tour (anche se come riserva) con la band del fratello maggiore. In un paio d’anni diventò solista ed iniziò, ispirato da Louis Armstrong e da King Oliver, a suonare nei teatri di New Orleans.

Ma i teatri non erano proprio i luoghi più adatti per suonare il jazz, così all’inizio degli anni ’30 emigrò a New York. Lì provò a fondare bande jazz, finché con il gruppo Dixieland “New Orleans Gang” riuscì ad avere un discreto successo. Il gruppo era formato da elementi senz’altro validi, come il clarinettista Pee Wee Russell, il pianista Claude Thornhill, il chitarrista George Van Eps, il sassofonista Eddie Miller e il trombonista George Brunies.

Nel 1937 il suo primo successo: “Sing, Sing, Sing”, poi eseguito da Benny Goodman in una famosa versione alla Carnegie Hall; ad oggi è il brano swing più suonato nel mondo.

Sciolse la band e ne formò un’altra, denominata “Louis Prima and His Gleeby Rhythm Orchestra”, che iniziò ad avere un discreto successo negli anni successivi, soprattutto con canzoni come “Angelina”, “Felicia No Capicia,” “Bacciagaloop (Makes Love on the Stoop),” “Please No Squeeza Da Banana,” e “Josephina, Please No Leana on the Bell”.

Nel 1948, Louis assunse una vocalist sedicenne, di Norfolk, Virginia, di nome Dorothy Jacqueline Keely. Intanto le cambiò il nome in Keely Smith, poi iniziò a duettare con lei, che era proprio il suo opposto in quanto a presenza scenica, tanto da sembrare quasi fuori posto, con le mani conserte davanti al corpo, i capelli corti, alla Betty Boop, e gli occhi da cerbiatto impaurito. Ma come per incanto, quando avvicinava la bocca al microfono, si capiva che il suo posto era proprio lì, sul palco.

La coppia si sposò il 13 luglio 1953, e Keely, di vent’anni più giovane di Louis, ne divenne la quarta moglie, avendo con lui due figlie, Toni e Luanne.

Alla fine del 1954 era un po’ in difficoltà nel trovare serate, ma grazie ad un amico trovò lavoro all’Hotel Sahara di Las Vegas. Poiché nel frattempo aveva sciolto la big band, doveva trovare qualcuno che lo accompagnasse: reclutò il sassofonista Sam Butera, che suonava al “500 Club”, locale del fratello di Louis Prima, incaricandolo di creare una band e raggiungerlo a Las Vegas.

Il nuovo gruppo debuttò il giorno di Santo Stefano del 1956 e poiché non avevano un nome, Louis disse a Butera di improvvisare. Butera salì sullo stage per annunciare i due cantanti Louis e Kelly e il gruppo, dicendo: “Ecco a voi Louis Prima, Keely Smith e The Witnesses”. Il nome rimase, tant’è vero che Butera fu il leader dei “testimoni” (witnesses, appunto), per quasi vent’anni.

Tutti insieme, riuscirono a creare uno show dal vivo tra i più coinvolgenti. Nel 1954 incisero il medley “Just a Gigolo/I Ain’t Got Nobody”. “Just a Gigolo” è la cover della canzone italo-tedesca “Schöner Gigolo”, scritta nel 1929 da Nello Casucci (musica, italiano) e Julius Brammer (parole, tedesco). La canzone divenne globalmente nota quando Irving Caesar, autore tra le altre di “Animal Crackers in My Soup”, brano cantato da Shirley Temple nel film “Riccioli d’oro” e di “Tea for Two”, la adattò in lingua inglese col titolo di “Just a Gigolo”.

Lo show, pubblicizzato come “The Wildest Show in Las Vegas”, divenne residente, con fino a cinque repliche a sera e anche se rivolto ad un pubblico “anziano”, proprio per il mix che si era creato sul palcoscenico riuscì a coinvolgere tutte le fasce di età.

Nel 1956, Prima e il suo gruppo firmarono per la nota casa produttrice “Capitol Records”, che tra gli altri ha prodotto o produce The Beatles, Paul McCartney, Mary J. Blige, the Beach Boys, Beastie Boys, Neil Diamond, Eagles, Katy Perry, Brian Wilson, Beck, Avenged Sevenfold, 5 Seconds of Summer, Don Henley, Sam Smith e Emeli Sandé.

In quel periodo il gruppo produsse un bel po’ di successi, tra cui “Just a Gigolo/I Ain’t Got Nobody”, “Jump, Jive an’ Wail”, “Buona Sera”, “Oh Marie” e “The Lip”. Nel 1958 Louis e Keely vinsero il Grammy per la loro versione di “That Old Black Magic”.

Ma mentre sul palco la loro coppia diventava sempre più forte, nella vita ci fu un allontanamento. All’inizio del ’61 ci furono un po’ di cambiamenti, la casa discografica e il locale, passando dalla “Capitol” alla “Dot” e dal “Sahara Hotel” al “Desert Inn”, che portarono un bel po’ di soldi nelle casse della coppia; ma a fine anno qualcosa si ruppe: il loro matrimonio.

Nel 1962 trovò un’altra voce femminile, Gia Maione, di trent’anni più giovane di lui, che l’anno dopo divenne la sua quinta moglie. Ma l’alchimia e il successo di un tempo non tornarono più.

Nel 1967 diede la sua voce al personaggio di King Louie (Re Luigi) nella versione originale del film Il libro della giungla di Walt Disney. La canzone “I Wanna Be Like You”, tratta dalla colonna sonora del film, fu un grande successo.

All’inizio degli anni settanta Louis Prima ritornò a vivere a New Orleans e a suonarvi con Butera. Nel 1975, in seguito ad un intervento per l’asportazione di un tumore al cervello, entrò in coma, da cui non si risvegliò più. Morì tre anni più tardi, il 24 agosto. L’epitaffio sulla sua tomba è una citazione da Just a gigolo, una delle sue canzoni più famose:

When the end comes I know They’ll say Just a gigolo As life goes on without me”

“Quando arriverà la fine, lo so, diranno è solo un gigolò, mentre la vita va avanti senza di me”

Alcuni dei suoi brani hanno rilanciato carriere, come quella dell’ex Van Halen, il cantante David Lee Roth, che ha segnato il colpo più ricordato del suo periodo solista con una versione di “Just a Gigolo/I Ain’t Got Nobody” nel 1985; nel 1998 una sua versione di “Jump, Jive an’ Wail” è stata utilizzata per uno spot dell’azienda Gap (pantaloni) portando la sua musica anche alle nuove generazioni.

Qualche giorno fa, tre “comedians” italiani, Virginia Raffaele, Claudio Gregori e Pasquale Petrolo, questi ultimi meglio noti come “Lillo e Greg”, hanno proposto un medley di due canzoni di Louis, la bellissima “Angelina” e la divertentissima “Zooma Zooma”. E se trovate la canzone sul web, un consiglio, ascoltatela.

“I eat antipasta twice

just because she is so nice

Angelina

Angelina

the waitress at the pizzeria

I eat zuppa and minestrone

just to be with her alone

Angelina

Angelina

the waitress at the pizzeria

Ti voglio bene

Angelina I adore you

Ti voglio bene

Angelina I live for you

E un passione

You have set my heart on fire

But Angelina

never listens to my song

I eat antipasta twice

just because she is so nice

Angelina

Angelina

the waitress at the pizzeria

If she’ll be a my cara mia

then I’ll join in matrimony

with a girl who serves spumoni

and Angelina will be mine

C’e’ la luna ‘n mezzo ‘u mare

Mamma mia me maritari

Figghia mia a cu te dari?

Mamma mia pensaci tu

Si ci dugnu li musicanti

iddu va, iddu veni

sempre lu strumento ne manu teni

Si ci pigghia ‘a fantasia

lu strumento a figghia mia

O mamma, zooma zooma baccala

O mamma, zooma zooma baccala

o mamma, zooma zooma baccala

zooma zooma zooma zooma

zooma baccala

C’e’ la luna ‘n mezzo ‘u mare

Mamma mia me maritari

Figghia mia a cu te dari?

Mamma mia pensaci tu

Si ci dugnu pisciaiolu

iddu va, iddu veni

sempre baccala ne manu teni

Si ci pigghia ‘a fantasia

baccala a figghia mia

O mamma…”

Personalità cirilliche

Leggevo qualche statistica e una mi ha colpito in particolare: il 47% delle coppie litiga il 14 febbraio. Sembrerebbe (non sono tanto convinto da questa statistica, mi sembra troppo, ma visto dove voglio arrivare con l’articolo va bene, il mio amico Vincenzo capirà) che le liti siano molto comuni soprattutto quando uno dei due partner è una persona sentimentale e l’altro invece è un cinico, che considera quel giorno una trovata pubblicitaria e consumistica. Il 14 febbraio è infatti S. Valentino!

Valentino era un cittadino di Terni convertito alla fede cristiana, divenuto poi Vescovo della città umbra dal 197 d.C. Conosciuto per la santità della vita, la carità e l’umiltà, lo zelante apostolato e i miracoli che fece, venne invitato a Roma da un certo Cratone, oratore greco e latino, perché gli guarisse il figlio infermo.

Restituita la salute al giovane, lo convinse ad aderire al cristianesimo con tutta la famiglia, convertendo anche i greci studiosi di lettere latine Proculo, Efebo e Apollonio, che diverranno suoi devoti discepoli. L’imperatore Claudio II il Gotico, preoccupato per la sua crescente popolarità, gli chiese di abiurare, ma Valentino rifiutò, tentando anzi di convertire lo stesso imperatore.

Claudio II lo fece arrestare ma poi lo graziò, affidandolo a una nobile famiglia. Valentino venne arrestato una seconda volta sotto Aureliano, succeduto a Claudio II, e morì decapitato il 14 febbraio 273.

La festa del 14 febbraio così come la conosciamo si concretizzò due secoli dopo il martirio quando, nel 496, Papa Gelasio I decise di sostituire alla festività pagana della fecondità (i lupercalia dedicati al dio Luperco), divenuta troppo licenziosa, una festa cristiana ispirata appunto a San Valentino, attribuendo al martire ternano la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati, indirizzandoli al matrimonio cristiano, benedetto da Dio, e a un’unione allietata dai figli.

Questa è solo una delle versioni che si leggono in giro sul web…

L’unica certezza è che il 14 febbraio, oltre ad essere S. Valentino, se si guarda bene il calendario si trova che è anche la giornata dedicata ai Santi Cirillo e Metodio.

Non pochi sono i casi di fratelli venerati come santi dalla Chiesa, fra i quali i patriarchi Mosè ed Aronne, gli apostoli Pietro ed Andrea, i martiri Cosma e Damiano, i protomartiri russi Boris e Gleb e molti altri. Papa Giovanni Paolo II, il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica “Egregiae virtutis” volle porre due fratelli, Cirillo e Metodio, quali patroni d’Europa insieme con San Benedetto, in quanto evangelizzatori dei popoli slavi e dunque della parte orientale del vecchio continente. Si tratta di due santi mai canonizzati dai papi, dei quali soltanto nel 1880 il pontefice Leone XIII aveva esteso il culto alla Chiesa universale.

Originari di Tessalonica, città greca a quel tempo facente parte dell’Impero Bizantino, Cirillo e Metodio evangelizzarono in particolar modo la Pannonia e la Moravia nel IX secolo. Sappiamo che Cirillo in realtà si chiamava Costantino ed adottò in seguito il nome Cirillo come monaco, verso il termine della sua vita. A causa della innegabile scarsità di fonti storicamente attendibili, sono fiorite numerose leggende attorno alle figure di Cirillo e Metodio.

Tessalonicesi, dicevo (Tessalonica è l’odierna Salonicco, in Grecia), erano rampolli di una nobile famiglia, infatti il loro padre Leone era drungarios della città, posizione che gli conseguiva un elevato status sociale. Drungarios era un grado militare dell’esercito bizantino; la parola è collegata con la parola latina drungus tradotta come gruppo, anche molto numeroso, di soldati, quindi drungarios, in greco Δρουγγάριος, significa comandante del drungus: volendo cercare un equivalente moderno potrebbe essere considerato l’analogo di un colonnello, o un generale di brigata.

Cirillo era il più giovane di sette fratelli e già in tenera età pare avesse espresso il desiderio di dedicarsi interamente al perseguimento della sapienza. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. Coltivò nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. Da Costantinopoli, l’imperatore inviò i due fratelli in varie missioni, anche presso gli Arabi. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu però quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia.

Il sovrano di Moravia, Rostislav, poi morto martire e venerato come santo, chiese all’imperatore bizantino di inviare missionari nelle sue terre, celando dietro motivazioni religiose anche il fattore politico della preoccupante presenza tedesca nel suo regno. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico (da “глаголь” che significa “parola”), oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Probabilmente già da tempo si era cimentato nell’elaborazione di un alfabeto per la lingua slava. Non tardarono però a manifestarsi contrasti con il clero tedesco, primo evangelizzatore di quelle terre.

Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma per far ordinare sacerdoti i loro discepoli, ma forse la loro visita fu dettata da un’esplicita convocazione da parte del papa Adriano II insospettito dall’amicizia tra Cirillo e l’eretico Fozio. Ad ogni modo il pontefice riservò loro un’accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.

Metodio ritornò poi in Moravia, ma durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo ed assegnato alla sede di Sirmiun (odierna Sremska Mitroviča, in Serbia). Quando in Moravia a Rostislav successe il nipote Sventopelk, favorevole alla presenza tedesca nel regno, iniziò la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un’eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885.

I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Una parte di essi riuscì a fuggire nei Balcani e non a caso in Bulgaria si venerano come Sette Apostoli della nazione proprio Cirillo, Metodio ed i loro discepoli Clemente, Nahum, Saba, Gorazd ed Angelario, comunemente festeggiati al 27 luglio. Il Martyrologium Romanum ed il calendario liturgico dedicano invece ai fratelli Cirillo e Metodio la festa del 14 febbraio, nell’anniversario della morte del primo.

Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, considerato “isapostolo”, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi.

Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.

In Russia la prima vera riforma dell’alfabeto fu attuata da Pietro il Grande, che negli anni 1708-1710 introdusse la scrittura civile (graždanskij šrift). In questa nuova forma l’alfabeto cirillico russo si caratterizzava per un diverso disegno delle lettere (semplificazione dell’ortografia), una diversa composizione (riduzione del numero delle lettere) e per l’eliminazione dei segni sopralineari.

L’alfabeto russo si conservò immutato fino al 1918, quando fu portata a termine la seconda riforma, iniziata nei primi anni del XX secolo. Questa riforma condusse a un’ulteriore semplificazione. L’alfabeto ucraino, come quello bielorusso, si impose alla fine del XIX secolo, ma alcune varianti furono introdotte nel periodo sovietico (1932-1990). Nel XVIII secolo il graždanskij šrift fece sentire la sua influenza anche nei Balcani; in Serbia il moderno alfabeto cirillico fu elaborato da V. Karadžić all’inizio del XIX secolo; in Bulgaria si impose l’alfabeto messo a punto da M. Drinov (1870) e successivamente riformato (1945); l’alfabeto macedone risale invece alla fine del secondo conflitto mondiale.

Lungo il corso della sua storia, la lingua russa fu soggetta a due famosissime riforme di ampio respiro, come dicevo: la prima fu promossa da Pietro I nel Settecento, la seconda dai bolscevichi nel 1917. Passa, invece, sotto silenzio un’altra radicale trasformazione pensata in epoca sovietica: l’adattamento ai caratteri latini.

I dibattiti sulla lingua su cui si sarebbe dovuta fondare la letteratura russa ebbero inizio ancora nei tempi in cui Pietro I introdusse per i suoi sudditi il nuovo alfabeto civico al posto di quello ecclesiastico. Molti studiosi occidentalisti ritenevano che lo zar riformatore avesse intenzione di compiere un adattamento della vita russa alla maniera europea attraverso il passaggio della lingua russa all’alfabeto latino. Le cose però non andarono così.

Un progetto di latinizzazione della lingua russa fu riproposto dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, dato che rispondeva perfettamente alla concezione di Vladimir Lenin e Lev Trotsky sulla creazione e importazione di una cultura proletaria universale nel discorso dell’imminente rivoluzione mondiale.

Secondo il pensiero del Commissario del popolo all’istruzione dell’Unione Sovietica, Anatolij Lunacharskij, l’alfabeto latino avrebbe semplificato notevolmente lo studio della lingua russa per “i proletari di tutto il mondo”: “L’esigenza o la coscienza della necessità di semplificare l’assurdo alfabeto prerivoluzionario, appesantito da ogni anacronismo storico, è nata a poco a poco in tutti gli uomini di cultura”.

D’altro canto Lenin non aveva fretta di introdurre l’alfabeto latino nella lingua russa. “Se iniziamo ad applicare in fretta e furia un nuovo alfabeto o introduciamo di corsa il latino, che, però, dovremmo forzatamente prima adattare al nostro, possiamo commettere degli errori esponendo inutilmente il fianco perché la critica ne approfitti e parli della nostra barbarie. Non dubito che arriverà il momento per la latinizzazione della scrittura russa, ma agire frettolosamente ora sarebbe imprudente”, rispondeva Lenin a Lunacharskij in una lettera della corrispondenza privata.

Nonostante ciò il Commissariato del popolo all’istruzione con a capo Lunacharskij decise di attuare un’importante riforma: l’alfabeto russo prerivoluzionario venne ripulito da una serie di lettere “superflue” (per esempio fu tolta la lettera “i”, un doppione della “и”, e la lettera “ѣ”, che bissava la lettera “e”, la lettera “Ѳ”, che duplicava la “ф”), venne ridotto l’uso del segno “ъ”, che prima della Rivoluzione si scriveva obbligatoriamente alla fine delle parole che terminavano in consonante. Si consideri che per attuare la riforma i bolscevichi utilizzarono i progetti elaborati ancora sotto Nicola II nell’Accademia imperiale delle scienze nel 1904, 1912 e 1917.

I bolscevichi e i linguisti ideologicamente schierati, comunque, non abbandonarono l’idea della latinizzazione. Il potere sovietico centrale e locale si adoperava per attirare il maggior numero di sostenitori e pertanto cercava di dimostrare con ogni mezzo possibile la disponibilità a lasciare ai popoli della Russia massima libertà, spingendosi fino alla scelta dell’alfabeto.

L’alfabeto russo, poco adatto “ai movimenti dell’occhio e della mano dell’uomo contemporaneo”, venne dichiarato “un anacronismo della grafia di classe dei secoli XVIII e XIX dei proprietari feudali e della borghesia” e “la grafia dell’oppressione assolutista, della propaganda da missionari, dello sciovinismo nazionale grande russo”.

Inizialmente si pensava di liberare dall’alfabeto russo – “veicolo della russificazione e dell’oppressione nazionale” da parte dello “zarismo” e dell’ortodossia – le popolazioni non slave dell’ex impero che già avevano una tradizione scritta in cirillico (per esempio i komi, i careli e altri): “Il passaggio all’alfabeto latino libererà una volta per tutte le masse lavoratrici da qualsiasi influsso della produzione scritta prerivoluzionaria di contenuto nazional-borghese e religioso”, si leggeva nel protocollo della riunione di una delle commissioni per la latinizzazione.

Dopo la fine della guerra civile nel 1922, in Unione Sovietica, venne avviata un’edificazione linguistica di dimensioni uniche (“nativizzazione”), che proclamava il diritto di ciascun popolo, anche il più piccolo, a impiegare la propria lingua in tutte le sfere della nuova vita socialista. Il nuovo potere stanziò enormi finanziamenti per la creazione di alfabeti, dizionari, manuali e per la preparazione degli insegnanti: anche le più piccole unità territoriali, i selsovet (con un minimo di 500 abitanti!), avevano infatti ricevuto la piena autonomia linguistica; ciò portò alla comparsa sulla carta geografica dell’Urss di una moltitudine di fantasiose formazioni linguistiche nazionali (per esempio nel 1931 nel territorio della Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina oltre ai selsovet ucraini, russi, europei ne esistevano più di 100 tedeschi, 13 cechi e uno svedese).

In definitiva, si crearono in tempi strettissimi alfabeti unificati in caratteri latini per decine di popolazioni sovietiche analfabete o semianalfabete, che, in breve e senza possibilità d’appello, si radicarono nel territorio; la burocrazia, i periodici e i libri venivano tradotti nei nuovi alfabeti. All’inizio degli anni Trenta nei popoli musulmani dell’Urss l’alfabeto latino scacciò del tutto quello arabo, molti alfabeti cirillici dei popoli non slavi e le forme di scrittura tradizionali dei popoli mongoli (calmucchi e buriati). Tra gli esiti positivi degli sforzi intrapresi si può annoverare l’eliminazione in tempi record dell’analfabetismo e la diffusione di un’istruzione primaria tra tutti i popoli dell’Unione Sovietica.

Ben presto, però, la situazione iniziò a cambiare radicalmente e in modo impetuoso. Stalin, che aveva acquisito sempre maggiore forza nei circoli del partito e concentrato nelle sue mani tutto il potere, aveva una propria visione dello sviluppo dello Stato sovietico, diverso tanto dalle idee del condottiero della rivoluzione Lenin, quanto dalle teorie dei futuri avversari “di sinistra” di Stalin: Lev Trotsky, Lev Kamenev, Grigorij Zinovev.

Stalin non provava alcun entusiasmo all’idea di importare la rivoluzione, ritenendo più realistica la costruzione di un potente Stato socialista su un territorio i cui confini combaciassero il più possibile con quelli dell’ex impero. È quindi logico che, a partire dagli anni Trenta, a poco a poco, in Urss, iniziò una parziale restaurazione di molti fenomeni, norme e relazioni sociali, approvati nella Russia prerivoluzionaria; a sua volta, molte novità portate dalla rivoluzione vennero bollate come “forzature sinistrorse” e “deviazioni trotskiste”. Anche la crisi mondiale dettava le sue condizioni: bisognava tagliare le enormi spese per la ristampa nei nuovi alfabeti della vecchia eredità culturale e ridurre i costi per le continue riforme.

Nel gennaio del 1930 la Commissione per la latinizzazione sotto la guida del professor Nikolaj Yakovlev preparò tre progetti definitivi di latinizzazione della lingua russa, ritenuta ai tempi del Commissario del popolo all’istruzione Lunacharskij (1917-1929) “inevitabile”.

Tuttavia il Politburo capeggiato da Stalin respinse, per la sorpresa di molti, in modo categorico i progetti e vietò di sperperare in futuro forze e mezzi per queste iniziative. In alcuni interventi pubblici negli anni a seguire Stalin sottolineò l’importanza dello studio della lingua russa per la futura edificazione del socialismo dell’Urss. Nel 1936, invece, le lingue latinizzate dell’Unione Sovietica iniziarono a essere ritradotte in massa in cirillico allo scopo di avvicinare le lingue dei popoli dell’Unione Sovietica alla lingua russa. Di contro, gli alfabeti con caratteri latini vennero dichiarati “non idonei allo spirito dei tempi” o persino “nocivi”. L’autonomia linguistica dopo aver conosciuto un boom a più livelli nei primi tempi dell’Unione Sovietica, fu velocemente e ovunque abolita, lasciando il posto alla lingua russa “ristabilita nei diritti”.

Il 13 marzo del 1938 uscì la delibera del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) “Sullo studio obbligatorio della lingua russa nelle scuole delle repubbliche e degli oblast nazionali”. I rappresentanti dell’intellighenzia dei popoli dell’Urss, che resistettero al ritorno del cirillico e al rafforzamento del ruolo della lingua russa subirono repressioni.

Il processo di esaltazione della lingua russa e del popolo, avvenuta negli anni Trenta sotto Stalin, stava prendendo forza. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale l’importanza della conoscenza del russo per tutti i cittadini sovietici divenne una verità intoccabile.

Alla fine del conflitto, nel 1945, uscì il celebre libro del linguista Vinogradov, “La grande lingua russa”, in cui l’autore rilevava – in perfetto spirito pubblicistico imperiale e prerivoluzionario – che “l’importanza e la potenza della lingua russa sono noti a tutti. Tale riconoscimento è entrato profondamente nella coscienza di tutti i popoli, di tutta l’umanità”.

Alla fine degli anni Quaranta la lingua russa raggiunse un posto sostanzialmente nuovo nel mondo e senza precedenti nella sua storia: divenne, infatti, una delle lingue di lavoro dell’Onu e quindi del Consiglio di Mutua Assistenza Economica, oltre a essere lingua di studio obbligatorio nelle scuole e negli istituti di tutti i Paesi socialisti.

Vediamo com’è fatto il cirillico russo, dividendolo in 4 gruppi:

Gruppo 1: Stesso aspetto e suono dell’italiano

Ci sono sei lettere russe che corrispondono alle loro omologhe italiane sia per pronuncia che per forma – A, E, K, M, O e T.

  • A a        suona come “a” in “lampada”, “albero”.
  • E e         suona come “je” in “ieri”. A volte può essere pronunciata come “e” in “bene”. Si pronuncia preceduto da “y” all’inizio di una parola o dopo una vocale.
  • К к        Suona come “k” in “kiwi” (“c” in “capo”, “cane”). La K è presente nelle parole straniere. Cercate di evitare l’aspirazione come è tipico per la lingua inglese.
  • M м      suona come “m” in “mare”.
  • O o       suona come “o” in “fuoco”. Ricordatevi che si pronuncia come una “o” chiusa.
  • In assenza di accento si pronuncia come “a” in “mela”.
  • T т         suona come “t” in “tavolo”. La punta della lingua deve toccare i denti inferiori, al contrario della “t” inglese che tocca la gengiva dei denti superiori.

Gruppo 2: Stesso suono ma aspetto diverso

Ci sono sedici lettere russe che non esistono in italiano ma hanno pronunce familiari: Б, Г, Д, ё, Ж, П, Ф, И, й, Л, Ц, Ш, Щ, Э, e Ю Я.

  • Б б        suona come “b” in “bravo”.
  • Г г         suona come “g” in “gruppo”.
  • Д д       suona come d in “dare”. Per pronunciare questa lettera la punta della lingua tocca i denti inferiori.
  • Ё ё         suona come “jo” in iota oppure come “o” in fuoco a seconda della posizione nella parola.
  • Ж ж      suona come “g” in giardino ma piu’ morbido, o “j” in francese jardin.
  • П п        suona come “p” in “padre”.
  • Ф ф       suona come “f” in “favola”.
  • И и        suona come “i” in “isola”.
  • Й й        suona come “i” in “iato”.
  • Л л        suona come “l” in “luna”.
  • Ц ц        suona come “z” in pazzo.
  • Ш ш      suona come “sci” in scivolo. La lingua è posta nella parte posteriore della bocca
  • Щ щ     suona come “_” nel ______. é simile a Ш, ma cercate di mettere la lingua più in alto e davanti.
  • Э э         suona come “e” aperta in bello.
  • Ю ю     suona come “ju” in Iuta. In alcuni casi suona come “u” in “uva” (У).
  • Я я        suona come “ja” in iato.

Gruppo 3: Stesso aspetto ma suono diverso

Le seguenti otto lettere russe appaiano come i loro omologhi italiani (oppure le cifre) ma hanno la pronuncia diversa – В, З, Н, Р, С, У, Ч, Х.

  • В в        suona come “V” in vaso.
  • З з         suona come “s” in rosa. Questa lettera potrebbe sembrare il numero tre (3), ma esprime solo una consonante e non ha nulla a che fare con le cifre.
  • Н н        suona come “n” in nave. Come con la lettera T russa, la punta della lingua tocca i denti in basso quando pronunciamo questa lettera.
  • Р р        suona come “r” in ricordo. Nel pronunciare questo suono, la punta della lingua batte alla base dei denti.
  • С с         suona come “s” in salsa. La punta della lingua tocca i denti inferiori.
  • У у        suona come “u” in uva.
  • Ч ч        suona come “C” ciao, cielo. Non confondere questa lettera con la cifra quattro (4).
  • Х х         suona come “ch” nel tedesco Achtung. Ricorda vagamente “ch” in “Bach”.

Gruppo 4: Nuovo aspetto e suono (o nessun suono)

L’ultimo gruppo comprende le lettere che non esistono in italiano e rappresentano un suono sconosciuto oppure non hanno suono (Ы, Ъ, Ь).

  • Ы ы      Non c’è l’equivalente italiano. “I” gutturale, un suono intermedio tra “i” e “u”
  • Ь            Questa lettera è chiamata il “segno morbido” e non ha alcun suono. È utilizzata per modificare la pronuncia della consonante precedente, rendendola morbida (palatalizzata). Una consonante diventa morbida quando è pronunciata con la metà della lingua sollevata verso il palato della bocca.
  • Ъ           Il “segno duro” non ha alcun suono, e si verifica solo tra una consonante e una vocale, come nella parola “въезд” (entrata). E’ utilizzato per mostrare che la consonante non va palatalizzata e che la vocale successiva è preceduta dal suono breve “i” in “iato”.

Ho portato a termine questa “missione” cosicché il mio amico Vincenzo al prossimo viaggio in Ucraina avrà qualche argomento di discussione in più…

Nina Simone

Tra tutti gli anni che ricordo con piacere, ce ne sono due che amo particolarmente: il 1982 e il 1987. Il primo legato a ricordi sportivi (era l’anno dei mondiali spagnoli) ed emotivi (uscivo dall’infanzia ed entravo nell’adolescenza, e non aggiungo altro), mentre il secondo è stato un anno fenomenale per altri motivi.

Nel 1987 uscirono “The Joshua Tree” degli U2, “Sign o’ the times” di Prince, “Appetite for destruction” dei Guns ‘n’ Roses, “Bad” di Michael Jackson, “Faith” di George Michael, “Nothing like the sun” di Sting e molti altri album bellissimi, ma soprattutto la Chanel, casa di moda parigina fondata all’inizio del ventesimo secolo da Coco Chanel, specializzata nei beni di lusso, per pubblicizzare il suo celeberrimo profumo “Chanel N° 5” scelse come testimonial Carol Bouquet e come colonna sonora una canzone di trent’anni prima, “My baby just cares for me”.

“My Baby Just Cares for Me” è una canzone scritta da Walter Donaldson  con le parole di Gus Kahn, composta nel 1930 in occasione della versione cinematografica omonima del musical del 1928 “Whoopee!”. Il brano è principalmente conosciuto nella versione interpretata da Nina Simone nel 1958, che registrò il brano per il suo album di debutto “Little Girl Blue”; la canzone rimase relativamente sconosciuta fino al 1987, appunto, quando fu scelta per quella pubblicità. In seguito alla grande popolarità degli spot fu realizzato un video musicale realizzato con la tecnica claymation prodotto dalla Aardman Animations (quelli di “Galline in fuga” e “Shawn the sheep”).

Quindi la versione di Nina Simone era una cover: altre versioni erano state registrate, anche in precedenza, da Nat King Cole, Amanda Lear, Mel Tormé, Mary Wells, Alex Chilton e Frank Sinatra ed altre ne sarebbero state realizzate in seguito, ad esempio da George Michael. Ma la sua versione è senza dubbio quella che è rimasta di più nella memoria collettiva.

Nata il 21 febbraio 1933 a Tryon, nella North Carolina, Eunice Kathleen Waymon era la sesta di otto figli. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età, a tre anni e a cantare nel coro della chiesa e grazie all’interesse dei genitori, si creò un repertorio classico che comprendeva Brahms e Beethoven: il suo sogno allora era diventare la prima grande pianista afro-americana.

Era così dotata che il suo insegnante istituì una fondazione, a cui partecipò tutta la comunità di colore locale, per pagarle l’iscrizione alla “Juilliard School of Music” di New York, dove ebbe modo di perfezionarsi e lavorare con altri artisti. Purtroppo i fondi finirono e Nina dovette trasferirsi a Philadelphia con la famiglia, dove provò ad iscriversi al “Curtis Institute of Music”: fu respinta in quanto nera e quindi dovette allontanarsi dalla musica classica. Iniziò così a suonare gli standard americani, il jazz e il blues nei locali di Atlantic City negli anni ‘50.

La prima sera di lavoro al “Midtown Bar and Grill” di Atlantic City, nel luglio del ’54, suonò al pianoforte musica gospel e classica senza aprire bocca. La sera seguente il proprietario del locale, Harry Seward, le disse: “O canti o cambi lavoro”. Iniziò così la sua carriera, sulle orme di Billie Holliday, di cantante di pianobar. Prese il nome d’arte unendo la parola spagnola “niña” (bambina, come la chiamavano allora, cioè “baby girl”) e il nome della sua attrice preferita, Simone Signoret.

Nina iniziò a pubblicare dischi dalla fine degli anni ’50 sotto l’etichetta Bethlehem, con il primo album del 1957 “Plain Gold Ring”, caratterizzato, oltre che dalla già citata “My baby just cares for me”, dalla title track “Little girl blue” e da “I loves you, Porgy”, di George e Ira Gershwin, tratto dal musical “Porgy and Bess”.

Nel 1960 il singolo “Ain’t Got No, I Got Life” raggiunse la seconda posizione nel Regno Unito, la prima in Olanda per 6 settimane e la decima nelle Fiandre in Belgio. Lavorò per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, iniziò a lavorare stabilmente con la Philips. Pur cambiando spesso casa discografica, pubblicò “The Amazing Nina Simone” (1959), “Nina Simone Sings Ellington!” (1962), “Wild Is the Wind” (1966) e “Silk and Soul” (1967), che le diedero un discreto successo di pubblico, anche grazie a qualche cover qua e là, come ad esempio “The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan” e “Here Comes the Sun” dei Beatles.

Alla fine degli anni ’60 lasciò in modo polemico gli Stati Uniti, accusando governo e CIA dello scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Girò il mondo, visse in Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, in Olanda e in Svizzera. Proprio a causa della polemica con il governo, faceva fatica a pubblicare altri album.

Però era molto nota, sia nell’ambiente soul (la chiamavano “La sacerdotessa del soul”, ma a lei non piaceva essere etichettata, anzi, asseriva di fare molto più musica folk di quanta ne facesse di jazz e soul) sia in quello della lotta per i diritti civili, ed era molto amica sia di Malcom X che di Martin Luther King.

Diverse canzoni testimoniavano questo impegno nel sociale, a partire da “Mississipi Goddamm”, scritta per reazione all’omicidio di quattro ragazze in un attentato dinamitardo a sfondo razziale presso Birmingham, eseguita in pubblico la prima volta alla Carnegie Hall nel 1964 e il cui linguaggio esplicito di protesta le valse il fatto di non essere trasmessa da diverse stazioni radio. L’interpretazione di “Pirate Jenny”, canzone tratta da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e registrata per la prima volta per l’album “In Concert”, faceva della sguattera protagonista del racconto l’evidente metafora di una donna che invitava alla rappresaglia contro il razzismo. In “Four Women”, Nina Simone esprimeva nel ritratto di quattro donne afroamericane il conflitto interiore a cui la donna nera era soggetta nella società del suo tempo.

Quando Chanel usò “My baby just cares for me” per quello spot, le nuove generazioni scoprirono la sua musica e lei si trasformò in una’icona del jazz, anche se proprio in quell’occasione capì come era stata superficiale in passato (dal punto di vista imprenditoriale, almeno). Infatti, sull’onda del successo dello spot, la canzone balzò nei primi posti delle classifiche di Olanda, Francia e Inghilterra, ma quando Nina cercò di monetizzare recuperando le royalties delle vendite, si rese conto che trent’anni prima aveva ceduto i diritti alla sua casa discografica del tempo. Dopo una lunga battaglia in tribunale, le furono riconosciuti solo i diritti legati all’uso del brano nella pubblicità (non il massimo, ma neanche quisquilie).

Negli anni seguenti mantenne uno zoccolo duro di fan che riempivano le sale dove teneva concerti; partecipò, tra le altre, alla festa per l’80° compleanno di Nelson Mandela e al Guinness Blues Festival di Dublino, in Irlanda. Il critico del “New York Times” Jon Pareles una volta disse “C’è ancora molta forza nella sua voce” e che i suoi spettacoli erano caratterizzati da “un suono dolce, una personalità forte e un repertorio che esalta entrambi”. Ha ispirato numerose artiste, tra cui Aretha Franklin, Laura Nyro, Joni Mitchell, Lauryn Hill e Meshell Ndegeocello.

Una bella versione della sua vita è stata ripresa nel film “Nina”, del 2016, interpretato da Zoe Saldana. Molti suoi brani sono stati utilizzati nelle colonne sonore; quello che preferisco è “Sinnerman”: viene usato nella scena del museo di “Gioco a due”, film del ’99 con Pierce Brosnan e Rene Russo, in “Inland Empire” di David Lynch e in “Cellular”, film del 2004 con Kim Basinger. È stato utilizzato inoltre in vari telefilm (tra cui Sherlock , Chuck, Person of Interest e Scrubs – Medici ai primi ferri) e una versione dance-remix è parte della colonna sonora del film Miami Vice del 2006.

Nina Simone morì il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet, in Francia, per le complicanze dovute a un tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia. Seguendo le sue volontà, venne cremata e le sue ceneri furono sparse in vari luoghi dell’Africa, terra d’origine dei suoi antenati.