Ristoranti del futuro 3

Il nome Beatles non significa niente di preciso, ma l’assonanza con la parola inglese beetle, che significa “scarafaggio”, fa sì che in Italia i quattro musicisti venissero chiamati “scarafaggi”. Il termine Beatles contiene peraltro la parola Beat che significa “pulsazione” e che individua l’elemento base della musica degli anni ’60, la “musica Beat”, appunto.

Ma gli scarafaggi di cui parleremo oggi sono quelli veri…

Abbiamo visto le scorse due “puntate” la suddivisione degli invertebrati e come all’interno della stessa classe vi siano alcuni invertebrati di cui facciamo uso dal punto di vista alimentare. Abbiamo anche accennato alla possibilità di utilizzare gli insetti come mangimi per animali.

La produzione di mangimi a base di insetti presenta anche alcuni vantaggi per l’ambiente, perché gli insetti sono animali a sangue freddo e quindi molto efficienti nel convertire gli alimenti in biomassa.

I tassi di conversione nutrizionale per la carne (cioè quanto mangime è necessario per produrre un incremento in peso corporeo di un animale) variano largamente a seconda della specie e delle pratiche di allevamento utilizzate. In media, gli insetti possono convertire 2 kg di cibo in 1 kg di massa, laddove un bovino necessita 8 kg di cibo per produrre l’aumento di 1 kg di peso corporeo.

La produzione di gas serra da parte della maggioranza degli insetti è probabilmente più bassa di quella del bestiame convenzionale. Per esempio, i suini producono fra 10 e 100 volte più gas serra per kg di peso di quello prodotto dai vermi della farina.

Gli insetti possono nutrirsi di rifiuti organici come resti di cibo e feci umane, compost e liquami animali, e possono trasformarli in proteine di alta qualità a loro volta utilizzabili per l’alimentazione animale. Tale pratica è consentita in alcuni paesi, ma vietata nell’Unione europea.

Gli insetti utilizzano meno acqua del bestiame convenzionale. I vermi della farina, ad esempio, sono molto più resistenti alla mancanza d’acqua dei bovini.

Infine, l’allevamento di insetti è meno dipendente dalla disponibilità di terreno del bestiame convenzionale.

Il contenuto nutrizionale degli insetti dipende dal loro stadio vitale, dall’habitat e dalla dieta. Tuttavia è largamente accertato che:

  • Gli insetti forniscono proteine di alta qualità e nutrienti paragonabili a quelli forniti dalla carne e dal pesce.
  • Molte specie di insetti presentano un’alta quantità di acidi grassi. Essi sono anche ricchi in fibre e micronutrienti quali rame, ferro, magnesio, manganese, fosforo, selenio e zinco.
  • Gli insetti presentano un basso rischio di trasmissione di zoonosi (malattie trasmesse dagli animali all’uomo) quali l’H1Nr1 (influenza aviaria) o la Bse (malattia della mucca pazza).

Dal punto di vista dei consumatori, la maggioranza di essi concorda che nutrire polli e pesci con mangimi contenenti insetti sia più naturale per l’animale e renda un prodotto di miglior qualità rispetto a quelli allevati con mangimi a base di soia.

Gli insetti rappresentano una fonte di proteine e amminoacidi interessante e potrebbero quindi integrare la dieta di animali da reddito e da compagnia in modo più efficiente rispetto agli altri animali tradizionalmente allevati per l’alimentazione. Dal punto di vista della nutrizione animale potrebbero sostituire materie prime come la soia (principale fonte proteica) o gli integratori più o meno di sintesi apportatori di aminoacidi, acidi grassi essenziali (ω-6, ω-3) e sali minerali.

Non di minor conto poi le proprietà omeoterapiche che renderebbero questa fonte alimentare importante nel sostenere soprattutto le prime fasi di sviluppo animale, soggette a soventi squilibri con elevata mortalità se non prevenuti con trattamenti terapici o mangimi medicati (ad esempio gli avicoli a lento accrescimento della biodiversità veneta).

Ma gli insetti possono entrare a far parte della dieta umana?

Senza dubbio rappresentano una delle soluzioni più accreditate del futuro per contrastare il crescente fabbisogno alimentare. È accettato dalla comunità scientifica, infatti, che entro il 2050 la popolazione mondiale sarà di oltre 9 miliardi di persone per le quali sarà necessario trovare nuove soluzioni di approvvigionamento alimentare.

Alcuni docenti, a margine di un convegno tenutosi a Palermo, hanno affermato che gli insetti forniscono cibo a basso costo ambientale, sono compatibili con la dieta umana e rappresentano un’interessante soluzione per soddisfare il bisogno alimentare che il pianeta si troverà ad esprimere nell’immediato futuro.

Inoltre pare che l’allevamento degli insetti come alimento e mangime, nonostante sia ancora allo stato embrionale, avrà una crescita che farà probabilmente emergere anche nuove importanti sfide.

Numerose ricerche scientifiche attestano il contributo che gli insetti hanno sugli ecosistemi, le diete, la disponibilità alimentare e i mezzi di sussistenza sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Tali benefici, però, sono in gran parte sconosciuti soprattutto nella nostra cultura dove gli insetti sono visti con diffidenza e raccapriccio.

Da un punto di vista nutrizionale, oltre ad apportare proteine di alto valore sono una buona fonte di acidi grassi monoinsaturi e/o polinsaturi e sono ricchi di micronutrienti (calcio, rame, ferro, zinco, magnesio, manganese e selenio), folati e vitamine del gruppo B. Ci potrebbero però ancora essere alcuni aspetti da investigare, soprattutto per quanto riguarda la loro digeribilità e l’assorbimento. La presenza di chitina, componente del loro esoscheletro, potrebbe infatti essere un fattore critico, anche se si è visto che c’è una digestione gastrica che permette poi l’assorbimento intestinale delle proteine e dei nutrienti principali.

Gli usi che si stanno sperimentando per la nutrizione umana sono comunque interessanti. Farine di insetti (grilli, per esempio) sono addizionate in quantità fino al 20% in pasta e biscotti, facendo aumentare di conseguenza il loro valore nutrizionale e costringendo a ripensare alla dieta nel suo insieme quando queste fonti proteiche sono introdotte. Se nutrirsi di insetti non è una novità per almeno un terzo della popolazione mondiale, alle nostre latitudini stiamo ancora facendo i conti con i preconcetti, ma anche con la voglia di scoprire di cosa si tratti.

Fino a poco tempo fa vietati per l’uso alimentare nell’Unione Europea (mentre gli studi in ambito mangimistico sono ben più avanzati) gli insetti (adulti o loro larve) potranno venir proposti per l’alimentazione umana dal primo gennaio del 2018, grazie a un nuovo Regolamento UE che permetterà la commercializzazione in tutti i Paesi Membri, abbattendo così il primo muro di diffidenza e aprendo la strada a una produzione controllata e sicura da un punto di vista igienico-sanitario come accade per qualsiasi alimento in vendita.

Mangiare insetti commestibili è un’idea che ripugna ma incuriosisce.

Nella storia dell’umanità non esistono tradizioni alimentari basate su insetti, che sono un cibo di sussistenza solo in regioni con cibo scarso. Le aree dove li considerano commestibili sono a macchia di leopardo, nel mondo. In alcune enclave asiatiche, sì, e il “casu martzu”, il famoso formaggio coi vermi Sardo di cui ho parlato in “Ristoranti del futuro 2“, è da alcuni reputato una delizia: ma non per questo si può generalizzare dicendo che i cinesi e i sardi mangiano insetti.

In Occidente abbiamo un pregiudizio culturale e pensiamo che gli insetti, solo perché sono mangiati in Paesi in via di sviluppo, non possano essere buoni.

Molluschi, granchi, aragoste e gamberi, se ci pensiamo bene, visti da vicino non appaiono poi molto diversi da alcuni insetti. In Thailandia si mangiano scorpioni arrostiti e ragni fritti, che sono considerati dalla popolazione locale delle vere e proprie leccornie: sono aracnidi molto diffusi nello street food asiatico insieme ad insetti come grilli, locuste e bachi che vengono fritti, arrostiti o stufati con salse piccanti. Le termiti e i bruchi sono considerati un ottimo alimento in buona parte dell’Africa, mentre in Madagascar si possono assaggiare alcune specie di farfalle fritte con la pastella. Potrei continuare a lungo, perché gli insetti commestibili, secondo la Fao, appartengono alla dieta di 2 miliardi di persone, quasi un terzo della popolazione mondiale.

Tuttavia gli insetti non sono un alimento tradizionale, per nulla. Sono considerati difatti novel food, quindi soggetti a nuove indagini e controlli di cautela.

Se poi pensiamo alle nostre abitudini alimentari regionali, come le lumache in alcune regioni del Sud, o le rane nel Vercellese, allora forse, mangiare insetti non è poi così lontano. Personalmente, pur avendo mangiato cose che voi umani non potete neanche immaginare, non sono favorevole, ma, come si dice, mai dire mai!

Ristoranti del futuro 2

È forse il formaggio sardo di cui si parla di più al mondo. “Su Casu Martzu”, tradotto letteralmente “il formaggio marcio”, è uno dei prodotti più particolari del mondo. Ovviamente, comprendo la titubanza di chi incontra per la prima volta sulla sua tavola la mitica forma di formaggio con i vermi ma chi supera la diffidenza non riesce più a dimenticarselo. Giusto per la precisione, non si tratta di formaggio “andato a male”, ma di formaggio fermentato con l’aiuto di larve. Anche in Puglia ne abbiamo uno simile, “Lu Casu Puntu” o “Casu cu lli ièrmi”.

Io non sono un esperto gastronomo ma più un “curioso” e amo scovare ciò che lega il territorio che sto visitando con i sapori della sua tavola. Mi è capitato di assaggiarlo e devo dire che, superato il timore iniziale, è una delle cose più buone che abbia mai mangiato.

In “Ristoranti del futuro” abbiamo iniziato a parlare di animali e di specializzazioni, passando dagli organismi più semplici, le spugne, fino ad arrivare ai molluschi.

Proseguiamo nella nostra classificazione dagli anellidi.

Gli anellidi sono anche detti “vermi segmentati”, per il loro corpo cilindrico, vermiforme, diviso in segmenti (anelli o metameri). Anche se negli anellidi la segmentazione del corpo è ancora primitiva, (caratterizzata da poche differenze tra i diversi metameri), l’effetto evolutivo della metameria è di enorme importanza poiché ha reso possibile lo sviluppo di strutture e di funzioni dalla complessità assai più elevata.

Altra importante conquista evolutiva degli anellidi è la presenza del celoma, una cavità interna piena di liquido che contiene e protegge i principali organi. Essi hanno colonizzato la maggior parte degli ambienti, infatti vi sono specie terrestri, d’acqua dolce e specialmente marine, con forme parassite e mutualistiche. Le loro dimensioni possono variare dal millimetro fino ai tre metri.

Il corpo degli anellidi è dato dal ripetersi di numerosi metameri, tutti uguali tranne i primi due (che portano gli organi di senso e la bocca) e l’ultimo (che porta l’ano). La parete del corpo è costituita da robusti muscoli circolari e longitudinali adattati a nuotare, a strisciare e a scavare; è ricoperta da un sottile strato di epidermide che è mantenuta sempre umida. Presenta inoltre delle setole utilizzate per facilitare il movimento.

Il sistema circolatorio comprende sei cuori pulsanti e due lunghi vasi longitudinali, collegati per mezzo di una coppia di vasi trasversali per ogni metamero. Non esistono invece, in generale, organi dedicati alla respirazione, che è essenzialmente di tipo cutanea, cioè avviene attraverso l’epidermide grazie alla presenza della rete di capillari superficiali. L’intestino, non metamerico, è un tubo diritto che attraversa tutto il corpo dell’animale. Il sistema escretore è costituito da una coppia di nefridi per ciascun metamero. Il liquido presente nel celoma viene spinto nel nefridio, dove le sostanze necessarie vengono riassorbite e i prodotti di rifiuto vengono eliminati.

Le classi principali del phylum degli anellidi sono tre:

  • Oligocheti
    • Gli oligocheti vivono soprattutto nelle acque dolci o nel terreno. Il rappresentante più noto è il lombrico. I lombrichi svolgono un ruolo fondamentale nell’ecologia del suolo, che viene smosso, ossigenato e reso fertile dalla loro azione.
  • Policheti
    • La maggior parte dei policheti vive in ambiente marino. In questo ambiente troviamo specie scavatrici, sedentarie, striscianti sui fondali o natanti.
  • Irudinei
    • Gli irudinei o sanguisughe sono parassiti o predatori. Le due estremità del corpo sono trasformate in ventose e la bocca si apre nella ventosa anteriore. Le sanguisughe sono diffuse soprattutto nelle acque dolci. Le specie che si nutrono di sangue si attaccano ad ospiti, sia vertebrati che invertebrati, ed incidono la pelle con le mascelle, succhiando il sangue per mezzo di una proboscide.

Gli echinodermi sono invertebrati marini a vita sedentaria, la maggior parte dei quali presenta una struttura corporea a simmetria raggiata. Il nome “echinodermi” deriva dall’aspetto spinoso della superficie corporea esterna. Di questo gruppo fanno parte tra gli altri le stelle marine e i ricci di mare.

Benché la struttura degli echinodermi sia unica nel regno animale, la loro fase embrionale (che è a simmetria bilaterale ed è mobile) presenta una somiglianza con quella dei cordati, con i quali si ritiene ci sia una parentela filogenetica.

Caratteristica degli echinodermi è la presenza di uno scheletro sotto la pelle (dermascheletro), costituito da numerose piastre calcaree spesso fornite di tubercoli o aculei. Questo scheletro, composto da carbonato di calcio e magnesio, permette la flessibilità del corpo quando i suoi pezzi sono piccoli e non completamente saldati come nelle stelle; in caso contrario costituisce un rivestimento rigido, come nei ricci.

Una particolarità che accomuna i componenti del gruppo è quella relativa al movimento.

Gli echinodermi hanno, all’interno del corpo, un sistema di canali acquiferi, che servono loro per respirare, per catturare la preda e per la locomozione. L’acqua, passa attraverso un complicato sistema di canali connesso con piccoli pedicelli ambulacrali.

Ogni animale possiede centinaia di pedicelli ambulacrali, che escono attraverso minuscoli fori del dermascheletro e terminano con una ventosa.

Regolando il flusso del liquido nei canali l’animale può allungare o ritirare i pedicelli, permettendo l’adesione al substrato e il movimento su di esso.

Gli artropodi sono animali invertebrati caratterizzati da uno scheletro esterno (esoscheletro) e da appendici articolate. Letteralmente il termine artropode significa “con arti articolati”.

Il phylum degli artropodi è il più vasto del regno animale: ne sono state descritte oltre un milione di specie e ciò dimostra come la loro struttura di base sia versatile e adattabile a diversi modi di vita. Gli artropodi sono infatti diffusi in quasi tutti gli habitat.

L’esoscheletro è costituito da una proteina chiamata chitina, che conferisce resistenza e impermeabilità all’intera struttura. Dal momento però che la robustezza e l’elasticità dell’esoscheletro diminuiscono con l’aumentare della massa corporea, gli artropodi non raggiungono mai grandi dimensioni.

L’esoscheletro, inoltre, è una struttura rigida che non si può dilatare e, dunque, impedisce la crescita. È per questo che gli artropodi, nel corso del loro ciclo vitale, vanno incontro a numerose mute, in occasione delle quali perdono la vecchia cuticola (esuvia) per svilupparne un’altra, via via più grande. Subito dopo la muta, quando la nuova cuticola non è ancora ben sclerificata, l’animale è particolarmente vulnerabile.

Il corpo è suddiviso in tanti segmenti o metameri, che nelle forme più primitive tendono ad essere uguali (come già visto negli anellidi), mentre nelle forme più evolute si sono differenziati e raggruppati a formare regioni corporee ben definite: il capo, il torace (o cefalotorace) e l’addome.

Le appendici articolate nelle forme più primitive sono presenti in tutti i segmenti. Con la differenziazione, le zampe tendono a rimanere solo nei segmenti toracici. Le appendici delle altre zone del corpo spariscono o si trasformano per assolvere ad altre funzioni (antenne, mandibole, chele, ecc.)

La riproduzione è esclusivamente sessuata, e avviene attraverso la deposizione di uova fecondate. Molte specie hanno uno sviluppo indiretto, cioè attraversano una o più fasi larvali prima di diventare adulti: queste fasi prendono il nome di metamorfosi.

Il phylum degli artropodi comprende 4 classi principali: i crostacei, gli aracnidi, i miriapodi e gli insetti.

I crostacei comprendono quasi esclusivamente animali acquatici marini, sebbene siano ampiamente rappresentati anche nelle acque dolci e sia nota qualche specie terrestre (porcellino di terra). Sono di dimensioni molto variabili, da microscopiche a qualche decina di centimetri.

Caratteristica comune ai crostacei è la presenza di due coppie di appendici sensoriali (antennule e antenne) sul capo. Hanno un elevato numero di zampe (almeno 5 paia) e spesso presentano il primo paio di appendici trasformate in robuste “chele”, utilizzate per la difesa e per l’offesa.

Nella maggior parte dei crostacei, il torace e il capo sono fusi assieme a costituire un cefalotorace. Esso è ricoperto da un piastrone detto carapace, reso più rigido dalla deposizione di carbonato di calcio.

Nei crostacei più primitivi vi sono ancora segni di metameria omonoma. Tipicamente tutti i segmenti addominali recano appendici locomotorie, che diventano più piccole avvicinandosi all’ultimo segmento.

Un tipico esempio di avanzamento della differenziazione dei segmenti si ha nei granchi. In questi crostacei evoluti, l’addome non presenta più appendici: è anzi ridotto e rivoltato sotto al cefalotorace.

Gli aracnidi sembrano essere stati fra i primi animali a colonizzare la terraferma.

Il corpo degli aracnidi è diviso in due parti:

  • il cefalotorace, che non ha antenne e porta gli organi di senso e sei paia di appendici. Il primo paio di appendici sono i cheliceri, che possono terminare con chele o con una punta velenosa; il secondo paio è rappresentato dai pedipalpi, che possono avere la funzione di presa del cibo o di organi di senso; le altre quattro paia sono le zampe.
  • l’addome, privo di appendici, porta gli orifizi genitali.

Molti aracnidi sono predatori di piccoli insetti, ma certe specie, come ad esempio le tarantole catturano facilmente topi o piccole lucertole. Normalmente la digestione del cibo avviene all’esterno del corpo, prima dell’ingestione, mediante fluidi digestivi secreti dall’organismo direttamente sugli alimenti.

Degli aracnidi fanno parte:

  • Ragni: hanno addome non segmentato e provvisto di ghiandole sericee con cui producono la seta per la costruzione della “tela”.
  • Scorpioni: hanno addome segmentato, un lungo e sottile postaddome, o coda, che termina con un pungiglione e pedipalpi molto sviluppati.
  • Acari e zecche: piccoli animali in cui tutte le parti del corpo si sono fuse insieme; comprendono molte specie parassite sia di animali che di piante.

I miriapodi sono animali dal corpo metamerico formato di un capo che porta due antenne e di solito ocelli ed un lungo tronco composto da una serie di segmenti uguali, che portano le zampe. Ai miriapodi appartengono i diplopodi e i chilopodi.

Diplopodi, ad esempio i millepiedi, in ogni segmento del tronco hanno due paia di zampe; presentano due occhi semplici, un paio di mandibole, due brevi antenne e, nella maggior parte delle specie, ghiandole che producono secrezioni maleodoranti tali da respingere o uccidere gli insetti predatori. Vivono in luoghi bui e umidi e si nutrono di materiali vegetali in decomposizione.

Chilopodi, come i centopiedi, hanno ogni segmento del tronco che porta un solo paio di zampe; il primo paio di zampe è modificato in un paio di artigli velenosi. Molti chilopodi sono in grado di infliggere una puntura velenosa che in certi casi può essere pericolosa anche per gli esseri umani. I chilopodi sono animali notturni lucifughi, che durante il giorno restano immobili sotto le pietre o le foglie secche. Sono tutti carnivori, predatori rapidi ed efficienti.

Gli insetti sono i più complessi e perfezionati animali invertebrati. Questa classe rappresenta il più grande tra i raggruppamenti di animali che popolano la terra, annoverando oltre un milione di specie, pari ai cinque sesti dell’intero regno animale.

Gli insetti sono distribuiti in tutto il mondo, dalle regioni polari ai tropici, e popolano ambienti disparati, terrestri e acquatici. Le loro dimensioni corporee variano molto: da insetti più piccoli di un millimetro si arriva a farfalle con apertura alare di 30 cm.

Tra gli insetti vi sono specie parassite, saprofite e simbionti; diverse specie conducono una vita sociale molto complessa come ad esempio le api, le formiche, le termiti, e così via, e ricoprono un ruolo ecologico insostituibile nella vita del nostro pianeta.

Gli insetti hanno il corpo suddiviso in tre parti distinte (capo, torace e addome), presentano tre paia di zampe articolate attaccate al torace e, solitamente, sono dotati di ali.

Il capo è la regione anteriore: è formato dalla fusione di sei segmenti che si sono saldati tra loro a formare un rivestimento rigido e continuo.

Sul capo sono presenti un paio di antenne, l’apparato boccale e gli occhi composti e spesso gli ocelli.

Gli occhi composti sono gli organi della vista, posti sui lati del capo. La superficie dell’occhio composto è suddivisa in faccette esagonali, ognuna delle quali corrisponde a un’unità visiva (ommatidio) e percepisce solo una piccola parte del campo visivo. Sommando come in un mosaico le immagini parziali di ogni ommatidio, l’occhio composto raccoglie l’immagine completa.

Gli ocelli sono, invece, occhi primitivi, più semplici, presenti in numero di tre, meno frequentemente due, oppure assenti del tutto. Sono localizzati nella regione frontale, davanti agli occhi composti, oppure sul vertice, fra gli occhi o dietro questi.

Le antenne sono organi essenziali, usati dagli insetti, per percepire gli stimoli esterni e relazionarsi con l’ambiente circostante. Attraverso questi organi gli insetti percepiscono il tatto, le variazioni di pressione, il suono, l’umidità dell’aria, e la temperatura.

Come le altre appendici, anche le antenne sono formate da singoli pezzi tra loro articolati. Alcune hanno forma semplice e filiforme, altre hanno forme e la loro forma è utile per identificarlo e per capire il tipo di vita che conduce.

Le appendici dell’apparato boccale derivano da una profonda trasformazione dei primi metameri del corpo. Nel complesso, l’apparato boccale è composto esternamente dal labbro superiore, da un paio di mandibole, da un paio di mascelle e dal labbro inferiore.

Modificando queste parti, i diversi gruppi di insetti hanno trasformato la bocca in un attrezzo specializzato. L’apparato boccale più diffuso è adattato alla presa di alimenti e alla loro triturazione sommaria e viene detto perciò apparato boccale masticatore.

Api e bombi hanno parti boccali lambente succhiatore, adatto sia a masticare che succhiare.

I lepidotteri hanno una spiritromba, una vera e propria “cannuccia”, che a riposo viene tenuta avvolta a spirale sotto il capo, con cui sono in grado di raggiungere il nettare nel fondo dei calici dei fiori (in alcune specie può arrivare a 30 cm.!).

Il torace è la regione intermedia del corpo, che porta le 3 paia di zampe e le ali.

Le zampe come l’apparato boccale variano di specie in specie. La loro funzione primaria è quella locomotoria. Adattamenti morfologici e anatomici sono spesso finalizzati a funzioni come il nuoto, la predazione, lo scavo, il salto.

Le ali in numero massimo di due paia, possono mancare completamente in alcuni ordini di insetti, oppure possono cadere spontaneamente in un determinato momento della vita dell’insetto. Nei coleotteri, invece, il primo paio di ali si è trasformato in coperture rigide (elitre), che servono a proteggere le due delicate ali membranose, quando queste sono a riposo. I ditteri ne possiedono un paio soltanto, perché il secondo si è trasformato in una coppia di strutture utilizzate come bilancieri nel volo.

L’addome è la regione morfologica in cui hanno sede gli organi della riproduzione.

Le appendici addominali sono in genere poco evidenti in confronto a quelle toraciche e cefaliche. Nella maggior parte degli insetti sono presenti gli organi genitali esterni: nei maschi è presente l’organo copulatore, nelle femmine l’ovopositore. L’ovopositore può raggiungere anche un notevole sviluppo e talora si trasforma in aculeo e diventa uno strumento di offesa e difesa.

Altre appendici diffuse in molti insetti sono i cerci, inserite ai lati della parte terminale dell’addome: in genere sono sede di recettori sensoriali, ma in alcuni insetti possono svolgere anche altri scopi. Caratteristici cerci sono quelli conformati a forcipe nei dermatteri (forbicine) oppure quelli lunghi e filiformi nei tisanuri (pesciolino d’argento).

Gli insetti hanno un apparato escretore, costituito da numerosi tubi che raccolgono le sostanze di rifiuto dalla cavità addominale e le espellono all’esterno.

L’apparato circolatorio è in parte vascolare e in parte lacunare, comprende il cuore, a forma di tubo pulsante, e l’aorta, dove circola l’emolinfa.

L’apparato respiratorio è formato da trachee ramificate in comunicazione con l’esterno per mezzo di aperture dette stigmi. Il sistema nervoso è molto complesso e diviso anch’esso in tre parti: sistema nervoso centrale, viscerale, e periferico. L’apparato digerente è suddiviso in tre parti: intestino anteriore, medio e posteriore, la digestione vera e propria avviene nell’intestino medio.

La riproduzione avviene in genere per via sessuale, ma sono presenti anche forme di riproduzione non sessuale, come la partenogenesi. Gli insetti sono nella quasi totalità ovipari. Lo sviluppo postembrionale avviene normalmente per metamorfosi.

Si riconoscono due forme fondamentali di metamorfosi: quella completa (olometabolia) e quella incompleta (emimetabolia). Più rare sono le specie che non compiono metamorfosi, detti ametaboli: ne sono un esempio i tisanuri, che presentano insetti neonati essenzialmente simili agli adulti.

Nel caso di metamorfosi completa, l’uovo dell’insetto si schiude per produrre una larva, completamente diversi dagli adulti anche per quanto riguarda l’alimentazione.

Questa si nutre e accresce le proprie dimensioni compiendo un numero di mute in genere compreso tra tre e nove. Alla fine del periodo larvale l’insetto fila un bozzolo intorno al proprio corpo, oppure si costruisce una cella e si trasforma in pupa o crisalide. In questa fase l’insetto è quiescente e non si nutre, mentre il suo corpo, attraverso un’intensissima attività metabolica, assume gradualmente la forma dell’insetto maturo. Quando la pupa è completamente sviluppata, esce dal bozzolo o dalla cella sotterranea, si libera dell’esoscheletro pupale ed emerge sotto forma di insetto completo.

Nel caso di metamorfosi incompleta, l’insetto nasce già in una forma, chiamata ninfa, piuttosto simile all’adulto, ma priva di ali. Da questa, attraverso una serie di mute, si sviluppa la neanide, che ha ali e apparato riproduttivo solo parzialmente sviluppati. La ninfa si trasforma quindi in adulto mediante un processo graduale, che non prevede lo stadio di pupa.

La classe degli insetti può essere suddivisa in due sottoclassi: gli apterigoti (insetti senza ali) e gli pterigoti (insetti con ali allo stadio adulto). Gli apterigoti comprendono 4 ordini, gli pterigoti ne comprendono 27.

Tra questi, possiamo ricordare:

  • Odonati – occhi composti grandi, mandibole massicce, labium modificato in una struttura prensile due paia di ali mantenute allargate o verticali, trasparenti e ricche di nervature. Ad esempio: Libellula.
  • Mantoidei – primo paio di zampe grandi e raptatorie, protorace allungato, capo mobile, occhi composti grandi, ali anteriori ispessite, ali posteriori membranose. Ad esempio: Mantide religiosa
  • Ortotteri – apparato boccale masticatore, ali anteriori coriacee, ali posteriori a ventaglio, zampe posteriori lunghe adattate per il salto, sono insetti erbivori, emimetaboli. Ad esempio: Cavallette, grilli.
  • Coleotteri – corpo molto sclerotizzato, ali anteriori coriacee, modificate in coperture rigide, dette elitre, queste rivestono le ali posteriori, parti boccali pungenti, antenne lunghe, olometaboli. Ad esempio: Scarabeo, coccinella.
  • Imenotteri – parti boccali allungate e modificate per succhiare il nettare dei fiori, due paia di ali, ali posteriori piccole accoppiate alle anteriori, antenne ben sviluppate, femmine con ovopositore modificato per pungere. Le larve sono prive di zampe, molli, bianche, simili a bruchi sono insetti sociali. Ad esempio: Api, formiche, vespe.
  • Ditteri – un paio di ali anteriori membranose ed un paio posteriori ridotte e trasformate in bilancieri, capo grande e mobile, grandi occhi composti, parti boccali adatte per succhiare e leccare. Sono importanti vettori di malattie. Ad esempio: Mosche, zanzare.
  • Lepidotteri – le larve sono bruchi con apparato boccale masticatore, negli adulti è succhiatore, con mascelle fuse a formare una proboscide; due paia di ali membranose e variopinte, ricoperte di squame. Ad esempio: Farfalle.

La prossima volta vedremo se possiamo considerare gli insetti “il cibo del futuro”!

Ristoranti del futuro

Qualche giorno fa, leggendo una notizia, ho sobbalzato. Un paio di anni fa, un mio amico, in chat, espresse l’idea di aprire un’attività tutti insieme.

Fin qui, nulla di strano, poiché proponeva l’apertura di un ristorante. Tanti sono quelli che, ad un certo punto della propria vita, voltano pagina e, come diceva il personaggio di Jep Gambardella, magistralmente interpretato da Toni Servillo nel film “La Grande Bellezza”, “la più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare” e che quindi si rimettono in gioco.

Non era tanto quello che proponeva, ma l’oggetto della proposta: un ristorante in cui fossero serviti INSETTI!

Devo dire, dopo aver letto quella notizia (l’Ue ha di recente emanato delle direttive sull’utilizzo degli insetti come mangimi o integratori alimentari nel territorio comunitario), che Paolo aveva quasi ragione!

Tralasciando l’utilizzo degli insetti in alimentazione umana messe in circolazione da alcuni media il fatto oggettivo è che l’uso di insetti per la produzione di mangimi presenta diversi vantaggi per la salute di alcune specie di animali, che in natura sono insettivori almeno in una fase della loro vita.

Tale fatto non è una nuova scoperta, e si riscontra nella bibliografia nazionale della fine del XIX secolo e primi anni del XX secolo, quando l’Italia era il principale produttore mondiale di seta e le crisalidi secche venivano largamente utilizzate come integratore della dieta di lattonzoli (termine che indica i piccoli dei mammiferi finché si nutrono solo di latte) e pulcini.

Ma agli uomini, farebbero bene?

Nei prossimi articoli vedremo intanto come sono fatti gli insetti, poi, analizzeremo il loro apporto alla dieta animale e così avremo un quadro più chiaro e capiremo se Paolo aveva veramente ragione.

Partiamo dalle definizioni, come sempre.

Sono definiti animali tutti gli organismi eucarioti (uno dei due domini della classificazione tassonomica degli esseri viventi. Costituiscono il dominio più complesso e includono cinque regni: animali, funghi, piante, protisti e cromisti) pluricellulari (organismi costituiti da più di una cellula) eterotrofi (organismo che per ottenere energia e piccole molecole come “mattoni da costruzione” deve nutrirsi di materiali organici prodotti da altri organismi) dotati di movimento almeno in uno stadio della loro vita. Altre caratteristiche comuni agli animali sono:

  • La presenza di una cavità digerente in cui il cibo viene ingerito;
  • L’irritabilità, cioè la capacità di percepire gli stimoli ambientali e di reagire ad essi;
  • La riproduzione sessuata;
  • La simmetria corporea.

Gli animali possiedono una simmetria nella distribuzione delle loro parti corporee, che può essere raggiata o bilaterale. Il piano di simmetria, in ambito zoologico, può essere considerato come un piano che divide un animale in due parti speculari.

Gli animali a simmetria bilaterale sono generalmente più evoluti poiché tale forma è legata allo sviluppo della locomozione attiva.

In tali animali il corpo risulta diviso in 4 parti:

  • anteriore o cefàlica
  • posteriore o caudàle
  • dorsale
  • ventrale

Gli animali, a seconda se sono dotati o meno di una colonna vertebrale, si possono dividere in due grandi gruppi: i vertebrati e gli invertebrati

Gli invertebrati costituiscono più del 97% del regno animale, mentre i vertebrati non raggiungono il 3%. I phyla (gruppo tassonomico gerarchicamente inferiore al regno e superiore alla classe) presenti per ciascun tipo sono:

Invertebrati N° di specie
Poriferi 4.300
Celenterati 11.000
Platelminti 15.000
Nematodi 90.000
Molluschi 110.000
Anellidi 15.000
Echinodermi 6.000
Artropodi 1.000.000
Vertebrati N° di specie
Pesci 21.100
Anfibi 3.900
Rettili 7.000
Uccelli 8.600
Mammiferi 4.500

In questa trattazione tratteremo solo gli invertebrati fino ad arrivare agli insetti, quindi partiamo.

I poriferi, noti più comunemente come spugne, sono fra i più semplici organismi pluricellulari viventi poiché possiedono solo pochi tipi di cellule che non sono organizzate in veri tessuti.

Sono invertebrati sessili e bentonici, poiché vivono attaccati al fondo marino per tutto il ciclo vitale. Una spugna tipica ha un corpo a forma di sacco la cui cavità centrale è aperta verso l’alto con un’apertura (osculo). Il loro nome deriva dalla presenza sul corpo di pori inalanti (osti). Il corpo è sostenuto da una impalcatura scheletrica formata da spicole di carbonato di calcio o silice, oppure da fibre proteiche di spongina.

Le spugne possono assumere varie forme e colori, con dimensioni che vanno da pochi millimetri ad oltre un metro. Un porifero è essenzialmente un sistema filtrante. Il battito dei flagelli dei coanociti, cellule presenti nelle cavità interne della spugna, genera una corrente d’acqua che entra dai pori inalanti, gli osti, e fuoriesce da una apertura più grande, l’osculo. Le particelle di cibo, in sospensione nell’acqua, sono trattenute dai filamenti retrattili dei coanociti e digerite dalle cellule all’interno della spugna.

I celenterati, sono animali a simmetria raggiata la maggior parte dei quali vive nelle acque marine, mentre solo poche specie sono d’acqua dolce. A questo gruppo appartengono organismi come le meduse, le anemoni di mare, e i coralli.

Le dimensioni individuali variano da un millimetro ad alcuni metri. Una caratteristica di questi organismi è che possono presentarsi sotto due forme distinte quella di polipo e quella di medusa; il polipo, è fornito di una bocca situata centralmente sul lato superiore con i tentacoli verso l’alto. È la forma bentonica che vive ancorata sul fondale marino.

La medusa, a forma di campana o di ombrello, possiede una bocca con i tentacoli rivolti verso il basso. È la forma natante in quanto galleggia e si sposta nell’acqua. Per certi aspetti, come forma, la medusa potrebbe essere considerata un polipo rovesciato.

Nonostante un’apparenza estremamente variabile, i celenterati hanno tutti una medesima struttura: il loro corpo può essere infatti schematizzato come un sacco, con una sola apertura, circondata da tentacoli, che funge da bocca ma serve anche per espellere il materiale non digerito.

La cavità interna, detta celenteron, è una vera cavità gastrovascolare. I tentacoli sono forniti di cellule urticanti che paralizzano la preda prima che sia inghiottita (cnidoblasti). Il loro corpo è formato da tre rivestimenti si chiamano: endoderma (pelle interna), mesoglea (strato intermedio gelatinoso) ed ectoderma (pelle esterna). Alcune specie di celenterati hanno solo la forma di polipo, altre solo quella di medusa, mentre altre ancora, durante il loro ciclo vitale, passano attraverso entrambi gli stadi strutturali.

Le meduse si riproducono sessualmente. L’individuo maschile disperde in acqua i suoi gameti che raggiungono l’ovulo nel celenteron di una medusa femmina. Lo zigote diploide che deriva dalla fecondazione viene disperso in acqua, dove dà origine a una forma larvale detta planula. Dopo un breve periodo, la planula si fissa sul fondo e si sviluppa un polipo. Questo, a maturità, darà origine per via asessuata alle efire, giovani meduse destinate a diventare individui adulti capaci a loro volta di riprodursi sessualmente.

I platelminti, detti più comunemente vermi piatti, sono i più semplici tra gli animali a simmetria bilaterale. Sono inoltre i primi animali cefalizzati, forniti cioè di un capo, e direzionali, ossia con direzione di avanzamento orientato.

Rispetto a poriferi e celenterati nei platelminti, compaiono tre distinti strati di cellule:

  • ectoderma, il più esterno;
  • mesoderma, intermedio;
  • endoderma, il più interno.

Nei platelminti sono presenti apparati specializzati:

  • il sistema nervoso presenta gangli cefalici dai quali si dipartono cordoni nervosi che innervano l’intero organismo e sono collegati ad organi di senso;
  • l’intestino è ramificato e presenta una sola apertura che funge sia da bocca che da ano;
  • il sistema escretore, costituito da protonefridi, ha la funzione di eliminare i prodotti di rifiuto e di regolare la quantità di liquidi presenti nel mesoderma.

Il phylum dei platelminti si divide in tre classi: i turbellari sono forme a vita libera, abbondanti in mare e nelle acque dolci e rari sulla terraferma; i trematodi e i cestodi, invece, sono vermi parassiti che possono produrre malattie abbastanza gravi agli animali domestici e all’uomo, la tenia o verme solitario.

Molto importante dal punto di vista della parassitologia sono le tenie. Vivono nell’intestino dei loro ospiti, sono segmentati e formano dei nastri talora lunghissimi, anche fino a 12 m, composti di moltissimi segmenti o proglottidi.

Una tenia presenta una porzione anteriore detta testa o scolice, provvista di ventose con cui si attacca alla parete dell’intestino e un collo che prolifica formando sempre nuove proglottidi. Gli ultimi segmenti, giunti a maturità, sono pieni di uova microscopiche e vengono emessi con le feci. Se queste imbrattano l’erba, l’uovo può venire ingerito da buoi o maiali, nel cui stomaco sguscia una piccolissima larva che s’insinua nella parete dell’intestino e, attraverso la circolazione del sangue, va a situarsi nei muscoli. Qui la larva si trasforma in cisticerco, che è come una piccola vescica (delle dimensioni di un grano di riso) che contiene lo scolice.

L’uomo s’infetta di tenia mangiando carni infette di bue o di maiale poco cotte: il cisticerco si installa nell’intestino e si trasforma in tenia adulta. Perché la cura della tenia sia radicale occorre somministrare vermifughi forti, che siano capaci di staccare e fare espellere lo scolice, perché fin quando questo rimane attaccato alla parete intestinale genera nuove proglottidi.

I nematodi sono detti anche vermi cilindrici: hanno il corpo filiforme non segmentato, sprovvisto di organi di locomozione. Generalmente sono lunghi pochi centimetri, ma molti sono microscopici. Sono i primi animali a presentare un canale alimentare con due aperture: una bocca e un ano terminale.

Molte specie conducono vita libera nelle acque dolci, marine, nel terreno umido.

Numerosissime specie sono parassite, e rivestono una grande importanza nella parassitologia umana (ascaridi, ossiuri, filarie, trichinella).

Al phylum dei molluschi appartengono animali invertebrati caratterizzati da un corpo molle non segmentato e, spesso, da una conchiglia calcarea con funzioni protettive. Sono presenti in tutti gli habitat, sebbene raggiungano il massimo della diversità biologica nell’ambiente marino.

La maggior parte dei molluschi ha una lunghezza compresa fra 1 e 20 cm, ma tra essi troviamo anche il più grande invertebrato esistente, il calamaro gigante, che può raggiungere i 18 m di lunghezza!!!

Tutti i molluschi mostrano la stessa organizzazione fondamentale del corpo in cui si possono distinguere tre parti:

  • il capo-piede, che contiene organi di senso e motori;
  • la massa viscerale che contiene gli organi per la digestione, escrezione e riproduzione;
  • il mantello, un tessuto specializzato che avvolge e racchiude la massa viscerale e produce la conchiglia.

Nella cavità del mantello, sono situate le branchie (organi per la respirazione) e vengono scaricati i prodotti dell’apparato escretore, di quello riproduttivo e i rifiuti della digestione. Il tubo digerente è semplice e nella bocca sono presenti delle mascelle chitinose e la radula, una struttura retrattile a forma di nastro che presenta dei dentelli.

I molluschi possiedono un apparato circolatorio costituito da un organo che pompa il sangue (cuore) e da vasi che lo trasportano. La riproduzione è sempre sessuata: i molluschi possono essere a sessi separati o ermafroditi.

Il phylum dei molluschi comprende tre classi principali:

  • Gasteropodi
    • Comprendono animali come la chiocciola caratterizzati dall’avere una sola conchiglia o, come nel caso della lumaca, di non averla.
  • Bivalvi
    • Il nome deriva dal fatto che la conchiglia, che racchiude il corpo, è divisa in due valve unite posteriormente.
  • Cefalopodi
    • Essi possono essere privi di conchiglia come il polpo o averla interna come la seppia. Il piede è trasformato in tentacoli.

I gasteropodi sono organismi sia acquatici (prevalentemente) che terrestri. Nei gasteropodi si presenta il fenomeno della torsione: una rotazione di 180° del corpo rispetto al capo piede. Come risultato di questa situazione la conchiglia, la cavità del mantello e la massa dei visceri vengono a posizionarsi sopra la testa.

Un altro fenomeno tipico dei gasteropodi è la spiralizzazione dei visceri e della conchiglia. Anteriormente sono presenti “antenne” che sono sensibili agli odori e al tatto. Alcune specie sono dotate di occhi.

I gasteropodi terrestri, caratterizzati da una scarsa capacità di movimento, sono spesso ermafroditi: una strategia che permette loro di raddoppiare il numero dei potenziali partner sessuali.

I bivalvi comprendono organismi come i mitili, le vongole, le ostriche. Il nome deriva dal fatto che la conchiglia è divisa in due valve, unite posteriormente da una cerniera. Uno o due muscoli adduttori sono utilizzati dal bivalve per aprire e chiudere le due valve. Il corpo del mollusco risulta appiattito tra le due valve, il piede è molto sviluppato mentre il capo è scomparso.

Molti bivalvi sono sessili e producono un muco che permette loro di rimanere attaccati alle rocce del fondale. Gran parte dei bivalvi è erbivora e vive filtrando l’acqua dolce o salata in cui vivono, trattenendo sulle branchie le particelle di cibo.

Ai cefalopodi appartengono molluschi come il polpo, la seppia e il calamaro. Essi possono essere privi di conchiglia come il polpo o averla interna come la seppia (“l’osso di seppia”). Esiste un’unica specie di cefalopodi che presenta una conchiglia esterna: il nautilus.

Il movimento è assicurato da una formazione muscolare fatta ad imbuto (sifone), da cui viene espulsa l’acqua in modo violento permettendo il movimento ” a reazione”.

Questi molluschi sono organismi prevalentemente marini ed attivi predatori. Tra tutti gli invertebrati sono quelli considerati più “intelligenti”. La testa possiede occhi prominenti e la bocca è circondata da tentacoli. Sono dotati di una buona capacità di movimento e possiedono delle sacche dalle quali possono espellere un liquido nero in modo di confondere il nemico. Sono capaci anche di mimetizzarsi con il fondale.

Come abbiamo notato, alcuni degli animali da me citati già fanno parte della nostra catena alimentare (soprattutto gli ultimi).

La prossima volta andremo avanti fino ad arrivare lì, dove nessun ristorante è mai giunto prima!

Un nodo gordiano

Gordio era un contadino e viveva in Frigia. La Frigia (in greco: Φρυγία) era una regione storica dell’Anatolia centrale, abitata dai Frigi, che si stabilirono nella zona nel 1200 – 1100 a.C. circa, estendendosi ad oriente fino al fiume Halys, dove adesso si trova Ankara, e a occidente alle coste del Mare Egeo.

Quando un’aquila si posò sul suo aratro, Gordio interpretò il fatto come il segno che un giorno sarebbe diventato re. L’oracolo di Sabazio confermò il suo destino futuro: infatti i Frigi, trovandosi senza sovrano, consultarono l’oracolo ed ebbero come responso che avrebbero dovuto eleggere come re il primo uomo che fosse salito al tempio con un carro. Fu così che apparve il fattore Gordio, sul suo carretto guidato da buoi.

Gordio fondò l’omonima città di Gordio, che divenne la capitale della Frigia. Il suo carro venne conservato nell’acropoli della città. Il suo giogo venne assicurato con un intricatissimo nodo detto da allora “nodo di Gordio”, o “nodo gordiano”. La leggenda voleva che chiunque fosse riuscito a sciogliere quel nodo sarebbe diventato signore dell’Asia ovvero dell’allora territorio dell’Anatolia.

Nel 333 a.C. successe però un fatto. Plutarco racconta: “Presa Gordio… vide quel celebrato cocchio legato da corteccia di corniolo e venne a conoscenza di quella tradizione divulgata tra i barbari secondo la quale chi ne avesse sciolto il nodo sarebbe diventato il re del mondo. La maggior parte degli storici afferma che Alessandro, non essendo in grado di sciogliere quel nodo perché i capi delle corde erano nascosti e tra loro aggrovigliati in più giri, lo tagliò con la spada”

L’Alessandro raccontato da Plutarco era proprio lui, il futuro dominatore del mondo allora conosciuto, Alessandro Magno (c’è chi dice che io abbia chiamato mio figlio Alessandro per lo stesso motivo…).

Da allora l’espressione “nodo gordiano” designa una difficoltà insormontabile, che è risolvibile solo con un’estrema risolutezza (come appunto fece Alessandro, che invece di slacciarlo lo spezzò con un fendente).

E a proposito di argomenti difficili, oggi mi voglio avventurare nel mondo delle droghe, in particolare delle cosiddette “droghe leggere”.

Droga leggera è una locuzione di uso comune per indicare sostanze stupefacenti incapaci di creare dipendenza nel senso medico del termine, e le cui proprietà psicotrope sono piuttosto trascurabili. In particolare, con questa locuzione si identificano le piante del genere Cannabis (canapa) e le sostanze psicotrope da esse ricavabili, principalmente marijuana e hashish (dalla lavorazione delle infiorescenze femminili), ma a volte il termine può venire esteso agli psichedelici come funghi del genere psylocibe, DMT, LSD, i quali come la canapa non danno dipendenza fisica e non hanno una elevata tossicità.

Ma sarà vero? Vediamo di affrontare la questione come sempre, dall’inizio.

C’è in genere molta confusione e scarsa conoscenza scientifica, a livello di opinione pubblica, in tema di “droghe”; già una dicitura del genere è da ritenersi sostanzialmente priva di fondamento, in quanto accomunerebbe tutte le sostanze dotate di un qualche effetto psicotropo o neuronale e in grado d’indurre “dipendenza” in un unico insieme, per quanto gli elementi che lo compongono non abbiano alcuna reale attinenza botanica, chimica o scientifica fra loro.

Lo scrittore francese Jaques Derrida ad esempio, autore di “Rhétorique de la drogue” del 1986, nel discutere il concetto di droga affermò: “Non si può non concludere che il concetto di droga sia un concetto senza base scientifica, istituito sulla base di valutazioni politiche o morali”. Dipendenza e droga sono in tal senso due concetti che vengono spesso demonizzati psicologicamente dall’opinione pubblica, suscitano moti d’animo e opinioni in genere preconcette senza che si possieda una reale conoscenza dei fenomeni, delle dinamiche e delle sostanze coinvolte.

Questo è un preludio fondamentale per capire come la dicotomia tra “droghe leggere e pesanti” sia solo un semplicistico riferimento, vagamente basato sull’oggettiva differenza quanto ad effetti, induzione di dipendenza fisica ed incidenza sociale dei derivati della pianta di Cannabis rispetto ai derivati di piante come il papavero o la coca; semplicistico riferimento perché ad esempio, in questo senso, bisognerebbe senza indugio considerare in base agli stessi parametri di pesantezza degli effetti, dipendenza fisica ed incidenza sociale anche l’alcool come una “droga pesante”, percepita diversamente dalle succitate sostanze solo in virtù del proprio status legale che la vede tollerata in tutto il mondo occidentale. L’espressione “droghe pesanti e droghe leggere” è da ritenersi dunque un termine principalmente colloquiale per indicare, rispettivamente, sostanze psicoattive particolarmente dannose e sostanze che sono ritenute non induttrici di dipendenza (o induttrici di dipendenza ridotta) e meno dannose di quelle pesanti. L’espressione “droghe leggere” è considerata controversa dai critici della medesima perché implica che la sostanza causi danni nulli o insignificanti.

Ma vediamo se è proprio così.

La marijuana, ad esempio, è una delle droghe ricreative più usate al mondo e si ottiene essiccando le infiorescenze resinose delle piante femminili di cannabis. Esistono diverse varietà di cannabis che vengono usate da millenni in tutto il mondo e per diversi scopi: ricreativo, medicinale, cerimoniale e religioso, come per i rastafariani, o meditativo come per i sadhu indiani o per i monaci buddisti del Nepal.

Ma come funziona esattamente la marijuana?

Il modo più comune di consumare la marijuana è fumarla, che è anche il metodo più veloce per far entrare il principio attivo, il thc, in circolo nel nostro sangue e da lì al cervello. In alternativa la marijuana può essere mangiata ricevendone un effetto più fisico, che dura decisamente più a lungo.

La pianta della cannabis contiene centinaia di sostanze chimiche ma la più importante e nota tra queste è il delta-9-tetraidrocannabinolo o semplicemente “thc”, il principio attivo responsabile degli effetti della marijuana sul nostro organismo.

Quando la marijuana viene fumata il thc contenuto nei fiori e nella resina viene vaporizzato e inalato entrando nei nostri polmoni che sono foderati di milioni di minuscole spugnette assorbi-aria chiamate comunemente alveoli: questi normalmente servono ad assorbire l’ossigeno quando inspiriamo e a rilasciare anidride carbonica quando espiriamo. Ma quando fumiamo insieme all’ossigeno assorbono anche il thc facendolo entrare direttamente nel nostro flusso sanguigno; in questo modo in pochi secondi il thc si fa strada attraverso i vasi sanguigni fino al cervello.

Il cervello umano è pieno di miliardi di cellule che elaborano le informazioni chiamate neuroni che comunicano tra di loro attraverso le sinapsi.

Una sinapsi è come un corridoio dove si aprono due porte che danno su due neuroni diversi: attraverso il corridoio, i due neuroni si scambiano informazioni sotto forma di impulsi elettrici o di molecole chimiche, ovvero tramite i neurotrasmettitori.

Il nostro cervello usa diversi tipi di neurotrasmettitori: ogni tipo di neurotrasmettitore è responsabile dell’attivazione di specifici recettori dei neuroni, che a loro volta attivano il neurone stesso causando specifiche reazioni nell’organismo umano; è da qui che entra in gioco il thc della marijuana, la cui molecola, essendo molto simile ai neurotrasmettitori endocannabinoidi riesce a legarsi ai loro recettori e attiva specifici neuroni causando in questo modo i tipici effetti della marijuana sulla nostra mente e sul nostro corpo.

Sono quattro le parti del cervello che hanno la massima densità di recettori cannabinoidi:

  • i gangli della base, che controllano i movimenti involontari e la coordinazione motoria;
  • l’ippocampo, che è responsabile della memoria a breve termine: ecco spiegato perché quando si assume thc si ha difficoltà a ricordare gli eventi recenti o a focalizzarsi;
  • il cervelletto, che controlla equilibrio e coordinamento motorio;
  • l’ipotalamo, che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’appetito e quindi di quanto cibo assumiamo.

Chi usa marijuana descrive l’effetto come una sensazione di spensieratezza e serenità; le pupille possono dilatarsi rendendo i colori più vividi e con il passare del tempo potrebbe sopraggiungere una forte sensazione di euforia o, in alcuni casi, un senso di panico diffuso. La marijuana inoltre è un forte vasodilatatore, motivo per cui viene utilizzata come medicinale dai malati di glaucoma, che beneficiano moltissimo della riduzione della pressione intraoculare; infine quando il thc si lega con i recettori cannabinoidi nell’ipotalamo la nostra capacità di controllare la fame viene compromessa e così abbiamo bisogno di cibo, diventando così vittime della cosiddetta fame chimica.

Ricordiamo infine che gli effetti dell’assunzione di thc da marijuana o hashish tramite fumo, vaporizzazione o ingestione sono sempre temporali e svaniranno nel peggiore dei casi dopo qualche ora: ma attenzione perché studi riconosciuti dimostrano che il consumo cronico di marijuana può favorire disturbi d’ansia e paranoia nei soggetti predisposti e negli adolescenti può portare a una diminuzione fino a 8 punti del quoziente intellettivo in età adulta.

Come l’oppio e l’eroina, le origini della marijuana sono in Asia, da dove è stata poi esportata in tutto il mondo, diffondendosi negli Stati Uniti durante il proibizionismo, quando non c’era modo di bere un goccio d’alcol e la voglia di riunirsi segretamente, ballare e andare fuori di testa era ai massimi livelli.

Negli anni ’30, però, la marijuana in America era associata al diavolo, alla discesa negli inferi, all’horror in generale. Un celebre film del tempo, “Marihuana, the devil’s weed”, arrivato in Italia col titolo “Marijuana, l’erbaccia diabolica”, già spiegava molto della strana associazione. Diretto da Dwain Esper e scritto dalla moglie, era un exploitation movie, genere che andava forte in quegli anni, tutto sesso e violenza, senza grossa cura per la parte estetica e spesso con un messaggio da veicolare. Tipo, in questo caso, l’erba fa male. Nella pellicola, Burma è una ragazza che, dopo aver fumato, si ritrova in una serie di guai che nemmeno ad andarseli a cercare la notte. Gli slogan parlavano chiaro: l’erba con le radici all’inferno, vergogna, orrore e disperazione.

Ma perché tanto accanimento? La marijuana veniva usata dal 7000 Avanti Cristo ed era riconosciuta come erba medicinale e antidolorifico da Egizi, Cinesi, Greci e Romani, anche se nei libri di storia o nei film in costume difficilmente si vede un Centurione farsi un cannone dopo un crampo.

Se si era arrivati a proibire l’alcol, immaginate quale potesse essere la preoccupazione dell’F.B.I. per la marijuana: Harry J. Ansliger, ispettore del Bureau of Prohibition, fece creare manifesti, libri e film talmente estremi e spaventosi, nella sua mente, da impaurire i giovani e farli desistere dal divertirsi. L’importante era impaurire suggerendo situazioni estreme, anche se poco verosimili.

Oggi, con la legalizzazione delle droghe leggere in Colorado, sono diminuiti i reati e sono diminuite le tasse. Infatti nel 2012 il Colorado ha fatto una scelta rivoluzionaria nel panorama legale degli Stati Uniti. Nel novembre di quell’anno infatti è stato approvato l’emendamento 64, che ha segnato (insieme alla contemporanea “Initiative 502” dello stato di Washington) il primo esempio di legalizzazione del consumo di cannabis sul territorio americano. Da quel momento, il Colorado si è trasformato in una sorta di laboratorio permanente, guardato da vicino sia dai promotori che dai nemici dell’approccio soft nella guerra alle droghe. Negli ultimi decenni d’altronde la cannabis si è trasformata in un tema caldo negli Stati Uniti, dove tra legalizzazioni, depenalizzazioni e via libera alla marijuana terapeutica, solamente 22 dei 50 stati che compongono il paese continuano ad applicare la tolleranza zero.

Le preoccupazioni maggiori come diciamo sono riservate solitamente per gli adolescenti, che secondo molti studi sono la categoria più a rischio in caso di abuso di cannabis. La causa sarebbe di un cervello ancora in formazione, di cui la sostanza può modificare strutture e funzioni, favorendo lo sviluppo di patologie mentali nell’età adulta. In questo senso, i dati che arrivano dal Colorado sono consolanti: nel 2009, prima della legalizzazione, il 25% degli adolescenti dello stato aveva fumato marijuana almeno una volta nel mese precedente alla rilevazione, mentre nel 2015 la percentuale si attesta intorno al 21%, poco al di sotto della media statunitense. La vendita della marijuana a scopo ricreativo in Colorado è iniziata nel 2014, e quindi i nuovi dati riflettono la situazione dopo due interi anni di libera vendita.

Personalmente, non sono favorevole all’uso di sostanze stupefacenti, ma, indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni, ritengo che le istituzioni dovrebbero affrontare meglio il problema. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose, con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia, e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie tra le più potenti del mondo, non può eluderlo.

E, soprattutto, ci sarà un “Alessandro Magno” che avrà l’audacia di spezzare questo nodo?

Una questione spinosa

Dopo aver parlato di latte (in “Un’impresa titanica”) e di zucchero (parlando di Nutella ne “Il cibo degli dei”), oggi provo ad affrontare, sempre cercando di non avere preconcetti, il tema “vaccini”, di gran moda in questo periodo a causa di un decreto-legge promulgato dal governo Italiano che obbliga la fascia di età più piccola (0-16 anni) a vaccinarsi. È un argomento spinoso, perché come per gli altri argomenti trattati, l’opinione pubblica è spaccata in più parti: chi dice che sono essenziali e chi no, oltre un grosso numero di persone che parla solo per “sentito dire” (e sono i più pericolosi, a mio parere…).

Non posso, né voglio, fare il debunker, ma voglio capire. E nel farlo, lo scrivo, così magari capiamo insieme.

Intanto, cosa sono i vaccini?

Il vaccino è un preparato che viene generalmente somministrato per garantire l’immunità da una certa malattia. L’effetto immunizzante viene ottenuto dalla stimolazione, nel paziente al quale viene somministrato, alla produzione di specifici anticorpi capaci di combattere una data patologia.

Ma partiamo dall’inizio, come sempre.

Ai tempi degli antichi Greci, lo storico Tucidide, in occasione della peste che aveva colpito gli Ateniesi nel 429 a.C., osservò che le persone guarite raramente si ammalavano una seconda volta, e mai in maniera grave. Intorno all’anno 1.000 d.C., in Cina e in India, era stata sviluppata, sulla base dell’esperienza pratica, un metodo di prevenzione del vaiolo chiamato variolizzazione. Tale pratica consisteva nell’estrazione di materiale infettivo proveniente dalle pustole di un malato di vaiolo lieve o in via di guarigione (Variola minor), e nel suo innesto sotto pelle alle persone sane affinché esse si contagiassero; dopo che l’infezione era stata superata, i soggetti che avevano ricevuto tale tipo di trattamento risultavano immuni dalle forme più gravi della malattia (Variola vera e Variola haemorragica). Nel 1700 la variolizzazione era diffusa, oltre che in Cina, anche in India e nell’Impero Ottomano e, solamente più tardi, raggiunse l’Europa.

È parere di numerosi storici che questa tecnica sia stata introdotta in Inghilterra nella prima metà del 1700 e che Lady Mary Wortley Montagu, una scrittrice famosa all’epoca per le sue idee progressiste, abbia svolto un ruolo chiave nella sua diffusione. La Montagu, infatti, il cui marito era ambasciatore in Turchia, sarebbe venuta a conoscenza ad Istanbul della variolizzazione dopo essere rimasta sfigurata durante l’epidemia di vaiolo a Londra del 1715. La variolizzazione, anche se risultava una pratica efficace per combattere il vaiolo, era spesso pericolosa a causa dell’utilizzo del virus umano vivo, tuttavia essa trovava un solido appoggio nell’esperienza empirica dell’epoca. Samuel Tissot infatti, grande divulgatore popolare della nuova medicina, scriveva così nel 1782: “Il vaiolo è la più generale di tutte le malattie dato che su cento persone solo quattro o cinque gli sfuggono; è pur vero che se colpisce tutti, colpisce una sola volta e, quando lo si sia contratto si è per sempre protetti”.

Secondo alcune recenti stime solo il 2-3 % delle persone inoculate morivano di vaiolo contro una percentuale del 20-60% di morti tra i non immunizzati che contraevano la stessa malattia; per queste ragioni la conoscenza della variolizzazione raggiunse entro la fine del settecento la maggior parte dei Paesi europei e del Nord America, anche se rimase utilizzata in maniera piuttosto limitata.

Alla fine del ‘700 era noto che i contadini che avevano contratto il vaiolo bovino (cowpox) durante la mungitura delle mucche, una volta superata la malattia, non si ammalavano della variante umana del vaiolo (smallpox), di gran lunga più grave. Un medico e naturalista britannico, Edward Jenner (1749 – 1823), seppe cogliere l’utilità pratica che tale situazione poteva offrire e pertanto, nel maggio del 1796, iniettò del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino contratto da una giovane donna, figlia di un contadino del posto, ad un ragazzo di 8 anni (James Phipps).

Dopo alcuni mesi il ragazzo venne nuovamente inoculato quest’ultima volta con il vaiolo umano, ma, come ci si aspettava, non successe nulla. Jenner giunse alla conclusione che, evidentemente, qualcosa nel corpo del ragazzo lo preservasse ormai dal contagio, anche se non lo seppe identificare con precisione.

Le ricerche di Edward Jenner sulla vaccinazione, come tecnica di prevenzione del vaiolo, posero le basi ai successivi studi sulla natura delle malattie infettive e allo sviluppo dell’immunologia nel corso del XIX secolo. Il suo lavoro è stato il primo tentativo scientifico di controllare una malattia infettiva mediante vaccinazione; la scoperta fu talmente importante che in Inghilterra, a partire dal 1840, la vaccinazione divenne obbligatoria per tutti. Jenner ha iniziato il lungo processo che ha portato all’eliminazione con successo del virus del vaiolo nel 1980.

In seguito al successo ottenuto con la vaccinazione anti-vaiolo, i ricercatori cercarono di estendere la vaccinazione ad altre malattie infettive. I primi tentativi di immunizzazione contro morbillo, sifilide e tubercolosi non diedero, però, i risultati attesi. Importanti traguardi nello studio di malattie infettive come la tubercolosi, il carbonchio e la rabbia, si raggiunsero dopo la metà dell’800 grazie, soprattutto, alle ricerche di importanti studiosi come il medico tedesco Robert Koch (1843 – 1910) e il biologo e chimico francese Louis Pasteur (1822 – 1895), considerato il fondatore della microbiologia.

Fin dai tempi di Jenner, i vaccini sono stati oggetto di discussione tra sostenitori e oppositori. Le motivazioni degli oppositori, però, non erano basate su informazioni scientifiche, ma ideologiche o religiose: noi ci chiediamo, ma oggi, le cose saranno diverse?

Una volta (non fino a tanti anni fa, in realtà) non era facile accedere allo scibile umano; quando andavo al ginnasio, per fare una ricerca, o avevo un’enciclopedia o dovevo chiederla a qualcuno o tuttalpiù dovevo andare in una biblioteca comunale.

Oggi, con una connessione internet, si possono consultare tutte le leggi del mondo, leggere tutte le Costituzioni di tutti i Paesi o semplicemente informarsi su qualunque argomento. Ovviamente, come tutti sanno e come ho già detto in questo blog, la quantità di notizie utili e vere sono sommerse da una quantità immensamente superiore di notizie false e inutili, tanto da far nascere la nuova professione del “debunker”. Un debunker (in italiano: demistificatore o disingannatore) è un individuo che mette in dubbio e smaschera ciarlatanerie, bufale, affermazioni false, esagerate, anti-scientifiche, dubbie o pretenziose.

Ma proviamo ad usare in maniera intelligente lo strumento “web”.

Intanto, vediamo cosa dice la Costituzione della Repubblica Italiana all’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. […]”

Ecco perché l’introduzione di una legge per vaccinare… anche se, in realtà, non si tratta di una legge, ma di un decreto-legge. Cos’è un decreto-legge? Un decreto-legge nell’ordinamento giuridico italiano, è un atto normativo di carattere provvisorio avente forza di legge, adottato in casi straordinari di necessità e urgenza dal Governo, ai sensi dell’art. 77 e 72 della Costituzione della Repubblica Italiana. Entra in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, ma gli effetti prodotti sono provvisori, perché i decreti-legge perdono efficacia se il Parlamento non li converte in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione.

In questo caso, il decreto-legge sui vaccini non è stato promulgato per una reale “necessità e urgenza”, ma dalle parole di chi ci governa traspare che è stato utilizzato questo strumento straordinario per “preoccupazione alla quale vogliamo rispondere. Decreto anche perché negli ultimi mesi dopo diverse prese di posizione di diverse regioni su questo punto, sentiamo dovere e esigenza di dare indirizzi generali. (cit. Pres. Consiglio)”.

In realtà, cosa sta succedendo?

Come dicevo, i vaccini hanno sempre avuto degli oppositori. Il caso più clamoroso avvenne verso la fine del 1800, quando gli oppositori alla vaccinazione (antivaccinisti) riuscirono a far eliminare in Inghilterra l’obbligo della vaccinazione. In seguito a questa decisione il numero dei vaccinati si ridusse della metà ed aumentarono i casi di malattia e di morte per malattia infettiva. Il movimento degli antivaccinisti trovò un consenso tanto alto che nel 1863 a Londra fu fondata un’associazione internazionale contro la vaccinazione: la “Societas Universa contra Vaccinum Virus”. Secondo gli oppositori, la vaccinazione, oltre ad essere inutile e dannosa, era una violazione della libertà personale che lo Stato non aveva il diritto di imporre e pertanto paragonabile ad un crimine intollerabile.

Nel 1998, il medico e chirurgo britannico Andrew Wakefield diffuse una pubblicazione scientifica su “Lancet” in cui sosteneva la correlazione tra la somministrazione del vaccino trivalente (morbillo, parotite e rosolia) con l’autismo e le malattie intestinali. L’articolo di Wakefield determinò nel Regno Unito e in altri Paesi una notevole diminuzione delle vaccinazioni con il conseguente aumento dell’incidenza del morbillo e delle sue complicanze.

Il compito di un debunker è complesso, come quando, ad esempio, si risponde ai sostenitori della teoria dell’igiene, secondo cui certe malattie infettive sono scomparse non per l’efficacia dei vaccini ma per le migliorate condizioni igieniche. Questi sostenitori utilizzano spesso, infatti, come prova inconfutabile, i grafici di mortalità. Ma se prendiamo il caso della poliomielite, ad esempio, è vero che la mortalità si ridusse notevolmente prima dell’introduzione del vaccino, ma fu solo perché vennero introdotte nuove tecniche di assistenza intensiva: le persone colpite dalla polio non morivano nell’immediatezza dell’esordio di malattia ma passavano il resto della vita in un polmone d’acciaio.

Per contrastare tale disinformazione è opportuno quindi utilizzare grafici che riportino l’andamento dei casi (e non i decessi) della malattia, specificando l’anno di introduzione e diffusione globale del vaccino. Sarà così evidente il crollo del numero dei casi di molte malattie infettive, la successiva scomparsa delle stesse e la stretta relazione tra questi fenomeni e la diffusione della pratica vaccinale.

Riprendiamo l’esempio della correlazione vaccini-autismo.

Alla domanda “Le vaccinazioni nell’infanzia sono responsabili dell’autismo?” l’OMS risponde correttamente indicando che:

“I dati epidemiologici disponibili indicano che non vi sono evidenze di un legame tra il vaccino morbillo-parotite-rosolia (MPR) e i disturbi dello spettro autistico. Gli studi precedenti che hanno avanzato l’ipotesi di tale nesso, presentavano gravi limiti. Non c’è inoltre alcuna evidenza che qualunque altra vaccinazione dell’infanzia possa aumentare il rischio di disturbi dello spettro autistico. Inoltre, le revisioni (basate sulle prove) commissionate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno concluso che non c’è alcuna relazione tra l’uso di conservanti che contengono etilmercurio (come il tiomersale) nei vaccini e i disturbi dello spettro autistico”.

A proposito, ma che fine ha fatto lo studio di Wakefield?

La complessa architettura di questa storia è stata magistralmente descritta da un giornalista inglese, Brian Deer, e documentata in articoli pubblicati da prestigiose riviste scientifiche, come ad esempio, il British Medical Journal (Deer Brian. How the case against the MMR vaccine was fixed. BMJ 2011;342:c5347).

Lo studio fu presto ritirato: si scoprì che Wakefield era stato pagato per alterare i risultati al fine di supportare una serie di cause giudiziarie intentate da un avvocato contro le case farmaceutiche produttrici dei vaccini. Inoltre si scoprì che Wakefield aveva brevettato un sistema di vaccini separato per sostituire il trivalente che aveva additato come causa dell’autismo.

In seguito all’articolo di Deer, il General Medical Council britannico (GMC) instaurò un’indagine per condotta antiscientifica su Wakefield e due suoi ex colleghi. Gli investigatori analizzarono le numerose scoperte di Deer su Wakefield, tra cui l’aver sottoposto senza necessità bambini autistici a punture lombari e altre procedure mediche invasive non necessarie, quali delle colonscopie, e l’aver agito senza la necessaria approvazione etica da parte di un comitato di controllo istituzionale.

Il 28 gennaio 2010 un tribunale di 5 membri designati del GMC trovò provate le accuse, tra cui quattro episodi di disonestà e 12 episodi di abuso su bambini mentalmente disagiati. I giudici stabilirono che Wakefield era “venuto meno ai suoi obblighi di consulente responsabile”, sia agendo contro gli interessi dei suoi pazienti sia agendo “in modo disonesto e irresponsabile” nelle sue ricerche pubblicate.

Sulla base delle conclusioni del GMC il Lancet pubblicò immediatamente una completa ritrattazione dell’articolo del 1998 evidenziando che i contenuti del manoscritto erano stati falsificati. Nel maggio 2010 Wakefield venne radiato dal Medical Register con una dichiarazione di falsificazione disonesta delle ricerche sul Lancet e da allora non può praticare la professione medica nel Regno Unito.

Nonostante questo, c’è ancora gente che ne sostiene le idee!

Torniamo al decreto-legge italiano: dalle parole del legislatore, si capisce che non c’è una emergenza vera e propria, ma preoccupazione e allerta: dal 1° gennaio al 16 maggio 2017 in Italia sono stati segnalati 2.395 casi di morbillo, poiché la copertura vaccinale per il morbillo è bassa, solo l’85,29%, 10 punti in meno rispetto alla soglia di sicurezza fissata dall’OMS. Soglia che l’Italia non raggiunge per nessun vaccino.

I vaccini obbligatori passano da 4 a 12 su tutto il territorio nazionale, mentre prima alcuni lo erano soltanto in certe regioni:

  • anti-poliomelitica;
  • anti-difterica;
  • anti-tetanica;
  • anti-epatite B;
  • anti-pertosse;
  • anti Haemophilusinfluenzae tipo B;
  • anti-meningococcica B;
  • anti-meningococcica C;
  • anti-morbillo;
  • anti-rosolia;
  • anti-parotite;
  • anti-varicella.

Siccome i vaccini rientrano nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) sono gratuiti per tutti i nati a partire dal 1° gennaio 2017. Anzi, nei LEA viene incluso un tredicesimo vaccino: quello contro il rotavirus.

Le misure del decreto entreranno in vigore a partire dal prossimo anno scolastico: “All’iscrizione presso qualunque istituto, cioè da 0 a 16 anni, bisognerà presentare il libretto vaccinale. Se non è in regola con le vaccinazioni o si è in lista di attesa, la scuola deve riferire all’Asl, questa chiama la famiglia, gli dà un tot di giorni per vaccinare. Se questo non avviene, scatterà una sanzione molto elevata. Che per chi non è in regola si ripeterà ogni anno”.

In molti paesi della UE le coperture vaccinali non sono in calo per cui l’immunità di gregge non è a rischio, le persone si vaccinano e vaccinano serenamente i propri figli anche senza essere obbligati, anzi probabilmente grati di potersi proteggere da molte malattie in maniera sicura e gratuita, quindi non c’è bisogno di correre ai ripari. Ma solo pochi anni fa in UK è stata presa una contromisura simile per arginare un’epidemia di morbillo (guarda caso in seguito alla pubblicazione dello studio di Wakefield.

Quindi non è vero, o meglio, è vero parzialmente che in Europa non ci siano obblighi. Dove non ci sono, è semplicemente perché non ce n’è bisogno.

E i complottisti che dicono sia tutta una mossa per far guadagnare le aziende farmaceutiche? Non so, ma mi viene da pensare che ad un’azienda farmaceutica convenga di più che uno sia malato, non che si vaccini e non si ammali mai…

Riporto un pensiero del prof. Burioni, specialista in immunologia (Professore presso Università Vita-Salute San Raffaele, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia, Dottore di Ricerca in Scienze Microbiologiche, Specialista in Immunologia Clinica ed Allergologia):

“Molti “genitori informati” sostengono che sia loro diritto non vaccinare i figli in nome della libertà di scelta. Questo è un ragionamento completamente sbagliato.

In primo luogo, questa scelta non riguarda loro stessi, ma i loro figli che non possono decidere autonomamente. Per cui non vaccinare i propri figli è come trasportarli in auto senza cinture e seggiolino pensando che così sia più sicuro. Per evitare che qualcuno si comporti in questo modo lo Stato obbliga le persone a usare cinture e seggiolino, pena multe severe. Dei bambini non vaccinati se ne frega e prendiamone atto. In realtà non vaccinare i bimbi è un comportamento molto più grave, in quanto non mette a rischio solamente i non vaccinati (cosa già grave), ma anche le altre persone. Non ci credete? Gli antivaccinisti gridano le loro balle ancora più forte? Lasciamo perdere le opinioni e parliamo di fatti, oggettivi ed innegabili.

Negli Stati Uniti il vaccino contro il morbillo attualmente in uso è stato introdotto nel 1971 e la vaccinazione a tappeto ha portato, nel 2000, ad interrompere la trasmissione di questa infezione in tutto il paese. Avete capito bene, la famosa immunità di gregge: alcune persone si ammalavano rientrando negli USA da paesi dove ancora il virus circolava (come il nostro), ma grazie all’immunità diffusa nessuno veniva contagiato, e il tutto si risolveva con qualche decina di casi all’anno e senza che il virus potesse diffondersi e circolare nella comunità.

Purtroppo, a causa delle scelte di quelli che pure il Los Angeles Times ha chiamato “stupidi”, il tasso di copertura contro questa malattia è calato, e nel 2013 ci sono stati negli USA 187 casi di morbillo, con un’epidemia a New York di 58 casi. Nel 2014 la situazione è precipitata: ci sono stati quasi 700 casi, con un’epidemia di ben 377 casi in Ohio. Il virus aveva ripreso a circolare, l’immunità di gregge era scomparsa.

Catherina Montantes era una ragazza di 28 anni. Lavorava come assistente in uno studio dentistico ma stava studiando legge perché voleva andare avanti nella vita. Purtroppo era affetta da una grave forma di dermatomiosite che riusciva però a curare utilizzando dei farmaci immunosoppressori. Il 29 gennaio del 2015, mentre era in ospedale per dei controlli, ebbe la sfortuna di incontrare una persona che aveva contratto il morbillo, e stava diffondendo il virus. La ragazza, nonostante fosse stata regolarmente vaccinata da bimba, per le terapie immunosoppressive alle quali era costretta aveva un sistema immune molto indebolito e a causa della svanita immunità si prese il morbillo, sviluppando quella che viene chiamata “polmonite a cellule giganti”. Purtroppo alcune settimane dopo morì, e l’autopsia confermò che la causa della morte era proprio il virus del morbillo.

Se tutti si fossero continuati a vaccinare, il virus – come negli anni precedenti – non sarebbe riuscito a circolare grazie all’immunità di gregge e questa ragazza sarebbe ancora viva. Grazie alle balle degli antivaccinisti il virus ha ripreso a circolare e una incolpevole giovane di 28 anni, con la vita davanti, è finita sottoterra.

Dunque non vaccinare i propri bambini non è come trasportarli senza cinture o seduti sul cruscotto, in quanto questo comportamento, seppure scellerato, mette a rischio solo i propri figli.

Non vaccinare i propri figli è in realtà come circolare con un’auto senza freni, causando pericolo per i passeggeri del veicolo e per tutti gli altri automobilisti. Chi smonta i freni dalla propria auto viene come minimo multato, l’auto sequestrata, e se insiste ad affermare che senza freni si circola con maggiore sicurezza probabilmente viene internato in un manicomio.”

I vaccini sono stati salutati come “salvatori dell’umanità”, il loro arrivo ha rappresentato un vero punto di svolta e tramite loro siamo passati da un’epoca di malattia frequente e grave ad una (quella odierna) di benessere, salute, sicurezza. Ma come spesso accade è proprio la mancata conoscenza di un fatto che ci rende ignoranti e che può causare errori pericolosi, non vedere più bambini con la poliomielite ci fa sentire distanti dal problema, come se questo non esistesse e per lo stesso motivo tanti genitori continuano a porsi delle domande che per i nostri nonni avevano una risposta scontata e semplice: mi vaccino per non ammalarmi e per non fare ammalare i miei figli.

Io credo, anche senza avere una laurea in medicina, di avere le competenze per distinguere un medico abilitato da un cialtrone, di chi mi posso fidare e di chi no, ma soprattutto, cerco di usare lo strumento “web” nel modo migliore possibile. Fatelo anche voi!