Storia, magistra vitae – Codevigo

Esistono fatti che non si possono contestare. Al massimo si possono giudicare.

Ma come ho già detto in “Storia, magistra vitae – introduzione”, noi siamo un popolo che non ricorda. O ricorda solo quello che fa comodo ricordare.

Eppure la mia generazione dovrebbe ricordare. Non certo la seconda guerra mondiale, ma quantomeno gli anni di piombo, anche perché fu un periodo abbastanza lungo (compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni ottanta), in cui si verificò un’estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nell’attuazione della lotta armata e in atti di terrorismo.

Italiani contro italiani.

Ma non era la prima volta che accadeva.

Facciamo un passo indietro. Alla fine della prima guerra mondiale, per la precisione.

All’indomani della prima guerra mondiale il Regno d’Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale precaria e difficile. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650.000 caduti e circa 1.500.000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell’Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.

Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti più importanti dell’Interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita a un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un piccolo gruppo di reduci e intellettuali interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari, si radunò in un locale di Piazza San Sepolcro a Milano, dando vita ai Fasci di Combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista.

Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d’ogni arma confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità e avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei fasci di combattimento le neonate squadre d’azione si scontrarono con i socialisti e condussero l’assalto all’Avanti! (un quotidiano politico socialista di cui lo stesso Mussolini era stato direttore), devastandone la sede: l’insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia.

Dal punto di vista organizzativo, al “gruppo di Milano” si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell’appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono più determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell’olio di ricino. In questo clima di violenze alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini.

Forte dell’appoggio della base, Mussolini decise di agire: il momento pareva propizio e così un forte contingente di 50.000 squadristi venne radunato nell’alto Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale. Era il 28 ottobre 1922. Lo stesso giorno, a compimento della marcia su Roma, il re incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo dopo che Luigi Facta si dimise.

In vista delle elezioni del 6 aprile 1924 Mussolini fece approvare una nuova legge elettorale (legge Acerbo) che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno il 25% dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 64,9% dei voti.

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando i risultati delle elezioni. Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso.

Mussolini, ben presto si fece chiamare Duce (dal latino dux, cioè “capo, guida”) e rafforzò il suo potere. Dichiarò che ogni altro partito e associazione erano illegali, ed eliminò ogni forma di libertà (di stampa, di espressione, di associazione). Gli oppositori del fascismo furono imprigionati o mandati al confino in luoghi sperduti. Ogni voce di dissenso fu fatta tacere.

Nelle scuole divenne obbligatorio l’insegnamento delle nozioni della cultura fascista, e tutti i giovani furono organizzati in associazioni di stampo militare. Mussolini promosse poi una forte propaganda attraverso la radio e i giornali.

Nel 1929 Mussolini e papa Pio XI firmarono i Patti Lateranensi, così il governo riconobbe il cattolicesimo come religione di Stato. Per cercare di rimettere in sesto l’economia italiana, Mussolini mise dei limiti alle merci che si potevano importare dall’estero, favorendo la produzione interna.

Promosse l’agricoltura e avviò la bonifica di zone paludose, come l’Agro Pontino. Nel 1936, spinto dal desiderio di fare dell’Italia una potenza coloniale, Mussolini decise di conquistare l’Etiopia. Nello stesso anno strinse un patto di alleanza con Adolf Hitler: l’Asse Roma-Berlino. Per avvicinarsi alla politica dei nazisti tedeschi, nel 1938 vennero emanate in Italia le leggi razziali contro gli ebrei.

Nel 1939 Mussolini decise di stringere ancora di più la sua alleanza con Hitler, perché era convinto che, al suo fianco, l’Italia avrebbe potuto diventare una grande potenza. Firmò quindi con la Germania nazista il Patto d’Acciaio, che prevedeva aiuto reciproco in caso di guerra.

Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini fu colto di sorpresa, e decise di non entrare in guerra. Poi però, accorgendosi dei rapidi successi riportati da Hitler, temette di rimanere escluso dai benefici della vittoria e, il 10 giugno 1940, dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia, a fianco della Germania.

La guerra, contrariamente alle speranze del Duce, non finì in pochi mesi. Anzi, si protrasse per tre lunghi anni, durante i quali l’esercito italiano subì dure sconfitte in Grecia e in Africa, oltre che gravi perdite in Russia.

Poi arrivò il 1943. Per alcuni fu la fine della guerra, per altri, come ho già raccontato in “Storia, magistra vitae – Marocchinate”, fu l’inizio di altre sofferenze.

I cosiddetti “congiurati” del Gran Consiglio del Fascismo votarono la sfiducia a Mussolini il 25 luglio di quell’anno, illudendosi che sacrificando il duce si sarebbe arrivati ad una rapida soluzione dei problemi; il re, e Badoglio, successore di Mussolini quale Capo del Governo, si illusero che avrebbero potuto fare marcia indietro con i tedeschi senza per questo pagarne il dazio; chi aderì alla Repubblica Sociale Italiana, regime esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi, si illuse di difendere l’onore della Patria; i partigiani si illusero di sostituire la dittatura fascista con quella del proletariato, trovandosi poi invece a dover sostenere l’occupante (non il liberatore) americano; il popolo italiano si illuse che la guerra era finita.

Quella notte tra il 24 e il 25 luglio del ’43 Mussolini accettò la deliberazione del Gran Consiglio che gli imponeva di rimettere tutti i poteri al re: ma Vittorio Emanuele III, il cui unico scopo era salvare sé stesso, lo fece arrestare quando Mussolini si presentò per formalizzare la cessione dei poteri.

Tutti i poteri furono affidati ai vertici dell’esercito che instaurarono una dittatura militare con a capo il Maresciallo d’Italia Badoglio. Del nuovo esecutivo nessun esponente politico ne faceva parte in quanto i partiti rimanevano fuori legge al pari del partito fascista nel frattempo sciolto.

Il nuovo governo si affrettò a rassicurare l’alleato tedesco circa la fedeltà dell’Italia e il proseguimento della guerra e nel contempo avviò segreti contatti con gli angloamericani per passare armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica illusione di uscire indenni da una guerra che volgeva al peggio.

L’8 settembre 1943 arrivò l’annuncio di Badoglio che chiamò armistizio quello che in realtà fu pazzia: nel volgere di 24 ore i tedeschi divennero improvvisamente nemici e gli invasori americani alleati.

Chi non crede alle mie parole, lo vada a vedere in film pluripremiato di Luigi Comencini, “Tutti a casa”, nel quale uno sbigottito Alberto Sordi arriva a dire: “Signor Colonnello, i tedeschi si sono alleati con gli americani”, a dimostrazione della confusione e dello sgomento che quella decisione creò.

Decisione che servì soprattutto a scatenare l’ira vendicativa di Hitler.

Con il rovesciamento del fronte e il passaggio dell’Italia dalla parte degli angloamericani (che faceva presagire una rapida e vittoriosa conclusione del conflitto), si riorganizzarono i vecchi partiti che seppero, soprattutto quello comunista che aveva mantenuto una sua struttura clandestina, cogliere al volo quella insperata opportunità di tornare ad essere protagonisti della politica italiana.

La guerra invece continuò per altri 18 mesi e nel conflitto tra eserciti si inserirono i partigiani, alcuni smaniosi di ricostruirsi una verginità politica dopo essersi affermati grazie al regime, altri per attribuirsi delle onorificenze da spendere al tavolo della spartizione del potere alla fine del conflitto. E fu guerra civile.

E a fronte delle stragi perpetrate dai nazisti, come quella di Marzabotto e quella di Sant’Anna di Stazzema, i partigiani decisero che era arrivata ora di rendere pan per focaccia.

Codevigo è stata teatro involontario di uno di quegli episodi: quella che dal 29 aprile al 15 maggio del 1945 ha segnato una pagina dolorosa della nostra storia nazionale. Una pagina a lungo nascosta.

Cosa successe in quei giorni del 1945?

L’Ottava armata britannica attraversò il Po e marciava verso nord per ricacciare i tedeschi oltre confine. Aggregato agli inglesi c’era anche il Gruppo di combattimento “Cremona”, che faceva parte del Regio Esercito e fiancheggiava gli alleati.

C’erano anche i partigiani, quelli della 28ª brigata garibaldina “Mario Gordini”, sotto il comando di Arrigo Boldrini, mitico capo dalle superiori capacità organizzative. È importante sapere che sia gli effettivi del “Cremona” sia i partigiani erano tutti originari del ravennate. Arrivarono a Codevigo il 29 aprile: liberatori ma anche, com’era comprensibile, giustizieri.

Due esempi valgano per dare l’idea di come vennero “giustiziati” i condannati: Corinna Doardo, maestra elementare, fu prelevata dai partigiani che la sottoposero a sevizie tali che il medico accertò che solo un orecchio era rimasto intatto; dopodichè la fucilarono e abbandonarono il cadavere nudo nel cimitero.

Mario Bubola, figlio del podestà del paese, fu prelevato da casa e poi torturato. Tentarono di tagliarli il collo con del filo spinato; gli fu tagliata la lingua, infilatagli poi nel taschino della giacca, gli furono tagliati i testicoli che gli furono messi in bocca.

 Ma questo fu solo l’inizio: l’eliminazione, purtroppo “fisiologica” dei fascisti locali fu il primo passo di una resa dei conti che partiva da lontano. Soldati del Regio Esercito e partigiani erano tutti di Ravenna e dintorni, e avevano parecchi conti in sospeso. Appresero che camicie nere e formazioni repubblichine provenienti da Ravenna e provincia erano fuggite davanti all’avanzata alleata e poi si erano arrese ai CLN locali.

Probabilmente avevano degli elenchi precisi, con nomi e cognomi dei tre gruppi di fascisti: la Guardia Nazionale Repubblicana e la brigata nera del presidio di Candiana, la Guardia Nazionale Repubblicana dei presidi di Bussolengo e Pescantina, nel Veronese. Andarono a prenderseli.

I partigiani di Boldrini si presentarono ai compagni che custodivano i fascisti e se li fecero consegnare: promisero che li avrebbero portati a Ravenna per processarli, li caricarono sui camion e se li portarono via. Non arrivarono mai a Ravenna, non ci fu mai alcun processo: l’ultima fermata fu Codevigo.

Vennero ammazzati in luoghi diversi: nei campi, sugli argini del Brenta e del Bacchiglione, dentro a qualche casa colonica. I corpi furono abbandonati, o buttati in fiume. Erano tanti, e tutti senza documenti. La vendetta partigiana è stata una vendetta scientifica: cercata, voluta, programmata, eseguita. Tra gli uccisi, come al solito, c’era di tutto: chi era vissuto di ideali e chi questi ideali aveva tradotto in potere, soprusi, violenze. I ravennati del “Cremona” e di Boldrini ricordavano bene le gesta degli squadristi e dei fascisti ravennati come loro: stupri, omicidi, spedizioni punitive compiuti nella provincia di Ravenna per anni e anni, dagli albori del Fascio di combattimento fino agli ultimi tempi.

Una resa dei conti, violenze da lavare con il sangue e la rabbia di chi ha subìto ed ora vince.

Una ridda di cifre false, supposizioni, esagerazioni. In realtà gli uccisi furono 136. Di questi 18 erano di Codevigo, Pontelongo, Correzzola, Piove di Sacco almeno 64 residenti in provincia di Ravenna, e sugli altri non c’è certezza perché non sempre è stata possibile l’identificazione.

Ma lo stesso accadde a Oderzo, a Concordia, a Pescarenico, a Monte Manfrei, a Cadibona, a Rovetta, a Lovere, a Schio e in mille altri posti, dove non furono uccisi senza processo solo quelli che nel ventennio si erano macchiati di delitti, ma anche chi veniva semplicemente segnalato come collaborazionista o che si era consegnato per chiarire la propria posizione.

Come Jolanda Crivelli. Ausiliaria della Saf (Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana), Jolanda Crivelli aveva solo 20 anni ed era la giovanissima vedova di un ufficiale del Battaglione M, ucciso a Bologna durante la guerra civile, in un agguato. Il 26 aprile Jolanda Crivelli raggiunse Cesena, la sua città natale, per tornare dalla madre, che viveva sola. Immediatamente, come capitava in quei terribili giorni, fu riconosciuta e additata da suoi concittadini ad alcuni partigiani comunisti: ”È una fascista, moglie di fascista!”. Percossa a sangue, torturata, violentata, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto a tutti come ammonimento per tutti i fascisti. Poi fu permesso alla madre di seppellirla.

Ma noi siamo un popolo che deve dimenticare.

Chiù PIL per tutti!

In genere non mi occupo di politica, ma quando leggo qualcosa che non mi convince mi informo e uso questo mezzo per informare chi mi legge.

È capitato tutto nella settimana di ferragosto, come ogni anno noiosa: caldo opprimente, incendi, programmazione televisiva nulla, zanzare a go-go. Una senatrice del Movimento 5 Stelle, Barbara Lezzi, per ravvivare la settimana ha deciso di postare un video nel quale affermava una cosa a prima vista strana: secondo lei, la crescita tendenziale del PIL superiore alle attese dell’1,5%, è dovuto in parte (per l’1,2%) al maggiore consumo di energia, certificato dall’ISTAT.

Intanto, prima di continuare, vediamo queste due sigle: PIL e ISTAT.

Il prodotto interno lordo, per brevità PIL, è un indicatore economico, ovvero uno strumento usato da economisti, investitori, banche e governi per misurare l’andamento dell’economia di un paese.

Più semplicemente il PIL è un numero calcolato sommando il valore di mercato di tutti i beni e servizi prodotti da un determinato stato in un determinato periodo di tempo.

Per calcolarlo vanno sommati quattro elementi principali:

  • i consumi;
  • la spesa pubblica;
  • gli investimenti;
  • le esportazioni nette.

I consumi includono beni non durevoli, come ad esempio il latte e le uova, i beni durevoli, come le automobili, e i servizi di privati, come per esempio il barbiere o il meccanico.

La spesa pubblica comprende, tra gli altri, la spesa militare, le opere civili, come ospedali e autostrade e il costo dei dipendenti pubblici, escluse le pensioni.

Gli investimenti, invece, sono quelli fatti dalle imprese, le case acquistate dai cittadini e tutto quello che le fabbriche hanno prodotto in un anno ma che sarà venduto in quello successivo (le cosiddette scorte).

Le esportazioni nette sono la differenza tra il costo dei prodotti che esportiamo all’estero ed il costo dei prodotti che invece importiamo.

In aggiunta a questi beni e servizi ce ne sono altri non registrati, come il lavoro nero (certo!), la compravendita di beni usati, le attività illegali di ogni genere (e dai!) e l’autoconsumo, cioè quei prodotti o servizi che potrebbero essere anche acquistati ma che le persone scelgono di farsi in casa (per esempio il pane, ma una volta ci si faceva anche la biancheria intima, in casa).

Il termine lordo indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti, ovvero al naturale deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (prodotto interno netto).

Il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare il benessere di una collettività nazionale e il suo livello di sviluppo o progresso.

L’ISTAT, ovvero L’Istituto nazionale di statistica è un ente di ricerca pubblico italiano, le cui attività comprendono:

  • censimenti sulla popolazione;
  • censimenti sull’industria, sui servizi e sull’agricoltura;
  • indagini campionarie sulle famiglie (consumi, forze di lavoro, aspetti della vita quotidiana, salute, sicurezza, tempo libero, famiglia e soggetti sociali, uso del tempo, ecc.);
  • numerose indagini economiche (contabilità nazionale, prezzi, commercio estero, istituzioni, imprese, occupazione, ecc.).

Fu istituito come Istituto Centrale di Statistica nel 1926 (legge 9 luglio 1926, n. 1162), durante il Fascismo, per raccogliere, in forma organizzata, alcuni dati essenziali riguardanti lo Stato. È stato in seguito riorganizzato, con il decreto legislativo 6 settembre 1989, n. 322 che ha istituito il Sistema Statistico Nazionale (SISTAN) e ha dettato norme sui compiti e l’organizzazione dell’ISTAT, cambiandone tra l’altro la denominazione in Istituto nazionale di statistica.

Dicevamo, la giovane senatrice affermava inoltre che il maggior consumo del mese di giugno è stato causato dal caldo eccezionale, e che quindi gli italiani, per raffreddare case, uffici, surgelati (la catena del freddo) e per alimentare mezzi con aria condizionata accesa hanno, inconsapevolmente, causato un aumento del PIL (del 9,6% secondo la senatrice, del 9,8% nella realtà).

In effetti, confrontando giugno 2017 con lo stesso mese dell’anno scorso, il dato è quello.

Ma la dichiarazione della senatrice Lezzi ha suscitato più che altro ilarità (da parte di molti addetti ai lavori) o sdegno (da parte degli “indignati” di professione), e i suoi detrattori hanno controbattuto dicendo “se il caldo fa crescere il PIL, l’Africa è ricchissima”. Eppure, con questa battuta, hanno dimostrato che, se pur la Lezzi non era completamente nel giusto, loro lo erano di meno.

Facciamo un esempio.

In base a quello che ho spiegato prima, se ci si fa un vestito su misura, si fa aumentare il PIL; lo stesso se si accende l’aria condizionata. In entrambi gli esempi, perché ci sia un aumento di PIL, si dovrà consumare di più di quanto si è consumato per fare la stessa cosa l’anno precedente. Se invece il vestito lo compro confezionato, non necessariamente il PIL varierà (lo spiego dopo).

Ovviamente l’energia ha a che fare con la produzione industriale, tanto è vero che l’ISTAT inserisce l’Energia, ovvero Carburanti, Luce e Gas, come una componente della Produzione industriale complessiva.

Anche perché il moto perpetuo, cioè la produzione di energia a costo zero, non è stato ancora inventato.

Il bollettino ISTAT del giugno 2017 sulla Produzione Industriale dice: “A giugno 2017 l’indice destagionalizzato della produzione industriale registra un incremento dell’1,1% rispetto a maggio. Nella media del trimestre aprile-giugno 2017 la produzione è aumentata dell’1,1% nei confronti dei tre mesi precedenti.

Corretto per gli effetti di calendario, a giugno 2017 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 5,3% (i giorni lavorativi sono stati 21 come a giugno 2016). Nella media dei primi sei mesi dell’anno la produzione è aumentata del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’indice destagionalizzato mensile registra variazioni congiunturali positive nei raggruppamenti dell’energia (+5,7%), dei beni intermedi e dei beni di consumo (entrambi +1,3%); segna invece una variazione negativa il comparto dei beni strumentali (-0,3%).

In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a giugno 2017 una crescita significativa per l’energia (+9,8%); aumentano in misura rilevante anche i beni di consumo (+5,6%), i beni strumentali (+5,1%) e i beni intermedi (+4,0%).

Per quanto riguarda i settori di attività economica, a giugno 2017 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+18,5%), della fabbricazione di mezzi di trasporto (+13,6%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+12,1%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+10,8%). L’unico settore che registra una diminuzione è quello dell’industria del legno, della carta e stampa (-1,1%)”.

Avete letto? Quello che ho evidenziato è quello che ci interessa.

Intanto, un punto a favore della Senatrice, che almeno sapeva che l’Energia è una componente della Produzione Industriale complessiva.

Ma qualcuno potrebbe obiettare: “In quel trimestre non c’entrano nulla i condizionatori perché i due settori che hanno trainato questa crescita sono i Farmaceutici (+18,6%), e Mezzi di Trasporto (+13,5%), che sono cresciuti più dell’Energia”.

Il contributo di un settore alla crescita del PIL è determinato in realtà non tanto dalla sua crescita percentuale, ma da questa per il peso relativo del settore. Infatti, nel bollettino del mese di giugno, è la stessa Istat a indicare che il contributo dell’Energia alla crescita eguaglia tutta la produzione industriale di Beni Durevoli, di cui i prodotti farmaceutici sono una parte esigua.

I detrattori potrebbero a questo punto replicare: “Certo, ma la Produzione industriale, cioè la quantità di beni prodotti dalle fabbriche, non dipende dai consumi elettrici: vuol dire non capire la differenza tra consumi da una parte e prodotti dall’altra”.

Che il settore Energetico contribuisca alla Produzione industriale è assodato. È altrettanto evidente che tutta l’Industria consuma Energia per produrre. Relativamente alla differenza tra Consumi e Produzione a fini PIL, facciamo un esempio.

Se preparo una pizza per mangiarla in casa, il contributo che do al PIL è in parte alla voce Energia e in parte alla voce Industria Alimentare (gli ingredienti per fare la pizza); se invece sono un pizzaiolo e faccio la pizza per venderla, il contributo è al netto dei costi intermedi. E non importa se la venderò o meno (ai fini del PIL, almeno). Perché? Perché se la vendo, variano i consumi, se non la vendo, variano le scorte. Per questo, come dicevo prima, in teoria l’acquisto di un vestito confezionato non fa necessariamente aumentare il PIL.

E in entrambi i casi della pizza, una volta prodotta ha fatto aumentare il PIL. Chiaro che, se non viene acquistata, il pizzaiolo non ne produce più e così facendo genera una variazione negativa nel periodo successivo.

Ora chiediamoci: sarà vero che tenendo accesi i condizionatori facciamo crescere il PIL?

Il PIL, come dicevamo è un indicatore. Abbiamo indicatori in casa? Certo! Il termometro, per esempio. Se voglio evitare di andare al lavoro, metto il termometro sul termosifone e lui indicherà 38°C, ma non per quello io avrò la febbre.

Se proprio vogliamo contestare quello che ha affermato la senatrice Lezzi, possiamo dire che il settore energia contribuisce poco all’aumento del PIL perché buona parte dei nostri consumi in quel settore è importato dall’estero.

Pertanto, a fronte di un valore del settore molto elevato, tra costi delle materie prime e imposte, il contributo di tutto il settore Energetico al PIL è decisamente limitato, intorno al 1,5% (Fonte: Ministero Sviluppo Economico, 2016).

In fondo, la sen. Lezzi ha semplicemente ribadito una banalità. La cosa paradossale è che questa ovvietà è quello che buona parte delle persone ha recepito e condannato come assurdo, anche se non lo è affatto.

Sarebbe bastato ascoltare con attenzione, come alcuni di certo hanno fatto, e non lasciarsi assordare dal pregiudizio, per capire che la senatrice del M5S aveva capito ben poco di quel famigerato bollettino ISTAT. Ma, comunque, qualcosa in più dei tanti che l’hanno attaccata senza capire nemmeno quel poco.

Il sistema solare parte quinta

Leggendo si scoprono cose che non si sanno (si chiama “imparare”, mio giovane lettore), anche se magari sono nascoste tra i meandri di cose note.

Ad esempio, si sa che l’anello, soprattutto quello di fidanzamento e quello legato al matrimonio, chiamato fede, vengono regalati, nella tradizione, dal promesso sposo alla futura consorte. In realtà l’origine di questo “pegno d’amore” non è antichissima.

Anticamente il “pegno” era un pomo (una mela), come riportato da Omero, ad esempio, nell’Iliade. Paride decide le sorti di Troia scegliendo Elena come propria compagna e sigla un patto con Afrodite, la dea dell’amore, regalando una mela d’oro: anticamente l’ufficializzazione del fidanzamento avveniva proprio attraverso lo scambio di una mela tra la coppia di innamorati.

Storicamente l’usanza di regalare un anello di fidanzamento va fatta risalire al 1477, quando l’arciduca Massimiliano d’Austria stupì la propria futura moglie Maria di Borgogna donandole un anello impreziosito da un diamante.

A prescindere quello che stanno pensando tutti gli uomini lettori di queste righe (staranno odiando l’arciduca, immagino), ci sono anelli che non possono essere regalati: quelli di Saturno, ad esempio.

Saturno era il pianeta più lontano tra quelli già noti in antichità: infatti, nonostante sia a 1.427 milioni di chilometri, quasi due volte la distanza di Giove, al massimo del suo splendore è più luminoso di qualunque stella e a volte anche più di Mercurio. Anzi, proprio la grande distanza fa sì che il pianeta permanga tutta la notte nella volta del cielo.

Saturno compie un giro intorno al Sole in 29,45 anni circa, più del doppio di Giove (11,87 anni). In quasi tutti i “record” del Sistema Solare, Saturno risulta sempre secondo, seguendo sempre Giove: una specie di Gaetano Belloni del nostro sistema planetario.

Per grandezza, ad esempio, è secondo: il suo diametro equatoriale è di circa 120.536 chilometri, 5/6 di quello gioviano; ovviamente questi dati, sommati alla distanza superiore, fanno sì che Saturno sia meno luminoso di Giove.

La sua massa è solo i 3/10 di quella di Giove, nonostante il suo volume sia i 6/10 del gigante gassoso. Per avere una massa così piccola in un volume così grande, Saturno deve avere una densità molto bassa: infatti è 0,7 volte quella dell’acqua; se fosse possibile avvolgere Saturno con una pellicola (per impedirgli di dissolversi) e immergerlo in un oceano abbastanza grande da contenerlo, Saturno galleggerebbe.

Infatti, Saturno è composto per il 95% da idrogeno e per il 3% da elio a cui seguono gli altri elementi. Il nucleo, consistente in silicati e ghiacci, è circondato da uno spesso strato di idrogeno metallico e quindi da uno strato esterno gassoso.

La rotazione intorno al proprio asse avviene in 10,67 ore, ma avendo una minore gravità, Saturno ha lo schiacciamento più accentuato di tutti i pianeti: 0,202, cioè più di una volta e mezza quella di Giove e 30 volte quello terrestre: la differenza tra i diametri polare ed equatoriale è 12.000 chilometri, pari quasi al diametro terrestre.

Sotto un altro aspetto Saturno risulta unico, come accennavo all’inizio, e singolarmente bello.

Quando Galileo puntò per la prima volta su Saturno il suo primitivo telescopio, gli sembrò che esso avesse una forma strana, quasi che ai lati del suo globo se ne trovassero altri due più piccoli. Galileo proseguì nelle sue osservazioni, ma i due piccoli globi divennero sempre più difficili da scorgersi e infine, verso la fine del 1612, scomparvero del tutto.

Anche altri astronomi riferirono che c’era qualcosa di strano in Saturno, ma fu solo nel 1656 che Christiaan Huygens diede alla cosa la giusta interpretazione. Egli riferì che Saturno era circondato da un sottile anello luminoso, che non lo toccava in nessun punto.

Poiché l’asse di rotazione di Saturno è più inclinato di quello della Terra, per un gioco di prospettive gli anelli che lo circondano cambiano nella vista da un massimo a un minimo: ogni 7 anni si passa da una situazione in cui gli anelli si vedono ad una in cui l’anello ci compare di profilo, per poi tornare ad un altro massimo (dalla parte opposta a quella di partenza).

Proprio questa era la situazione quando Galileo lo osservò alla fine del 1612, dopo di che, a causa della delusione provata, non volle mai più osservarlo (o almeno così dice la leggenda).

Gli anelli iniziano ad un’altezza di circa 6.600 km dalla sommità delle nubi di Saturno e si estendono fino a 120.000 km, poco meno di un terzo della distanza Terra-Luna. Il loro spessore è mediamente pari ad appena 10 metri.

Anche se tutti i giganti gassosi hanno un sistema di anelli, quello di Saturno è grandioso. Gli anelli sono divisi in sette fasce, separate da divisioni quasi vuote. L’organizzazione in fasce e divisioni risulta da una complessa dinamica ancora non ben compresa, ma nella quale giocano sicuramente un ruolo i cosiddetti satelliti pastori, lune di Saturno che orbitano all’interno o subito fuori dell’anello.

L’origine degli anelli è sconosciuta. Ci sono due ipotesi principali al riguardo: che siano il risultato della distruzione di un satellite di Saturno, ad opera di una collisione con una cometa o con un altro satellite, oppure che siano un “avanzo” del materiale da cui si formò Saturno che non è riuscito ad assemblarsi in un corpo unico per gli effetti di marea.

Affrontando da un punto di vista diverso il problema dell’effetto di marea, un astronomo francese, Edouard Roche, dimostrò che qualsiasi corpo solido che si fosse avvicinato a un altro corpo considerevolmente più grande sarebbe stato ridotto, a causa delle potenti forze di marea, in piccoli frammenti. La distanza alla quale il corpo più piccolo finirebbe per essere fatto a pezzi viene chiamata “limite di Roche”, e di solito viene valutata pari a 2,44 volte il “raggio equatoriale” (la distanza dal centro a un punto situato sull’equatore) del corpo più grande.

In pratica, la Luna è fuori dal limite di Roche della Terra, mentre gli anelli di Saturno sono all’interno di quel limite. Secondo alcune stime, se si raccogliesse in un unico corpo tutta la materia contenuta negli anelli di Saturno, si otterrebbe una sfera poco più grande della nostra Luna.

Oltre agli anelli, Saturno ha, come Giove, una schiera di satelliti. Il satellite saturniano di gran lunga più interessante è Titano, l’unico satellite del sistema solare a possedere una densa atmosfera e che da solo costituisce oltre il 95% della massa orbitante attorno a Saturno, anelli compresi. Titano fu anche il primo satellite saturniano scoperto, nel 1655 da Christiaan Huygens. Seguirono, tra il 1671 e il 1684, le scoperte di Teti, Dione, Rea e Giapeto da parte di Giovanni Domenico Cassini. Passò poi più di un secolo prima della scoperta, nel 1789, di Mimas e Encelado da parte di William Herschel, mentre Iperione fu scoperto nel 1848 da W.C. Bond, G.P. Bond e William Lassell, e fu l’ultimo scoperto con l’osservazione diretta tramite telescopi ottici. Già Febe, nel 1899, fu scoperto da William Henry Pickering mediante l’uso di lastre fotografiche a lunga esposizione. L’unica altra luna poi scoperta prima dell’arrivo delle sonde Voyager nel 1980 fu, nel 1966, Giano.

È difficile quantificare con precisione il loro numero, perché tecnicamente tutti i minuscoli corpi ghiacciati che compongono gli anelli di Saturno sono da considerarsi satelliti. Molte delle lune sono piuttosto piccole: 34 di esse hanno un diametro minore di 10 km, mentre 14 hanno diametro inferiore ai 50 km. Tradizionalmente, la maggior parte delle lune di Saturno portano i nomi dei Titani della mitologia greca. Quando nel XX secolo i nomi dei Titani furono esauriti, le lune presero il nome da personaggi della mitologia greca e romana o da giganti di altre mitologie. Tutte le lune irregolari (eccetto Febe) hanno nomi di divinità della mitologia inuit (quella degli “eschimesi”), di quella celtica e di giganti di ghiaccio della mitologia scandinava.

Il gran numero di satelliti e la presenza degli anelli rende molto complessa la dinamica del sistema di Saturno. Gli anelli sono influenzati dai movimenti dei satelliti, che causano marcate divisioni o lacune, e l’interazione mareale con Saturno porta effetti perturbanti sulle orbite dei satelliti minori. I satelliti di Saturno possono essere divisi a grandi linee in dieci gruppi a seconda delle orbite attorno al pianeta.

Oltre alle piccole lune degli anelli, ai satelliti pastori, alle lune co-orbitali e alle lune irregolari, i grandi satelliti sono sostanzialmente divisi in “interni” ed “esterni”: i satelliti interni orbitano all’interno del tenue Anello E e tra questi sono compresi Mimas, Encelado, Teti e Dione, le cui orbite sono contraddistinte da una bassa eccentricità orbitale e un’inclinazione orbitale inferiore a 1,5°, con l’eccezione di Giapeto, che ha un’inclinazione di 7,57°. Le grandi lune esterne, Rea, Titano, Iperione e Giapeto, orbitano al di là dell’Anello E e in genere hanno un’inclinazione e un’eccentricità orbitale decisamente più elevata.

Tra le lune irregolari la più grande è Febe, che ha un diametro di 220 km, un semiasse maggiore di quasi 1,3 milioni di km e un periodo orbitale di 18 mesi. Per oltre un secolo, fino al 2000, è stata creduta essere la luna più distante da Saturno, fino a quando furono scoperte nel 2000 diverse altre piccole lune più esterne. Pensato essere in passato un asteroide, la sua natura è tuttavia stata svelata dalla sonda Cassini: esso è un corpo composto da ghiaccio misto a roccia, simile a Plutone e Tritone, e faceva probabilmente parte di quella massa di corpi ghiacciati che ora formano la Fascia di Kuiper. Febe rimase intrappolato nel campo gravitazionale di Saturno quando le interazioni gravitazionali dei giganti gassosi, e in particolare di Giove, espulsero la maggior parte dei planetesimi ghiacciati verso il sistema solare esterno.

È un vero peccato non si possa ancora andare da quelle parti, ma dalle immagini mandate dalla sonda Cassini, facente parte della missione spaziale Cassini-Huygens (assieme al lander Huygens), si intuisce la bellezza dei panorami che godrebbe un eventuale turista spaziale.

Nella prossima “puntata”, chiuderemo il racconto del sistema solare, parlando di Urano e Nettuno. Alla prossima e, mi raccomando, regalate anelli e non mele!

Storia, magistra vitae – Marocchinate

Come avevo concluso in “Storia, magistra vitae – introduzione”, mi piacerebbe parlare di un paio di episodi accaduti durante il periodo che va dal 1943 al 1945. Prima però, un breve cenno a cosa era accaduto prima.

Negli anni ’30 del secolo scorso si verificò una crisi economico-finanziaria senza precedenti: se gli stati europei avessero avuto una visione globale con cui affrontare il problema, la questione sarebbe forse rimasta confinata negli USA, ma l’affannosa ricerca della sicurezza e l’affiorare di elementi di destabilizzazione interni all’Europa spinsero gli stati a chiudersi a riccio.

Così quando nel ‘29 si registrò un arresto del flusso dei crediti a lungo termine dagli USA, in Germania si verificò un’impennata inflazionistica e una crisi produttiva: per fronteggiare la situazione, Heinrich Brüning, allora cancelliere tedesco, avviò una politica di restrizioni finanziarie, che spinse i socialisti all’opposizione. L’asse della politica tedesca si spostò verso destra, ma a trarne vantaggio non fu il governo bensì l’opposizione più estremistica, rappresentata dal Partito nazionalsocialista di Hitler. Questo partito, che in precedenza aveva avuto un peso politico trascurabile, nelle elezioni del ‘30 ottenne più di 100 seggi.

Lasciati a sé stessi, i paesi europei affrontarono la crisi ciascuno secondo il proprio assetto politico e finanziario. Alcuni paesi, come la Francia furono meno colpiti; altri, come la G.B., si rifugiarono nel protezionismo; in Italia, il governo Mussolini avviò la nazionalizzazione delle industrie in crisi e i primi passi della politica autarchica.

L’avvento di Hitler al potere segnò il trionfo in Germania della volontà di rivincita e del progetto di recupero di antichi disegni di dominazione.

Hitler era nato in Austria, in un ambiente intriso di antisemitismo e pangermanesimo. Le sue idee divennero esplicite nel “Mein Kampf”; i 2 volumi furono dettati da Hitler durante la detenzione in carcere alla quale fu sottoposto in seguito alla partecipazione ad un fallito colpo di stato a Monaco.

È’ stato troppo facile, dopo la guerra, attribuire a un uomo solo la responsabilità della catastrofe. Fino al ‘39, infatti, Hitler fu aiutato, tollerato, blandito, nel suo disegno, da personalità che poi sarebbero divenute esponenti della cultura democratica.

Mentre Hitler, senza clamore, si riappropriava di territori di confine, ci furono due fatti che destabilizzarono una situazione già di per sé esplosiva: la conquista italiana dell’Etiopia e la guerra civile spagnola.

Questi due fatti procurarono una spaccatura tra i paesi europei e portarono alla conseguenza che si formarono due schieramenti: da una parte GB e Francia, dall’altra Germania e Italia (nonostante Mussolini avesse, nel ’33, convinto tutti ad aderire ad un trattato, mai ratificato formalmente, tra le quattro superpotenze).

Sabato 12 marzo 1938, Hitler invase l’Austria e senza sparare un colpo, ne prese possesso (la famosa anschluss, annessione).

Personalmente faccio partire la seconda guerra mondiale da questo episodio e non dall’invasione della Polonia, avvenuta nel 1939.

Così come l’inizio, anche la fine può avere due date di riferimento. Una è l’8 settembre del ’43, annuncio dell’armistizio da parte di Badoglio, l’altra è il 15 agosto del ’45, giorno della resa del Giappone dopo lo sgancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Già, il 29 aprile (e non il 25, che, come tutti sanno, è una data simbolica), giorno della resa della Germania, non fu l’ultimo giorno di guerra. Anzi, a dirla tutta, in Italia la fine della guerra va indicata con la data del 2 maggio ’45, giorno stabilito il 29 aprile, in realtà, con un trattato di resa.

Non sto qui a narrare le nefandezze della seconda guerra mondiale, che portarono alla morte più di 40 milioni di persone. Né come questo avvenne, con campi di sterminio e rastrellamenti di persone inermi; la seconda guerra mondiale è e resterà una delle pagine più brutte della millenaria storia dell’umanità.

Quello che voglio raccontare oggi è un episodio avvenuto durante il periodo che viene chiamato da alcuni come “guerra di liberazione d’Italia” e da altri come “guerra civile italiana”, perché vide lo scontro, oltre che tra italiani e tedeschi, che arretravano da sud verso nord, anche tra italiani e italiani. Prima però, voglio parlare di uno scrittore italiano.

Alberto Pincherle, vero cognome di Moravia, nacque nella capitale il 28 novembre 1907 dall’unione tra Carlo Pincherle, un benestante ebreo veneziano, e Teresa Iginia De Marsanich, cattolica, anconetana e di estrazione sociale decisamente più umile.

All’età di soli nove anni, nel 1916, il piccolo Alberto si ammalò gravemente di tubercolosi ossea, da cui guarirà definitivamente solo verso la maggiore età, e non senza strascichi. La malattia lo costrinse a letto per cinque lunghi anni, due dei quali trascorsi nel sanatorio dell’Istituto Codivilla di Cortina D’Ampezzo.

Il riposo e l’immobilità forzata crearono però l’occasione per il giovane Moravia di potersi dedicare molto a lungo alla lettura, e trova particolare ispirazione in Dostoevskij. Durante il ricovero all’Istituto Codivilla Moravia ampliò la sua conoscenza delle lingue, aggiungendo alla padronanza del francese quella dell’inglese e del tedesco.

A soli 18 anni scrisse “Gli indifferenti”, che ebbe un notevole successo e gli aprì le porte dei migliori ambienti letterari romani. Per le sue origini ebraiche però, dovette aspettare la fine della seconda guerra mondiale per ricominciare a scrivere senza essere censurato.

Dopo “La romana” e soprattutto in seguito dell’importante esperienza dei “Racconti romani” che avvicinarono lo scrittore alla corrente neorealista, Moravia ambientò il romanzo ”La ciociara” nella Roma delle fasi conclusive del secondo conflitto mondiale.

Le protagoniste sono due donne: Cesira, vedova, gestisce con la figlia Rosetta un piccolo negozio e, negli anni della guerra, si dedica anche alla borsa nera; il tutto per garantire alla figlia un futuro economicamente migliore.

Sfollate dopo il settembre 1943, le due donne si dirigono verso Vallecorsa, in Ciociaria, ma il loro treno s’arresto presso Fondi; qui le due protagoniste entrano in contatto con i contadini del posto, che le soccorrono e le ospitano.

Poi, nel paesino di Sant’Eufemia, Cesira e Rosetta conoscono, tra gli altri, Michele, giovane intellettuale comunista fortemente critico non solo della dittatura fascista, ormai allo sfascio, ma pure della mentalità generale degli sfollati, intenti solo a godersi la momentanea pace e non affatto interessati alle sorti future del paese.

Nel mentre, la linea del fronte avanza, ed aumentano i bombardamenti (in uno di questi Tommasino, negoziante del paese, impazzisce di paura e muore poco dopo) e i rastrellamenti dei nazifascisti, così da costringere Michele e le due donne a rifugiarsi in montagna, e ad incontrare molte difficoltà per procurarsi da mangiare.

 A partire dallo sbarco alleato ad Anzio del gennaio del 1944 la situazione precipita: Michele è sequestrato da soldati tedeschi in fuga per far loro da guida (si apprenderà in seguito che verrà ucciso dopo aver provato a difendere dei contadini), mentre Cesira e la figlia sono nuovamente sfollate, e, al ritorno a Vallecorsa, dei soldati alleati di passaggio violentano Rosetta.

Il ritorno a Fondi (accompagnate da Clorindo, un commerciante che ha dato loro un passaggio) modifica i rapporti tra madre e figlia, dato che Rosetta trascorre spesso le sue serate con Clorindo, già sposato.

Il capitolo conclusivo del romanzo vede le due donne tornare a Roma, su cui Cesira proietta, ricordando le parole e gli insegnamenti di Michele, il proprio desiderio di una vita futura serena e libera dalle sofferenze della guerra.

Questi fatti in realtà, sono quasi autobiografici, in quanto Moravia e sua moglie, Elsa Morante, si trovarono sul serio nelle condizioni descritte nel romanzo. Dovettero scappare (Moravia era ebreo, ricordate?), rifugiarsi, nascondersi ed assistere a quello che accadde durante la liberazione.

La liberazione in Italia partì da Sud verso Nord e mentre gli “alleati” avanzavano, i tedeschi arretravano, lasciando una scia di sangue sul loro cammino. La campagna alleata, guidata prima dal generale Dwight Eisenhower e poi dal generale Harold Alexander, fu caratterizzata da una serie di sbarchi e da sanguinose battaglie di logoramento lungo le successive linee difensive approntate dall’esercito tedesco.

Le truppe alleate, costituite da contingenti provenienti da molteplici nazioni, furono ostacolate dall’aspro territorio appenninico, dalle difficoltà climatiche e dalla tenace resistenza tedesca che provocarono forti perdite e il lento avanzamento del fronte. Roma non venne liberata fino al 4 giugno 1944 mentre la Linea Gotica (che andava lungo gli appennini da Massa Carrara a Pesaro) fu superata solo nell’aprile 1945, quando l’offensiva finale alleata permise di raggiungere la pianura Padana e il 2 maggio 1945 costrinse alla resa le forze tedesche in Italia.

Alla campagna d’Italia presero parte anche alcuni reparti della Repubblica Sociale Italiana che combatterono a fianco dei tedeschi e le formazioni del Corpo Italiano di Liberazione che invece combatterono insieme agli eserciti alleati.

Nel 1942, gli americani sbarcarono ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa si arresero senza sparare un colpo. Il generale francese Charles De Gaulle attinse a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni.

Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di “goumiers” (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin.

Quello che accadde in quei giorni ha dell’inverosimile.

Gli alleati, grazie all’aiuto dei “goumiers”, sfondarono la “linea Gustav”, che si estendeva dalla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, fino a Ortona, comune costiero in provincia di Chieti, passando per Cassino, nel frusinate, le Mainarde, gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo e la Majella.

La linea cedette nel maggio del 1944 costringendo i tedeschi sulla linea successiva, la Adolf Hitler. La seconda linea era posta a circa 10 km dalla precedente ed aveva il compito di contenere eventuali cedimenti della linea Gustav. La Linea Hitler cedette alla fine di quel terribile maggio del 1944.

Per incentivare i combattenti allo sfondamento della Gustav il generale Alphonse Juin promise ai “goumiers” 50 ore di libertà. Secondo alcune fonti (mai verificate, in verità) il generale Juin pronunciò il seguente discorso, che apparve su dei volantini tradotti in francese ed in arabo:

“Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete.”

In quelle 50 ore (che in realtà furono molti giorni) accadde ogni misfatto che l’essere umano sia in grado di compiere: i marocchini saccheggiarono paesi e borghi, perpetrarono violenze fisiche e sessuali sulla popolazione inerme. Tra i paesi colpiti vi fu il comune d’Esperia. Il sindaco affermò che oltre 700 donne furono stuprate ed alcune di loro morirono in seguito alle violenze riportate durante i forzati atti sessuali. Molte di queste donne subirono lo stupro alla presenza dei mariti, o dei genitori quando si trattava di bambine. Molti uomini furono uccisi perché tentarono con ogni mezzo di difendere le proprie donne, o bambine quando si trattava di padri di famiglia. Il parroco del paese nel disperato tentativo di difendere le donne fu catturato, legato ad un palo e sodomizzato per due giorni sino al sopraggiungere della morte, probabilmente tanto sperata in quei dolorosi momenti.

Le violenze in realtà iniziarono in Sicilia subito dopo lo sbarco del ‘43 e proseguirono nel Lazio ed in Toscana sino allo spostamento della guarnigione marocchina in Provenza. Gli stessi soldati furono impiegati nell’aprile del ‘45 in Germania, dove avvennero eventi analoghi con violenze su donne e bambine.

Ma mentre in Sicilia la popolazione riuscì ad impedire certe efferatezze, ed in Provenza non si registrarono casi simili, nella ciociaria accadde di tutto.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila. Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un’interrogazione parlamentare sulle cosiddette “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime di violenze.

E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio d’infamia della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree rese letali dalla povertà e dalle scarse condizioni d’igiene.

Il Vaticano chiese e ottenne che i Goumiers non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, nella cui provincia i reparti maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Nei libri di scuola tutto questo non appare, come dimenticati sono gli eventi relativi alle Pasque Piemontesi, al Sacro Macello, alla strage dei bimbi della scuola di Gorla ed altri eventi dolorosi che non rispettano il politically correct.

Non dobbiamo offendere i liberatori. Non possiamo parlare male degli alleati, chiunque essi siano. Ma siamo tenuti a ricordare sempre, a ricordare tutto.

Storia, magistra vitae – introduzione

Il nostro paese non ha memoria.

Siamo un popolo che non ha il coraggio di ricordare.

Lo studio della storia è, a differenza di quello che si pensa, molto complesso. Più si scava nel passato, più le fonti si ingarbugliano e si confondono.

Ma prima di parlare di storia, voglio parlare di George Orwell.

Eric Arthur Blair nacque in India nel 1903 da una famiglia di origine scozzese; trasferitosi in Inghilterra all’età di 4 anni, studiò in una scuola cattolica e successivamente ad Eton, con Aldous Leonard Huxley come insegnante. Huxley era un famoso scrittore, autore di vari romanzi, su cui spiccava tra tutti “Brave New World”, “Il mondo nuovo”, nella pessima traduzione del titolo che fu fatta all’epoca, in quanto venne ignorata la parola “brave”, intesa come “eccellente” nell’accezione shakespeariana.

Il romanzo di Huxley era del genere di “fantascienza distopica”: per distopia s’intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa, con la parola “distopìa” coniato come contrario di utopia.

Leggetelo, se potete.

Preso il nome d’arte di George Orwell, Eric visse una vita abbastanza movimentata: si arruolò nella Polizia Imperiale Birmana, si licenziò, visse quasi un anno in condizioni misere, iniziò a scrivere come giornalista, si arruolò di nuovo (questa volta contro il dittatore Franco in Spagna), fu ferito e ricominciò a scrivere.

Dopo la seconda guerra mondiale e dopo la morte della moglie, scrisse quelli che sono i suoi due capolavori: “Animal Farm” (La fattoria degli animali) e “1984”.

La sua scrittura, pur esprimendo concetti complessi, è chiara ed adotta parole ben comprensibili: la fattoria degli animali in particolare è stato più volte usato come lettura nei corsi di lingua inglese per stranieri. Io stesso ricordo di averla letta da piccolo.

Esso è, sotto la parvenza di una favola per bambini, un’acuta parodia del comunismo centralista realizzato in Unione Sovietica: in una fattoria gli animali si ribellano ad un padrone umano crudele e dispotico ma la rivoluzione si trasforma in una nuova tirannia capeggiata dai maiali, corrotti e avidi di potere come gli uomini, e riassunta magistralmente dall’icastico motto: “Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Orwell ammonisce a dubitare delle rivoluzioni pur ritenendole necessarie, a dubitare del nostro stesso pensiero, perché esso a sua volta potrebbe essere condizionato da un linguaggio costruito ad arte per incarcerare/sedurre la nostra mente.

Proprio in “1984” immagina e descrive una nuova lingua, la “neolingua”, nell’originale “newspeak”, cioè “nuovo parlare”.

Fine specifico della neolingua non è solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del partito di maggioranza, un mezzo espressivo che sostituisca la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Una volta che la neolingua si è radicata nella popolazione e la vecchia lingua viene completamente dimenticata, ogni pensiero eretico (cioè contrario ai princìpi del partito) diventa letteralmente impossibile, almeno per quanto attiene a quelle forme speculative che derivano dalle parole.

Ad esempio, Orwell sostituisce i comparativi e i superlativi con i prefissi “più-” e “arcipiù-“, e i contrari con “s-“: partendo da “buono, si ottengono “piùbuono”, “arcipiùbuono”, “sbuono”, “piùsbuono”, rendendo superflua un’ampia serie di vocaboli come “ottimo”, “migliore”, “cattivo”, “pessimo”, “peggiore”, “orrendo” e così via; così l’obiettivo finale della neolingua, cioè quello di impedire la formazione di un qualunque pensiero contrario ai principi del partito di maggioranza, viene raggiunto nel giro di una/due generazioni: anche se non rende impossibile l’uso di affermazioni sovversive come “Il Grande Fratello è arcipiùsbuono”, comunque impedisce il poterle motivare in modo ragionevole, rendendole di fatto dei nonsense.

Un’altra persona di cui voglio parlare, prima di affrontare il tema storico, è Joseph Paul Goebbels, Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda (dal tedesco: Ministero del Reich per l’istruzione pubblica e la propaganda) durante la seconda guerra mondiale.

Fu lui a ispirare, con i discorsi alla radio, le prime campagne e le violenze antisemite culminate nel 1938 nel pogrom della “Notte dei cristalli”.

Il “dottor Goebbels” di sé diceva di considerarsi “l’uomo meglio e più informato del mondo”. Alasdair MacIntyre, filosofo morale scozzese, già professore di Filosofia a Boston e in altre università americane, lo ha definito “il più abile psicologo di tutti i tempi”.

Fu il primo comunicatore moderno. Il più grande pubblicitario mai esistito. È di Goebbels la massima secondo cui “una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

Negli ultimi tempi è scoppiata la polemica delle “bufale”: non parlo della femmina del bufalo, che produce un latte da cui si fa la mozzarella, ma le affermazioni false o inverosimili che servono a raccogliere clic o, nel peggiore dei casi, ad hackerare i computer o i cellulari degli ingenui che le condividono.

Non voglio addentrarmi in questo aspetto della faccenda, quanto piuttosto dell’uso che si fa dell’informazione oggigiorno.

I mezzi d’informazione servirebbero per far conoscere alle persone di differenti luoghi notizie di vario genere. È un notevole vantaggio generazionale, quello di essere informati di come va il mondo intorno a noi.

Pensate a un contadino di un paesino del Medioevo. Viveva ignorando qualunque cosa che non fosse il suo campo da coltivare o il mercato del paese vicino. La situazione attuale dovrebbe essere migliore, se…

Se l’informazione fosse data in modo corretto, non a fini propagandistici, senza scopi occulti, e forse la gente vivrebbe meglio di quel contadino.

Ma così non è.

Intanto partiamo da uno dei luoghi dove le cose si dovrebbero imparare: la scuola. La routine della scuola, i libri di testo, le lezioni, le interrogazioni, non promuovono certo la passione della ricerca, né negli insegnanti, né negli studenti. E la storia è ricerca.

E la storia si impara sui libri di testo, detti anche manuali.

Il manuale è infatti il primo strumento di informazione nelle mani degli studenti, o per lo meno il più autorevole: ha quindi la grande responsabilità di definire la Storia con la “S” maiuscola, quella che verrà ritenuta vera da chi legge, anzi studiata, fatta quindi propria. Si tratta di un canale comunicativo particolare, perché per sua stessa definizione stabilisce con il lettore modello un contratto di lettura pedagogico, che presuppone una fiducia cognitiva illimitata nell’enunciatore.

All’approssimarsi della stesura dei nuovi programmi, si intensificano convegni e interventi nel corso dei quali storici e uomini di cultura si alternano nel dire la loro, per spingere il ministro (e i suoi gruppi di lavoro) verso questa o quella direzione. Nel corso di questo dibattito, dai toni a volte molto accesi, una delle clausole argomentatorie più ascoltate è quella della “scomparsa della memoria, della storia, o dell’identità”.

Viene usata indifferentemente da chi sostiene l’insegnamento cronologico della storia, o quello tematico da chi punta tutto sul novecento o sul recupero di peso della storia antica, e minacciata se non si segue – o più spesso, se non si conserva – la modalità di lavoro che viene perorata. Questo è uno dei casi nei quali una modesta competenza didattica aiuta ad evitare figure peregrine.

Infatti, anche a dare uno sguardo rapido ai comportamenti didattici degli altri Paesi e a conoscere un po’ di storia dell’insegnamento della storia, si conclude che non c’è innovazione, modalità di insegnamento e tipo di programma che non siano stati provati in questa o in quella nazione a volte per molti anni: insegnare per temi, problemi, il vicino o il lontano, storia ‘”dall’alto” o “dal basso”, di genere identitaria o mondializzante, della nazione o del mondo.

La maggior parte delle proposte per le quali la disputa è stata già provata e, di conseguenza, la maggior parte di esse è stata scartata, senza che per questo motivo noi si abbia notizia che per esempio, in Francia, dove si studia una storia molto contemporanea (si pensi che l’ultimo anno si fa storia dal 1945 a oggi), ci sia stata una perdita improvvisa di memoria storica o che in Germania, dove si fa storia tematica nelle superiori, i giovani abbiano perso il senso del tempo; o che l’Inghilterra, dove dal 1990 si studia un programma che alterna momenti di storia mondiale e nazionale, sia attualmente interessata da epidemie di disorientamento temporale.

In Italia resta invece insoluto il nodo dell’inserimento nei programmi di alcune vicende successive al 1918, del fascismo e dell’antifascismo, della guerra e della resistenza, nonché di quello che è accaduto dopo.

Ma non di tutte le storie. Evidentemente ci sono storie che meritano di essere conosciute e storie che possono essere relegate nell’oblio. Secondo il principio logico del filosofo greco Parmenide (l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere), applicando quello che dicevo all’inizio su Orwell e Goebbels, alcune storie sono relegate lì, in un angolino. Con la speranza che nessuno le ricordi più.

Ma, come dicevo, il mondo moderno è sì foriero di bufale in quantità industriali ma anche di testimonianze di chi la storia l’ha vissuta sulla propria pelle.

Oggi si contano sulla punta delle dita i testimoni di quei tempi, e la generazione di mio figlio non potrà mai ascoltarne le testimonianze, ma solo leggerli sui libri di storia. Così, Mussolini sarà come Napoleone o Cesare: il problema è un altro, però.

Se io scrivessi un libro di storia, per dire, dello sport, indicherei il 2006 non solo come l’anno in cui la Nazionale Italiana ha vinto i Mondiali di calcio, ma anche come quello in cui la Juventus è stata “ingiustamente” retrocessa in serie B. E l’argomenterei, il motivo della supposta ingiustizia. Questo perché vedo le cose dal mio punto di vista (sono juventino).

Se lo stesso libro lo scrivesse un tifoso di un’altra squadra, di Milano e a strisce neroazzurre, la descrizione dei fatti sarebbe sicuramente di un altro tenore.

Ed è un po’ quello che è sempre successo nella storia dell’uomo.

Un po’ simile è il processo che si è verificato nel 2001, quando i talebani distrussero i monumenti delle altre religioni presenti nel territorio afgano, così come insegnava Orwell, per cancellarne dalla memoria delle generazioni future l’esistenza. O quello che vogliono fare i revisionisti statunitensi in questi giorni, distruggendo i simboli che ricordano lo schiavismo. Grosso errore, come dicevo nell’incipit. Se un popolo non ha memoria, perde la capacità di ricordare. E di imparare dal passato.

C’è chi nega addirittura l’olocausto.

Quando arrivò nei campi di concentramento nazisti, Eisenhower pretese che fossero lì condotti tutti gli abitanti tedeschi delle vicine città per vedere la realtà dei fatti e che, suddetti civili, fossero costretti a sotterrare i corpi dei morti.

E poi spiegò: “Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”

Perché un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo: da ripetere, incorniciare e santificare questa frase. Racchiude il senso della storia.

Doveva conoscere molto bene l’animo umano il Generale: basti pensare al fatto che la qualcuno vorrebbe rimuovere l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione musulmana che afferma che l’Olocausto non è mai esistito.

Quanto durò la seconda guerra mondiale? Dipende dai punti di vista.

In Italia la liberazione durò quasi due anni, dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45. Perché durò 2 anni? Lo insegnano a scuola? A me, non lo ha insegnato nessuno.

Le date, quelle certo, me le hanno dette. Ma perché avvenne e soprattutto, che cosa avvenne, quello no, non “ce la facevamo”, perché indietro con i programmi…

Nei prossimi due articoli, di cui questo rappresenta il cappello introduttivo, parlerò di due fatti che mi hanno colpito particolarmente e che accaddero proprio in quegli anni, tra il 1943 e il 1945.

Spero abbiate la pazienza di seguirmi. Alla prossima.