Furia e arena

L’uomo, nell’arco della sua esistenza, ha sostanzialmente modificato tutto l’ambiente circostante (in modo irreparabile, potrebbe pensare qualcuno, ma non è così). Consideriamo le foreste.

Una volta, agli albori della storia, l’Europa era coperta di un’immensa foresta primigenia, dove le sparse radure dovevano sembrare delle isolette in un oceano di verde.

Fino al primo secolo Avanti Cristo, la selva Ercinia si estendeva dal Reno verso oriente per un’immensa e sconosciuta distanza; alcuni Germani, interrogati da Cesare, avevano viaggiato per due mesi attraverso di essa senza trovarne la fine. Quattro secoli più tardi fu visitata dall’imperatore Giuliano, e la solitudine, l’oscurità e il silenzio della foresta, sembra facessero una profonda impressione sul suo sensibile temperamento; egli dichiarò che non conosceva nulla di simile in tutto l’Impero romano.

In Inghilterra le selve del Kent, del Surrey e del Sussex sono i resti della grande foresta di Anderida che ricopriva tutto il sud-est dell’isola. A ovest sembra che si estendesse fino ad unirsi con un’altra foresta che andava dall’Hampshire al Devon. Nel regno di Enrico II i cittadini di Londra andavano ancora a caccia al toro selvatico e al cinghiale nella selva di Hampstead. Sin sotto gli ultimi Plantageneti, le foreste regali ammontavano a sessantotto. Nella foresta di Arden si diceva che fino ai tempi moderni uno scoiattolo potesse andare da un albero all’altro per tutta la lunghezza del Warwickshire.

Fino al secolo IV a.c., Roma era divisa dall’Etruria centrale dalla temuta foresta del Cimino che Livio paragonava alle selve della Germania.

Oltre a edificare intere città distruggendo quelle immense foreste, l’umanità ha fatto anche cose buone. E non parlo delle meraviglie architettoniche come le Piramidi o il Taj Mahal.

Ad esempio, il tasso di mortalità nei paesi industrializzati è sceso drasticamente nel secolo scorso: se nell’era pre-industriale si viveva in media 30 anni, oggi, un uomo che vive in Giappone ha una speranza di vita di 72. E soprattutto la mortalità è diminuita di 200 volte fra i 10 e i 20 anni, che è davvero molto. E questo grazie all’aumentata accessibilità alle cure mediche, che una volta erano veramente per pochi e allo stile di vita tutto sommato agiato che conduciamo.

L’uomo ha inventato anche l’arte. L’arte, per come noi la intendiamo, è abbastanza recente. Più o meno nel periodo denominato “Illuminismo”, si sciolse il vincolo che c’era stato fino ad allora tra arte e artigianato.

Tanto è vero che l’etimologia della parola arte deriva dalla radice ar- che in sanscrito significava “andare verso”, e, in senso traslato, “adattare”, “fare”, “produrre”. Questa radice la si ritrova nel latino ars, artis. Originariamente, quindi la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, la capacità di fare armonicamente, in maniera adatta.

La tendenza a considerare opere d’arte le tragedie di Sofocle, le cantate di Bach o i dipinti di Leonardo induce a trascurare dati importanti quali il valore politico delle rappresentazioni teatrali nell’antica Grecia, la funzione religiosa e sociale della musica, il ruolo della committenza e dei collaboratori nella pittura rinascimentale. Non si tratta di ridimensionare la qualità del lavoro degli artisti, ma di interpretare correttamente i documenti del passato: se l’apprezzamento delle loro opere si basa oggi su criteri come indipendenza e originalità, ciò non significa che fu sempre così.

Guardare i dipinti del Rinascimento isolati, oppure leggere i componimenti di Shakespeare nelle antologie o ascoltare le Passioni di Bach in un auditorium per concerti sono azioni che rinforzano l’impressione fasulla secondo la quale, nel passato, la gente condivideva il nostro concetto di arte come regno delle opere autonome destinate alla contemplazione estetica.

Ovviamente quella concezione di arte si è evoluta attestandosi sempre più su posizioni di ricerca e di sperimentazione formale, mentre l’arte pura “assimilava” una serie incredibile di fenomeni, dalla fotografia al cinema al jazz.

Anche lo sport, in alcuni suoi gesti, è assimilabile all’arte.

A chi non è mai capitato di rimanere a bocca aperta davanti a certe performance sportive, come il passante lungolinea di Ivan Lendl o la falcata impressionante di Carl Lewis?

La storia dell’attività fisica comincia praticamente con quella del genere umano. Fin dalla comparsa delle prime civiltà le attività ginniche e sportive hanno sempre avuto un ruolo in primo piano. Solo in epoca moderna lo sport ha assunto valenza culturale e sociale ancora maggiore. Lo sport è diventato fenomeno di massa con rilevanti conseguenze in campo economico, sociale ed educativo, mentre in età preistorica l’attività fisica era strettamente legata alla sopravvivenza e gli uomini dovevano essere scattanti, efficienti, pronti ed atletici. Anche le danze rituali contribuivano a mantenere in allenamento ed in esercizio il corpo.

E assieme allo sport, come dicevo fenomeno di massa, è aumentata la risonanza di certi gesti, soprattutto quelli esecrabili. Mi riferisco alla violenza che fa da contorno a certi eventi sportivi.

Cosa induce un individuo a comportarsi con violenza nella cornice di un evento sportivo? Già nell’antichità, durante i giochi dei gladiatori, si verificavano gravi scontri e aggressioni; per molti versi, quindi, la violenza negli stadi di oggi rappresenta qualcosa di simile a ciò che accadeva in passato.

È come se la razionalità venisse soppiantata dalle emozioni che prendono l’avvento al di là del controllo del soggetto. La violenza tra tifoserie ricorda tristemente la guerra: combattere nel nome di valori, norme e ragioni. Ma perché un uomo dovrebbe prendersi ”così a cuore” una causa sportiva quasi si trattasse di vivere o morire per la patria?

Perché entrambe le situazioni fanno leva sul sentimento di identità, cioè sul bisogno di identificarsi ed esprimersi seguendo certi valori. Tutti noi abbiamo bisogno di costruire una nostra identità a partire dal contesto in cui ci troviamo. C’è chi emerge e diventa un leader, un punto di riferimento della folla, e chi segue il leader. E, nonostante l’essere umano possa contare su di una razionalità di gran lunga più sviluppata se paragonata a quella degli altri mammiferi, la ricerca di emozioni rappresenta il sale della vita.

C’è chi allora da una parte vive con equilibrio la vita, ricercando forme espressive basate sul rispetto altrui, e chi tende a vivere sfogando la propria aggressività in un certo ambito piuttosto che in un altro.

Come è possibile allora costruire una società più sana ed emotivamente equilibrata? Attraverso l’educazione alla compassione, al rispetto, all’altruismo e alla gestione della propria emotività. A volte però, quello che accade, succede proprio per colpa di chi queste cose dovrebbe controllarle. Torniamo indietro di qualche anno.

Liverpool-Nottingham Forest, il 15 aprile 1989, si giocava in campo neutro. Il Liverpool e il Nottingham erano due delle squadre inglesi più forti, in quel periodo: l’anno prima erano rispettivamente arrivate prima e terza, e nella stagione in corso Liverpool era secondo appena dietro all’Arsenal (che quell’anno vinse il campionato per la prima volta in 28 anni, battendo proprio il Liverpool per 2-0 all’ultima giornata). All’epoca il Nottingham, che è stato fondato nel 1865 ed è una delle squadre di calcio più antiche del mondo, non vinceva la FA Cup da quarant’anni esatti (né l’avrebbe più vinta: da molti anni gioca in Premiership, la Serie B inglese, senza grandi ambizioni).

Come per tutte le partite importanti, allo stadio erano previste molte migliaia di tifosi, dell’una e dell’altra squadra. Verso le due e mezza del pomeriggio, circa mezz’ora prima dell’inizio della partita, migliaia di tifosi del Liverpool stavano ancora aspettando di entrare allo stadio nei due settori della curva a loro riservati, il numero 3 e il numero 4. Ai due settori, che più tardi si scoprì potevano contenere solo 1600 persone, si accedeva tramite alcuni tornelli.

Attorno alle tre meno un quarto la curva era stata riempita per intero, ma la maggior parte dei tifosi del Liverpool era rimasta fuori dallo stadio. Alle 14.52, visto che la situazione non si sbloccava, la polizia decise di aprire un cancello che di solito serviva a fare uscire i tifosi dallo stadio, il cosiddetto “Gate C”: secondo le testimonianze, moltissimi tifosi – senza che nessuno gli controllasse il biglietto – si riversarono nel tunnel che dal Gate C portava ai settori 3 e 4 e schiacciarono le persone che avevano già preso posto in piedi, spingendole verso il basso e contro la recinzione che separava gli spalti dal campo.

In pochi minuti, un totale di circa 3000 persone occupò i settori 3 e 4. In molti provarono quindi a scavalcare le recinzioni laterali, che confinavano con i settori 1 e 5, oppure a entrare direttamente in campo scavalcando la recinzione nella parte più bassa dei due settori.

A un certo punto crollò una transenna che separava la parte superiore dalla parte inferiore di un settore: molta gente precipitò addosso a quelli che stavano sotto. A circa sei minuti dall’inizio della partita, alle 15:06, un poliziotto entrò in campo e ordinò all’arbitro di sospendere la partita, mentre moltissimi tentavano ancora di scappare dai due settori arrampicandosi sulle recinzioni. I tifosi si accorsero che molti di loro erano feriti e improvvisarono delle barelle staccando alcuni cartelloni pubblicitari. Nonostante ci fossero molte ambulanze sul posto i soccorsi tardarono ad arrivare: troppa gente occupava il loro tragitto. Quel pomeriggio morirono schiacciate e soffocate 95 persone, un’altra nel 1993 dopo anni di coma; centinaia di persone rimasero invece ferite.

Per la cronaca sportiva, la partita fu ripetuta il 7 maggio all’Old Trafford di Manchester: vinse per 3-1 il Liverpool, che quindici giorni dopo si aggiudicò la FA Cup, battendo i cugini dell’Everton nella finale di Wembley.

Subito dopo la strage, la Camera dei lord affidò a lord Peter Taylor il compito di indagare sulle cause dell’accaduto, che redasse un rapporto, detto appunto “Taylor report”. In quel documento, oltre a stabilire con precisione le cause della tragedia, si intendeva ridisegnare le norme di sicurezza negli stadi inglesi.

Nell’agosto 1989 fu pubblicato un primo rapporto interim, cui fece seguito quello definitivo, pubblicato nel gennaio 1990.

Tra le riforme più importanti introdotte dal rapporto vi è l’obbligo per tutti gli stadi di prevedere soli posti a sedere da riservare a tutti gli spettatori muniti di biglietto. La Football League inglese e la Football League scozzese imposero l’obbligo per tutti i club di prima e seconda divisione di dotarsi di impianti con soli posti a sedere.

Alcuni club avevano iniziato a modernizzare i propri stadi ancor prima dell’introduzione della regola. Il St. Johnstone, per esempio, aveva dato il via alla costruzione del McDiarmid Park, che aprì i battenti in tempo per la stagione 1989-90.

Fino ad allora gli spettatori erano costretti a stazionare in piedi e in spazi ristretti. In realtà Il rapporto Taylor non affermava che i posti in piedi fossero intrinsecamente un fattore di rischio, ma il governo stabilì che da quel momento in poi gli stadi a norma sarebbero stati quelli aventi unicamente posti a sedere. L’associazione Stand Up Sit Down conduce, a tal proposito, una campagna per giungere ad un compromesso, concedendo ad alcuni tifosi la possibilità di stare in piedi, anche in una zona con posti a sedere.

Tuttavia il processo che seguì non contribuì a far piena luce sui fatti e soprattutto sulle responsabilità dell’accaduto, anche se fu chiaro che le cause del disastro andavano ricercate soprattutto nella disorganizzazione e nella leggerezza con cui la polizia aveva proceduto ad aprire il Gate C.

In questo contesto di poca chiarezza, per più di vent’anni i sostenitori del Liverpool presenti quel giorno all’Hillsborough Stadium (sia i morti che i sopravvissuti) furono ingiustamente considerati come i responsabili della strage; versione dei fatti immediatamente cavalcata dalla stampa tabloid britannica – il Sun su tutti – che dopo la tragedia titolò in prima pagina perfino di presunti atti di depredazione dei tifosi degli Scousers (l’accento scouse è fortemente distintivo e suona completamente diverso da quello delle vicine regioni del Cheshire e del Lancashire. Gli abitanti di Liverpool sono detti in inglese Liverpudlians ma spesso nel linguaggio colloquiale sono definiti Scousers), nei confronti dei cadaveri all’interno dell’impianto. Il giorno dell’uscita di quel numero del Sun i tifosi del Liverpool indirono un boicottaggio che dura ancora oggi.

Solo nel settembre del 2012 – a seguito di una nuova inchiesta dell’Hillsborough Independent Panel, commissione presieduta dal vescovo di Liverpool – il governo inglese, per voce del premier David Cameron, ha ufficialmente riconosciuto le colpe della polizia di South Yorkshire e scagionato definitivamente la tifoseria dei Reds («non sono stati la causa del disastro»), chiedendo pubblicamente scusa ai parenti delle vittime per la «doppia ingiustizia: l’incapacità di proteggere le vite dei loro cari e l’imperdonabile attesa per arrivare alla verità». L’inchiesta del Panel ha svelato che – a differenza delle versioni ufficiali precedentemente date alla stampa – alle 15:15 di quel pomeriggio, 59 delle 96 vittime erano ancora in vita, e 41 di esse avrebbero potuto essere salvate se fossero stati prestati loro soccorsi tempestivi.

Dal nuovo lavoro d’indagine è inoltre emerso che la polizia di South Yorkshire avrebbe “indirizzato” i media britannici verso una versione dei fatti diversa da quanto realmente accaduto, modificando sostanzialmente a loro favore anche 164 testimonianze di chi era presente allo stadio, con l’intento di assolvere poliziotti e soccorritori dalle loro colpe e manchevolezze. In definitiva, la polizia di South Yorkshire mentì, e la tragedia venne strumentalizzata per orientare favorevolmente l’opinione pubblica britannica verso una stretta repressiva nei confronti degli hooligan, portata avanti dal governo dell’allora primo ministro Margaret Thatcher e avallata dalle conclusioni del rapporto Taylor. A seguito di questi nuovi fatti, nel dicembre dello stesso anno il presidente dell’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra e Galles ha annullato il verdetto della precedente inchiesta del 1989, disponendo una nuova indagine sulla strage.

I tifosi dei Reds ricordano annualmente i 96 morti, con una commemorazione molto toccante che ha luogo ogni 15 aprile nella curva Kop dello stadio di Anfield. Qui l’orologio è sempre fermo alle 15:06, ora del fischio di sospensione di quella tragica partita.

La punizione al contrario

Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince – Gary Lineker

Piaccia o non piaccia, il festival della canzone italiana, più noto come Festival di Sanremo, è lì, e occupa praticamente il palinsesto televisivo della prima settimana di febbraio. L’ultima edizione, la 67a, come le recenti passate, ha visto anche una massiccia presenza sul web. Non c’è ormai programma televisivo che non abbia la propria pagina internet, il profilo social e così via. Ed è quindi un’occasione di visibilità, tant’è che molti cantanti, una volta sulla cresta dell’onda ed ora in declino, fanno a spallate per esserci.

In questa edizione, come ormai nelle ultime, non c’è stata solo la coppia di conduttori ma anche un ospite fisso, che in questo caso è stato un noto “comico” genovese (no, non quello che ha fondato un partito…). Una sua frase mi ha particolarmente colpito.

“Siamo sempre a rimpiangere il passato, in ogni epoca. In qualsiasi epoca uno viva pensa sempre che ce ne sia stata una migliore prima. Oggi rimpiangiamo gli anni ’80, negli anni ’80 si rimpiangevano i ’60, prima la Belle Époque, il Neo Gotico e prima ancora il Rinascimento…”.

Ed in effetti anche io faccio parte di quelli che ogni tanto pensa “ai miei tempi…”. Su alcune cose oggettivamente ho torto, e me ne rendo conto, ma la nostalgia non si chiamerebbe così se non fosse nostalgica…

Ad esempio, recentemente sono stato in uno stadio del nord Italia con il mio amico Roberto e posso sicuramente affermare che ai miei tempi… le cose erano sicuramente peggiori!!!

A volte (quasi sempre) andavamo in treno e quasi sempre i treni erano chiamati “speciali”. Non so cosa abbiano di speciale treni notturni con otto posti per scompartimento, condizioni igieniche precarie e rumori, freddo e tutto il campionario di schifezze che si possono immaginare. Allo stadio sedevamo su gradinate senza seggiolini, quasi sempre sotto la pioggia, poiché non c’erano coperture, rischiando l’ipotermia più di una volta. E la compagnia non è che fosse delle migliori, non esistevano tessere del tifoso, D.A.SPO. (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e posti nominativi…

Da appassionato sopportavo e avrei sopportato anche di più, avessi potuto.

Ma non sempre si può essere presenti. Ad esempio, sarei andato volentieri ad assistere al Campionato mondiale di calcio del 1974 organizzato in Germania Ovest, ma avevo solo 6 anni e mi affacciavo solo allora al mondo del calcio. In quegli anni fu inventato il “calcio totale” dall’Olanda.

Calcio totale (totaalvoetbal in olandese) è l’espressione con cui nel calcio si definisce quello stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è subito sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere inalterata la propria disposizione tattica. Secondo questo schema di gioco nessun giocatore è ancorato al proprio ruolo e nel corso della partita chiunque può operare indifferentemente come attaccante, centrocampista o difensore.

In quegli anni il calcio totale trovò attuabilità grazie alla consacrazione del fuoriclasse olandese Johan Cruijff che, benché venisse schierato solitamente come centravanti, si muoveva in ogni gara a tutto campo a seconda dello sviluppo delle singole azioni, cercando sempre la posizione dove avrebbe potuto essere più pericoloso. I compagni si adattavano ai suoi movimenti, scambiandosi di posizione in maniera regolare in modo che i ruoli fossero comunque tutti coperti, anche se non sempre dalla stessa persona.

Parlare dell’Olanda oggi a chi non la visse allora in diretta, è come tentare di spiegare perché Citizen Kane (Quarto potere) di Orson Welles è considerato il film più rivoluzionario della storia del cinema. Perché adesso si gioca a zona anche negli amatori, la squadra concentrata in 30 metri è un’ovvietà, gli attaccanti che non pressano e aspettano la palla in area non esistono più, mentre espressioni come “terzini d’attacco” o “sovrapposizioni sulle fasce” sembreranno tautologie a un bambino di una qualsiasi scuola calcio di periferia. Ma tutto ha inizio lì, con la grande Olanda.

Vi assicuro che era impossibile non innamorarsi del calcio guardando una partita dell’Olanda. Ricordo che alcuni dei miei compagni di giochi tifavano orange proprio per quello.

Il mondiale non fu in realtà uno dei più belli, per tutta una serie di motivi.

La contestazione studentesca si era spostata dalle aule alle fabbriche e alcune nazioni dovevano affrontare la prima grande recessione del dopoguerra. In Germania e in Italia esisteva il fenomeno del terrorismo interno e il massacro di Monaco di Baviera avvenuto durante le Olimpiadi estive del 1972 aveva scosso tutto il mondo sportivo di allora.

Ma il motivo per cui quei mondiali sarebbero diventati memorabili stanno tutti in un gesto che con lo sport aveva poco a che fare.

L’autore fu Joseph Mwepu Ilunga, (1949 – 2015), calciatore della Repubblica Democratica del Congo, in passato conosciuta come Zaire.

Lo si ricorda per un episodio particolare: durante la partita contro il Brasile, ultima del Gruppo B, all’85º minuto, sul risultato di 3-0 per i Brasiliani, era stata assegnata una punizione proprio ai sudamericani che avrebbe dovuto battere Rivelino; al momento del tiro, Mwepu uscì dalla barriera calciando via il pallone, venendo poi ammonito dall’arbitro.

La partita finì 3-0 e gli africani tornarono a casa senza punti per via della sconfitta col Brasile, con la Scozia (2-0) e con la Jugoslavia (9-0). Questo gesto venne considerato estremamente comico e purtroppo lo è tuttora, complice la visibilità che YouTube ha dato in questi ultimi anni al fatto.

Cosa c’era però dietro quel gesto a prima vista folle?

Facciamo un salto in Zaire qualche anno indietro per capirlo.

Il 1967 fu l’anno di fondazione del Movimento Popolare della Rivoluzione, il partito politico congolese presieduto da Joseph-Désiré Mobutu, poi noto come Mobutu Sese Seko Koko Ngbendu Wa Za Banga (“Mobutu il guerriero onnipotente che, per la sua infinita e inflessibile volontà di vittoria, andrà di conquista in conquista lasciando il fuoco sulla sua scia”). Salito al potere nel 1960, in piena guerra fredda, grazie a un colpo di stato sostenuto dal Belgio e dalla CIA contro il governo di Patrice Lumumba, che a sua volta si era insediato democraticamente dopo anni di dominazione belga, Mobutu rimase al potere fino al 1997, grazie a dei simulacri di votazione che gli garantivano a ogni tornata il 99,9% dei consensi.

 Oltre a eliminare le origini belghe dal suo nome e vietare i vestiti occidentali, in attuazione del suo programma di “autenticità africana”, nel 1971 Mobutu dette alla sua nazione, la Repubblica Democratica del Congo, il nome di Zaire, che deriva dal modo in cui a volte i portoghesi chiamavano il fiume Congo, adattamento delle parole congolesi “nzere” o “nzadi”, cioè “il fiume che inghiotte tutti i fiumi”, idronimo che ben si addice alla sete di potere del dittatore.

 Nonostante le grandi ricchezze naturali del paese, compresi rame, oro e diamanti, la maggior parte della popolazione zairese continuava a vivere in estrema povertà, mentre Mobutu se la spassava nella sua villa, godendosi un patrimonio che crebbe fino a circa 5 miliardi di dollari (alcune fonti dicono 15).

Nel marzo del 1974 lo Zaire trionfò in Coppa d’Africa, e aveva già in tasca il pass per giocarsi i Mondiali di Germania Ovest dell’estate seguente, grazie al 3-0 sul Marocco nella sfida decisiva della fase di qualificazione. “Quando ci siamo qualificati per la fase finale Mobutu ci ha dato il benvenuto a casa sua e ha regalato a ognuno di noi un’automobile e una casa” ricordò Mwepu. “I generali di Mobutu erano così gelosi dei regali che egli dovette comprare anche a loro una macchina a testa, per tenerseli buoni”. Lo Zaire sarebbe stata la prima compagine dell’Africa subsahariana a prendere parte alla rassegna iridata. Non la prima africana in assoluto: dopo il debutto dell’Egitto già a Italia ’34, a Messico ’70 aveva ben figurato il Marocco allenato dal macedone Blagoja Vidinić, che nel ’74 sedeva proprio sulla panchina dello Zaire.

Il sorteggio dei gruppi della prima fase del torneo aveva riservato allo Zaire tre avversarie di tutto rispetto: Scozia, Jugoslavia e, appunto, Brasile. Con gli scozzesi era arrivata una sconfitta per 2-0 (Lorimer e Jordan, futuro milanista, i marcatori). Il dramma si sarebbe materializzato nella seconda gara, quella contro gli jugoslavi, connazionali del commissario tecnico dei “Leopardi”: la disfatta per 9-0 aveva provocato la terribile reazione del dittatore africano, proprio come aveva testimoniato Mwepu alla televisione inglese: “Pensavamo che saremmo diventati ricchi, appena tornati in Africa, ma dopo la prima sconfitta venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9-0 con la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto dal Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa”

Nel 2002 Mwepu ha ricordato con rabbia quei momenti: “Avevamo l’erronea convinzione che saremmo tornati dalla Coppa del Mondo milionari, invece siamo tornati a casa senza un centesimo in tasca. Prima della partita contro la Jugoslavia abbiamo saputo che non saremmo stati pagati, così abbiamo rifiutato di giocare”. Nell’estate 2014 ha aggiunto: “Avevamo passato due mesi lontani dalle nostre famiglie, senza i mezzi di comunicazione moderni. E loro si prendono i nostri soldi? Fino a due ore prima del calcio d’inizio non avevamo nemmeno intenzione di giocare. Poi ci furono minacce. Ci dissero che se non avessimo giocato ci avrebbero mandato in prigione, così siamo scesi in campo, ma abbiamo sabotato la partita: un po’ come uno sciopero”.

Per diversi anni si è pensato che Mwepu non conoscesse il regolamento, ipotesi alimentata dalla voce secondo cui i colonizzatori belgi, nell’insegnare il calcio agli abitanti dello Zaire, avevano spiegato che se un calcio di punizione non fosse stato battuto entro tre secondi dal fischio dell’arbitro, la palla tornava a essere giocabile da entrambe le squadre. Eppure, nei filmati reperibili in rete, pare che Ilunga inizi a scattare nell’istante successivo al fischio.

 In realtà, quel gesto affondava le sue radici nei giorni tra la partita contro la Jugoslavia e quella contro il Brasile, quando il ritiro dello Zaire fu avvolto dal caos. Senza alcuno stimolo economico, molti giocatori avrebbero voluto ancora una volta non presentarsi all’incontro per evitare una seconda umiliazione. Intanto Mobutu, furioso per il deprimente 0-9 contro gli slavi, decise di intervenire direttamente, come ha ricordato Mwepu nell’intervista del 2002: “Dopo la partita, Mobutu inviò le guardie presidenziali per minacciarci. Chiusero fuori dall’hotel tutti i giornalisti e ci dissero che se avessimo perso con più di tre gol di scarto contro il Brasile, nessuno sarebbe stato in grado di tornare a casa”.

Mwepu, insieme al pallone cercava di allontanare la paura, voleva soltanto far scorrere il cronometro, perché anche una manciata di secondi avrebbe potuto indirizzare il suo destino e quello dei suoi compagni su sentieri ben diversi. Qualche altro brivido percorse la schiena dei “leopardi” dopo quella punizione, ma la quarta rete non arrivò mai.

Il ritorno a casa dei “leopardi”, dopo le 3 sconfitte e i 14 gol subiti a fronte di zero reti realizzate, fu molto duro. La figuraccia in mondovisione li aveva resi persone poco gradite al Potere, che smise di finanziare la Nazionale e sottopose a vessazioni soprattutto i giocatori più famosi. Ma questa, è un’altra storia.

 

 

 

 

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=G6aKnshmPjU

Tiri provvidenziali

[…]

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore

Non è mica da questi particolari

Che si giudica un giocatore

Un giocatore lo vedi dal coraggio

Dall’altruismo e dalla fantasia.

[…]

Il ragazzo si farà

Anche se ha le spalle strette

Quest’altr’anno giocherà

Con la maglia numero sette.

 

Non fosse altro che sono nato nel 1968, ogni volta che mi accingo a parlare di calcio mi viene in mente la canzone di De Gregori (appunto, la “La leva calcistica del’68”, tratto dall’album “Titanic”, 1982) … Anche perché ogni volta che si parla di calcio si finisce di parlare di calci di rigore assegnati o non assegnati dall’arbitro di turno. E se il portiere avversario te li parasse quasi tutti, i rigori che hai avuto? Sicuramente non ci staresti bene…

E non si sono sentiti bene neanche i calciatori dell’Olanda poco più di 16 anni fa, quando agli Europei del 2000 il portiere della Nazionale Italiana, Francesco Toldo, ne parò addirittura tre (niente in confronto ai quattro parati da Helmuth Duckadam, portiere dello Steaua Bucarest, nella finale di Coppa dei Campioni 1986 contro il Barcellona, ma quella è un’altra storia).

Per la fase finale di quegli Europei, il commissario tecnico azzurro Dino Zoff convocò ventidue calciatori. Dopo la forzata rinuncia al bomber Christian Vieri, il selezionatore friulano si vide costretto ad un altro cambio: al posto del portiere Gianluigi Buffon, infortunatosi alla mano nell’ultima amichevole dell’Italia disputata con la Norvegia ad Oslo, chiamò il milanista Christian Abbiati, fresco dell’alloro continentale conquistato in Slovacchia con l’Under 21 di Marco Tardelli.

Una delle migliori Nazionali dei tempi moderni, anche se io ho sempre preferito quella di Vicini del biennio 88-90, perché c’era un certo Roberto Baggio in attacco… Ma neanche questa era male: in difesa c’erano Maldini, Cannavaro e Nesta nel pieno della loro carriera; a centrocampo c’erano giocatori molto forti dal punto di vista fisico come Luigi di Biagio e Antonio Conte e altri molto tecnici come Demetrio Albertini e Stefano Fiore; in attacco, c’erano Francesco Totti, Filippo Inzaghi, Vincenzo Montella e Alessandro del Piero, tutti con meno di trent’anni. Per tutto il torneo, il portiere titolare rimase Francesco Toldo, storico secondo portiere dell’Italia (in nazionale, fu spesso chiuso prima da Angelo Peruzzi e quindi da Buffon).

Gli azzurri erano nel girone con la Turchia, il Belgio padrone di casa e la Svezia. Pronti via e fu subito una vittoria per 2-1 contro i turchi allenati da Mustafa Denizli. A segno Conte e Inzaghi per l’Italia e Okan per la Turchia. Tutto facile nel secondo match contro il Belgio padrone di casa, battuto a Bruxelles per 2-0 grazie alle reti in apertura di Totti e di Fiore nel secondo tempo. Pur avendo la certezza di passare il turno, la squadra di Zoff superò 2-1 la Svezia grazie alle reti di Di Biagio e Del Piero.

Ai quarti di finale, forti del primo posto nel girone, l’Italia trovò e sconfisse la Romania con un secco 2-0 grazie alle reti di Totti e Inzaghi. In semifinale, ad Amsterdam, l’Italia trovò l’Olanda in uno stadio completamente orange.

Anche l’Olanda aveva una squadra fortissima, probabilmente più forte di quella italiana: in porta c’era Edwin van der Sar, leggendario portiere del Manchester United ora alla Juventus; in difesa c’erano Jaap Stam del Manchester United e lo storico capitano Frank de Boer (sì, proprio lui, l’ex allenatore dell’Inter). A centrocampo giocavano invece Edgar Davids della Juventus, Philip Cocu del Barcellona e Marc Overmars dell’Arsenal. Clarence Seedorf faceva la riserva, per dire. Davanti, giocavano Dennis Bergkamp dell’Arsenal, Patrick Kluivert – ex bidone del Milan, poi diventato storico attaccante del Barcellona – e Roy Makaay, all’epoca uno dei più forti centravanti in Europa (in quegli anni segnò quasi cento gol in quattro stagioni col Deportivo La Coruña). L’Olanda passò facilmente il girone (battendo anche in rimonta la Francia campione del Mondo in carica) e nei quarti di finale distrusse per 6-1 la Jugoslavia.

Contro l’Italia l’Olanda partì fortissimo, prendendo un palo dopo pochi minuti con Bergkamp. Poi, al 34’, la partita dell’Italia diventò ancora più complicata: Gianluca Zambrotta si fece espellere per doppia ammonizione. Poco dopo, al 38’ del primo tempo, Cannavaro fece un fallo ingenuo in area: rigore. Tirò Frank de Boer, capitano e rigorista: De Boer prese una rincorsa corta, calciò di sinistro, non molto forte, basso. Toldo si buttò dalla parte giusta, sulla sua sinistra. Le sue mani finirono sulla palla, quelle dell’olandese fra i capelli.

L’Olanda continuò ad attaccare, arrivando più volte molto vicina a segnare. Al 62’, Iuliano entrò in scivolata in area sul suo compagno di squadra Edgar Davids. Secondo rigore. Il pallone lo prese Patrick Kluivert, che nel corso degli Europei aveva già segnato cinque gol. Kluivert, in una sera in cui Alessandro Nesta lo ricondusse alle (velleitarie) dimensioni del suo periodo italiano, prese una rincorsa centrale. Tirò forte e basso. Questa volta, Toldo andò dalla parte sbagliata, alla sua sinistra. Ma la palla finì contro la base del palo. Ancora 0-0.

Zoff allora provò a mescolare un po’ le carte, costringendo Rijkaard a modificare a sua volta l’assetto della squadra. Al 67′ il ct italiano provò a dare consistenza all’attacco mettendo dentro Delvecchio per Inzaghi. Poco più tardi sostituì lo stanco Albertini con Pessotto (e dall’altra parte Rjikard gli rispose sostituendo Zenden con Van Vossen). Infine, all’81’, l’ultimo azzardo: Totti per uno spento Stefano Fiore, mossa alla quale l’Olanda rispose buttando dentro Seedorf per Bergkamp.

Totti partiva da sinistra e la sua freschezza creò non pochi grattacapi agli orange. L’Olanda, ormai priva di Bergkamp e Zenden, perse i riferimenti offensivi. E infatti l’ultima occasione dei tempi regolamentari fu per Marco Delvecchio, che a tempo scaduto tirò fra le mani di Van Der Sar.

La partita a poker continuò nei supplementari, quando Rijkaard spostò Overmars a cercare spazi sulla sinistra e fece entrare Winter al posto di Cocu. Ma ormai era questione di nervi e muscoli. La palla della vittoria se la trovò fra i piedi Delvecchio al 10′: il lancio di Maldini lo mise solo davanti a Van Der Sar, che riuscì a toccare con la punta del piede. L’Olanda andò invece vicina al match point (esisteva la regola del Golden Goal, che l’Italia subirà proprio in quel torneo nella partita finale contro la Francia) con Kluivert al 2′ del secondo supplementare e con Seedorf al 24′. Entrambi però furono imprecisi.

La resistenza azzurra, alla fine, pagò. Gli olandesi costretti ai rigori. Rigori che però erano la maledizione della nazionale. Europei ‘80 e Mondiali ’90, ‘94 e ’98 (come ho raccontato in Tiri fatali) ci avevano sempre visto soccombere dagli 11 metri.

A tirare per prima è l’Italia ed è Zoff a decidere la sequenza. Il primo rigore lo batterà Luigi Di Biagio. L’ultima volta che gli era capitato, in un’occasione simile, era due anni prima: Mondiali, Parigi, quarti di finale contro la Francia, traversa, Italia eliminata.

Di Biagio fece quattro passi, e la mandò nell’angolo alto, sulla destra di Edwin Van der Sar, che si era buttato dall’altra parte e comunque non ci sarebbe mai arrivato.

Per l’Olanda toccò ancora Frank de Boer. Stessa rincorsa, tiro ancora peggiore: centrale, Toldo lo respinse col corpo. Forse non è un record negativo, quello del gemello De Boer, ma certo scelse il giorno peggiore per provare a stabilirlo. Per la cronaca, il record era di Martin Palermo. La stella del Boca Juniors e dell’Albiceleste riuscì nell’impresa di sbagliare ben 3 rigori durante un Colombia-Argentina valido per la Coppa America 1999, partita che poi terminò 3-0 per i colombiani.

Il secondo della serie per gli azzurri lo tirò Gianluca Pessotto. Tre passi, palla bassa nell’angolo alla sinistra del compagno di club Van der Sar, che scelse la parte sbagliata. Per l’Olanda toccava a Jaap Stam, difensore roccioso che Filippo Inzaghi, finché era stato in campo, non era riuscito a superare in velocità neppure una volta. Fu l’unico a prendere una vera rincorsa e sparò una botta che finì dalle parti del secondo anello.

Totti, partito in panchina, prese il pallone tra le mani e come aveva preannunciato al compagno Gigi Di Biagio mentre erano ancora nel cerchio di centrocampo, “Mo je faccio er Cucchiaio”. Da quel giorno, uno dei più incredibili della storia della Nazionale, il Cucchiaio è diventato il copyright di Francesco Totti. Un gesto a metà strada tra il coraggio e l’incoscienza. A insegnargli questa tecnica era stato Rudi Völler alla Roma. “Se avessi sbagliato, non sarei più uscito di casa” confessò il Pupone all’indomani del rischioso gesto. Prima del numero 10 giallorosso solo il ceco Antonìn Panenka era stato così coraggioso da calciare un cucchiaio agli Europei, nella finale del 20 giugno 1976 contro la Germania Ovest. Dopo Totti è stato il turno di Zidane, Pirlo e altri. Non a tutti, però, è andata bene: vero, Pellè?

Torniamo al 2000. Per gli arancioni si fece avanti Kluivert. Questa volta ci beccò, a mezza altezza, sulla sinistra di Toldo. Ma era tardi, troppo tardi. Il capitano Paolo Maldini calciò col sinistro. Abbastanza male perché Van der Sar riuscì a parare il primo rigore della sua carriera. Ma, ancora una volta, per l’Olanda era tardi, troppo tardi. Perché Paul Bosvelt avrebbe dovuto segnare, sperare che Alessandro Del Piero sbagliasse e che Marc Overmars mettesse dentro il suo.

Ma Bosvelt evitò il prolungamento dell’agonia: tirò sulla destra di Toldo, che puntò sulla parte giusta e prese il pallone tra le sue mani.

Il tabellino

Amsterdam Arena – Giovedì 29 giugno 2000

ITALIA-OLANDA 0-0; 3-1 d.c.r.

Reti: –

Sequenza Rigori: 1-0 Di Biagio; 1-0 F. de Boer; 2-0 Pessotto; 2-0 Stam; 3-0 Totti; 3-1 Kluivert; 3-1 Maldini; 3-1 Bosvelt

Italia: Toldo, Cannavaro, Nesta, Iuliano, Maldini, Zambrotta, Albertini (32′ st Pessotto), Di Biagio, Fiore (37′ st Totti), Del Piero, Inzaghi (22′ st Delvecchio). Allenatore: Zoff.

Olanda: Van Der Sar, Bosvelt, Stam, F.De Boer, Van Bronckhorst, Cocu (5′ pts Winter), Davids, Overmars, Bergkamp (41′ st Seedorf), Zenden (32′ st Van Vassen), Kluivert   Allenatore: Rijkaard.

Arbitro: Merk (Ger)

Tiri fatali

Non mi piace parlare di calcio, perché è uno di quegli argomenti in cui tutti sono esperti. Non solo, in Italia, quando si parla di calcio, si è ancora più campanilisti che ai tempi di Goethe, che nel suo celebre Viaggio in Italia scrisse:

“Qui sono tutti in urto, l’uno contro l’altro, in modo che sorprende. Animati da un singolare spirito di campanile, non possono soffrirsi a vicenda”.

Quando si parla di Nazionale, in genere, il campanilismo scema un po’, tranne ricomparire in caso di sconfitta per colpa di un errore di qualcuno, che a quel punto non è più un giocatore dell’Italia, ma un calciatore del Milan, o della Juve o dell’Inter e così via…

Nella giornata di ieri abbiamo assistito all’ennesima sconfitta ai rigori in torneo internazionale della Nazionale Italiana di calcio, ma a questo punto mi viene un dubbio: non è che siamo un po’ presuntuosi e snobbiamo i rigori?

La domanda mi è sorta leggendo un post di Riccardo Cassini (l’autore bravo, quello che ha scritto quel capolavoro di “Nutella Nutellae”) su Facebook, che parla di un’incapacità di tirare i calci di rigore da parte della nostra Nazionale di calcio.

Ma vediamo un po’ di storia. Prendo in considerazione solo i tornei disputati dal 1968 (anno della mia nascita) in avanti. Con una precisazione: i “tiri di rigore” sono uno dei tre metodi approvati dall’IFAB (International Football Association Board) per determinare la squadra vincitrice di un incontro di calcio terminato in pareggio. Sono presenti in tornei a eliminazione diretta, nei quali una delle due squadre deve necessariamente prevalere sull’altra per superare il turno. L’esecuzione dei “tiri di rigore” è regolamentata diversamente rispetto al “calcio di rigore” che, invece, fa parte del normale svolgimento di una partita. Spesso, sebbene impropriamente, si parla di “calci di rigore” per indicare i “tiri di rigore”.

Nel 1968 si disputarono i campionati Europei. La formula era diversa da quella attuale, alla fase finale parteciparono solo 4 squadre, tra cui l’Italia e la Uefa decise che proprio l’Italia avrebbe ospitato le ultime gare (semifinali e finali). A quel tempo i vincitori di una partita terminata in pareggio erano decisi per sorteggio: proprio l’Italia se ne avvantaggiò, raggiungendo la finale contro la Jugoslavia grazie al sorteggio avvenuto dopo il pareggio con l’URSS. Essendo terminata la finale in parità e non essendo previsti i tiri di rigore (la cui invenzione è attribuita all’ex arbitro tedesco Karl Wald; quando furono proposti nel 1970, la Federcalcio bavarese cercò di bloccare la proposta e fu solo quando la maggioranza dei delegati si dissero a favore che furono appoggiati: poco tempo dopo, anche la Federcalcio tedesca, seguita poi da UEFA e FIFA, accettò la proposta), si ricorse alla ripetizione della partita con la Jugoslavia a distanza di 48 ore, ripetizione che arrise all’Italia. Da allora si parlò, secondo me a torto, dello “Stellone”, che avrebbe dovuto proteggere l’Italia calcistica dalla sfortuna. In realtà la “Stella d’Italia”, conosciuta popolarmente anche come “Stellone”, è una stella bianca a cinque punte che da molti secoli rappresenta la terra italiana. È il più antico simbolo patrio italiano, dato che risale all’antica Grecia.

Parte di quella nazionale si ritrovò dopo due anni ai Campionati del Mondo di Calcio che si svolsero in Messico. L’anno di Italia-Germania 4-3 e della finale persa contro il Brasile. Quindi nessuna partita decisa ai rigori. Nel ’72 niente qualificazione agli Europei. Nel ’74, ai Campionati del Mondo, Italia eliminata al primo turno e quindi ancora niente rigori. Nel ’76, Europei, ancora non qualificata. Due anni dopo, in Argentina, ai mondiali, una splendida nazionale arrivò quarta, ancora senza nessun tiro dal dischetto, né favorevole né sfavorevole.

Europei 1980. Formula ancora diversa, assegnazione della fase finale ancora all’Italia. La formula prevedeva che le prime dei due gironcini finali si andassero a disputare il titolo, mentre le seconde la finale del terzo e quarto posto. Italia seconda nel gruppo, per differenza reti, e finale del terzo posto con la Cecoslovacchia. I campioni in carica (i cechi…) sono costretti a difendersi per quasi tutta la partita, con gli Azzurri lanciati costantemente in avanti grazie alla loro superiorità tecnica, ma gli attacchi dell’Italia vengono puntualmente vanificati dal portiere cecoslovacco Jaroslav Netolička. Ciccio Graziani riesce a segnare, con un colpo di testa su calcio di punizione di Franco Causio, ma è solo per riequilibrare le sorti di un incontro già compromesso da un goal di Jurkemik al decimo del secondo tempo. La gara va direttamente ai calci di rigore e dopo otto gol consecutivi per squadra, Netolička para quello di Fulvio Collovati. Quindi prima sconfitta ai rigori in un torneo internazionale.

L’ossatura di quella squadra, sempre guidata da Bearzot e dal capitano Dino Zoff, vince i Mondiali ’82, senza tiri di rigore. Nell’84, Europei, Italia non qualificata e nell’86, Mondiali, eliminata agli ottavi dalla Francia di Platini (2-0). Senza rigori. Nell’88, agli Europei, altra eliminazione, ancora per 2-0, questa volta per mano dell’Urss allenata da Lobanovs’kyj.

Mondiali 1990. Fase finale dei mondiali che si disputa in Italia (notti magiche, ricordate?) e una coppia di attaccanti (Baggio – Schillaci) che ci fa sognare la conquista del titolo. Semifinale contro l’Argentina di Maradona. Il gol per l’Italia arrivò subito, al 17º di gioco: su un tiro di Vialli non trattenuto da Goycochea irruppe Schillaci, abile a portarci in vantaggio. Nel secondo tempo, al 68º, un cross di Olarticoechea permise a Caniggia di realizzare di testa la rete del pareggio: dopo 518 minuti terminò così l’imbattibilità di Walter Zenga. L’ingresso di Baggio (che nei supplementari sfiorò il gol su punizione) e Serena al posto di Giannini e di Vialli non smossero il punteggio dall’1-1 e si andò ai rigori. L’Argentina li segnò tutti, mentre Goycochea neutralizzò i tiri di Donadoni e Serena. Seconda sconfitta ai rigori in un torneo internazionale.

Nel 1992 l’Italia non si qualifica per gli Europei.

Mondiali 1994, negli Stati Uniti. L’Italia si qualifica per differenza reti alla fase ad eliminazione diretta (e stavolta sembra che lo “Stellone” davvero ci sia) e poi fa fuori, nell’ordine, Nigeria (calcio di rigore nei supplementari di Roberto Baggio), Spagna (goal del solito Baggio a tre minuti dalla fine) e Bulgaria. In finale il Brasile di Dunga, Romario e Bebeto. Dopo 120 minuti di nulla (Brasile che attacca, ma niente di paranormale, Italia che difende) si va ai rigori. Si inizia male e si finisce anche peggio. Sul dischetto, per il primo penalty degli azzurri, si presenta Franco Baresi, il faro della retroguardia azzurra, il capitano, che proprio al Rose Bowl taglia il traguardo delle 80 presenze con la maglia della Nazionale. Taffarel lo ipnotizza, Baresi calcia alto. L’epilogo è, se possibile, ancora più amaro. Sul 3-2 per il Brasile è il turno di Roberto Baggio, fino a quella gara il trascinatore del gruppo scelto da Sacchi. Sono secondi, ma sembrano ore e l’attesa si fa angoscia. Poi, succede. Il numero 10 prende la rincorsa e tira. Alto. Terza sconfitta ai rigori in un torneo internazionale.

Europeo 1996. Eliminati al primo turno. Niente rigori.

Mondiali 1998, Italia prima nel gironcino finale e via alla fase ad eliminazione diretta. Agli ottavi si fa fuori la Norvegia e ai quarti c’è la Francia padrona di casa. La partita si conclude sullo 0-0 dopo 120 minuti, anche se la Francia nel complesso avrebbe meritato qualcosina in più. Sbagliano Albertini e Di Biagio (per la Francia fallisce solo Lizarazu) e Italia con la quarta sconfitta ai rigori in un torneo internazionale.

Europei 2000. Sembra che stavolta il vento sia cambiato. Italia prima nel girone a punteggio pieno, fa fuori la Romania nettamente ai quarti. Semifinale contro l’Olanda, padrona di casa. Partita rocambolesca, Zambrotta espulso al 34esimo, rigore parato da Toldo quattro minuti più tardi. Nel secondo tempo, paradossalmente, l’inferiorità numerica degli azzurri disorienta gli uomini di Rijkaard. Il tirassegno contro Toldo continua ma la manovra offensiva olandese si fa meno lucida, si va ai supplementari ma i due allenatori (il nostro è Zoff) sono bravissimi nel disporre le squadre in campo. Abbiamo l’occasione di chiudere grazie al “Golden Goal” (stupidaggine inventata in quel periodo dalla IFAB, in pratica il primo che segna nei supplementari ha vinto) ma Del Vecchio cicca la palla. Rigori. Zoff sorprende tutti, facendo tirare per primo Gigi Di Biagio (che aveva sbagliato due anni prima), ma questo lo ripaga segnando. Per l’Olanda, stanca, sbagliano de Boer, Stam e Bosvelt, l’unico errore italiano è di Maldini, ma stavolta è ininfluente. Però, la prima vittoria ai rigori in un torneo internazionale consegna alla finale un’Italia stanca. Nonostante questo, in finale si va in vantaggio contro la Francia di Zidane. Ma la stanchezza permette il pareggio della Francia al quarto minuto di recupero (Wiltord) e diventa un incubo al 13esimo del primo tempo supplementare, quando Trezeguet mette dentro il Golden Goal. Italia sconfitta in finale, quindi la prima vittoria ai rigori in un torneo internazionale non porta a nulla, in termini pratici.

Mondiali del 2002. Dopo aver faticato a passare il girone, eliminati agli ottavi dalla Corea grazie all’arbitro Moreno. Europei 2004, eliminati al primo turno, quindi niente rigori.

Francia 2006. Niente che non sia stato già detto. Zidane e la testata a Materazzi. Vinciamo il Mondiale ai rigori. Seconda vittoria (determinante, stavolta) ai rigori in un torneo internazionale. Per la cronaca, inventiamo, sulle note di “Seven Nation Army”, singolo del 2003 del gruppo musicale The White Stripes, il famoso “Po-po-po-po-po-po-poo”, usato poi un po’ da tutti in seguito per festeggiare le vittorie o i gol della propria squadra.

Europei 2008. Italia seconda nel girone, nei quarti affronta la Spagna. Dopo 120′ senza gol, sbagliano dal dischetto De Rossi e Di Natale, mentre Buffon illude parando il tiro di Guiza, ma Fabregas segna il tiro decisivo. È la Spagna che poi vincerà anche il Mondiale e l’Europeo successivo, quindi quinta sconfitta per l’Italia ai rigori in un torneo internazionale.

Nel 2010, ai Mondiali, l’Italia esce subito al primo turno, quindi niente rigori.

Nel 2012, al primo turno secondi dietro la Spagna e ai quarti contro l’Inghilterra. L’Italia domina. Sì, domina, non è un’esagerazione, ma non segna. Anzi, segna pure, con Nocerino, di testa, ma in fuorigioco. Si va ai tiri di rigore. Ashley Cole si fa parare il tiro da Buffon e subito dopo Diamanti spiazza Hart e fissa il risultato sul 4-2 per noi. Vittoria ai rigori, anche stavolta inutile, perché si va in finale dopo aver eliminato la Germania, ma si prende un sonoro 4-0 dalla Spagna. Anche la terza vittoria ai rigori in un torneo internazionale non porta a nulla, alla fine.

2014, come nel 2010, eliminati al primo turno ai Mondiali.

E poi ieri.

Come dice Riccardo Cassini: “Se avessimo saputo battere i rigori, saremmo di gran lunga la squadra con più titoli mondiali e continentali del pianeta.”

Ma è sicuro che sia una questione di capacità o piuttosto di atteggiamento?

Gli occhi di Totò

No, non parlo del principe De Curtis, ma di Salvatore Schillaci, in arte Totò, ex attaccante della Juventus negli anni novanta.

In genere di un gesto atletico si ricorda l’esultanza nel momento della vittoria, le braccia lunghe e magre di Sara Simeoni alzate verso il cielo quando superò i 2,01 agli europei di Praga nel ’78 (anche se il record lo aveva fatto qualche giorno prima in un piccolo meeting senza giornali e tv a registrarne l’importanza) o il pugno “Black Power” di Smith e Carlos alle olimpiadi di Città del Messico del ’68. O anche tutte le esultanze del calcio: ad Avellino Juary andava alla bandierina e faceva una danza propiziatoria, anche Batistuta che però dopo i gol non ci ballava intorno, ma ci si appoggiava trionfante. Il bomber viola e poi della Roma inventerà anche la celebre mitraglia. Paulino Evair dell’Atalanta faceva l’aeroplanino, anticipando così Montella, e anche Ronaldo che spiccava il volo ricordando molto il cristo di Rio De Janeiro, che sovrasta la città brasiliana. Tra le classiche si ricordano le corse sotto la curva di Pruzzo, del danese di Pisa Klaus Bergreen e del pisano juventino Marco Tardelli. Schizzo poi entrerà nella storia con l’urlo mundial di España 82, anticipato nell’europeo ’80 dopo il gol vittoria all’Inghilterra a Torino, poi ripetuto da Fabio Grosso sempre alla Germania nella semifinale del mondiale tedesco del 2006. C’è chi fa i ciucci come Di Natale e il solito pupone Totti o le linguacce come Alex Del Piero. C’è chi bacia la maglia e giura amore eterno e poi ne bacia altre cento, (vero Ibra?) ma non solo lui.

Ma pochi ricordano i gesti compiuti dagli atleti nei momenti della “non esultanza”, il cui simbolo più famoso è appunto quello di Totò Schillaci, per l’incredulità di quegli occhi sgranati nei confronti dell’arbitro Quiniou. Ritorniamo indietro di qualche anno, al 1990, appunto.

Totò Schillaci, che l’anno prima è stato capocannoniere della Serie B con la maglia del Messina, è stato acquistato dalla Juventus per volere di Boniperti ed è subito diventato un titolare inamovibile. Non è dotato di classe sopraffina, ma è tenace, guizzante e ha fiuto del gol. O, se non altro, gli va spesso bene. Il primo acuto dell’anno solare 1990 è datato 14 gennaio. Contro la pericolante Hellas Verona la Juventus soffre, ma vince in rimonta proprio grazie a un gol di Schillaci a pochi minuti dal termine. La squadra di Zoff diverte e ,anche se in campionato si prende troppe pause che non le consentono di lottare per lo scudetto, si porta a casa Coppa Italia e  Coppa U.E.F.A., primi trofei da quando Trapattoni è andato via. Totò, dal canto suo, convince Vicini a farlo debuttare in nazionale a Basilea, nell’ultima amichevole ufficiale prima di Italia 90. Il buon Azeglio crede che l’entusiasmo del piccolo siciliano possa giovare alla sua Italia e lo aggrega al gruppo dei ventidue scelti per la fase finale del Mondiale. Però, una brutta prestazione contro la Grecia a Perugia, in un incontro che è poco più che un allenamento, convince il ct a riservare all’attaccante della Juventus un posto in panchina (che non è poco visto che tal Roberto Mancini sarà spedito in tribuna). I fischi che piovono per lui dagli spalti del Curi non rappresentano niente di particolarmente odioso per uno che tutti i giorni a Torino si sente chiamare “terrone”. E per fortuna non lasciano traccia.

Capita, infatti, che il 9 giugno, il giorno dell’esordio contro l’Austria, l’Italia giochi bene, ma non riesca a sfondare. Vicini prova, allora, a pescare il jolly e al 75′ manda Schillaci in campo al posto di un comunque positivo Andrea Carnevale. Tacconi, altro juventino conscio di doversi fare tanta panchina durante il Mondiale, prova a riciclarsi aruspice e predice un gol del suo compagno di club. Fatto sta che dopo appena quattro minuti Vialli s’invola sulla destra, crossa e la testa di Totò manda la palla in gol. Vittoria, tutti per le strade, ovazioni per il primo siciliano decisivo in maglia azzurra dopo Anastasi e la certezza di avere in panchina una mascotte che potrebbe anche segnare. La svolta, però, arriva al 51′ di Italia-Stati Uniti, secondo match degli azzurri. Vicini per far entrar Schillaci richiama nuovamente Carnevale, che sta offrendo una prestazione sotto tono, come del resto tutta la squadra. Il bomber del Napoli reagisce alla Chinaglia, anche se con meno teatralità, e per lui il Mondiale si chiude lì. Totò non segna in quel match, ma lo fa in quello dopo contro la Cecoslovacchia, quando per la prima volta parte titolare in una partita ufficiale. Mette la testa su un tiro a voragine di Giannini e porta gli azzurri subito in vantaggio, poi sfodera i suoi occhi sgranati quando l’arbitro Quiniou gli nega un evidente rigore.

Un immagine indimenticabile, come il gol che Roberto Baggio disegna al 78′ e che fissa il risultato sul 2-0. Inizia la fase a eliminazione diretta e la cosa bella è che Totò non si ferma. Prima della partita degli ottavi contro l’Uruguay Tacconi gli predice un 2-0 con secondo gol segnato di sinistro da fuori area. L’unico errore del portiere indovino è che il gol di Schillaci è ancora una volta quello decisivo, quello rompighiaccio. Ai quarti c’è l’Irlanda di Jack Charlton e tutto si ripete come un copione già scritto: il numero 19 azzurro stavolta segna l’unico gol della partita riprendendo la maldestra respinta di Bonner su tiro di Donadoni. Alla quarta rete decisiva, alla quarta volta che le strade italiane si riempiono di tifosi festanti, scattano le analisi sociologiche. Spadolini afferma che “Totò ha cancellato le divisioni razziste e superato di slancio la questione meridionale”. Meno aulico, ma più concreto lo stesso Schillaci dichiarerà alla Gazzetta dello Sport nel 1997: “Mi faceva piacere aver fatto scattare in piedi quelli che mi avevano insultato con la maglia della Juventus o a Coverciano”. Tutti ormai credono che il sogno non possa interrompersi e, invece, nella serata della semifinale di Napoli accade proprio questo. Schillaci segna quasi subito anche contro l’Argentina, di tibia più che di piede, riprendendo una corta respinta di Goicoechea. Poi Caniggia sorprende Zenga in uscita e ai rigori passano i biancocelesti.

Totò è escluso dalla gogna mediatica, in cui finiscono il portierone fino ad allora imbattuto, e Vicini, reo di aver messo in campo dal primo minuto Vialli e non Baggio. Nella finalina con l’Inghilterra arriva il rigore che permette a Schillaci di staccare Skuhravy e vincere la classifica marcatori in solitario, ma i bei momenti legati al campo sono finiti. La carriera dell’attaccante inizierà una parabola discendente senza soluzione di continuità, ma quell’immagine dei suoi occhi sgranati resterà per sempre.

 

 

 

fonti: “La Gazzetta dello Sport”, 4 agosto 1997 “Cuore Mundial”, inserto de L’Unità, 8 luglio 1990