Il destino in una J

Tempo fa ho visto un film norvegese sottotitolato in italiano (pare che non sia mai stato acquistato né trasmesso qui da noi) che parla di un fatto realmente accaduto a Tafjord. Si chiama “The wave”.

Tafjord è un villaggio della “Norddal Municipality” nella contea di “More og Romsdal”, in Norvegia. Il villaggio è in una valle si trova alla fine del fiordo cosiddetto “Tafjorden”, a circa 12 chilometri a sud est del centro comunale di Sylte, e poco a ovest dai confini del Parco Nazionale Reinheimen. Nel parco, i monti Tordsnose, Karitinden, e Puttegga tutti si trovano a circa 15 chilometri a sud est di Tafjord nella catena montuosa Tafjordfjella (non è che siano tanto fantasiosi nella scelta dei nomi, i norvegesi).
Il villaggio è molto isolato e tranne che quella in barca l’unica strada verso la valle è sulla strada che proviene dal paese di Sylte. La strada è composta quasi interamente da due tunnel attraverso le montagne molto ripide lungo il bordo del Tafjorden: l’Heggur Tunnel (5,3 km) e lo Skjegg Hammar Tunnel (700 metri).

La stazione meteorologica di Tafjord detiene diversi record di temperatura. La temperatura più alta mai registrata in gennaio (17,9°C) e novembre (21,8°C) in Norvegia; 17.9°C è anche la più alta temperatura mai registrata in Scandinavia nel mese di gennaio. Questi record sono principalmente a causa del favonio (detto anche Föhn in tedesco o feun in piemontese), che è un vento caldo e secco che può presentarsi, in differenti configurazioni bariche, su entrambi i lati della catena alpina. Sia favonio sia Föhn derivano dal latino favōnius (da favēre, “far crescere”), nome con il quale i Romani chiamavano il vento di ponente (il greco zefiro).

Come dicevo, il favonio è un vento di caduta caldo e secco che si presenta quando una corrente d’aria, nel superare una catena montuosa, perde parte della propria umidità in precipitazioni (pioggia, neve o altro). Quando la corrente sale verso l’alto, infatti, l’aria si espande, si raffredda, dopodiché possono verificarsi due possibilità: se l’umidità in essa contenuta non viene persa (rimanendo sotto forma di semplice nuvola), l’aria, nel ricadere sul versante opposto si comprime e si riscalda tornando alle condizioni di partenza; ma se la condensazione del vapore acqueo sfocia in precipitazioni, non si ritorna alle condizioni dalle quali si è partiti e l’aria arriva a valle con una temperatura più alta di quella di partenza. Il favonio può causare un aumento delle temperature anche di 30°C in poche ore. Per questo motivo è detto anche “mangianeve”, perché fa fondere rapidamente la neve a causa dell’effetto congiunto dell’innalzamento termico e della bassa umidità.
Il 7 aprile 1934, una frana di circa 2.000.000 metri cubi di roccia si staccò la montagna Langhamaren da un’altezza di circa 700 metri. La roccia atterrò nel Tafjorden che creò uno tsunami locale che uccise quaranta persone che vivevano sulle rive del fiordo. Le onde raggiunsero un’altezza di 62 metri vicino alla frana, circa 7 metri a Sylte, e circa 16 metri a Tafjord. Fu uno dei peggiori disastri naturali in Norvegia nel 20° secolo.

Questo mi ha fatto ricordare che anche noi in Italia abbiamo avuto un dramma simile come dinamiche, peggiore per le motivazioni che lo causarono.

Parlo del Vajont.
Come sempre, partiamo dall’inizio.

La strutturale carenza italiana di materie prime come il carbone per il proprio fabbisogno energetico aveva portato il paese a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento specializzandosi in una politica energetica di “energie rinnovabili” ante litteram che portò allo sfruttamento di valli e corsi d’acqua montani dove vennero realizzate numerose centrali idroelettriche che avrebbero prodotto la maggior parte dell’energia elettrica prodotta in Italia del Nord, fondamentale per lo sviluppo industriale del paese. Questa politica, pur non considerando appieno le interazioni uomo-ambiente e le necessità di rispetto dell’ambiente, risultava essere una soluzione quasi obbligata.

L’idea di sfruttare come bacino idroelettrico la valle del fiume Vajont tramite una diga fu concretizzata dalla Società Idroelettrica Veneta poi assorbita dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità), particolarmente attiva alla fine del XIX e nella prima metà del XX secolo nella distribuzione elettrica nel nord-est italiano (prima della nazionalizzazione del settore elettrico dell’intera Italia attuata attraverso la nascita di un “Ente Nazionale per l’Energia Elettrica”, l’ENEL).
In questo contesto la prima ipotesi di un progetto di massima per lo sfruttamento delle acque del torrente Vajont fu redatta da Carlo Semenza nel 1926. La diga era prevista alla stretta del ponte di Casso (un tempo esistente a est dell’attuale zona artigianale ai piedi del bivio per Casso) e prevedeva una centrale a Dogna. La scelta era figlia di una raccomandazione del Prof. Hug che aveva sconsigliato l’alternativa più a valle all’altezza del ponte del Colomber (dove il manufatto venne in seguito effettivamente costruito).

Nel 1929 fu presentata la domanda di concessione per la realizzazione di un progetto di diga al ponte di Casso (massimo invaso a quota 656 m s.l.m.) con allegata la relazione di Hug del 1926. Gli studi geologici sulla valle interessata dal nuovo invaso proseguirono e nel 1930 Giorgio Dal Piaz presentò una relazione inerente all’assenza di franamenti importanti lungo le sponde del bacino tra la zona di Pineda (a est) e il ponte di Casso (a ovest).
Nel 1937 fu presentato un nuovo progetto con spostamento della diga più a ovest presso il ponte del Colomber all’altezza del punto in cui la strada che da Longarone saliva a Erto valicava la forra sul torrente Vajont passando dalla sponda sinistra a quella destra della valle. Il massimo invaso era previsto a quota 660 m s.l.m.; a esso era allegata una relazione geologica a firma Dal Piaz sostanzialmente combaciante con quella del 1930, che estendeva la validità delle sue affermazioni fino alla nuova posizione della diga. Va rilevato tuttavia che in una sua precedente relazione del 1928 Dal Piaz si era sempre opposto allo sbarramento della valle presso il ponte di Casso giacché egli riteneva la roccia di imposta della diga in quel punto poco adatta per cui il manufatto non avrebbe potuto essere più alto di cinquanta metri dalla base del torrente.

Il 15 ottobre 1943 si riunisce la quarta sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici con tredici presenze su trentaquattro. In questo periodo (è appena stato firmato l’armistizio, 8 settembre) l’Italia è immersa nel caos e molti dei membri del Consiglio sono dispersi in guerra. Il progetto di costruzione della diga, nonostante manchi il numero legale, viene approvato e fatto passare.
Nel 1957 la Sade propone una variante in corso d’opera alla diga: innalzarne l’altezza di m 60,61. Con m. 200 di altezza, era previsto un serbatoio di 58 milioni di metri cubi d’acqua; con la variante che porta la diga a m. 260,61di altezza, il serbatoio diventa di 150 milioni di metri cubi.

L’ingegner C. Semenza sottopone al geologo Dal Piaz la variante e questo gli risponde che se il primo progetto gli sembrava audace, la variante gli “fa tremare le vene e i polsi”. Il geologo (come risulta dagli atti del processo) scrive inoltre all’ingegner Semenza:
“Ho tentato di stendere la dichiarazione per l’alto Vajont, ma Le confesso sinceramente che non m’è riuscita bene e non mi soddisfa. Abbia la cortesia di mandarmi il testo di quella ch’ella mi ha esposto a voce, che mi pareva molto felice.”.
E l’ingegnere manda la relazione geologica al geologo. Che la firma!

Il 22 marzo del 1959, in un’altra valle vicina a quella del Vajont, si facevano prove di invaso per la diga di Pontesei che era in costruzione. Si trattava di test di emergenza che riguardavano uno dei sette serbatoi costruiti dalla SADE.
Dentro il lago artificiale, infatti, si incominciavano a vedere delle macchie di acqua giallastra, bolle localizzate sempre negli stessi punti, con piccoli accenni di franamento della sponda. Il fianco era infiltrato, dall’interno della montagna provenivano dei brontolii, era segno che una sponda del serbatoio stava cedendo.
La SADE incominciò a togliere l’acqua, per cercare di regolare il livello del lago, in maniera che se la frana fosse cascata non avrebbe trovato il lago pieno, causando così meno danni.

Quando si incominciò a svuotare il serbatoio, la frana iniziò ad accelerare di colpo. Per forza, perché ormai, se i fianchi della valle sono pieni d’acqua come una spugna, ormai è l’acqua che li regge.
Si decise allora di sorvegliare la frana, ma la mattina del 22 marzo la massa di roccia che si era staccata dalla montagna piombò compatta nel lago, sollevando un’onda di venti metri che trascinò con sé l’operaio di guardia. Il giorno dopo la tragedia, la voce di questa sciagura si era già diffusa nella valle del Vajont e le preoccupazioni si facevano sempre più presenti. A nulla servì questo esempio per scongiurare un’altra e ben più grave tragedia.

Gli abitanti che risiedevano su una costa della valle possedevano sulla costa opposta i terreni fertili. Anche la scuola, dove ogni mattina mandavano i propri figli, si trovava lì.
Per evitare di circumnavigare il lago ogni volta che dovevano recarsi dall’altra parte, essi chiesero che fosse costruito un ponte, ma la SADE si rifiutò di farlo “perché il terreno non lo avrebbe consentito”. Sarà invece costruita una lunga strada perimetrale (12 km) lungo la riva del lago.
Ma se fecero una diga di 150 milioni di metri cubi di acqua, come sarebbe a dire che lo stesso terreno non consentiva una passerella pedonale?

Nel corso della costruzione della diga del Vajont furono effettuate varie perizie circa le caratteristiche geologiche del monte Toc.
Il geologo austriaco Müller individuò la presenza di una frana. La sua perizia fu avversata dal geologo Caloi (che però in seguito tornerà sui propri passi, ammettendo la possibilità di una frana sul monte Toc) e confermata da un altro geologo, Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga. Il quale metterà anche in luce che la valle del Vajont si è formata su un’antica frana, che si sarebbe potuta rimettere in movimento con l’acqua del bacino.

“La frana potrebbe anche star ferma lì per altre migliaia di anni. A meno che… qualcuno con un bacino artificiale non cominci a bagnargli i piedi, poi le ginocchia… Cava e metti, cava e metti… Dài oggi, dài domani… Un domani questa frana benedetta potrebbe anche stufarsi di star ferma e buona coi piedi a mollo, e allora potrebbe decidere di andare a vedere come è fatto il mondo.” (Il racconto del Vajont di Marco Paolini e Gabriele Vacis, p. 62)

Nonostante tutto ciò, per non sfigurare agli occhi del mondo (i tecnici italiani godevano di prestigio e lavoravano anche alla diga di Assuan: come ammettere di aver fatto un errore così grave, cioè costruire una diga dove era già caduta una frana?), la costruzione del bacino artificiale non venne interrotta.
Nello stesso periodo in cui furono effettuate le perizie geologiche sul monte Toc, inoltre, nella zona francese del Fréjus la diga Malpasset cedette a causa di un errore di progettazione causando la morte di quattrocento persone. Questo esempio di incompetenza non fece riflettere chi era impegnato nella costruzione della diga del Vajont.

Nel 1960 viene effettuata la prima prova d’invaso e per accelerare i tempi burocratici, si decide di innalzare arbitrariamente il livello dell’acqua.
Il risultato della prova produce una serie di fenomeni (si sentono rumori sordi che provengono dal monte, compaiono macchie giallastre sulla superficie dell’acqua, come era già accaduto a Pontesei).
Il 4 novembre, dopo molte precipitazioni, si verifica effettivamente una frana. Comincia a visualizzarsi la frana prevista da Müller, l’intera montagna ha fatto uno scivolone di un metro.

Colpo di genio: la SADE decide di allontanare i geologi, i quali creano intralci sostenendo che la frana è irreversibile. Tutti pensano, poi, che forse occorrerebbe accelerare la caduta della frana, ma questo creerebbe un grosso danno economico perché farebbe rimpicciolire il lago artificiale.
Si progetta allora la costruzione di una galleria di sorpasso (by-pass), cioè un grosso sifone che avrebbe dovuto collegare, in caso di caduta della frana, i due bacini risultanti, in modo da mantenere in comunicazione le acque e creare un unico lago.
La prima prova d’invaso della diga del Vajont viene effettuata nel 1960; l’acqua, dopo aver raggiunto la quota di 600 m. sopra il livello del mare, avrebbe dovuto fermarsi e non superare questo limite. Non fu così.
La SADE, aveva fretta di collaudare l’impianto idroelettrico per cominciare a produrre prima che lo Stato le portasse via la diga con la nazionalizzazione dell’energia idroelettrica, di cui si cominciava a parlare proprio in quegli anni. Inoltre, vendere allo Stato un impianto già funzionante, sarebbe stato molto più vantaggioso.
Collaudare in fretta, dunque, con nessuna cura per il pericolo di frana: senza svuotare il serbatoio dopo la prima prova, la SADE ottiene il permesso per iniziare la seconda. L’acqua tocca i 650 m., dentro la montagna iniziano a sentirsi dei rumori sordi e la terra trema.

Il 4 novembre 1960 si stacca una frana dal monte Toc, ma la SADE continua a invasare, pur non avendo il permesso della Commissione.
Il livello dell’acqua sale rapidamente ed in pochi giorni arriva a 650 metri. La montagna trema di nuovo. La popolazione inizia a preoccuparsi per le scosse sismiche che sono state provocate.
Il 23 dicembre 1961 arriva l’autorizzazione a riempire il lago fino a 680 m., ma l’acqua era già a quel livello da ben due mesi!
In ottobre (1962) finisce la seconda prova d’invaso, ed in aprile inizia la terza ed ultima prova. Quando l’acqua arriva a 680 m., si ripetono gli stessi fenomeni già descritti e le scosse si fanno più forti. La gente ha paura e vuole spiegazioni. La risposta della SADE? I lavori non si fermano e la velocità d’invaso viene aumentata.

In agosto il livello dell’acqua raggiunge i 710 m., mancano solo otto metri per collaudare la diga. Il 2 settembre, però, il Toc si ribella e manda una scossa così forte che viene sentita anche a Longarone. A questo punto, i tecnici, impauriti, decidono di abbassare il livello dell’acqua (che a partire dal 27 settembre scende di settanta centimetri al giorno). Non è una decisione felice perché ora la situazione si inverte: prima, con l’invaso si erano indeboliti i pendii della montagna, ma come a Pontesei, togliendo l’acqua si rischiava che andasse giù tutto, perché era l’acqua che teneva su la montagna.

Nel 1962, quando il cedimento dei 200 milioni di metri cubi di massa rocciosa dal monte Toc era ormai da tutti ritenuto imminente, la SADE fece costruire dai suoi tecnici un plastico, per prevedere quali potessero essere le conseguenze di un’eventuale frana. La prova dello smottamento e della tracimazione delle acque non venne, però, predisposta nel modo più adatto a ottenere dei dati confrontabili con la realtà. Infatti, per simulare la frana venne usato del materiale ghiaioso e non compatto: è evidente che molto diversi sono i comportamenti dell’acqua nell’impatto con i due tipi di materiale. Ciò risultò particolarmente chiaro quando, nella fase istruttoria del processo, i tecnici – per volere del giudice Fabbri – ripeterono la prova utilizzando lastre di calcestruzzo al posto della ghiaia, ottenendo così risultati più attendibili. Se gli esperimenti fossero stati effettuati correttamente, si sarebbero potute individuare in anticipo le conseguenze della frana su Longarone (conseguenze che Ghetti aveva intuito, ma la SADE non gli diede il permesso di effettuare altre verifiche per provarle). Al processo, furono accusati coloro che avevano svolto la simulazione, ma essi si difesero scaricando tutte le colpe sui geologi, che avevano impartito loro degli ordini precisi. E sostennero che, da semplici “idraulici”, si erano limitati ad obbedire a degli ordini! Una risposta simile a quella degli ufficiali delle SS al processo di Norimberga! E perché i geologi avevano dato quegli ordini che non avevano permesso di effettuare una simulazione attendibile? Perché nessuno voleva portare alla luce gli errori dei colleghi che avevano autorizzato la costruzione della diga.

Il 3 luglio 1962, dopo diverse simulazioni della frana su un modellino a scala 1:200 (simulazioni che pure non erano del tutto efficaci), il professor Ghetti stese una relazione in cui erano spiegate le possibili conseguenze dello smottamento. Egli metteva anche in guardia contro le terribili conseguenze che si sarebbero verificate se l’acqua si fosse trovata al livello massimo d’invaso.
“Attenzione che se quando cade l’onda voi avete l’acqua al livello massimo del serbatoio… la stessa frana provocherebbe un’onda di proporzioni infinitamente più grandi con conseguenze catastrofiche per i paesi all’interno della valle e oltre il ciglio della diga, a causa dello sfioro di una enorme massa d’acqua sopra il ciglio della diga stessa.” (dalla relazione di Ghetti)
La relazione venne redatta in due sole copie, una sarà consegnata alla SADE, un’altra finirà all’Istituto Universitario di Padova. Nessuna copia venne consegnata al servizio nazionale dighe.
In seguito sarà un assistente del professor Ghetti, Lorenzo Rizzato, a prelevare dall’Istituto la relazione e a farla pubblicare dai quotidiani “L’Unità” e “Il Giorno”, nella settimana successiva al disastro. Si apprese così immediatamente che un esperimento aveva predetto il pericolo di frana.

Con l’avvento della nazionalizzazione dell’energia elettrica anche la SADE è costretta a vendere i suoi impianti, tra cui quello del Vajont. Questo avviene il 14 Marzo del 1963; tuttavia il Vajont resta momentaneamente sotto il controllo della SADE in attesa che subentri l’ENEL. Con questo passaggio di proprietà della diga, non solo gli operai, ma anche tutti i dirigenti SADE diventano automaticamente dirigenti dell’ENEL. D’altra parte non sarebbe stato facile trovare altri dirigenti in grado di far funzionare 300 dighe, tante erano quelle sotto il controllo della Sade: meglio allora assumere quelli che c’erano già.
Sa l’ENEL della frana del monte Toc? Sa della raccomandazione di Ghetti? Qualcuno ha informato il nuovo proprietario di tutto ciò?
“Quando vendo la macchina usata, devo dirglielo io a quello che la compra come va? Se me lo domanda cosa gli dico? “Hai mai visto macchine usate in vendita che vadano male? Non te le vende nessuno quelle che vanno male. Non so dove le mettano ma, ovvio, le macchine vanno tutte bene, quando le vendi. Se poi quello che la vuol comprare insiste e ti domanda: ”I freni?” Eh, i freni… i freni … Tu cosa gli dici? “Regolare”. Allora prendi le chiavi della macchina, gliele dai e dici: ”Toh! Portala dal tuo meccanico…” (Il racconto del Vajont di Marco Paolini e Gabriele Vacis, p. 95). Lo stesso bel gesto lo fa la SADE. Prende le chiavi della macchina e le dà all’ENEL e fa: “Toh! portala dal tuo meccanico…” In questo caso, però, il meccanico dell’ENEL era lo stesso della SADE, quindi: “Nessun problema alla diga”.

La frana che si staccò alle ore 22.39 del 9 ottobre del 1963 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve un’enorme nuvola bianca, una massa d’acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.

La forza d’urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all’onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l’abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.

La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L’ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.

Allo sbocco della valle l’onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con sé, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall’onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall’acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l’onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.

Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm fu spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato un’enorme massa d’acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore.

Alle prime luci dell’alba l’incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l’imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale: si era consumata una tragedia tra le più grandi che l’umanità potrà mai ricordare.

 

 

Fonti
“Il racconto del Vajont” di Marco Paolini e Gabriele Vacis, Milano, Garzanti, 1997
http://www.vajont.net/

‘A Flobert

Da ragazzo abitavo a Pomigliano D’Arco, cittadina dell’entroterra napoletano nota per la fabbrica dell’Alfasud.

Un giorno Raffaele, un mio compagno di classe (non ricordo se seconda o terza elementare) non venne a scuola. “Ha fatto filone” pensammo (simpatica espressione napoletana per chi si assenta ingiustificatamente da scuola; ho trovato in un Vocabolario del Dialetto Napoletano edito nel 1798 presso Giuseppe Maria Porcelli, negoziante di libri e stampatore della Reale Accademia Militare in Napoli una possibile origine del modo di dire: il collegamento viene dal termine “felatorio” che era il locale in cui si filava la lana o la seta; in senso metaforico significave timore, paura (avè lo felatorio ‘n cuorpo = avere molta paura – ”E de chelle lo fruscio e sbattetòrio – Mettèano ‘n cuorpo a nuje lo felatòrio”. Sinonimo successivo di felatorio è “filo”: ”Ch’è n’arma moscia, e nun le pò fa filo” sicché filare, filarsela, fare filone significa semplicemente ”andarsene per la paura”).

Ma non era quello il motivo dell’assenza di Raffaele. Torniamo a quel giorno…

Viernarì unnice aprile
‘a Sant’Anastasia
nu tratto nu rummore
sentiett’ ‘e ch’ paura. […]

Così inizia “’A Flobert”, canzone del gruppo “’E Zezi”, che ricorda cosa accadde l’11 aprile del 1975. Era appena passata ora di pranzo e a Sant’Anastasia, in provincia di Napoli, si sentì un boato. La fabbrica Flobert, che produceva proiettili d’arma giocattolo e fuochi d’artificio, esplose. Tredici furono le vittime. I capannoni erano situati in contrada Romani, alle pendici del Monte Somma, nel vesuviano. Tanti accorsero sul luogo della sciagura temendo per la vita dei propri cari. “Nun se capette ‘niente”, dirà Ciro Liguoro, uno dei sopravvissuti. E niente si capirà per molto tempo ancora.

Era un venerdì come tanti. Al lavoro quel giorno si trovavano sessanta persone, molte donne, più remissive, con le mani più piccole degli uomini e dunque più adatte ad inserire polvere da sparo nei proiettili di gomma. Nel reparto dove scoppia la scintilla che causerà la deflagrazione si trovano tredici operai, maschi, e circa 200 mila cartucce, che per mesi verranno ritrovate per le vie del paese dai bambini che si divertivano a farle scoppiare. Dodici di loro muoiono sul colpo, solo uno si salva per miracolo. Cinque donne e cinque uomini subiranno gravi ferite. Pezzi dei loro corpi appaiono a 100 metri di distanza, di uno non si ritroverà nemmeno più il corpo. Due cadaveri carbonizzati verranno trovati dai primi soccorritori aggrappati a una rete, nel vano tentativo di scappare.

Venivano tutti da paesi confinanti: Sant’Anastia, Somma Vesuviana, Pollena Trocchia, Pomigliano D’Arco, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio, Portici.

Dieci degli operai scomparsi avevano iniziato a lavorare solo due settimane prima. Molte delle 60 persone presenti lavoravano in nero in capannoni di legno e lamiera, privi delle più basilari norme di sicurezza. Alcuni degli operai risulteranno assunti solo 5 giorni prima dell’incidente. All’inizio si pensa che a far scattare la scintilla sia stata una cicca di sigaretta lasciata cadere da un operaio. Non è così: le inchieste successive ipotizzeranno che la causa siano alcune sostanze proibite contenute nella miscela utilizzata durante la lavorazione.

Il padrone ci aveva chiamato negli uffici pochi giorni prima per dirci che avevamo il posto di lavoro, eravamo tutti giovani e contenti. Però, ci disse, c’è una cosa, una cosa da niente, disse. Dovete costruire dei proiettili per le pistole Flobert. Però ci assicurò che non c’era nessun problema”. Pochi giorni dopo lo scoppio non c’era più nulla. Solo silenzio. Odore di morte. I funerali si tennero nella Casa del Pellegrino all’interno del Santuario della Madonna dell’Arco. Tanti gli operai presenti. I pianti dei familiari delle vittime riempiono l’aria. Dei camion militari trasporteranno le dodici bare al cimitero del paese, dove tutt’ora si trova una lapide, ormai logora e vecchia, con su scritto: “Pagarono con la vita il pane, la pietà del popolo li volle qui riuniti”.

Tra quanti accorsero sul posto per raccontare l’orrore c’era il giornalista Rai Luigi Necco. Le prime battute della sua cronaca furono prese da ’e Zezi e inserite nel disco ’a Flobert subito prima della canzone. «Dieci dei morti — spiegava Necco — erano stati assunti appena due settimane fa: non erano più contadini, non erano ancora operai. Per sfuggire alla disoccupazione e alla miseria, avevano accettato un compromesso con la morte lavorando in uno stabilimento che nonostante leggi e regolamenti si è dimostrato insicuro al pari delle micidiali baracchette dove si fabbricano fuochi d’artificio. Quello fu il primo dolore collettivo della nostra gente. Cinque anni dopo sarebbe avvenuto il terremoto». ».

La canzone de “’E Zezi” è un canto di morte e memoria. Un pianto sulle tombe di quei dodici operai, brandelli di corpi riuniti in un unico “tavuto”, una lapide posta sulle migliaia di vittime del lavoro che ogni anno fanno vergognare il nostro paese, ma non i responsabili di tanta tragedia.

‘A Flobert

Viernarì unnice aprile
‘a Sant’Anastasia
nu tratto nu rummore
sentiett’ ‘e ch’ paura.

Je ascevo ‘a faticà
manc’a forza ‘e cammenà
p’à via addumandà
sta botta che sarrà.

A Massaria ‘e Rumano
na fabbrica è scuppiata
e ‘a ggente ca fujeva
e ll’ate ca chiagneva.

Chi jeva e chi turnava
p’à paura e ll’ati botte
ma arrivato nnanz’ ‘o canciello
maronn’ e ch’ maciello!

Din’t vuliette trasì
me sentiette ‘ e svenì
‘nterr’ na capa steva
e ‘o cuorpo n’ ‘o teneva.

Cammino e ch’ tristezza
m’avoto e ncopp’ ‘a rezza
dduje pover’ operaje
cu ‘e carne tutt’abbruciat’.

Quann’ arrivano ‘e pariente
‘e chilli puverielle
chiagnevano disperati
pè ‘lloro figlie perdute.

«’O figlio mio addò stà
aiutateme a cercà
facitelo pè pietà
pè fforza ccà adda stà».

«Signò nun alluccate
ca forse s’è salvato»
e ‘a mamma se và avvutà
sott’ ‘a terra ‘ o vede piglià.

Sò state duricie ‘ e muorte
p’è famiglie e ch’ scunfuorto
ma uno nun s’è trovato
povera mamma scunzulata.

Sò arrivat’ ‘e tavule
e ‘a chiesa simmo jute
p’ò l’urdemo saluto
p’e cumpagne sfurtunate.

P’e mmane nuje pigliammo
tutti sti telegrammi
sò lettere ‘e condoglianze
mannate pè crianza.

Atterrà l’ajmm’ accumpagnat’
cu arraggiar’a ‘ncuorpo
e ‘ncopp’ ‘a chisti muort’
giurammo ll’ata pavà…

E chi và ‘a faticà
pur’ ‘a morte addà affruntà
murimm’ ‘a uno ‘a uno
p’e colpa ‘e ‘sti padrune.

A chi ajmma aspettà
sti padrune a’ cundannà
ca ce fanno faticà
cu ‘o pericolo ‘e schiattà.

Sta ggente senza core
cu ‘a bandiera tricolore
cerca d’arriparà
tutt’ ‘e sbagli ca fà.

Ma vuje nun’ò sapite
qual’è ‘o dolore nuosto
cummigliate cu ‘o tricolore
sti durici lavoratori.

Ma nuje l’ajmm’ capito
cagnamm’ sti culuri
pigliammo a sti padrune
e mannammel’ ‘affanculo.

E cu ‘a disperazion’
sti fascisti e sti padrune
facimmo un ‘ muntone
nu grand’ fucarone.

Cert’ chisto è ‘o mumento
e ‘o mumento ‘e cagnà
e ‘a guida nostra è grossa
è ‘a bandiera rossa.

Compagni pè luttà
nun s’adda avè pietà
me chesta è ‘a verità
‘o comunismo è ‘a libertà.

Raffaele tornò a scuola qualche giorno dopo, tutti sapevano ma nessuno disse niente, eravamo bambini…

Dovunque tu sia, quello ho che ho scritto valga come un abbraccio che a quel tempo non ebbi la forza e il coraggio di darti, Rafè…

Fonte: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/15_aprile_10/tragedia-flobert-13-morti-40-anni-nessuno-dimentica-fbd94f9c-df96-11e4-907c-182d452970a5.shtml

Il mostro e il detective

Nel periodo 1924-28, Roma fu colpita da una serie di rapimenti, stupri ed omicidi di cui furono vittime sette piccole bambine.

Emma Giacomini, di quattro anni, fu la prima vittima. Rapita mentre giocava in un giardino pubblico il 31 marzo 1924, fu ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con i segni della violenza ma ancora viva. I giornali si fecero interpreti dell’angoscia popolare sollecitando la cattura dell’efferato criminale. Lo stesso Benito Mussolini, indispettito per gli insuccessi delle indagini e non volendo che il regime fosse ritenuto incapace di assicurare l’ordine, convocò il capo della polizia Arturo Bocchini e lo sollecitò ad assicurare al più presto l’omicida alla giustizia. I corpi di altre cinque bambine, nel corso degli anni successivi, vennero rinvenuti con gli stessi segni di violenza delle prime vittime. In particolare, il 5 giugno 1924, la violenza perpetrata nei confronti di una di esse, Bianca Carlieri di anni 3, sollevò per tutto il mese di giugno un’ondata di indignazione nell’intero Paese. Ai funerali partecipò una folla immensa e per giorni la stampa riportò la notizia con titoli ad effetto, con il risultato di alimentare il desiderio di ritorsione e d’ordine. Ma la notizia scomparve quando un altro fatto di cronaca accadde: l’improvvisa scomparsa del deputato socialista Giacomo Matteotti.

La polizia effettuò il fermo di numerosi invalidi, storpi, dementi mentre un vetturino, sopraffatto dalla vergogna di essere forse indicato nel quartiere come l’assassino, si uccise avvelenandosi. La pressione mediatica, dei superiori e dell’opinione pubblica porta la polizia a trovare immediatamente un colpevole, nonostante le numerose testimonianze che descrivono l’assassino come un uomo alto, sulla cinquantina, bene vestito e con i baffi biondi, i poliziotti arrestano Gino Girolimoni, un mediatore di cause per infortuni conosciuto da tutti come un giovane simpatico e educato.

Gino Girolimoni raggiunse un’immediata notorietà in quel periodo e per sua fortuna viveva in un’era in cui i media erano notevolmente inferiori ad oggi in quanto a capillarità nell’informazione. Penso solo se ci fosse stato un costruttore di plastici a quei tempi…

L’8 marzo 1928, Girolimoni viene prosciolto da ogni accusa, per discordanza nelle testimonianze, prima dell’arresto e successive. Nonostante ciò Gino Girolimoni nella mente delle persone verrà per tutta la sua vita etichettato come il mostro di Roma, tanto che l’appellativo “girolimoni” viene usato come sinonimo di pedofilo. Morirà povero e solo il 20 novembre 1961. Al suo funerale parteciperà l’investigatore Giuseppe Dosi.

Figlio di un sottufficiale dei Carabinieri, Giuseppe Dosi è stato un poliziotto italiano; commissario di Pubblica Sicurezza, nel corso della sua carriera partecipò a diverse importanti indagini ma il suo nome rimane prevalentemente legato al ruolo che esercitò nel celebre caso Girolimoni.

Tra le tante indagini a cui Dosi partecipò si può ricordare anche, non certo per la gravità del fatto quanto per la grande notorietà del personaggio coinvolto, l’indagine che egli, abile nei travestimenti, condusse, camuffandosi da pittore, sul misterioso incidente che, il 13 agosto 1922, coinvolse il Vate Gabriele D’Annunzio, caduto o gettato dalla finestra della sua villa di Gargnano. Il 4 novembre 1925 Dosi sventò un attentato contro Benito Mussolini posto in essere dal deputato social-unitario Tito Zaniboni. L’attentatore avrebbe dovuto far fuoco con un fucile di precisione austriaco da una finestra dell’albergo Dragoni, fronteggiante il balcone di Palazzo Chigi dal quale si sarebbe dovuto affacciare il duce per celebrare l’Anniversario della Vittoria.

Dosi, assolutamente certo della innocenza di Girolimoni, cominciò a bombardare il ministero dell’Interno con rapporti riservati nei quali esponeva le sue certezze e le corredava con inconfutabili prove. Ma gli inquirenti non ne vollero sapere: il caso era chiuso e Girolimoni era colpevole (salvo, dopo anni, doverlo scarcerare perché estraneo ai fatti). Ma Dosi continuò a scrivere ai superiori definendo “imbecilli” le indagini che accusavano Girolimoni.

Ma perchè Dosi era convinto che il colpevole fosse un altro? Vediamo come andarono i fatti…

Nel giardino di un albergo di Capri uno straniero sta seviziando una bimba inglese di nove anni su una panchina. È il 24 aprile 1927 e il losco soggetto, arrestato in flagrante, viene identificato nel reverendo Ralph Lionel Brydges, suddito britannico, pastore della Holy Trinity Church of England di via Romagna a Roma. Era arrivato nella capitale quattro anni prima, dal Canada, in seguito ad un altro scandalo di molestie su bambine, insabbiato grazie alle influenze dell’America filomassonica protestante e della potente famiglia della moglie, Florence Caroline Jarvis, il cui padre era stato a lungo sceriffo di Toronto.

Aveva il viso sanguigno ed una settantina d’anni, Brydges, ma ne dimostrava venti di meno. Aspetto distinto, passo celere e straordinaria agilità contrastante con la corporatura robusta e l’alta statura, baffetti a spazzola e capelli biancastro-biondicci, indossava comuni abiti borghesi di taglio elegante, senza alcun contrassegno ecclesiastico. Il cosiddetto «mostro di Roma», nonostante molte piste seguite e indagini tutt’altro che impeccabili, era ancora a piede libero. Arrestato Brydges, il commissario di Capri sospettava di avere tra le mani l’inafferrabile serial killer pedofilo che, da alcuni anni, terrorizzava la Città Eterna. Questa la descrizione che alcuni testimoni oculari avevano fornito del bruto: «Alto più di m. 1.70; più di cinquant’anni, scarno», «Baffi biondo-scuri tagliati a spazzola», «Sembrava un forestiero», «Non capiva bene l’italiano» (sic!), «Non sembrava fosse romano; sembrava persona di grado civile elevato», «Pareva un signore. Era vestito bene, con lusso, con paletot nero e cappello nero floscio». I connotati di Brydges coincidevano con quelli del ricercato, eppure il Questore di Roma rispose al commissario di Capri che quel prete non poteva essere il mostro per due ragioni: era «conosciuto favorevolmente dal Console Inglese» (e allora?), poi il maniaco era «trentacinquenne e non settantenne» (a parte il fatto che a Capri il prete dimostrava molti anni di meno, la maggior parte degli adescamenti era avvenuta nella fioca luce serale dei vicoli della vecchia Roma, per cui poteva esserci stato un errore di valutazione). E intanto, in commissariato, quell’indegno ministro di culto rifiutava con ostinazione di sottoporsi al prelievo delle impronte digitali: cosa temeva?

Dopo l’episodio di Capri, Brydges venne messo in libertà provvisoria, grazie a pressioni del Console Britannico di Napoli, e il 18 agosto 1927, il reverendo poteva lasciare l’isola indisturbato insieme alla signora Jarvis, destinazione Roma: segnalato alla Questura di quella città per l’ulteriore vigilanza, se ne perdettero però le tracce.

A questo punto, come nei migliori gialli, entrò in scena quasi per caso un commissario zelante e battagliero. Giuseppe Dosi, alto e di bella presenza, capelli biondi all’indietro e pancetta da buona forchetta – arrivò a pesare anche centoventi chili – era un funzionario di spessore, non solo fisico. Quando, nei primi anni Trenta, diresse la polizia giudiziaria di La Spezia, fu solo grazie al suo fiuto se venne scoperto il vecchio delitto di una vedova di Chiavari, rimasto fino allora impunito, ad opera dello squartatore Cesare Serviatti, il Landru italiano.

Eclettico poliziotto nettamente superiore alla media della polizia d’allora, sempre elegante come un damerino, il commendator Dosi scriveva poesie, sapeva suonare il violino e dipingere, aveva recitato al Teatro Argentina di Roma e fatto la comparsa in un film muto della diva Francesca Bertini. Il suo pezzo forte erano i servizi sotto falsa identità, nei quali sfoderava un talento trasformistico degno di Fregoli. Per otto mesi il buon Dosi si gettò a capofitto nello studio delle 3000 pagine dei fascicoli dei sette crimini di Roma, riga per riga, foglio per foglio, arrivando alla personale conclusione che Ralph Lionel Brydges, nato a Cheltenham (Inghilterra) nel 1856, fosse il vero colpevole: i delitti si erano verificati soltanto fra il suo arrivo in Italia e la sua partenza; saltuariamente si tingeva baffi e capelli di biondo e di rosso (e l’assassino, da alcuni testimoni, era stato descritto proprio «alto, biondo, rossiccio, con piccoli baffi» e «alto, grosso, baffi rossicci»); cambiava spesso abbigliamento alterando il suo aspetto; la mattina antecedente all’ultimo delitto, in un vicolo solitario che conduceva al prato dove sarebbe stato rinvenuto il corpicino della Leonardi, un testimone aveva visto un individuo con una valigetta scura come quella posseduta dal Brydges e coi suoi stessi connotati (una ricognizione in vista del crimine?); in un sopralluogo, inoltre, era stato ritrovato un asciugamani con le lettere R. L. (Ralph Lionel?), che poteva appartenere al Brydges. E così via…

Dove si era rifugiato quel pedofilo, adesso? Il detective Dosi non smise un istante di braccarlo a distanza. Rintracciò a Roma la cameriera del pastore: dopo la disavventura di Capri, lei disse, il reverendo e sua moglie si erano imbarcati a Napoli e vivevano a Londra. La cameriera gli mostrò una lettera che aveva ricevuto dai coniugi Brydges. Il commissario, che tra le altre cose era anche un consumato filatelico, esaminò la busta e notò che il francobollo, pur recando l’effigie di S. M. Britannica, non apparteneva alla Gran Bretagna, ma all’Unione del Sud Africa. Il timbro postale era di «Kenilworth», un sobborgo di Città del Capo. Il Console d’Italia in quella città, il 28 marzo 1928, gli comunicò che Brydges si era imbarcato dieci giorni prima a Beira, nell’Africa Portoghese, a bordo del piroscafo Llanstephan Castle in arrivo il 14 aprile a Suez. Un amico dell’Agenzia Cook confermò a Dosi la rotta del piroscafo e lo informò che il 13 aprile la nave sarebbe approdata a Genova, per un solo giorno, ripartendo poi per Londra. Da lì Brydges e la moglie si sarebbero trasferiti nel «loro» Canada.
Quando Dosi seppe che, al Cairo, il pastore era salpato di nuovo per l’Italia, gli sembrò una notizia da non credere! «Facendo forza al mio cuore ed al mio cervello in tumulto» leggiamo a pagina 404 del prezioso libro-memoriale di Dosi sequestrato dal Regime «mi recai quindi a Genova ad attendere all’alba che il piroscafo entrasse nel porto ed attraccasse alla banchina» Nell’attesa il commendator Dosi dormiva pochissimo e mangiava di malavoglia. Il fatidico 13 aprile 1928 trovò le migliori accoglienze sia alla capitaneria di porto di Genova che alla direzione della dogana. Il tempo ed il mare erano ottimi. Alle 5 il piroscafo tanto atteso era già in vista, all’orizzonte, e un’ora dopo, sorpassata la diga esterna del porto, i rimorchiatori l’introdussero nella stazione marittima. Nell’aria Dosi percepiva quell’animazione che annuncia un evento speciale: mentre attendeva alla passerella il Console Britannico, stringeva nel pugno, fremente, l’ordinanza di perquisizione contro il Brydges.

Ed eccolo il famigerato Brydges! Una testimone aveva specificato che il misterioso adescatore non poteva distendere che un solo dito della mano sinistra. Il commissario di Capri aveva detto a Dosi la stessa cosa di Brydges. Ebbene, il commissario poté verificare de visu che le dita della sua mano sinistra erano rattrappite. Adunchi artigli da predatore.

Appena Dosi gli contestò l’ordinanza, tradotta in inglese, come a Capri Mr. Brydges si mise a piagnucolare. Un fotografo della Questura, salito anch’egli a bordo, immortalò subito, in due sole pose, il presunto «mostro di Roma».

Un anno prima: 13 marzo 1927, mattina. In un prato dell’Aventino, vicino al cadavere della povera Armanda Leonardi di anni 5, la polizia aveva rinvenuto dei «pezzi d’un catalogo inglese di libri ascetici e d’arte» insieme a «carta bruciata di recente». Ipotesi di Dosi era che il Brydges, nel seviziare la piccina, poteva essersi sporcato le mani di sangue, poi se le era pulite con un foglio o due del catalogo che aveva bruciato.

E adesso Dosi gli chiese, in inglese, se riceveva dall’Inghilterra libri ascetici, e lui rispose: «Yes! From Mowbray Library!». A questo punto il Console Britannico, spalleggiato da un suo avvocato, insorse contestandogli il diritto di interrogare il pastore. Il funzionario capitolino era solo contro tutti, tanto che il prete riprese respiro e, malgrado la perquisizione dei suoi bagagli con i sequestri di parecchie cose, fece tranquillamente colazione nella certezza che dopo poche ore avrebbe navigato in santa pace, nel Mediterraneo, verso la sua Gran Bretagna. Chissà come sarebbe finita, se il nostro commissario avesse potuto interrogarlo come voleva!

Il verbale di sequestro comprendeva fra l’altro: annotazioni su un taccuino che Dosi ritenne compromettenti (fra cui «Piazza S. Pietro» da cui fu rapita la bambina Rosina Pelli, e «Charleri»: Carlieri era il cognome di un’altra bimba uccisa); un bottone in osso, da uomo, come quello rinvenuto nel sopralluogo al canneto vicino allo Scalo Tuscolano, dove fu violentata la piccola Celeste Tagliaferri; un fazzoletto rettangolare, tipo salviettina, che la moglie di Brydges dichiarò d’aver acquistato a New York insieme ad un altro andato smarrito (se ne rinvenne uno uguale nel sopralluogo Tagliaferri) e altro.

Dosi invitò l’indiziato a non allontanarsi; non poteva rassegnarsi all’idea di lasciarlo ripartire dopo che una fortunata coincidenza l’aveva ricondotto in Italia. Tenne duro, malgrado le proteste del Console, poi però dovendo il Capitano del piroscafo levare le ancore, il reverendo venne fatto sbarcare e piantonato in un albergo di Genova. Brydges giunse quindi a Roma e s’installò in un ottimo albergo, assistito dall’avvocato dell’Ambasciata Inglese. Il prete si decolorò baffi e capelli facendoli ritornare bianchi, si mise gli occhiali a stanghetta e così, anche per il tempo trascorso dai fatti, gli fu facile non farsi riconoscere da quasi nessun testimone negli affrettati atti di identificazione.

Sebbene al giorno d’oggi vi sia chi inserisce l’anglo-canadese Brydges nel novero dei serial killer e lo etichetta come tale in svariati siti Web, è bene precisare che il Mostro di Roma, a quasi un secolo di distanza, non ha ufficialmente un volto: è quello che in gergo chiamano cold case. Il 23 ottobre 1929, anche ciò va precisato, Brydges venne prosciolto in istruttoria con formula piena dalla Corte d’Appello di Roma. È una sentenza che lascia tuttora aperti molti e contrastanti interrogativi: Brydges era uno scaltro assassino, oppure solo un vecchietto vizioso? Dosi aveva preso un abbaglio (questa ipotesi contrasterebbe con la sua capacità professionale e coi numerosi casi risolti nella lunga e brillante carriera)? E si trattava, infine, di una sentenza pilotata per motivi politici?

In ogni caso, ancor prima del verdetto, il reverendo aveva lasciato per sempre l’Italia, tornando nella sua Toronto. E da qui in Florida dove morì novantenne il 18 aprile 1946.

Dire che Dosi ebbe la carriera facilitata da questo suo zelo, sarebbe un errore colossale. Trasferito, punito, sospeso dal servizio; il commissario continuò a pagare per tutti i “disturbi” che aveva creato alla questura romana.

Scrisse un libro sul caso Girolimoni nel quale si raccontavano, tra l’altro, gli errori degli inquirenti e le coperture politiche che il pastore Bridges aveva avuto. Inviò una copia del suo libro al Duce. Per tutta risposta Dosi si vide prelevare e portare al carcere di Regina Coeli e di qui, dopo tre mesi, al manicomio dove fu etichettato come megalomane e squilibrato e dove rimase diciassette mesi.

Liberato quando la guerra era già scoppiata, riprese la sua vecchia passione giornalistica; semiclandestinamente lavorò all’Eiar (la Rai di oggi), ma l’8 settembre 1943 rifiutò di trasferirsi al Nord dove avrebbe potuto prestare servizio alla radio della Repubblica sociale.

Licenziato, attese che gli alleati giungessero a Roma riuscendo, appena i nazisti lasciarono precipitosamente la Capitale, ad entrare in possesso dei fascicoli riguardanti i detenuti in via Tasso, la triste prigione ove aveva imperato il colonnello Kappler. Chiese ed ottenne che la sua carriera fosse ricostruita e si trovò quindi ad essere promosso questore nella Divisione Affari Riservati.

Fu uno dei promotori della Commissione internazionale della Polizia Criminale e ne inventò il nome “Interpol”, brevettandolo. Portano il suo nome indagini di successo contro i trafficanti di droga internazionale e contro la mafia italo-americana.

Fonti: Il Giornale del 09/05/2012

http://www.poliziaedemocrazia.it, Ettore Gerardi , ottobre 2002

Giuseppe Dosi.-Il mostro e il detective. Firenze, Vallecchi, 1973.

Un genio italiano

La ribalta delle cronache in questi ultimi giorni ha fatto scoprire alle nuove generazioni (sempre che leggano i giornali o guardino i tg, cosa di cui dubito fortemente…) che anche l’Italia ha avuto i suoi geni in tempi abbastanza recenti.

Per quelli della mia generazione appassionati di fisica, Ettore Majorana è stato legato soprattutto alle ricerche sul nucleo dell’atomo e al mistero sulla sua scomparsa.

Ettore Majorana nacque a Catania il 5 agosto 1906; proveniente dalla schiatta dei Majorana-Calatabiano, la sua era una famiglia illustre, discendente dal ramo cadetto dei Majorana della Nicchiara. Il nonno, Salvatore Majorana-Calatabiano, fu deputato dalla nona alla tredicesima legislatura con la sinistra: fu due volte ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio nel primo e nel terzo governo Depretis (1876/1879) e senatore nel 1879. Tutti i suoi fratelli si distinsero in qualche campo particolare (giurisprudenza, ingegneria, musica), mentre due suoi zii furono rispettivamente uno studioso importante della fisica sperimentale e rettore dell’Università di Catania. Estremamente precoce ma anche eccentrico e con squilibri caratteriali preoccupanti che giocheranno un ruolo determinante nella sua fuga dal mondo, Ettore era pervaso da misantropia radicata ed anche perennemente ombroso, pigro e dal carattere spigoloso.

Trasferitasi la famiglia a Roma, frequentò ottime scuole, prendendosi, nel 1923, la maturità classica. Terminati gli studi liceali, essendo bravissimo con i calcoli mentali sin da bambino, si iscrisse alla facoltà d’ingegneria, avendo in famiglia tra gli avi anche ingegneri. Tra i suoi colleghi, oltre al fratello, vi erano Emilio Segrè ed Enrico Volterra. Il destino arrivò proprio dal suo amico Segrè. Questi, al quarto anno d’ingegneria, decise di passare alla facoltà di Fisica, dove era da poco professore ordinario di Fisica teorica all’Università di Roma, proprio quell’Enrico Fermi conosciuto con Franco Rasetti nell’estate del 1927; come ricordò anni dopo un suo amico, Edoardo Amaldi, la decisione venne presa dopo un colloquio con Enrico Fermi, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi e premio Nobel per la fisica nel 1938.

C’è una testimonianza di Amaldi sul primo incontro tra Majorana e Fermi rivelando dei dettagli curiosi e sorprendenti:

«Fermi lavorava allora al modello statistico dell’atomo e il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso nell’istituto. Gli espose rapidamente le linee generali del modello. Majorana ascoltò con interesse, poi se ne andò senza manifestare i suoi pensieri. Il giorno dopo si presentò di nuovo all’Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un’analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo tra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene”

Majorana dimostrò durante quell’incontro tutta la sua genialità, risolvendo in un giorno solo un problema su cui Fermi stava lavorando da una settimana.

Il 6 luglio 1929 si laureò (ebbe 110/110 e lode), con una tesi sulla meccanica dei nuclei radioattivi, avendo come relatore Enrico Fermi. In questo periodo portò avanti studi con diverse pubblicazioni, anche svariando tra i campi della fisica. Tra gli studi anche quello su alcune reazioni nucleari, non molto dissimili da quelle alla base della creazione della bomba atomica.

Fermi decise allora di farlo entrare nel gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”

Questo è il nome con cui è divenuto noto il gruppo di fisici, quasi tutti giovanissimi, che presso il Regio istituto di fisica dell’Università di Roma, allora ubicato in via Panisperna, collaborarono con Enrico Fermi alla scoperta, nel 1934, delle proprietà dei neutroni lenti, scoperta che dette l’avvio alla realizzazione del primo reattore nucleare e della bomba atomica.

Il gruppo nacque grazie all’interessamento di Orso Mario Corbino, fisico, già ministro, senatore e direttore dell’Istituto di fisica di via Panisperna, il quale riconobbe le qualità di Enrico Fermi e si adoperò perché fosse istituita per lui nel 1926 la prima cattedra italiana di Fisica teorica. A partire dal 1929, Fermi e Corbino si dedicarono alla trasformazione dell’Istituto in un moderno centro di ricerca. Per il settore sperimentale, Fermi poté contare su un gruppo di giovani fisici: Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Emilio Segrè, ai quali nel 1934 si aggiunsero Bruno Pontecorvo e il chimico Oscar D’Agostino; in campo teorico, si distingueva appunto la figura di Ettore Majorana.

Le loro ricerche di laboratorio riguardarono inizialmente la spettroscopia atomica e molecolare, quindi si orientarono verso lo studio sperimentale del nucleo atomico: attraverso il bombardamento di varie sostanze mediante neutroni, ottenuti irradiando il berillio con particelle alfa emesse dal radon, che è un gas fortemente radioattivo, fu possibile rendere artificialmente radioattivi numerosi elementi stabili. Sul versante teorico, importantissimi per la comprensione della struttura del nucleo atomico e delle forze che vi agiscono furono i lavori di Majorana (forze di Majorana) e di Fermi, il quale tra il 1933 e il 1934 pubblicò la fondamentale teoria del decadimento beta.

Le più importanti ricerche di Ettore Majorana riguardano una teoria sulle forze che assicurano stabilità al nucleo atomico: egli per primo avanzò l’ipotesi secondo la quale protoni e neutroni, unici componenti del nucleo atomico, interagiscono grazie a forze di scambio.

La teoria è tuttavia nota con il nome del fisico tedesco Werner Heisenberg che giunse autonomamente agli stessi risultati e li diede alle stampe prima di Majorana.

Nel campo delle particelle elementari Majorana formulò una teoria che ipotizzava l’esistenza di particelle dotate di spin arbitrario, individuate sperimentalmente solo molti anni più tardi.

Dal 1931, conosciutosi il suo straordinario valore di scienziato, è invitato a trasferirsi in Russia, a Cambridge, a Yale, nella Carnegie Foundation, ma a questi inviti oppone il suo rifiuto. A gennaio del 1933, fattosi convincere dai colleghi ad intraprendere un viaggio di studi, partì per la Germania. Qui conobbe il fisico tedesco Heisenberg e con lui collaborò negli studi di fisica, correggendo anche lo stesso Heisenberg. A Lipsia ebbe modo di conoscere la situazione politica prodotta dalla “rivoluzione” nazista. Non gli sfuggì, e lo dimostrano le lettere che inviava in Italia, la situazione degli ebrei in Germania e le problematiche sulla razza ariana. Nelle lettere non fa commenti chiari ed espliciti, che ci chiariscano il suo pensiero in proposito. Tuttavia, nelle ultime lettere (quella spedita a Giovanni Gentile jr.), egli parla di “stupida teoria della razza” e nella sua ultima pubblicazione esprime un parere positivo sul libero arbitrio, opinione che è incompatibile con le teorie naziste.

D’altra parte tra i suoi colleghi ed amici di Roma, Segrè era ebreo, come la moglie dello stesso Fermi.

Dalla Germania Majorana si spostò in Danimarca per una breve visita ai fisici Niels Bohr, C. Møller, Arthur H. Rosenfeld e George Placzek, che già conosceva da tempo. In tutto, il suo viaggio in Europa durò circa sei mesi.

Continuò a Roma a frequentare il laboratorio di via Panisperna, ma era sempre più chiuso e silenzioso, legato ai suoi calcoli matematici, che elaborava anche la mattina quando si recava in tram allo studio.

Fu nominato, nel 1937, professore di Fisica teorica all’Università di Napoli, dove si trasferì legandosi nell’amicizia con Antonio Carrelli, professore di Fisica sperimentale. La sua vita era estremamente ritirata, ed i suoi malanni si ripercuotevano anche sull’umore e sugli aspetti caratteriali.

Convinto dagli amici a prendersi un periodo di riposo, Majorana partì per Palermo la sera del 25 marzo 1938. In Sicilia lo scienziato scrisse lettere e inviò telegrammi strani e contraddittori all’amico Carrelli e alla famiglia. L’ultima missiva è datata il 26 marzo 1938.

Poi di lui non si seppe più nulla.

Almeno fino a poco tempo fa.

A quanto pare, Ettore Majorana era vivo nel periodo 1955-1959, e si trovava nella città venezuelana di Valencia.

Lo ha appena stabilito la procura di Roma, archiviando un fascicolo aperto nel 2011 per riprendere le indagini sulla scomparsa dello scienziato. I Ris hanno analizzato una foto scattata in Venezuela il 12 giugno 1955, che ritrae un certo signor Bini, emigrato italiano, vicino a uno sportello di cambiavalute: “I risultati ottenuti dalla comparazione”, dicono gli esperti, “del viso di Bini con quello di Ettore Majorana e con quello del padre dello scienziato, Fabio Majorana, quando aveva la stessa età del figlio, hanno portato alla perfetta sovrapponibilità delle immagini di Fabio e di Bini-Majorana, addirittura nei singoli particolari anatomici quali la fronte, il naso, gli zigomi, il mento e le orecchie, queste ultime anche nella inclinazione rispetto al cranio”.

Ci sono altri indizi che lasciano supporre che il misterioso Bini sia proprio il fisico scomparso. La testimonianza di Francesco Fasani, per esempio, un meccanico che ha raccontato agli inquirenti di aver conosciuto Bini a Valencia nel 1955: “Un uomo di mezza età, con cui non entrai mai in intimità stante una esasperata riservatezza, continuando a chiamarlo sempre ‘signor Bini’ e senza mai apprendere il suo nome di battesimo”. Fasani – da poco deceduto – ha spiegato di essersi occupato spesso della manutenzione dell’autovettura di Bini, “una StudeBaker di colore giallo sempre ingombra di appunti e di carte”, e ha sottolineato quanto Bini fosse refrattario a farsi fotografare.

Accettò solo perché costretto da ragioni economiche, in cambio di un prestito di denaro da parte di Fasani, che in seguito inviò la foto ai propri parenti italiani. Inoltre, il meccanico ha raccontato di aver appreso la vera identità di Bini solo in seguito, da un rappresentante della comunità italiana a Valencia – un certo signor Carlo, mai più individuato, forse anche a causa dell’”inerzia degli organi diplomatici venezuelani a cui sono state richieste notizie, seppure fuori dall’ambito di rogatoria giudiziaria”, come fanno notare dalla procura di Roma.

E ancora: sempre mentre era in Venezuela, Francesco Fasani regalò a suo fratello Claudio una cartolina datata 1920. Disse di averla trovata nella StudeBaker di quello che allora conosceva come Bini. Si trattava di una missiva diretta a tale W. G. Conklin, statunitense, che conteneva una serie di appunti relativi all’individuazione sperimentale della natura della forza di gravità. Il mittente era Quirino Majorana, fisico sperimentale e zio di Ettore. Una prova conclusiva, secondo il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani: “Il reperimento di siffatta missiva nell’auto di Bini conferma la vera identità di costui come Ettore Majorana, stante il rapporto di parentela con lo zio Quirino, la medesima attività di docenti di fisica e il frequente rapporto epistolare già intrattenuto tra gli stessi, avente spesso contenuto scientifico”.

Cantava così Franco Battiato nel 1992, nel brano Mesopotamia, omaggiando uno dei suoi concittadini più illustri e affascinanti:

Lo sai che più si invecchia
più affiorano ricordi lontanissimi
come se fosse ieri
mi vedo a volte in braccio a mia madre
e sento ancora i teneri commenti di mio padre
i pranzi, le domeniche dai nonni
le voglie e le esplosioni irrazionali
i primi passi, gioie e dispiaceri.
La prima goccia bianca che spavento
e che piacere strano
e un innamoramento senza senso
per legge naturale a quell’età
i primi accordi su di un organo da chiesa in sacrestia
ed un dogmatico rispetto
verso le istituzioni.
Che cosa resterà di me? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?
Mi piacciono le scelte radicali
la morte consapevole che si autoimpose Socrate
e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana
la vita cinica ed interessante di Landolfi
opposto ma vicino a un monaco birmano
o la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli.
Anch’io a guardarmi bene vivo da millenni
e vengo dritto dalla civiltà più alta dei Sumeri
dall’arte cuneiforme degli Scribi
e dormo spesso dentro un sacco a pelo
perché non voglio perdere i contatti con la terra.
La valle tra i due fiumi della Mesopotamia
che vide alle sue rive Isacco di Ninive.
Che cosa resterà di noi? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita?

Ma perchè sparire così? O meglio, dove si trova il coraggio di una scelta del genere?

Fonti: ilsole24ore.com. – 5 febbraio 2015

repubblica.it – 4 febbraio 2015

Austerità

Ho sentito negli ultimi anni un abuso della parola austerity, soprattutto in tema di politica economica.
Io ho compiuto una scelta grazie all’austerity, che di tutte le scelte azzeccate (poche) della mia vita, è stata la migliore…Ma vi spiego com’è andata…
Il termine austerity ha indicato un periodo della storia a cavallo tra il 1973 ed il 1974, durante il quale molti governi dei Paesi occidentali, compreso quello italiano, furono costretti ad emanare disposizioni volte al drastico contenimento del consumo energetico, in seguito alla crisi petrolifera del 1973. Alcuni fattori politico-economici internazionali che determinarono la crisi furono l’aumento dei costi di trasporto petrolifero dipendente dalla chiusura del Canale di Suez, diventato impraticabile con le guerre arabo-israeliane tra il 1967 ed il 1973 tanto che le petroliere dovevano circumnavigare il continente africano; l’aumento delle royalty dei paesi mediorientali produttori di greggio; l’embargo petrolifero da questi a danno di Europa e USA, alleati di Israele, a seguito della sconfitta egiziana, dopo l’attacco allo Stato ebraico nell’ottobre 1973, meglio noto come la Guerra dello Yom Kippur.
In Italia dalla domenica 2 dicembre del 1973 fu imposto il divieto assoluto di circolazione dei mezzi privati, pena pesanti sanzioni amministrative fino ad un milione di lire.
Fece scalpore l’attrice sex symbol Sylva Koscina, passeggera di un’automobile che aveva tentato di violare il divieto. Anni dopo questo episodio fece quasi tenerezza in confronto all’utilizzo di un’ambulanza da parte di un politico per evitare il traffico (vero, Selva?).
Per gli spostamenti domenicali i cittadini ripiegarono sul trasporto pubblico, bus turistici e sull’uso della bicicletta. Erano bandite le insegne luminose animate e di grandi dimensioni. I cinema chiudevano alle 22.
Le trasmissioni televisive RAI, allora monopolio statale, terminavano alle 22.45. Il telegiornale serale del Programma Nazionale fu anticipato dalle 20.30 alle 20. Ora, tenete a mente questo…
Le misure varate, immediatamente esecutive, ebbero un impatto tangibile sul modo di vita degli italiani. Fu varata una campagna per la sensibilizzazione dei cittadini all’impiego di isolanti per coibentare le abitazioni e di termostati, con limiti di temperatura e di periodi di accensione degli impianti di riscaldamento. La crisi sensibilizzò il pubblico sull’eventualità non troppo remota dell’esaurimento delle risorse energetiche, al punto da paventare un ritorno alla civiltà preindustriale, stimolando la fantasia di scrittori e cineasti come testimoniato dalla commedia fantasy “Conviene far bene l’amore”, di Pasquale Festa Campanile, interpretata da Gigi Proietti e Christian De Sica.
Il film narra come in un prossimo futuro, in un mondo privo di risorse energetiche e tornato ad un’epoca preindustriale – il cavallo e la bicicletta quali unici mezzi di locomozione, il gas unica fonte di illuminazione – un eccentrico scienziato, Enrico Coppola, idea un apparecchio che ricava energia elettrica dai rapporti sessuali, sperimentandolo in una corsia dell’antico Policlinico romano.
Il giovane prestante Daniele e la procace Francesca vengono ricoverati inspiegabilmente in una stessa stanza, avendo subito incidenti procurati dallo stesso Nobili. Una volta sviluppatasi attrazione tra i due l’esperimento ha successo e delle antiche lampadine emanano dopo decenni la luce.
Al fine di ripetere l’esperimento a conferma delle teorie, segue un esilarante tentativo di far ricongiungere le due cavie involontarie, dal momento che la giovane assistente Piera non dispone della sensualità sufficiente onde sviluppare energia apprezzabile.
L’invenzione viene in seguito rubata ma al ricercatore spetta la soddisfazione di rivedere un mondo tornato ai fasti del secolo XX, nonostante la nuova forma di sfruttamento che priverà le masse dell’ultimo piacere concesso, appunto quello sessuale.
Ma quelli della mia generazione ricordano quel periodo per un altro motivo.
Ricordate quello che vi dicevo sugli orari televisivi?
Per quasi un ventennio un bambino che cresceva in Italia aveva una sola abitudine in comune con tutti gli altri bimbi italiani (dall’alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, direbbe qualcuno) : il Carosello.
Carosello è stato un programma televisivo italiano andato in onda sul Programma Nazionale e poi sulla Rete 1 della Rai dal 3 febbraio 1957 (ma originariamente era stato previsto per il 1º gennaio) al 1º gennaio 1977.
Veniva trasmesso quotidianamente dalle 20:50 alle 21:00, tranne il Venerdì Santo e il 2 novembre.
Ricordate ora? Per effetto dell’austerity, che spinse la Rai ad anticipare tutti i programmi della serata a partire dal Telegiornale, dal 2 dicembre 1973 fu trasmesso alle 20:30.
Ma noi avevamo il nostro ritmo “circadiano” ormai impostato di default su “a nanna dopo il carosello!”. Quei venti minuti in più li passavamo svegli nel letto a fantasticare.
Qualche tempo prima ero stato in visita nella caserma dove faceva servizio un cugino di mia madre e ne ero rimasto talmente affascinato che avevo detto al nostro accompagnatore (un Capitano magro e con degli occhiali di corno, che parlava con accento napoletano) che sarebbe stato un mio desiderio compiere il percorso di mio cugino (di secondo grado).
In quei venti minuti giornalieri trascorsi a pensare in attesa del sonno maturai la decisione di frequentare una scuola che mi permettesse di entrare in quella caserma, quindi dopo le medie frequentai il classico e a sedici anni entrai alla Scuola Militare Nunziatella, esperienza che ancora oggi, a trent’anni di distanza, segna la mia vita in modo positivo.
E tutto questo grazie all’austerity!!!
P.s.: Quando divenni allievo, quel Capitano c’era ancora ed era Maggiore. Quindi un po’ di merito va anche all’allora Capitano Cortese!

 

 

Fonti:

D.L.23 novembre 1973, n. 741 (pubblicato in G.U. 26 novembre, n. 304), convertito in legge 842/1973

Pasquale Festa Campanile, Conviene far bene l’amore, Bompiani, Milano 1975

A. Grasso, Storia della televisione italiana, Garzanti Libri