Discovery

Come i miei lettori (pochi, ma buoni) sapranno, sono appassionato di fantascienza. La passione iniziò quando ancora piccolo, rubavo i romanzi di Urania, quelli con l’immagine in un cerchio bordato di rosso in copertina, a mio zio, e li leggevo avidamente nascosto in bagno.

Ammetto, pensavo che fossero romanzi per adulti, ma comunque la lettura mi fece appassionare al genere. D’altronde, chi di noi da piccolo non ha fantasticato sulla possibilità di essere, un giorno, astronauta?

Crebbi, e con me crebbe la voglia di leggere. Mi appassionai alle raccolte di Isaac Asimov, ai racconti di James Ballard o di Philip Dick, alle saghe di Robert Heinlein e Ray Bradbury, ai romanzi di Arthur Clarke e William Gibson.

Chiaro, sono del ’68, anno di “Odissea nello spazio”…

I film rappresentarono un ulteriore “step”. “Alien”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Blade Runner”, “E.T.”, costellarono la mia adolescenza.

In quel periodo sul grande schermo faceva la sua comparsa una saga che si sarebbe rivelata quasi infinita, “Star Wars”, ma, ad essere sincero, non riuscivo ad appassionarmici. Non so quale sia il motivo, forse troppi elementi fantasy, sta di fatto che fino agli anni novanta erano quelle le mie passioni.

Poi, nel 1991, fui “folgorato sulla via di Damasco”. Durante lo zapping (avevo da poco vinto, ad una lotteria, un televisore 13 pollici MIVAR con telecomando), capitai su Italia 1, canale privato che guardavo solo per beccare sullo schermo Gabriella Golia, giovane e bella annunciatrice.

Iniziava le trasmissioni una nuova serie di fantascienza.

Star Trek entrò nella mia vita e da allora non ne è più uscita. Andai a recuperare la vecchia serie (detta TOS, The Original Series) mentre continuavo a vedere TNG (The Next Generation). Verso la fine di quest’ultima ne partì un’altra (Deep Space Nine, detta DS9) e poi Voyager (VOY).

Queste serie tv, oltre ad avere delle narrazioni fantascientifiche, con delle incredibili predizioni sulla tecnologia (si pensi che lo StarTAC, cellulare di punta della Motorola, era ispirato al comunicatore della serie originale, ma di esempi così ce ne sono tantissimi), avevano una filosofia affascinante: intanto, si basavano su una cultura pluralista e policentrica, che si contrappone alla realtà dei tempi moderni, in cui l’ego smisurato degli individui prevale su tutto.

Una cultura basata su queste premesse vede nella differenza un valore da tutelare, non un problema da risolvere. Il rispetto per le altre culture è quindi qualcosa di più che una posizione diplomatica, è il presupposto stesso dell’esistenza della Federazione, nella quale convivono centinaia di razze diverse, ognuna con la propria visione del mondo. La capacità di contenere in sé gli opposti è forse la più grande utopia di Star Trek.

Si racconta che quando l’attrice che impersonava Uhura, Nichelle Nichols, prese in considerazione l’idea di uscire dal cast, intervenne Martin Luther King in persona a fermarla. Whoopy Goldberg raccontò che da bambina, vedendo Uhura, pensò che nel futuro ci sarebbe stato un posto anche per lei nella società. In breve, il motto della serie era l’IDIC, acronimo per Infinite Diversità in Infinite Combinazioni.

Poi, tra i valori trasmessi dalla serie, la ricerca e il rispetto per il futuro come valori fondanti della società. Ancora una volta, utopici, per una società ancorata al passato come la nostra. Nella nostra società il futuro è appannaggio dell’utopia, della catastrofe o della fantascienza. Pochi scienziati, e ancor meno politici sono in grado di guardare oltre il loro naso. Colpisce quindi una società completamente proiettata verso il futuro come quella di Star Trek. Ad esempio, quando viene scoperto che la velocità curvatura può generare delle fratture nello spazio-tempo, subito viene deciso di ridurre al minimo i viaggi a curvatura (proprio in un episodio di TNG).

Infine, la “Prima Direttiva”. Non è altro che la fondamentale norma della Federazione dei Pianeti Uniti che vieta fermamente di interferire nello sviluppo naturale di una civiltà o negli affari interni di un governo di un altro pianeta finché essa non abbia sviluppato la tecnologia dei viaggi interstellari.

La prima direttiva vieta tutti i contatti che potrebbero influenzare le civiltà meno progredite inquinandone lo sviluppo culturale, in tutti quei mondi il cui progresso tecnologico non è ancora giunto alla scoperta della propulsione a curvatura, tecnologia che permette alle navi stellari di superare la velocità della luce e di conseguenza il viaggio interstellare, aprendo la via al contatto con altre forme di vita e civiltà.

Non è un “freghiamocene”, ma un “aiutiamoli a crescere da soli”. Che se applicato al mondo in cui viviamo, avrebbe prodotto cose diverse da quelle che, invece, ahimè, si sono verificate.

Alla fine della visione delle prime cinque serie (avevo, nel frattempo, recuperato anche la “TAS”, The Animated Series), venne trasmessa una sesta, Enterprise (ENT), che in realtà, a differenza delle altre, era un prequel. Narrava cioè quello che si era verificato nel periodo intercorso tra il cosiddetto “Primo Contatto” con i Vulcaniani e la TOS. Questa serie, vuoi perché nel frattempo il mondo televisivo cambiava, vuoi per mancanza di idee da parte degli autori, presi da crisi narrative senza precedenti, abortì alla fine della quarta stagione, invece di averne sette come le tre che la precedettero.

Quindi per noi fan, dal 2005 in poi, oltre ai film prodotti per il grande schermo, solo repliche e nulla più. Fino a che…

Nel novembre 2015 venne annunciata la partenza della produzione di una nuova serie, che avrebbe visto la luce quasi due anni dopo, il 24 settembre di quet’anno. Discovery.

Finalmente!, dirà qualcuno. Manco per niente!, dirà qualcun altro.

Eh, già. Perché nel frattempo, a causa dei tre film diretti o prodotti da J. J. Abrams (chi, quello di “Alias” e “Lost”? Sì!), il nutrito numero di fan di Star Trek si è diviso in fazioni. Io ne ho individuate quattro.

I puri e duri: a loro non importa che ci sia la parola Star Trek nel titolo, non sarà mai Star Trek, non c’è Kirk, non c’è Spock e non vale la pena seguire, né la serie tv, né i film.

Gli innamorati delusi: guardano i film e i telefilm, ma con un po’ di nostalgia, pensano sia Star Trek, ma non come nel passato.

I qualunquisti: a me basta che ci sia Star Trek nel titolo e ti amerò per sempre!

Gli appassionati (migliore categoria del lotto, ci sono anche io): guardano serie tv e film, comprendendo che ciò che viene girato nel 2017 non potrà avere le stesse caratteristiche realizzative (la tecnologia avanza, cari miei) di una serie girata cinquant’anni prima.

Certo, ci saranno anche imprecisioni: la nuova serie è un sequel del prequel (!!!) e si piazza tra le storie di ENT e quelle di TOS, qualche imprecisione narrativa, in un universo vasto come quello di Star Trek è inevitabile.

Ma quello che alle prime due categorie non va giù, è la struttura narrativa. Intanto, le puntate non sono del tutto autoconclusive: aspettarselo secondo me, sarebbe stato sciocco, siamo ormai nel secondo ventennio del nuovo secolo, le serie tv sono cambiate e DIS (sarà questo l’acronimo?) non se ne può discostare più di tanto, tant’è che le maggiori serie tv di questo periodo seguono la struttura narrativa orizzontale (basti citare le due principali rivali di Discovery, “The Walking Dead” e “Il Trono di Spade”, ma anche “NCIS” e “Empire” seguono quell’onda).

Inoltre i duri e puri non ammettono che al centro della narrazione non ci sia l’equipaggio, ma un solo personaggio, per di più neanche Capitano dell’astronave. Nel caso di Discovery il personaggio principale, di cui si seguono le vicende, è Michael Burnham, interpretata (sì, è una donna, con un nome maschile… autori birichini!) da Sonequa Martin-Green, attrice afroamericana già tra i protagonisti di una serie citata prima, che, pur essendo stata cresciuta dai Vulcaniani (quelli “tutta logica” e con le orecchie a punta) è una che raramente tiene a freno l’istinto.

È proprio questo il punto di forza della serie! La passione!

Ci lamentiamo che le nuove generazioni manchino di passione, siano stereotipati e quando vediamo un personaggio come Michael tutti giù a criticare!

La visione dell’autore “storico” di Star Trek, Gene Roddenberry, era che i personaggi umani dovevano essere rappresentati senza sentimenti negativi e non potevano entrare in conflitto l’uno con l’altro, così da trasmettere una visione del futuro ottimista e idilliaca.

Secondo me invece quello che gli autori vogliono far trasparire dal personaggio è qualcos’altro: all’interno di una visione del mondo complessa come quella dell’IDIC, ci sono personalità conflittuali, come il Capitano Lorca, timide, come il Cadetto Sylvia Tilly, o passionali, come Michael Burnham.

In una parola: umani.

 

Fantascienza parte terza

Così meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa,

per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi – vv. 90-98

Stanza smisurata e superba, così Leopardi chiama l’Universo. Così pensava, ragionando fra sé e sé, nel chiedersi del perché di tanto affanno, non comprendendo lo scopo e il senso sia della vita dell’universo, sia degli innumerevoli esseri che vi abitano, affidando la risposta alla Luna.

In effetti anche lui parla di alieni e altri mondi, quindi la poesia “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è una poesia di fantascienza!

Diciamo che non basta così poco per entrare nella definizione di fantascienza, anche perché lo sarebbe anche la canzone “Segnali di vita” di Franco Battiato (cito a memoria: “Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire, le luci fanno ricordare le meccaniche celesti”).

Vero però che, tra la fantascienza che ce lo fa immaginare, e la scienza che ce lo fa toccare con mano, tutto quello che ci circonda in qualche modo è collegato agli argomenti di questo trittico di cui questa è la conclusione. Nei due precedenti ho parlato dei fatti, in questo vorrei arrivare a parlare di fantasia. Cos’altro è la fantascienza, se non fantasia più scienza?

Ora, torniamo alle nostre ipotesi sull’esistenza di vita aliena. Alla fine di questo mini viaggio ci renderemo conto di come i fattori in ballo siano così tanti da poter scrivere e riempire interi libri (cosa che in realtà viene già fatta). Ad esempio, perché, se è molto probabile che la vita aliena esista, ancora non c’è stato il “Primo Contatto”?

Intanto ci deve essere una specie di contemporaneità, non affatto semplice anche solo ad essere teorizzata. Gli “alieni” devono sviluppare una civiltà tecnologica nello stesso tempo in cui la sviluppiamo noi, anche perché sappiamo bene quando la nostra civiltà è iniziata, ma non sappiamo quando potrebbe finire.

Come già ho detto, le distanze in gioco sono eccezionali e quindi “quelli” si devono sbrigare a raggiungere il nostro livello tecnologico. O il contrario: potrebbero aver raggiunto il nostro livello tecnologico millenni fa, tempo in cui ancora noi non eravamo in grado di comunicare  con l’esterno.

In questi ragionamenti è nascosto un interrogativo terribile: quanto può durare la nostra tecnologia e quanto potremo durare noi? Per calcolare la probabilità di un vero incontro, anche solo via onde radio, questa valutazione è fondamentale, ma fa girare la testa solo a pensarla, una cosa del genere. È possibile immaginare la nostra fine? Possiamo immaginare un mondo senza uomini?

All’interno delle “Operette morali”, ancora di Leopardi, nel brano “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” l’autore sviluppa una polemica antiantropocentrica, che mette in scena la scomparsa del genere umano, derubricandolo però a fatto di trascurabile importanza. Il Folletto e lo Gnomo, finalmente liberi dalle angherie degli uomini, possono liberamente irriderne le presuntuose convinzioni antropocentriche.

Quella specie che si era autoproclamata migliore e più potente delle altre è ora silenziosamente svanita nel nulla, rivelandosi non solo indegna di commiserazione, ma addirittura oggetto di beffe e scherno sarcastico. Entrambi concordano sul fatto che l’uomo non sia il centro dell’universo e che «la terra non sente che le manchi nulla», così la natura perpetua il suo ciclo inesorabilmente: «i fiumi non sono stanchi di correre», dice il Folletto e «i pianeti non mancano di nascere e di tramontare», prosegue lo Gnomo.

E poi, come ho già detto altre volte, noi possiamo supporre che gli “alieni” esistano: non lo sappiamo per certo.

A favore abbiamo l’alto numero di stelle presenti nell’Universo. Infatti ce ne sono così tante, e così tante hanno pianeti nei pressi, che, come diceva Asimov, se non ci fosse altra vita oltre quella umana sarebbe un gran spreco di spazio. Di contro, la vita biologica come noi la conosciamo ha una bassissima probabilità di verificarsi.

E se una civiltà aliena esistesse, giungerebbe alle nostre stesse conclusioni?

Abbiamo parlato di Trappist-1, la stella intorno alla quale girano più pianeti in grado di ospitare la vita (ne ho parlato in “Alieno per mancipium”). Lì è molto difficile che ci sia vita biologica, in quanto quella stella ha 500 milioni di anni ed è dunque troppo giovane, in base alla nostra esperienza, perché sui suoi pianeti si sia potuta sviluppare una qualche forma di vita intelligente: da noi ci sono voluti miliardi di anni perché comparisse l’Homo sapiens.

Altrove nell’Universo può essere successo. L’Universo ha circa tredici miliardi di anni mentre il sole solo cinque, quindi può darsi che ci siano posti dove si sia sviluppata una civiltà ancora prima che la Terra nascesse.

In realtà il problema è anche un altro.

Noi ci troviamo in un angolo di cosmo relativamente tranquillo e abbiamo sviluppato una scienza che lo descrive abbastanza bene, ma fatichiamo a comprendere fenomeni più esotici. Supponiamo invece che una civiltà si sia sviluppata in prossimità di due buchi neri che ruotano uno intorno all’altro increspando lo spazio-tempo: per loro le onde gravitazionali sarebbero all’ordine del giorno, mentre noi che abitiamo una regione in cui lo spazio-tempo è praticamente rigido abbiamo fatto una grande fatica per rivelarle.

Noi cerchiamo di adattare le nostre strutture cerebrali a un modello che confrontiamo con gli esperimenti e via via lo adattiamo. La cosa è molto complicata: per spiegarci l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande abbiamo dovuto ricorrere alla meccanica quantistica e alla relatività generale che sono cose che fatichiamo a capire, perché più si va a descrivere il mondo in dettaglio e più le nostre strutture mentali, che si sono sviluppate per farci muovere e sopravvivere come animali su questo pianeta, soffrono. Le leggi della fisica, poi, rispondono a una nostra esigenza di simmetria, ma io mi sono sempre chiesto: se non fossimo stati simmetrici come esseri viventi (i due lobi del cervello, il nostro volto) avremmo concepito leggi di questo tipo?

Ovviamente per concepire queste idee bisogna avere molta fantasia ed io sinceramente non ne ho molta (ve lo assicuro, sono più portato per il concreto).

Ad esempio, se volessimo immaginare un mondo alieno, come potremmo realizzarlo almeno graficamente?

Intanto bisogna avere una preparazione abbastanza completa in molte materie, per comprendere come ad esempio si svilupperebbe la fotosintesi sul sistema di Kepler 452b (vedi “Aes alienum”). Le foglie che noi vediamo verdi qui sulla Terra, su Kepler 186f (pianeta abitabile, in teoria, del sistema) grazie all’intensa radiazione infrarossa della stella madre sarebbero giallastre. E così via.

Un aiuto, oltre la fantasia di progetti come la “Sfera di Dyson” e il “Globus Cassus”, può arrivare dai videogiochi.

“No man sky”, in italiano letteralmente “Il cielo di nessuno”, è un videogioco di azione e sopravvivenza a scenario fantascientifico, in cui i giocatori possono esplorare un intero open-universe generato in programmazione procedurale (quindi con infinite subroutine), comprendente quasi 18 miliardi e mezzo di pianeti, ciascuno con propria flora e fauna.

Oppure ci possiamo affidare ancora una volta agli autori di fantascienza. Essi sono stati in grado di immaginare un’infinità di pianeti, ognuno con la propria atmosfera, stella, rotazione, tutte cose che influiscono sullo sviluppo fisico e mentale degli abitanti dei pianeti.

Come in Andoria, pianeta della saga di Star Trek. Pianeta molto freddo, ospita gli andoriani, membri fondatori della Federazione Unita dei Pianeti. Gli Andoriani si distinguono per il pigmento bluastro della loro pelle derivato dal colore blu del loro sangue, per i capelli albini e per la coppia di antenne, che agisce da organo sensoriale. Se una delle antenne viene tranciata, un Andoriano tende a perdere l’equilibrio, anche se in qualche giorno il corpo riesce ad adattarsi; un’antenna recisa ricresce naturalmente in nove mesi.

Vivere in un mondo in cui la temperatura è così bassa, porta il metabolismo ad essere diverso, tanto che portati in temperature “normali”, tendono a resistervi molto poco (per cui diventano irascibili e hanno il phaser settato su “danno massimo”…).

Questo per dire che per immaginare un mondo diverso bisogna avere un’infarinatura di molte discipline, biologia, ad esempio, fisica, chimica, ma anche psicologia o materie meno scontate.

Un mondo che ad esempio volge sempre lo stesso lato alla propria stella, avrà credenze diverse rispetto al nostro. E quelle credenze faranno sviluppare diverse religioni e diversi modi di vivere. Così come gli egiziani svilupparono una religione che adorava il sole, gli alieni che vivessero in un sistema binario avrebbero due dèi maggiori, per esempio.

Quindi, caro Gianluca, non è facile immaginare come potrebbe essere la vita su un altro pianeta. Né è facile capire come potrebbero essere questi alieni e che sistema di comunicazione potrebbero usare. L’unico modo per saperlo sarebbe incontrarli, ma, per quanto ne sappiamo, ancora non è successo… Organizziamoci!

Fantascienza parte seconda

“Dove sono?” disse Billy Pilgrim.

“Prigioniero di un blocco d’ambra, signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento, a cinquecento milioni di chilometri dalla Terra, e procediamo verso una distorsione temporale che ci permetterà di arrivare a Tralfamadore in poche ore anziché qualche secolo.”

“Come… Come ho fatto ad arrivare qui?”

“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”

“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini – Kurt Vonnegut – 1969

Ho già detto più volte, in questo blog, che ci sono grandissime possibilità che la vita come la concepiamo non sia la sola nell’Universo, anzi, in “Aliena loqui” ho anche calcolato quanti potrebbero essere i pianeti abitati nello spazio conosciuto.

Ma ho anche spiegato che, in base alle leggi della fisica da noi conosciute e alle distanze in gioco che un contatto tra due civiltà di sistemi stellari differenti sia quanto meno improbabile.

Però, e c’è sempre un però a questo punto, la fantascienza ha trovato mille modi per aggirare quegli ostacoli. Partiamo come sempre da qualche definizione e inquadriamo il problema.

Sulla terra abbiamo una scienza che studia gli esseri viventi, i fenomeni della vita e le leggi che li governano: la biologia. Ovviamente, e il greco ci aiuta anche in questo caso, come direbbe Kostas “Gus” Portokalos, il tradizionalista padre greco della protagonista de “Il mio grosso grasso matrimonio greco”: “Dimmi una parola, una qualunque… e ti dimostrerò che è di origine greca”, aggiungendo un prefisso alla parola biologia, e indicando un ambiente esterno, abbiamo “esobiologia”.

Il termine deriva dall’unione della parola greca ἔξω, “fuori”, “all’esterno”, con il sostantivo biologia, ad indicare quella specializzazione di questa branca scientifica verso forme di vita esterne alla Terra, diverse da quelle conosciute sul nostro pianeta, detta anche cosmobiologia, o biologia spaziale. Piccola notazione personale: sarebbe più corretto chiamarla “exobiologia”, perché il termine greco da cui deriva è proprio “exo”, ma l’abitudine alla lunga vince su tutto e nell’ambiente scientifico prevale l’uso di quel termine o, in alternativa, di “xenobiologia”, sebbene quest’ultimo sia un termine ora utilizzato in senso più specifico per indicare una “biologia basata su una chimica diversa”, indipendentemente se di origine terrestre od extraterrestre. Poiché processi vitali basati su biochimiche alternative sono stati creati in laboratorio, la xenobiologia è considerata attualmente una materia a pieno diritto.

Nella fantascienza il concetto di biologia extraterrestre è ovviamente molto più ampio, e chi, come me, ha seguito varie serie tv come Star Trek si è reso conto che hanno quasi tutti una forma antropomorfa, anche se sono state immaginate forme di vita non umanoidi o persino decisamente esotiche, come nuvole di gas o forme di vita basate sulla chimica del silicio anziché del carbonio.

Ovviamente, sia per questioni pratiche che di budget, nei primi film o telefilm di fantascienza gli alieni venivano interpretati da umani con applicazione di qualche trucco: così il signor Spock, vulcaniano, era niente di più che un umano con le orecchie a punta e il tenente Worf, klingon, era un umano con la cresta ossea. In effetti l’universo degli extraterrestri di Star Trek sembra soffrire di qualche forma di macrocefalia!

La fantascienza più tradizionale tende ovviamente a dare per scontate alcune condizioni improbabili a ripetersi quando raffigura esseri extraterrestri senzienti: la simmetria bilaterale, la presenza di occhi, orecchie, bocca ed altri organi concentrati in una testa, le dimensioni contenute in un range umano (o comunque raramente sotto i 50 cm e sopra i 2,5 m), la presenza di 5 sensi (ed in particolare della vista), la presenza di quattro arti, la respirazione aerobica (e specificatamente in atmosfere dominate dall’ossigeno, mentre, per esempio, anche la stessa atmosfera terrestre negli ultimi 300 milioni di anni ha cambiato diverse volte la propria composizione chimica). Gli alieni più raffigurati nella fantascienza camminano, parlano, manipolano gli strumenti con delle mani, non vivono in acqua o nell’aria, guardano il mondo con gli occhi e sarebbero in grado di vedere leggere questa voce.

Ipotizzando scientificamente forme di vita, anche intelligenti, aliene, è necessario abbandonare tutti i preconcetti antropocentrici ed accettare creature differenti da noi in tutti i parametri. La convergenza è molto diffusa nell’evoluzione, ma difficilmente riproporrebbe tutte queste caratteristiche in un’altra creatura. Però, (un altro però…) c’è una teoria che ha a che fare proprio con noi che potrebbe ribaltare questo concetto. Si chiama panspermìa.

Dal greco πανσπερμία, da πᾶς/πᾶν, pas/pan, “tutto” e σπέρμα, sperma, “seme”, è una teoria che suggerisce che i semi della vita (in senso ovviamente figurato) siano sparsi per l’Universo, e che la vita sulla Terra sia iniziata con l’arrivo di detti semi e il loro sviluppo. È implicito quindi che ciò possa accadere anche su molti altri pianeti. Per estensione, semi si potrebbero considerare anche semplici molecole organiche.

Come ci viene mostrato in opere come “Contact” di Carl Sagan, se anche incontrassimo una forma di vita intelligente, dovremmo tener conto di alcune difficoltà tra cui:

  • superare la notevole distanza interstellare per scambiare i messaggi (un messaggio impiegherebbe anni, se non secoli, prima di poter raggiungere anche le stelle più vicine, con i mezzi a noi noti: infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein, nessun corpo può viaggiare alla velocità della luce, perché a quella velocità la materia viene interamente convertita in energia e lo spazio-tempo si contrae fino ad azzerarsi; e siccome potrebbe essere possibile che non esistano forme di vita intelligente nel raggio di qualche decina di anni luce dalla Terra, un contatto fisico tra due civiltà aliene, alla luce delle conoscenze attuali, appare quantomeno improbabile, se non addirittura impossibile;
  • stabilire se gli alieni siano abbastanza evoluti da poter comunicare con noi (e viceversa), infatti, proprio per il punto precedente, noi potremmo ricevere oggi il messaggio di una civiltà che nel frattempo si è estinta;
  • trovare un linguaggio comune per poterci comprendere.

È proprio su questo ultimo punto è basata la trama di “Arrival”, film del 2016. Diretto da Denis Villeneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, Arrival racconta di come in seguito a una pacifica invasione aliena l’esperta linguista Louise Banks sia chiamata a relazionarsi con loro. Quando alcuni oggetti misteriosi (monoliti neri, citazione di “2001, Odissea nello Spazio”) provenienti dallo spazio atterrano sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata da Louise. Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una guerra globale, Banks e il suo gruppo affrontano una corsa contro il tempo in cerca di risposte. Per trovarle, Louise farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana. “Arrival” è un thriller di fantascienza, che si ispira al breve racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang. Il racconto contiene diverse sfaccettature che pongono domande sull’esistenza umana: cosa accadrebbe qualora si sapesse in che modo si sta per morire e quando? Quale sarebbe il rapporto di ognuno con la vita, l’amore, la famiglia, gli amici e il resto della società?

Per gusto personale, uno dei più bei film che abbia mai visto. E non solo di fantascienza.

Uno dei temi classici della fantascienza, come avevo accennato in precedenza, è quello degli “esploratori dello spazio”, con terrestri che, vagando per le immense distese stellari, incontrano ogni sorta di mondi. Ovviamente, questo tema e quello delle guerre galattiche sono i due temi più affascinanti, perché non fanno che ricalcare quello che è stata la storia dell’uomo sulla Terra. Abbiamo esplorato, conquistato, combattuto, imperi sono nati e crollati. Perché non dovrebbe essere lo stesso nello spazio?

Le implicazioni anche in questo caso sono molteplici. Intanto, per poter conquistare un mondo, deve essere per me vantaggioso farlo. Ma se non ci posso mettere neanche piede, cosa lo conquisto a fare? Infatti, per quello che dicevo prima, un pianeta dove esiste la vita, non è necessariamente abitabile. Supponiamo che abbia una gravità differente, o che sia troppo caldo, o freddo, o che la sua atmosfera sia per noi tossica. Avrebbe senso combattere per quello?

Non è un discorso così scontato.

Gli esseri umani possono vivere solo sulla Terra, e neanche tutta. Il 70,8% del nostro pianeta è ricoperto di acqua. Una piccola parte del resto è inabitabile perché o troppo caldo (deserti, ad esempio) o troppo freddo (cima delle montagne e Antartide). In pratica, i circa 7.507.435.886 abitanti della Terra popolano solo un quarto della stessa.

Nel mondo della fantascienza, man mano che si progrediva con le informazioni, si cambiava il modo di immaginare i luoghi dove far svolgere le avventure. Prima Marte, poi Venere e piano piano tutti i pianeti del sistema Solare sono stati abbandonati dagli scrittori. Questi però non si sono arresi e hanno iniziato a immaginare mondi nuovi. Che non è però un espediente puramente fantascientifico.

Il bosco dei cento acri di Winnie the Pooh, Narnia, El Dorado, L’isola che non c’è, Il paese delle meraviglie di Alice, Camelot, Atlantide, Brigadoon, Oz e La terra di mezzo di Tolkien sono solo l’esempio di come l’espediente di creare mondi diversi dalla Terra funzioni, soprattutto per slegare la trama e i personaggi dal nostro tempo-spazio.

Ma anche il pianeta Arrakis del romanzo “Dune”, le ambientazioni di Star Wars, Pandora, il mondo di Avatar, il Mondo Anello de “I burattinai” (Ringworld) di Larry Niven, le sfere di Dyson di Freeman Dyson o Globus Cassus di Christian Waldvogel, hanno spinto l’immaginazione su mille fronti differenti.

Un altro argomento, come dicevo, molto sfruttato dalla fantascienza sono i viaggi nel tempo.

In un certo senso ogni uomo, donna e bambino sulla terra viaggia nel tempo. Che ci piaccia o no veniamo tutti inesorabilmente spinti in avanti, nel tragitto che ci porta dalla nascita alla morte e non si torna indietro né si può vedere il futuro.

Anche quando fosse possibile viaggiare nel tempo, un particolare al quale nessuno pensa è che secondo la Teoria della Relatività di Einstein, se viaggi nel tempo, viaggi anche nello spazio, in quanto entrambi sono collegati uno all’altro. Ma quello si potrebbe aggirare ritornando nello stesso istante in cui si è partiti (adesso comincia il mal di testa…) con una precisione assoluta, però, altrimenti si rischierebbe di non trovare più nello stesso posto la macchina del tempo.

E non sto parlando di problemi banali!

Escludendo la velocità di rotazione sul proprio asse, la Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi per girare intorno al Sole, quindi per percorrere circa 938.900.000 Km; avremo così una velocità media di 106.000 km/h, più o meno.

A questa velocità giriamo intorno al Sole. Ma il nostro pianeta gira anche intorno al centro della nostra galassia insieme a tutto il Sistema Solare. In questo senso raggiunge la velocità di circa 792.000 km/h. Il nostro pianeta, insieme al Sistema Solare a alla Via Lattea, si muove anche all’interno dell’Universo. E con quale velocità? Tenetevi forte…: 3.600.000 km/h, cioè un milione di metri al secondo!

Così la Terra gira intorno al Sole, il Sole gira intorno al centro della Via Lattea, quest’ultima si muove in una determinata direzione… sbagliando il tempo di rientro si sbaglierebbe anche il luogo! Questo problema viene bellamente ignorato in tutti i film o i racconti di fantascienza, ma chi volesse avventurarsi nella costruzione di una macchina del tempo ne dovrà tenere per forza conto.

Così ritorno alla domanda del mio amico, che mi chiedeva di “alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo”.

Ovvio che il mio pensiero non si discosta da quello che è già noto: che gli alieni probabilmente esistono, che usano linguaggi diversi dal nostro, che vivono in mondi diversi dal nostro e che, fino ad ora, non li abbiamo ancora incontrati.

Fantascienza parte prima

Un uomo apre le grandi cancellate di una fabbrica. Attraverso la porta d’ingresso e una porta più piccola accanto ad essa, i lavoratori stanno uscendo, girando a destra o a sinistra. La maggior parte di loro sono donne in abiti lunghi e grandi cappelli, ma alcuni sono uomini. Improvvisamente un uomo con un lungo grembiule precipita fuori tra la folla, inseguito da un grosso cane. Alcuni uomini in bicicletta lasciano la porta d’ingresso. Quando tutti i lavoratori hanno lasciato la fabbrica, il portinaio inizia a chiudere di nuovo i cancelli.

Certo, pensare che la scena che ho appena descritto, al tempo in cui fu vista, suscitò grandissime emozioni, pare un po’ surreale. Eppure è così.

Si tratta infatti di “L’uscita dalle officine Lumière” (titolo originale “La Sortie de l’usine Lumière”) ed è un film di poco meno di un minuto dei fratelli Auguste e Louis Lumière, proiettato il 28 dicembre 1895 al “Salon indien du Grand Café di Boulevard des Capucines” a Parigi. Fu il primo film a venire visto dal pubblico, per cui viene solitamente indicato come il punto di partenza della storia del cinema.

Certo, oggi è diverso. E la settima arte non è più quella di una volta. Intanto, perché settima arte?

Le Muse (in greco antico: Μοῦσαι, -ῶν; in latino: Mūsae, -ārum) erano divinità della religione greca. Figlie di Zeus e di Mnemosýne (la Memoria), la loro guida era Apollo e la loro importanza nella religione greca era elevatissima: esse infatti rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte, intesa come verità del Tutto ovvero l’”eterna magnificenza del divino”.

Secondo l’ordine reso canonico da Esiodo nel passo dalla Teogonia, incipit, 76-79, i loro nomi erano:

  1. Clio, colei che rende celebre, la Storia, ovvero il canto epico, con una pergamena in mano, spesso srotolata;
  2. Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto o con le tibie;
  3. Thalia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera comica, una ghirlanda d’edera e un bastone;
  4. Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera tragica, una spada e il bastone di Eracle (Ercole);
  5. Tersicore, colei che si diletta nella danza, la lirica corale e poi la Danza, con la lira;
  6. Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa (poi anche la geometria e la mimica), con il rotolo;
  7. Polimnia, colei che ha molti inni, la danza rituale e il canto sacro, ovvero il Mimo, senza oggetti;
  8. Urania, colei che è celeste, l’Astronomia e l’epica didascalica, con un globo celeste, o un bastone, o l’indice, puntato al cielo;
  9. Calliope, colei che ha una bella voce, l’Elegia, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo, oppure col rotolo nella sinistra.

Nel tempo le attribuzioni non furono mai fisse: a capriccio dei vari poeti si allargarono, includendo oltre alla poesia, i campi della prosa e delle scienze: Clio dalla poesia epica divenne protettrice della Storia, Urania all’epica astronomica (legata cioè alla descrizione delle origini delle costellazioni) e divenne sacra per l’Astronomia, e Thalia all’agricoltura. Le Muse si avviarono così a proteggere ogni campo della sapienza umana e, in epoca più tarda, vegliavano sull’educazione fisica e spirituale degli esseri umani assieme ad alcuni dei, in particolare Ermete, Eracle e Atena.

Come avrete notato, le Muse erano nove. E allora come mai il cinema viene definito la settima arte? Perché in tempi moderni, le sei arti associati alle Muse erano diventate:

  • La 1a – Architettura,
  • la 2a – Musica
  • la 3a – Pittura
  • la 4a – Scultura
  • la 5a – Poesia
  • la 6a – Danza

E quindi il cinema, nuova arte, venne così definita.

Io sono appassionato di fantascienza e, ovviamente, quando posso scegliere (non sempre è possibile, perché, come diceva Arbore, “tu nella vita/comandi fino a quando/ci hai stretto in mano/il tuo telecomando”), la mia scelta di come passare il tempo libero è ovviamente orientata sui film di fantascienza. E devo dire che negli ultimi anni c’è stata una produzione di bellissimi film, certo aiutati dalla tecnologia e dalla post-produzione computerizzata, come da tempo non se ne vedevano.

La fantascienza nasce come genere narrativo popolare che ha le proprie radici nel romanzo scientifico. Il termine viene usato in senso più generale, per indicare un qualsiasi tipo di letteratura di fantasia che includa un fattore scientifico che abbia però un certo grado di plausibilità (per quello Star Wars è più del genere “fantasy” che di fantascienza). I primi scritti di fantascienza moderna iniziano più o meno nello stesso periodo in cui i fratelli Lumière davano vita al cinema, con esponenti quali Jules Verne (1828-1905) o H. G. Wells (1866-1946).

Ma scavando nel passato, troviamo che già gli antichi scrivevano romanzi fantastici (come “La storia vera”, in greco Ἀληθῆ διηγήματα, propriamente “Storie vere”, scritta nel II secolo d.C. da Luciano di Samosata, che parla di un viaggio sulla Luna e relativo incontro con gli abitanti del luogo).

Certo è, che da quando esiste la fantascienza, della stessa sono state date una quantità infinita di definizioni. La più bella, se non ricordo male, è di Isaac Asimov. Lo scrittore-biochimico russo-americano disse che “la fantascienza è quel genere letterario che nasce dalla curiosità, alla quale si può rispondere solo con l’immaginazione, su come sarà il mondo dopo la nostra morte”. Per la cronaca, è la seconda citazione di Asimov che preferisco, dopo “La vita è piacevole. La morte è pace. É la transizione che è problematica”.

Quella definizione, comunque a me piace perché racchiude in poche parole due grossi concetti: il mondo è in continuo mutare e questo mutare non è casuale, ma deriva da quanto avanti ci spingiamo con le conoscenze scientifiche e, di conseguenza, tecnologiche.

Ovviamente questi cambiamenti non devono per forza essere cambiamenti in meglio: “1984” di George Orwell, tanto per dirne uno, romanzo distopico che deve il suo titolo all’anno della sua stesura (1948). Ambientato in una Londra del futuro devastata dalle continue guerre, la denuncia forte e chiara è contro tutti i totalitarismi di ogni colore ed il riferimento al passato conflitto mondiale è evidente nella descrizione deprimente della ex capitale dell’impero britannico e nelle privazioni patite dai suoi abitanti.

Malgrado la fantascienza sia tradizionalmente incentrata anzitutto “sulla scienza”, come dicevo, si è evoluta un’area molto vasta di opere che comprende una grande varietà di generi e sottogeneri.

A complicare questa situazione si è assistito, a partire soprattutto dagli ultimi decenni del XX secolo, ad una commistione sempre più frequente della fantascienza con altri generi, quali il fantasy e l’horror, tanto che alcuni autori e critici anglosassoni utilizzano di preferenza l’espressione speculative fiction (letteralmente “narrativa speculativa”) per descrivere complessivamente il fenomeno. Altri utilizzano il termine Slipstream intendendo il fantastico, cioè quella forma letteraria estremamente ampia che utilizza l’immaginario, il surreale e tutto ciò che non è mimetico della realtà, per dare maggior impatto a un messaggio radicato nella visione politica, ideologica del reale.

I sottogeneri principali della fantascienza (ma ce ne sono un’infinità di minori) sono:

  • Hard o Tecnologica (caratterizzata dall’enfasi per il dettaglio scientifico o tecnico, o per l’accuratezza scientifica, come quella di Asimov o di Arthur C. Clarke, per esempio);
  • Soft (si concentra maggiormente sui sentimenti umani che sulla tecnologia, come in quella di Ray Bradbury);
  • Apocalittica (incentrato sull’imminente fine del mondo o della civiltà, a causa di guerre nucleari, pandemie, o di qualche genere di olocausto naturale o artificiale, come in “Mad Max” o ne “Il pianeta delle scimmie”);
  • Space Opera (o epopea spaziale, in cui Star Trek è l’esempio migliore);
  • Ciberpunk (storie ambientate generalmente in un futuro prossimo, un mondo decadente e ipertecnologico fortemente distòpico, dominato da grandi multinazionali, come in opere alla “Blade Runner” o “Matrix”);
  • Utopica o distopica (la prima descrive una società ideale, in genere basata sulla giustizia, l’uguaglianza e un diffuso benessere, dal greco οὐ, “non” e τόπος, “luogo”; la seconda le si oppone, descrivendo una società indesiderabile, come ad esempio in “1984” di Orwell o in “V per vendetta”);
  • Ucronìa (dal greco letteralmente “nessun tempo”, da οὐ, “non” e χρόνος, “tempo”, per indicare presenti alternativi se la storia non fosse andata com’è andata, o mondi paralleli, come in “Fringe”);
  • Xenofiction (con storie ambientate tra specie o culture considerevolmente diverse da quella umana, quindi extraterrestri, come in “Neanche gli Dei” di Asimov );
  • Viaggi nel tempo.

Questi ultimi due generi sono quelli che a me piacciono di più, insieme ai viaggi nello spazio (tipo il già citato “Star Trek” o “Galactica”), anche perché possono generare discussioni (quasi sempre costruttive) tra amici.

E proprio il mio amico Gianluca, in fondo al mio articolo “Destino Principe”, mi ha detto, cito: “…vorrei un tuo parere su alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo…”. Mica facile!

Intanto indico una quindicina di film che parlano di viaggi nel tempo e che secondo me vale la pena vedere, e se sono tratti da romanzi, ne consiglio anche la lettura. La mia playlist sui viaggi nel tempo è:

  • L’uomo che visse nel futuro (1960);
  • Il pianeta delle scimmie (1968);
  • Ricomincio da capo (1993);
  • L’esercito delle dodici scimmie (1995);
  • Primer (2004);
  • Déjà vu (2006);
  • Source code (2011);
  • Looper (2012);
  • Coherence – Oltre lo spazio tempo (2013);
  • About time (Questione di tempo) (2013);
  • Predestination (2014);
  • Edge of tomorrow (2014);
  • Interstellar (2014);
  • Time Lapse (2014);
  • Project Almanac – Benvenuti a ieri (2015).

Non cito altri film, come i cinque Terminator (1984 – 1991 – 2003 – 2009 – 2015) e i tre Ritorno al futuro (1985 – 1989 – 1990), né le fugaci puntate nel passato/futuro dei vari “X Men”, “Harry Potter” e “Star Trek”, né le serie TV, tipo “Timeless” o “Quantum Leap”, anche perché qualcuno di notevole ne rimarrebbe fuori comunque. Diciamo che questo è un elenco di quello che ho visto e per un motivo o per un altro mi è piaciuto.

Ma per adesso accantoniamo le preferenze personali.

Come dicevo, la fantascienza è un genere letterario che anticipa e/o analizza il progresso tecnologico e scientifico e le implicazioni che quelli potrebbero avere sulla società nel futuro, ma trattandosi appunto di letteratura, quindi parlando soprattutto di umanità, pone al centro proprio l’uomo, le sue emozioni e i suoi problemi. Quindi è ovvio che non tutti i rami della scienza sono fonte ispiratrice per la fantascienza.

Uno dei rami della scienza più sfruttati è senza dubbio l’esplorazione spaziale, anche perché la storia dell’umanità è soprattutto una storia di scoperte e di avventure; e una volta terminata l’esplorazione del piccolo grande pianeta sul quale viviamo, pare ovvio rivolgersi ad altri orizzonti (la “nuova frontiera”, come la chiamava J. F. Kennedy). Come abbiamo visto, i generi sono tantissimi, ma senza esplorazione spaziale, rimane ben poco.

Ovviamente questo genere ha avuto dei cambiamenti nel tempo, perché se certamente era plausibile andare sulla Luna a cavalcioni su un missile, come in “Viaggio nella Luna” (Le Voyage dans la lune), film muto del 1902 realizzato da Georges Méliès, in genere considerato il primo film di fantascienza, pare ovvio, in base a quello che abbiamo scoperto successivamente, che la Luna, piccolo sasso senza né acqua né atmosfera e quindi sicuramente senza vita biologica, non sarà una delle mete dei viaggi umani. Così come vale per gli altri pianeti del sistema Solare, come Mercurio, troppo vicino al Sole, o Venere, con la sua atmosfera venefica, o Marte, con una temperatura di -15 °C, o come per i giganti gassosi Giove, Saturno e così via.

È possibile (anzi, probabile) che ci sia vita biologica extraterrestre nell’Universo (sempre per citare Asimov, “Se fossimo soli l’immensità dell’universo sarebbe davvero uno spreco di spazio”), ma con la tecnologia attuale probabilmente non lo sapremo mai. Anzi, per come ho già spiegato in questo blog, non è solo una questione di tecnologie, ma dal fatto che le leggi fisiche che regolano il nostro Universo sono così come sono. Quindi quando anche raggiungessimo la massima velocità per un corpo macroscopico, che è un quinto della velocità della luce, potremmo percorrere la strada da Bolzano a Taranto cinque volte in un secondo, ma per raggiungere la stella più vicina a noi, Proxima Centauri (che non è detto che ospiti pianeti abitabili), un’astronave impiegherebbe comunque novant’anni o, per rimanere ai sette pianeti Trappisti di cui ho parlato in “Alieno per mancipium”, servirebbero circa 800 anni per raggiungere i pianeti abitabili più vicini mai osservati.

Ma chi scrive di fantascienza ha una caratteristica, non si arrende di fronte a questi ostacoli, anzi. Quindi abbiamo astronavi che sfruttano singolarità, tunnel spaziali, motori a curvatura, ibernazione, stasi e chi più ne ha, più ne metta. Il tutto, ovviamente, descritto con plausibilità scientifica (tranne quella volta che chiesero a Michael Okuda, autore di Star Trek, come funzionasse il “Compensatore di Heisenberg” nel teletrasporto. Lui rispose “Molto bene, grazie!”).

La storia della fantascienza si può per questo dividere in tre fasi: preistoria, che va dai racconti degli antichi fino alla rivoluzione industriale; storia, che va dai primi dell’ottocento (1818, anno di pubblicazione di “Frankenstein”, di Mary Shelley) al 1926; infine abbiamo un’era moderna, dal 1926 ad oggi.

Perché il 1926? Merito di Hugo Gernsback, nato in Lussemburgo nel 1884, emigrato negli Stati Uniti nel 1905 e naturalizzato statunitense. Pur se Gernsback non creò dal nulla il genere fantascientifico, egli fondò nel 1926 la rivista Amazing Stories, in cui per la prima volta si identificava il genere fantascientifico come è concepito oggi; Amazing Stories pubblicava solo e specificamente racconti di “scientifiction”, come la definiva allora Gernsback. Il suo interesse per questo tipo di storie veniva dalla sua infanzia: il piccolo Hugo aveva letto i racconti di Percival Lowell restandone affascinato. Ebbe anche un ruolo importante nella nascita del fandom, il mondo degli appassionati di fantascienza, perché la rivista pubblicava, oltre alle lettere dei lettori, anche i loro indirizzi. Dal 1953 (eccezion fatta per il 1954), viene annualmente assegnato in suo onore il Premio Hugo per lavori di fantascienza e fantasy, durante lo svolgimento della WorldCon (World Science Fiction Convention).

Ovvio che dal 1926 ad oggi, la fantascienza è cambiata spessissimo, come accennavo prima, mano a mano che il progresso scientifico indicava altre vie. E anche se, in base a quella data, la fantascienza sembra sbarcata in Europa dagli USA, non dimentichiamo che proprio in Europa nacquero i primi racconti: Mary Shelley, Jules Verne, Herbert G. Wells, Arthur Conan Doyle ed anche Emilio Salgari scrissero, e bene, di fantascienza, anche se la stessa ancora non aveva questo nome. E poi lo stesso Gernsback era europeo, Asimov russo, così come erano di origine perlopiù europea tutti gli autori di quel periodo, Clifford Simak ceco, Fritz Leiber e Robert Heinlein tedeschi, Poul Anderson scandinavo, Alfred E. Van Vogt olandese.

A proposito di parole (quelli che mi conoscono sanno che sono queste le curiosità che mi piacciono…), se il termine inglese pare coniato proprio dallo stesso Gernsback, che, come dicevo le chiamava “scientific fiction”, l’espressione poi si contrasse in scientifiction, per ridursi infine a science fiction (spesso abbreviata Sci-Fi dagli anglosassoni), il termine italiano fantascienza ha un anno di nascita preciso. Si tratta del 1952, quando Giorgio Monicelli, fratello maggiore del regista cinematografico Mario, così definì i romanzi e i racconti che pubblicava la neonata collana Urania, da lui diretta. Prima di Monicelli non si usava in italiano la parola fantascienza, ma ci si riferiva in vario modo al fantastico, all’avventura, alla narrativa d’evasione o ad altro ancora.

Un’altra persona molto importante per lo sviluppo e la diffusione della fantascienza fu John W. Campbell, che diresse la rivista “Astounding Science Fiction” dal 1937 all’anno della sua morte, avvenuta nel 1971 (era del ’10). La sua rivista ebbe così tanto successo che il periodo che va dal ’37 fino all’inizio degli anni ’50 era addirittura denominato “l’era di Campbell”. Egli era molto accurato nella scelta degli autori, ma metteva mano a tutte le storie che gli venivano proposte. I suoi quattro autori di punta furono Isaac Asimov, Clifford Simak, Robert A. Heinlein e Alfred E. Van Vogt, e scusate se è poco. Forse un quarto delle storie “belle” di fantascienza mai pubblicate è di quei quattro. Ai quattro se ne aggiunsero altri molto bravi (tipo Ray Bradbury), perché si sa, il miele attira le api.

Ovviamente, dopo la II Guerra Mondiale, anche il mondo della fantascienza venne influenzato da ciò che accadeva. Nacquero altre riviste, come “Galaxy”, diretta da Horace L. Gold e vennero alla luce nuovi autori, come Fredrerick Pohl, Cyril M. Kornbluth e Kurt Vonnegut jr. Poi ci furono la new wave, con Philip K. Dick e, negli anni ’70, alcune incursioni di autori fantasy nel mondo della fantascienza, come Marion Zimmer Bradley, per esempio. Negli anni ’80 ci fu un ritorno al passato, propiziato anche dall’aumentare dell’uso del cinema per produzioni di un certo livello. E così, fino ad oggi, tra la nascita e la mescolanza di nuovi generi.

La prossima volta risponderò al mio amico Gianluca e alla sua istigazione “…vorrei un tuo parere su alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo…”