Discovery

Come i miei lettori (pochi, ma buoni) sapranno, sono appassionato di fantascienza. La passione iniziò quando ancora piccolo, rubavo i romanzi di Urania, quelli con l’immagine in un cerchio bordato di rosso in copertina, a mio zio, e li leggevo avidamente nascosto in bagno.

Ammetto, pensavo che fossero romanzi per adulti, ma comunque la lettura mi fece appassionare al genere. D’altronde, chi di noi da piccolo non ha fantasticato sulla possibilità di essere, un giorno, astronauta?

Crebbi, e con me crebbe la voglia di leggere. Mi appassionai alle raccolte di Isaac Asimov, ai racconti di James Ballard o di Philip Dick, alle saghe di Robert Heinlein e Ray Bradbury, ai romanzi di Arthur Clarke e William Gibson.

Chiaro, sono del ’68, anno di “Odissea nello spazio”…

I film rappresentarono un ulteriore “step”. “Alien”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Blade Runner”, “E.T.”, costellarono la mia adolescenza.

In quel periodo sul grande schermo faceva la sua comparsa una saga che si sarebbe rivelata quasi infinita, “Star Wars”, ma, ad essere sincero, non riuscivo ad appassionarmici. Non so quale sia il motivo, forse troppi elementi fantasy, sta di fatto che fino agli anni novanta erano quelle le mie passioni.

Poi, nel 1991, fui “folgorato sulla via di Damasco”. Durante lo zapping (avevo da poco vinto, ad una lotteria, un televisore 13 pollici MIVAR con telecomando), capitai su Italia 1, canale privato che guardavo solo per beccare sullo schermo Gabriella Golia, giovane e bella annunciatrice.

Iniziava le trasmissioni una nuova serie di fantascienza.

Star Trek entrò nella mia vita e da allora non ne è più uscita. Andai a recuperare la vecchia serie (detta TOS, The Original Series) mentre continuavo a vedere TNG (The Next Generation). Verso la fine di quest’ultima ne partì un’altra (Deep Space Nine, detta DS9) e poi Voyager (VOY).

Queste serie tv, oltre ad avere delle narrazioni fantascientifiche, con delle incredibili predizioni sulla tecnologia (si pensi che lo StarTAC, cellulare di punta della Motorola, era ispirato al comunicatore della serie originale, ma di esempi così ce ne sono tantissimi), avevano una filosofia affascinante: intanto, si basavano su una cultura pluralista e policentrica, che si contrappone alla realtà dei tempi moderni, in cui l’ego smisurato degli individui prevale su tutto.

Una cultura basata su queste premesse vede nella differenza un valore da tutelare, non un problema da risolvere. Il rispetto per le altre culture è quindi qualcosa di più che una posizione diplomatica, è il presupposto stesso dell’esistenza della Federazione, nella quale convivono centinaia di razze diverse, ognuna con la propria visione del mondo. La capacità di contenere in sé gli opposti è forse la più grande utopia di Star Trek.

Si racconta che quando l’attrice che impersonava Uhura, Nichelle Nichols, prese in considerazione l’idea di uscire dal cast, intervenne Martin Luther King in persona a fermarla. Whoopy Goldberg raccontò che da bambina, vedendo Uhura, pensò che nel futuro ci sarebbe stato un posto anche per lei nella società. In breve, il motto della serie era l’IDIC, acronimo per Infinite Diversità in Infinite Combinazioni.

Poi, tra i valori trasmessi dalla serie, la ricerca e il rispetto per il futuro come valori fondanti della società. Ancora una volta, utopici, per una società ancorata al passato come la nostra. Nella nostra società il futuro è appannaggio dell’utopia, della catastrofe o della fantascienza. Pochi scienziati, e ancor meno politici sono in grado di guardare oltre il loro naso. Colpisce quindi una società completamente proiettata verso il futuro come quella di Star Trek. Ad esempio, quando viene scoperto che la velocità curvatura può generare delle fratture nello spazio-tempo, subito viene deciso di ridurre al minimo i viaggi a curvatura (proprio in un episodio di TNG).

Infine, la “Prima Direttiva”. Non è altro che la fondamentale norma della Federazione dei Pianeti Uniti che vieta fermamente di interferire nello sviluppo naturale di una civiltà o negli affari interni di un governo di un altro pianeta finché essa non abbia sviluppato la tecnologia dei viaggi interstellari.

La prima direttiva vieta tutti i contatti che potrebbero influenzare le civiltà meno progredite inquinandone lo sviluppo culturale, in tutti quei mondi il cui progresso tecnologico non è ancora giunto alla scoperta della propulsione a curvatura, tecnologia che permette alle navi stellari di superare la velocità della luce e di conseguenza il viaggio interstellare, aprendo la via al contatto con altre forme di vita e civiltà.

Non è un “freghiamocene”, ma un “aiutiamoli a crescere da soli”. Che se applicato al mondo in cui viviamo, avrebbe prodotto cose diverse da quelle che, invece, ahimè, si sono verificate.

Alla fine della visione delle prime cinque serie (avevo, nel frattempo, recuperato anche la “TAS”, The Animated Series), venne trasmessa una sesta, Enterprise (ENT), che in realtà, a differenza delle altre, era un prequel. Narrava cioè quello che si era verificato nel periodo intercorso tra il cosiddetto “Primo Contatto” con i Vulcaniani e la TOS. Questa serie, vuoi perché nel frattempo il mondo televisivo cambiava, vuoi per mancanza di idee da parte degli autori, presi da crisi narrative senza precedenti, abortì alla fine della quarta stagione, invece di averne sette come le tre che la precedettero.

Quindi per noi fan, dal 2005 in poi, oltre ai film prodotti per il grande schermo, solo repliche e nulla più. Fino a che…

Nel novembre 2015 venne annunciata la partenza della produzione di una nuova serie, che avrebbe visto la luce quasi due anni dopo, il 24 settembre di quet’anno. Discovery.

Finalmente!, dirà qualcuno. Manco per niente!, dirà qualcun altro.

Eh, già. Perché nel frattempo, a causa dei tre film diretti o prodotti da J. J. Abrams (chi, quello di “Alias” e “Lost”? Sì!), il nutrito numero di fan di Star Trek si è diviso in fazioni. Io ne ho individuate quattro.

I puri e duri: a loro non importa che ci sia la parola Star Trek nel titolo, non sarà mai Star Trek, non c’è Kirk, non c’è Spock e non vale la pena seguire, né la serie tv, né i film.

Gli innamorati delusi: guardano i film e i telefilm, ma con un po’ di nostalgia, pensano sia Star Trek, ma non come nel passato.

I qualunquisti: a me basta che ci sia Star Trek nel titolo e ti amerò per sempre!

Gli appassionati (migliore categoria del lotto, ci sono anche io): guardano serie tv e film, comprendendo che ciò che viene girato nel 2017 non potrà avere le stesse caratteristiche realizzative (la tecnologia avanza, cari miei) di una serie girata cinquant’anni prima.

Certo, ci saranno anche imprecisioni: la nuova serie è un sequel del prequel (!!!) e si piazza tra le storie di ENT e quelle di TOS, qualche imprecisione narrativa, in un universo vasto come quello di Star Trek è inevitabile.

Ma quello che alle prime due categorie non va giù, è la struttura narrativa. Intanto, le puntate non sono del tutto autoconclusive: aspettarselo secondo me, sarebbe stato sciocco, siamo ormai nel secondo ventennio del nuovo secolo, le serie tv sono cambiate e DIS (sarà questo l’acronimo?) non se ne può discostare più di tanto, tant’è che le maggiori serie tv di questo periodo seguono la struttura narrativa orizzontale (basti citare le due principali rivali di Discovery, “The Walking Dead” e “Il Trono di Spade”, ma anche “NCIS” e “Empire” seguono quell’onda).

Inoltre i duri e puri non ammettono che al centro della narrazione non ci sia l’equipaggio, ma un solo personaggio, per di più neanche Capitano dell’astronave. Nel caso di Discovery il personaggio principale, di cui si seguono le vicende, è Michael Burnham, interpretata (sì, è una donna, con un nome maschile… autori birichini!) da Sonequa Martin-Green, attrice afroamericana già tra i protagonisti di una serie citata prima, che, pur essendo stata cresciuta dai Vulcaniani (quelli “tutta logica” e con le orecchie a punta) è una che raramente tiene a freno l’istinto.

È proprio questo il punto di forza della serie! La passione!

Ci lamentiamo che le nuove generazioni manchino di passione, siano stereotipati e quando vediamo un personaggio come Michael tutti giù a criticare!

La visione dell’autore “storico” di Star Trek, Gene Roddenberry, era che i personaggi umani dovevano essere rappresentati senza sentimenti negativi e non potevano entrare in conflitto l’uno con l’altro, così da trasmettere una visione del futuro ottimista e idilliaca.

Secondo me invece quello che gli autori vogliono far trasparire dal personaggio è qualcos’altro: all’interno di una visione del mondo complessa come quella dell’IDIC, ci sono personalità conflittuali, come il Capitano Lorca, timide, come il Cadetto Sylvia Tilly, o passionali, come Michael Burnham.

In una parola: umani.

 

Bilanci di precisione

Fine anno, tempo di bilanci. A parte l’invasione nei mass media delle solite cose (chi ha fatto cosa, cosa ha fatto chi) e dei soliti consigli di giornalisti impenitenti (non comprate i regali l’ultimo giorno), c’è una tradizione natalizia che personalmente adoro.

Ma faccio un passo indietro.

1985: il professore di Latino e Greco ritenne di farmi approfondire le materie… rimandandomi a settembre, così da tenermi impegnato per tutta l’estate. Il buon Claudio Ferone non era nel torto, quando mi diceva che io non sapevo niente di latino e greco, ma apprezzava anche il fatto che io sapessi di non sapere. Tant’è vero che in seconda liceo mi fece scegliere in quale delle due materie avrei voluto il “bonus” e mi rimandò solo in greco. Materia che paradossalmente conosco meglio del latino, ma per un altro motivo che richiede una piccola, solita, digressione.

Dopo la colonizzazione del Mar Egeo, tra l’VIII ed il VII secolo a.C., genti di stirpe greca comparvero nella parte meridionale dell’Italia nell’ambito di un flusso migratorio originato da singole città della comunità greca, motivato sia dall’interesse per lo sviluppo delle attività commerciali, che da tensioni sociali dovute all’incremento della popolazione a cui la magra produzione agricola non riusciva a dare sostentamento. Fu così che gente originaria di Calcide ed Eretria, sull’isola di Eubea, fondò, nel 770 a.C. Pitechusa (l’attuale isola di Ischia), il più antico stanziamento greco in Italia. A seguire, Kymai (Cuma), Rhegion (Reggio Calabria) e Zancle (Messina). Poi giunsero gli Achei a dar vita a Sybaris (Sibari) nel 720 e Kroton (Crotone) nel 710.

Ma c’era una famosa città greca in difficoltà. Alla prese con l’estenuante conflitto con i Messeni (820-743 a.C.), Sparta dovette fare i conti con un grave calo demografico dovuto al protrarsi delle ostilità, al quale decise di far fronte con un programma di ripopolamento della città. Il geografo Strabone (I sec. a.C.), ci riporta in proposito due versioni: nella prima cita Eforo di Cuma Eolide, secondo il quale dal fronte furono rimandati nella città lacedemone cinquanta giovani, fra quelli svincolati dal giuramento di rientrare a Sparta solo a conquista di Messene avvenuta (svincolati in quanto ancora minorenni all’epoca del giuramento di inizio del conflitto). Nella seconda cita  Antioco di Siracusa (V sec. a.C.), secondo il quale il ripopolamento fu opera degli spartani che si rifiutarono di partecipare alla spedizione militare, motivo del loro declassamento a “iloti”.

Indipendentemente da come sia andata, i figli generati da queste unioni irregolari furono estromessi dalla spartizione delle terre sottratte ai messeni al termine della guerra e chiamati “Parteni”, letteralmente “figli di vergini”, laddove per vergini erano intese le nubili, o le donne che recuperavano lo status di nubili a seguito dell’annullamento del matrimonio con gli spartani renitenti alla guerra. Questo fu il motivo della congiura ordita dai Parteni ai danni dello Stato, a circa vent’anni dalla conclusione della guerra messenica, e guidata da Fàlanto,

Fàlanto sbarca con i coloni spartani a Satyrion, l’attuale Saturo, probabile antico insediamento miceneo risalente al XIV. E’ la fondazione di Taranto (ktísis), siamo nel 706 a.C..

Un’altra leggenda, complementare, racconta della nascita della città risalendo a circa 2000 anni prima di Cristo, ad opera di Taras, uno dei figli di Poseidone. Taras sarebbe giunto in questa regione con una flotta, approdando presso un corso d’acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome: il fiume Tara. Sempre secondo questa leggenda, Taras avrebbe edificato una città che egli dedicò a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo. Un giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi.

Comunque, io sono nato a Taranto e con il senno di poi ho compreso la mia maggiore familiarità con il greco. No, non è il DNA… È che molte delle frasi dialettali tarantine hanno una costruzione sintattica e logica simile a quella greca (non scendo in particolari, tranquilli).

Ma torniamo a quell’estate. Mi presento alla Scuola della Nunziatella per gli esami di riparazione. Scritti, bene. Orale di latino, bene. Avevo però accumulato un pò di tensione e decido, con un compagno di sventure di quella sessione di cercare un pò di svago per le vie di Napoli.
Pizza da “Brandi” e passeggiata nei dintorni. Ad un certo punto vedo un cinema. Entriamo.

La trama era questa: Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) è un agente di cambio di beni di consumo di successo, nonché esponente della Filadelfia “bene”. La sua vita trascorre tranquilla tra il lavoro, le partite ditennis al circolo e le serate con la fidanzata. Il lavoro di broker presso la società Duke & Duke gli permette di vivere in una splendida casa e di godere dei servigi del maggiordomo Coleman. Billie Ray Valentine (Eddie Murphy) è invece uno straccione, che mendica elemosina per strada simulando di aver perso le gambe e la vista durante la guerra del Vietnam. Le vite dei due si incrociano casualmente, quando Billie Ray viene arrestato a causa di un equivoco: in seguito ad uno scontro fortuito, Louis crede di essere aggredito dallo stesso e spaventato chiede l’intervento dei poliziotti.

L’episodio alimenta uno scambio di opinioni tra i proprietari della società finanziaria per la quale lavora Louis, i fratelli Mortimer e Randolph Duke, tanto ricchi quanto avari. Questi, infatti, sono in disaccordo sulle motivazioni che spingono un uomo alla criminalità; da una parte Mortimer sostiene che alcune persone siano geneticamente predisposte alla delinquenza o al successo dalla nascita, mentre il fratello Randolph è convinto che sia l’ambiente nel quale si vive a determinare l’agire e le abitudini, sia positive che negative, di un individuo. Per verificare le proprie posizioni i Duke decidono, a fronte di una scommessa, di fare un esperimento: pongono Billie Ray Valentine in una posizione privilegiata, con un lavoro e una casa prestigiosi, e fanno in modo che Louis venga arrestato, con la complicità di un influente funzionario governativo (a patti con i Duke), Clarence Beeks, per spaccio di droga (polvere d’angelo) e perda tutto ciò che ha ottenuto nella vita: amici, fidanzata, conto in banca, lavoro e casa.

Billie Ray, nella sua nuova vita, scopre di avere un talento innato per la gestione finanziaria degli scambi di beni di consumo, riuscendo a conquistare anche una prima pagina su un importante giornale economico; messo ulteriormente alla prova sulla sua onestà da Mortimer Duke, che fa cadere di proposito una mazzetta di banconote sul pavimento, si comporta brillantemente restituendo ai fratelli l’intera cifra. Louis, convinto di essere stato incastrato dalla persona che ha preso il suo posto alla Duke & Duke, cerca un riscatto agli occhi dei Duke e una vendetta nei confronti di Valentine.

L’unica a venire in aiuto del malcapitato Louis è Ophelia (Jamie Lee Curtis) , una giovane prostituta che era stata pagata da Beeks per screditare maggiormente Louis di fronte alla sua ragazza. La disperazione (unita alla collera e al risentimento di essere stato abbandonato e messo da parte da quelli che credeva amici fedeli su cui poteva contare) spinge però Louis ad azioni drastiche con il risultato di un patetico tentativo di incastrare Billie Ray riempiendo il suo ufficio di ogni tipo di droga durante la festa prenatalizia della società finanziaria. Messo con le spalle al muro e di fronte alla possibilità di finire nuovamente in carcere, si apre una via di fuga tra le guardie di sicurezza, Valentine, i Duke e gli invitati alla festa impugnando una pistola e decretando così la vittoria di Randolph nella scommessa fatta con il fratello. Subito dopo l’accaduto però, Billie Ray, nascostosi in bagno per fumare marijuana, casualmente assiste al pagamento della posta in palio tra i Duke (un solo dollaro) e capisce cosa sia realmente accaduto. Immediatamente si mette alla ricerca di Louis che, ormai ubriaco, tenta di suicidarsi prima in strada, sparandosi un colpo in testa (ma non riuscendoci in quanto la pistola si inceppa), poi nell’appartamento di Ophelia, dove nel frattempo viveva, con un’overdose di barbiturici.

Ripresosi dallo shock, grazie anche all’intervento di Billie Ray che giunge a casa di Ophelia in tempo per salvargli la vita, Louis si risveglia nel letto della sua villa e vedendo il maggiordomo Coleman è convinto di aver avuto un terribile incubo. La presenza di Valentine, però, fa sì che egli immediatamente scopra l’amara realtà: i Duke, scommettendo un dollaro, avevano rovinato la sua vita scambiandola con quella di Valentine e si preparavano a rimandare in strada lo stesso Billie Ray ma senza rimettere lui al suo posto come previsto inizialmente in quanto, dopo la tremenda scena alla festa, i Duke decidono di liberarsene definitivamente.

In breve le due vittime del sadismo sociologico dei fratelli Duke scoprono che i due proprietari della Duke & Duke sono complici dell’influente funzionario governativo Beeks (lo stesso che aveva incastrato Louis e aveva detto ad Ophelia di baciarlo), decidono di vendicarsi e colpirli: durante la festa di Capodanno che si svolge sul treno diretto a New York si occupano di Beeks che viene imbavagliato, travestito da gorilla e rinchiuso in una gabbia con all’interno un vero gorilla che s’innamora del Beeks travestito. I due Duke avevano pagato Beeks non solo per incastrare Louis, ma anche per ottenere in anteprima delle informazioni sui raccolti di arance e sfruttarli in una speculazione su un prodotto di consumo (il succo di arancia congelato). Billy Ray e Louis pensano quindi di sfruttare a loro favore la situazione e nello stesso tempo colpire i Duke nella cosa alla quale tengono di più: il portafoglio; per riuscirci ottengono da Ophelia e Coleman tutti i loro risparmi. Portata a termine la loro vendetta e ridotti sul lastrico i fratelli Duke (Randolph Duke, in seguito al tracollo finanziario, ha un attacco cardiaco che lo riduce in fin di vita), Winthorpe e Billie Ray si godranno una meritata vacanza ai Tropici, insieme a Ophelia, ormai redenta, che diventerà la nuova fidanzata di Winthorpe, e Coleman, che dismetterà per sempre i panni del maggiordomo.

Ora, questo film, che si intitola “Una poltrona per due” è uno dei miei tre preferiti con “The Blues Brothers” (con Aykroyd) e “Beverly Hills Cop” (con Murphy) ed insieme a “Febbre da cavallo” è un film che vedo da allora almeno una volta l’anno. Ma mentre per gli altri devo affidarmi ai DVD, per “Una poltrona per due” non devo fare altro che aspettare la Vigilia di Natale, sintonizzarmi su Italia Uno e, dopo aver ascoltato le rimostranze della parentela che non ama evidentemente il film quanto me, godermi questo piccolo capolavoro.

Fonti:
http://www.vivitaranto.eu/ViviTaranto/Storia_di_Taranto.html

Primo potere

Ieri mi hanno fatto ricordare un monologo che avevo riposto in un cassetto della memoria e, come si dice, rimosso dai ricordi coscienti.
Nel 1976 il genio di Sidney Lumet vinse 4 Oscar con un film che avrebbe fatto epoca, “Quinto Potere”.

Nel film si narra di Howard Beale, commentatore televisivo stanco e sfiduciato della UBS di Los Angeles, un’importante rete nazionale appena acquistata da un’altra società, che viene licenziato con un preavviso di due settimane, dopo undici anni di presenza sui teleschermi. L’indice di gradimento della sua trasmissione è sceso troppo. Tuttavia, prima di congedarsi e senza preavvertire colleghi e superiori, Beale annuncia il proprio suicidio in diretta, che avrà luogo, dice, fra una settimana. Scoppia uno scandalo: Beale viene costretto a smentire il suo sensazionale annuncio il giorno dopo, durante una trasmissione in cui rivela ai telespettatori, con un linguaggio piuttosto grave, il proprio licenziamento. Diana Christensen, giovane e rampante responsabile dei programmi (fra i quali tuttavia non sono inclusi i notiziari) fiuta l’affarone; Frank Hackett, proconsole dei nuovi padroni nella UBS, l’appoggia, mentre Max Schumacher, amico e superiore diretto di Howard, perde il posto per essersi rifiutato di accettare il massacro intellettuale del medesimo. In un rivoluzionario giornale-spettacolo, messo insieme cinicamente da Diana, sotto la cui direzione sono passate anche le trasmissioni di cronaca, il presentatore diventa l’ascoltatissimo “pazzo profeta dell’etere” (ma in inglese mad può anche significare “incazzato”, in riferimento alle stesse parole che aveva proferito in precedenza).

Le sue feroci critiche, mentre entusiasmano il pubblico, allarmano i vertici e il presidente della UBS, Arthur Jensen, con il quale il subordinato Hackett ha uno stretto legame, induce il divo a propagandare la sottomissione al sistema. L’UBS, che aveva visto le sue sorti brillantemente risollevatesi grazie all’alto share di ascolto raggiunto dalla trasmissione, un po’ pazzoide e di stampo anarchico-rivoluzionario, di Howard, subisce un nuovo, lento declino; ma Jensen, che ha personalmente convinto Howard a cambiare indirizzo, non recede dalla linea: Howard deve continuare il suo show, anche se calano gli ascolti. Diana, Frank e gli altri responsabili della rete decidono che l’unica possibilità di salvezza per l’UBS sta a questo punto nell’eliminazione fisica di Howard, della quale incaricano alcuni componenti di un gruppo terroristico specializzato in rapine e rapimenti, che erano stati scritturati dalla stessa Diana per fornire alla rete le riprese in diretta dei loro assalti. Durante il suo show, due killer del gruppo sparano ad Howard uccidendolo.

Il commento finale è affidato alla voce fuori campo, che ha sempre, discretamente, accompagnato le vicende del film: «Questa è la storia di Howard Beale, il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto.» Il film è una feroce parodia del mondo della televisione, dei cui artefici espone il cinismo e la totale mancanza di sensibilità morale. Bersaglio particolare è Diana Christensen, talmente calata nel mondo irreale della TV e nelle sue mire di carrierista, da arrivare a sproloquiare di palinsesti e di prospettive delle prossime trasmissioni persino durante i frenetici ma brevissimi amplessi con il suo maturo amante, uno stralunato ed irriconoscibile William Holden, il cui personaggio, Max Schumacher, ha nel film l’unica funzione di porre in maggior risalto il cinismo e la TV-dipendenza di Diana. Il commento finale della voce fuori campo, di cui si è detto, sdrammatizza la situazione, conferendo all’ultimo momento alla vicenda un’aura di presa in giro.

Ma la parte che ritengo faccia riflettere un po’ di più è uno dei monologhi di Beale, in cui incita le persone a prendere coscienza della situazione in cui vivono.

Lo riporto per intero, poi faremo un gioco…

«Non serve dirvi che le cose vanno male, tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi. Molti non hanno un lavoro, e chi ce l’ha vive con la paura di perderlo. Il potere d’acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo, i negozianti hanno il fucile nascosto sotto il banco, i teppisti scorrazzano per le strade e non c’è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine. Sappiamo che l’aria ormai è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro telecronista locale ci dice che oggi ci sono stati 15 omicidi e 63 reati di violenza come se tutto questo fosse normale, sappiamo che le cose vanno male, più che male. È la follia, è come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma… ma lasciatemi tranquillo!” Be’, io non vi lascerò tranquilli. Io voglio che voi vi incazziate. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore, perché non saprei cosa dirvi di scrivere: io non so cosa fare per combattere la crisi e l’inflazione e i russi e la violenza per le strade. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi. Dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!” Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l’apriate e vi affacciate tutti ed urliate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”. Voglio che vi alziate in questo istante. Alzatevi, andate alla finestra, apritela, mettete fuori la testa e urlate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Le cose devono cambiare, ma prima vi dovete incazzare. Dovete dire: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Allora penseremo a cosa fare per combattere la crisi, l’inflazione e la crisi energetica, ma Cristo alzatevi dalle vostre sedie, andate alla finestra, mettete fuori la testa e ditelo, gridatelo: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”.»

Ora, il gioco.

Sostituite la parola “dollaro” con “euro”, la parola “tostapane” con “smartphone” e la parola “bicicletta” con “auto”. Poi “russi”… vabbè, lasciate russi…

Ora rileggete.

Cambiare tutto per non cambiare nulla?