Lettera sulla felicità

Meneceo,

Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l’ingannevole desiderio dell’immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l’arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell’ Ade.

Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s’avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E’ bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile.

I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno.

Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza , perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Chi suscita più ammirazione di colui che ha un’opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ? Questo genere d’uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.

Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell’atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l’avvio a grandi beni o mali.

Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell’ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali.

Epicuro – Lettera a Meceneo – III secolo a.C.

Armi di distrazione

Di Noam Chomsky

 

10 strategie della manipolazione attraverso i mass media

 

1-La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale  è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.

La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza.

Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

 

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni.

Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

 

3- La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

 

4- La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

 

5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

 

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.

Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.

 

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.

“La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori”.

 

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti …

 

9- Rafforzare l’auto-colpevolezza.

 

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti  è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

 

10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono.

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

 

Noam Chomsky nacque il 7 dicembre del 1928 a Filadelfia. Ha origini ebree e russe; il padre, William Chomsky, infatti scappò dalla Russia per evitare di essere arruolato nell’esercito socialista. Fondamentale per la vita di Noam di pensatore e attivista fu la sensibilità politica della madre, Elsie Simonofsky. Nel 1945 iniziò a studiare nell’Università della Pennsylvania matematica e filosofia, ma capii che quella non era la sua strada. Era contrario a un stato ebraico in Palestina, poiché pensava che gran parte della popolazione povera sarebbe stata fortemente danneggiata; invece era più propenso a unire le popolazioni sulla base di ideali socialisti. Ma incontrò un carismatico professore all’università che condivideva i suoi interessi e che fece prolungare gli studi e rinunciare al su progetto. Si laureò in linguistica nel 1955.

Platone – La Repubblica Cap. VIII, Atene 370 A.C.

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo.

L’onnipotenza logora chi non c’è là…

Un uomo stava cercando di vendere una lancia e uno scudo. Quando gli fu chiesto quanto buona fosse la sua lancia, egli rispose che quella era in grado di perforare qualsiasi scudo. Gli fu allora chiesto quanto efficace fosse il suo scudo, e l’uomo rispose che quello poteva difendere da qualunque attacco di lancia. Quando, però, una persona gli chiese cosa sarebbe successo se avesse preso la sua lancia per colpire il suo scudo, il venditore non seppe rispondere.

Questa interessante storiella si trova nelle raccolte di racconti cinesi del III secolo a.C., e sembra abbia ispirato la formulazione di parecchi paradossi anche nel mondo occidentale, il più famoso dei quali è certamente il paradosso dell’onnipotenza, che ha appassionato per secoli la mente di filosofi e teologi.

Il paradosso dell’onnipotenza è un noto paradosso teologico e filosofico formulato in diverse forme: si chiede se un ente onnipotente possa creare un oggetto (un masso inamovibile, una costruzione indistruttibile) dotato di una caratteristica tale da mettere in crisi la sua stessa onnipotenza.

La risposta che se ne ricava è la non esistenza dell’onnipotenza (si tratta quindi di un paradosso negativo o logico) perché se l’ente non è in grado di creare tale oggetto non sarebbe onnipotente, mentre se lo creasse avrebbe creato un qualcosa che di fatto limita la sua onnipotenza sconfessandola come tale; nel corso dei secoli sono state date diverse risposte e confutazioni.

Per la consistenza logica, non può esistere nello stesso universo un oggetto inamovibile ed una forza irresistibile. Ovvero nella stessa “struttura logica” non possono essere vere contemporaneamente una certa affermazione (A) e la sua negazione (non A).

Ma ci sono anche possibili confutazioni; seguendo l’indicazione di Cartesio, Dio può creare qualcosa che non può spostare e, nonostante tutto, spostarla. In realtà si comprende bene, come anche è stato osservato in letteratura, che questa non è veramente una risposta, dal momento che se si rinuncia alla logica non ha neanche senso parlare di paradossi, consistenza o verità. (Alle conclusioni di Cartesio era già giunto con estrema lucidità Boezio più di un millennio prima in “de Consolatione Philosophiae”, applicando peraltro principi già allora quasi millenari provenienti dai grandi filosofi greci, come ha ricordato di recente il mio amico Gabriele). Una semplice confutazione, proposta da Pier Damiani nel “De omnipotentia Dei”, consiste nell’osservare che se l’agire di Dio dovesse obbedire alle leggi della logica, Dio non sarebbe “onnipotente”. Dio quindi è al di sopra della logica stessa e non si possono applicare le “misure” della logica umana alla sua natura; questo ragionamento, che sposta il concetto di Dio definitamente oltre la logica, però, se esteso, lo rende anche un oggetto totalmente insondabile dalla ragione umana e quindi anche da qualunque pretesa di voler parlare di esso in termini oggettivi e quindi validi per tutti gli uomini. Dio potrebbe limitarsi a non creare ciò che poi non può spostare, così il paradosso anziché essere risolto verrebbe semplicemente aggirato. In effetti il fatto di essere onnipotenti significa poter fare ciò che si vuole e non necessariamente doverlo fare.

Se si pensa all’onnipotenza come alla possibilità di fare tutto ciò che si vuole, visto che Dio può non voler compiere certi atti (es: Dio non può mentire, Dio non può compiere azioni contro la sua natura), un Dio che sceglie di non andare contro la logica è comunque onnipotente, tuttavia non viene risposta alla domanda posta nel paradosso circa alla possibilità di Dio di creare tale oggetto.

Un’altra possibile confutazione è che il dilemma si fonda su un concetto traviato di onnipotenza: se a Dio manca il potere di autodistruggersi allora non è onnipotente. Però il potere di autodistruggersi non è veramente un potere, ma quasi una debolezza, quindi si ricade di nuovo nella definizione di Dio per cui, dato che Dio non ha debolezze, Egli non ha nemmeno il potere di autodistruggersi come nemmeno quello di rinnegare se stesso. Questo non è un di meno, quindi, ma anzi è prova maggiore di onnipotenza. Se però il paradosso non fosse menomativo, ma accrescitivo, ricadremmo comunque nello stesso assurdo. Infatti può Dio creare un altro Dio suo pari? Questa domanda andrebbe contro il presupposto che Dio è eterno e che è unico.

Nella filosofia medievale il paradosso dell’onnipotenza, posto in evidenza nell’undicesimo secolo da Abelardo, è stato affrontato attraverso lo strumento speculativo della distinctio tra una potentia ordinata e una potentia absoluta di Dio. Esisterebbero cioè nel principio divino due differenti potentiae (o la potentia divina si predicherebbe in due modi): da un lato, la potenza tramite la quale Dio pone in essere l’effettiva struttura del mondo attuale, l’ordo mundi; dall’altro lato, una riserva illimitata di potere che permane nella potenzialità divina. In questo senso, Dio può creare qualcosa che non può spostare, in quanto Egli, pur non potendo spostarla attualmente, cioè nell’ordo mundi contingente (secondo la potentia ordinata), rimane comunque nella possibilità di mutare l’ordo in cui una determinata cosa è di fatto irremovibile (secondo la potentia absoluta). Lo strumento speculativo della distinctio è stato utilizzato, con molte variazioni, dai più importanti autori medievali tra cui Pietro Lombardo, Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Guglielmo di Ockham.

Nel Rinascimento, Nicola Cusano abbandonerà definitivamente il paradosso dell’onnipotenza divina, proponendo un’equivalenza tra l’essenza di Dio e la sua potenza, nell’opera De Apice theoriae. Poiché Dio è l’infinito assoluto in cui i contrari coincidono, in Esso posse e fieri sono equivalenti; dunque, il paradosso logico dell’onnipotenza scaturisce da un’applicazione di categorie finite a un concetto infinito, per il quale lo spostarsi e il non spostarsi di un oggetto sono assolutamente identici.

Come accade con il libero arbitrio, limite invalicabile perfino per Dio stesso, la divinità essendo dotata di propria volontà ed avendo il potere assoluto, può anche decidere di autolimitarsi. Quindi Dio potrebbe creare qualcosa e poi porre da sé dei limiti alla propria onniscienza e onnipotenza.

Qui, però, non siamo interessati a questioni filosofiche, per cui preferiamo affrontare la versione scientifica di tale paradosso, noto come paradosso della forza invincibile: cosa avviene se una forza irresistibile agisce su un oggetto inamovibile?

Da un punto di vista dinamico, una forza è una grandezza fisica capace di far variare la velocità di un certo corpo (in realtà, ad essere più precisi, non la velocità, bensì la quantità di moto di un corpo, ossia – semplicemente – il prodotto tra la massa del corpo e la sua velocità). Così, ad esempio, occorre esercitare una certa forza su di un corpo fermo per farlo muovere, e la variazione di velocità (da zero ad un certo valore) sarà proporzionale alla forza esercitata, e questa dovrà essere maggiore se la massa del corpo è maggiore, oppure se la data variazione di velocità la si vuole far avvenire più rapidamente, in minor tempo. Ora, per esercitare una data forza su un corpo, occorrerà compiere un certo lavoro su di esso, che sarà proporzionale alla forza applicata, ma anche allo spostamento subito dal corpo: a parità di forza, si compie più lavoro se si sposta l’oggetto di due metri, invece che di un metro. La grandezza fisica che misura la capacità di compiere lavoro è l’energia, che può presentarsi sotto diverse forme, a seconda del tipo di lavoro (e quindi di forza) da compiere: energia termica (prodotta, per esempio, quando si strofinano le mani), energia elettrica (prodotta, per esempio, quando si strofina una penna di plastica su un panno di lana), ecc.

Ritornando al nostro paradosso, per avere una forza invincibile occorrerebbe impiegare una energia infinita, ma poiché sappiamo bene che il nostro Universo è finito, con una estensione di meno di 14 miliardi di anni luce, se ne conclude che ciò non è possibile. D’altra parte, per avere un corpo inamovibile, esso dovrebbe avere una massa infinita (altrimenti vi sarebbe una certa forza in grado di muoverlo), ma per lo stesso motivo di sopra, questo non può essere.

In fisica, con cui si ha a che fare con quantità misurabili non ha molto senso parlare di grandezze infinite poiché queste non si possono misurare (non si possono realizzare strumenti per misurarle), e il paradosso di sopra mette in luce proprio questa caratteristica. Ha invece senso parlare di quantità molto grandi rispetto ad altre, e quindi studiarne gli effetti.

Per esempio, se un corpo avesse una massa molto grande – diciamo, centinaia di volte la massa del nostro Sole – esso collasserebbe sotto l’azione della sua forza di gravità e diventerebbe un buco nero. Naturalmente, una forza di una qualunque intensità che potessimo creare qui sulla Terra non avrebbe alcun “effetto” sul buco nero: il corpo che eserciterebbe tale forza verrebbe “inghiottito” dal buco nero, con l’unico effetto di aumentare la sua massa. Non vi è dunque alcun oggetto che possa esercitare una forza su un buco nero tale da produrre un effetto apprezzabile? Ovviamente si. Basterebbe un altro buco nero, di massa maggiore: esso lo attirerebbe a sé, e i due si fonderebbero in un unico buco nero, ancora più potente…

Proprio di recente è stato scoperto che due buchi neri supermassicci al centro di un quasar sarebbero ormai così vicini da fondersi entro 21 anni. Se le osservazioni che hanno portato a questa conclusione saranno confermate, presto gli astronomi potranno osservare uno degli eventi più estremi dell’universo. E potrebbe essere l’occasione buona per osservare le onde gravitazionali prodotte dal cataclisma cosmico. Ma vediamo che è successo…

La maggior parte delle galassie ha un buco nero supermassiccio in agguato al proprio centro, ma una galassia a 10,5 miliardi di anni luce di distanza dal Sole sembra averne due: e la coppia potrebbe collidere entro 21 anni. Se le osservazioni saranno confermate, si tratterebbe della coppia di buchi neri più vicina finora nota, e la loro imminente collisione offrirebbe agli scienziati una possibilità senza precedenti di assistere in diretta a processi fisici estremi.
Osservare direttamente i due probabili buchi neri è impossibile. Oltre a essere neri, vale a dire invisibili, sono troppo distanti dalla Terra e troppo vicini l’uno all’altro per distinguerli con i telescopi. Ma gli scienziati hanno scoperto quella che ritengono la firma rivelatrice di una coppia di colossi che volteggiano insieme.

I buchi neri ben identificabili come tali si trovano nei quasar, galassie che rilasciano un diluvio di luce quando la loro massa viene inghiottita dal gigantesco buco nero al loro centro. La luce del quasar tremola in modo casuale, a seconda della quantità di massa inglobata, ma se al centro ci sono due buchi neri, e non uno, i loro moti orbitali dovrebbero perturbare il gas circostante in modo regolare, provocando un aumento e una diminuzione periodica della luce.

Tingting Liu, specializzando all’Università del Maryland a College Park, ha analizzato la luce proveniente da 316 quasar osservate nel Pan-STARRS 1 (Panoramic Survey Telescope e Rapid Response System) Medium-Deep Survey, un programma di scansione del cielo condotto con il telescopio Pan-STARRS1 che si trova sul monte Haleakala, nelle Hawaii. Durante la ricerca di modelli periodici della luce, un quasar dall’ingombrante nome PSO J334.2028 + 01.4075 si è rivelato quello con il segnale ricorrente più chiaro. Il/i buchi neri dovrebbero avere una massa complessiva stimabile fra 3 e 30 miliardi di volte quella del Sole. “In questo probabile buco nero binario supermassiccio la separazione delle due masse è così ridotta da poter dire che è in atto il processo di fusione”, dice Suvi Gezari, capo del gruppo di ricerca di Liu e coautore di un articolo sulla scoperta accettato per la pubblicazione da “The Astrophysical Journal Letters”.

In realtà, per i buchi neri l’imminente impatto avverrà anche prima dei 21 anni indicati. Nel loro sistema di riferimento avverrà infatti entro soli sette anni, ma causa di un fenomeno chiamato dilatazione cosmologica del tempo, legato all’espansione dell’universo, dal nostro punto di osservazione sulla Terra l’incidente sembrerà avvenire tra 21 anni. “E’ stata una scoperta fortuita”, dice Stuart Shapiro, astrofisico teorico all’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, non coinvolto nella ricerca. “Non conosciamo alcun altro candidato che sia così vicino [alla fusione]”. Ma, aggiunge, “intendiamoci: anche se non li vediamo, probabilmente in giro ce ne sono molti di più”.

Con il proseguimento di Pan-STARRS1 e di altre indagini in grado di monitorare nel tempo questi sistemi alla ricerca di variazioni periodiche, gli astronomi si aspettano di trovare altri buchi neri binari. Shapiro usa simulazioni al computer per prevedere che cosa accade quando si fondono buchi neri giganti. La possibilità di osservare un evento reale offrirebbe a lui e agli altri astrofisici teorici una preziosa opportunità per controllare i loro calcoli.

“Quando due buchi neri si avvicinano sufficientemente, pensiamo che di colpo si precipitino uno sull’altro e si fondano”, dice Shapiro. “Questo ‘tuffo’ e questa fusione daranno luogo a una raffica di onde gravitazionali, con uno scoppio iniziale che poi diminuirà progressivamente via via che il suono residuo si affievolirà, come una campana.” Queste vibrazioni simili a quelle di una campana dovrebbero generare spirali di onde gravitazionali, increspature che stirano e rilassano la trama dello spaziotempo.

Queste increspature potrebbero essere rilevabili con i cosiddetti pulsar timing arrays, che per individuare alterazioni nelle onde gravitazionali sfruttano come orologi naturali le stelle in rapida rotazione note come pulsar. Le pulsar ruotano in modo estremamente regolare, proiettando fasci di luce proprio come i fari. Se un’onda gravitazionale attraversa lo spazio, la loro luce potrebbe arrivare fuori orario. Confrontando i tempi di molte pulsar in tutto il cosmo, gli astronomi potrebbero identificare l’origine temporale e spaziale di un’onda gravitazionale. “In questo momento non abbiamo la sensibilità necessaria a rilevare questo sistema [PSO J334.2028 + 01.4075], ma attraverso varie indagini stiamo trovando sempre più candidati,  per cui questo sistema è potenzialmente solo la punta di un iceberg”, dice Xavier Siemens dell’Università del Wisconsin a Milwaukee, che dirige il progetto North American Nanohertz Observatory for Gravitational Waves (NANOGrav) per la rilevazione dei tempi delle pulsar. “E’ qualcosa che potremo individuare con i radiotelescopi di nuova generazione”, aggiunge. “Come il Kilometer Square Array” che dovrebbe partire intorno al 2025 in Sud Africa e Australia.

Se J334.2028 PSO + 01.4075 sia effettivamente un buco nero binario è però ancora una questione aperta. George Djorgovski, un astronomo del Caltech che recentemente ha trovato un altro quasar candidato a contenere un doppio buco nero, non è convinto. “La loro analisi e le loro conclusioni mi lasciano scettico”, dice. Infatti, Pan-STARRS1 ha osservato quel sistema solo poche volte, quindi l’apparente variazione nella luce potrebbe rivelarsi un evento casuale. Inoltre, la probabilità di trovare un evento raro esaminando un campione di dimensioni  relativamente piccole (316 quasar) è bassa. “Le probabilità di incappare in una coppia di buchi neri con una separazione così piccola da  portare alla loro fusione nel giro di alcuni anni, è probabilmente inferiore a una su un milione”, aggiunge. “Liu e colleghi dovrebbero essere davvero molto fortunati.”

Gli astronomi non dovranno aspettare molto per scoprirlo. Liu e i suoi collaboratori hanno calcolato che la luce del quasar fluttua con un periodo regolare di circa 542 giorni, il che significa che i prossimi dati dovrebbero presto confermare o confutare il modello. “E’ davvero facile testare la persistenza di questa fluttuazione periodica”, spiega Gezari. “E se ci sono realmente due buchi neri che stanno iniziando a spiraleggiare uno verso l’altro, il loro periodo dovrebbe essere sempre più piccolo. Di fatto possiamo controllare quel cambiamento in funzione del tempo.” Se il modello reggerà, gli astronomi potranno prenotarsi un posto in prima fila per uno degli eventi più estremi della natura. Non sarà come osservare un tramonto seduti in riva al mare con la fidanzata, ma la bellezza a volte è negli occhi di chi guarda…

Propositi per il nuovo anno?

Ogni anno, in questo periodo, si fanno i consuntivi dell’anno passato e ci si pone degli obiettivi per il nuovo anno. Ma come si costruisce un obiettivo?
Ci sono tante teorie filosofiche sull’argomento, sia antiche che moderne,  ma io vorrei provare a vedere la cosa da buon vecchio logista, stilando una check-list (va bene, elenco, lascio gli inglesismi al mio amico da Londra…). Vediamo un po’ come viene…

II decalogo del buon obiettivo.

Ci sono delle caratteristiche che rendono un obiettivo più o meno raggiungibile già dalla stessa stesura. Molto spesso non raggiungiamo un obiettivo perché abbiamo sbagliato già in partenza nel definirlo, complicandoci la vita da subito.
Vediamo che caratteristiche deve avere un buon obiettivo:

Deve essere preciso.

Primo scalino nel quale le persone inciampano e che impedisce a molta gente di raggiungere ciò che desidera: spesso ci si limita a vaghe indicazioni tipo «Voglio fare carriera», «Mi piacerebbe migliorare». Affermazioni così generiche non significano nulla, sono poco chiare e non indicano una meta. Sarebbe come dire: «Voglio andare in vacanza»; molto vago rispetto a «La prossima estate voglio andare a Londra, nel quartiere di Greenwich, ospite di un mio amico, per due settimane»,  che sicuramente è in grado di focalizzare qualcosa di preciso e definito.

Deve avere una scadenza.

Se un obiettivo dev’essere misurabile, ovviamente dev’esserlo anche sulla scala del tempo. Entro quando sei impegnato a ottenere quel risultato? Avete notato che, quando abbiamo delle scadenze, ci attiviamo in maniera diversa rispetto a quando non ne abbiamo? L’approssimarsi della data prefissata crea indubbiamente pressione, ma stabilisce un passo, un ritmo da seguire. Infatti, senza un tempo limite, potremmo cadere nel «prima o poi lo farò», scusa numero uno per rimandare le cose. E non vale fare come quel mio amico che sulla lavagna in cucina aveva scritto : “da lunedì prossimo smetto di bere”.

Deve essere espresso in modo positivo.

È più importante sapere cosa si vuole, rispetto a ciò che non si vuole. Quindi non diremo «Non voglio più pesare novanta chili», ma piuttosto «Voglio pesare ottanta chili»; non dirò «Non voglio andare in confusione quando vado a un colloquio di lavoro», ma piuttosto «Voglio essere tranquillo e disinvolto ad un colloquio di lavoro». Questo punto è molto controverso, ma trattandosi di un aspetto prettamente psicologico passo oltre.

Deve essere attuabile.

Spesso le persone si pongono obiettivi davvero irrealizzabili. Se guadagni mille euro al mese e ti metti in testa di diventare milionario in una settimana, è evidente che la cosa è impossibile.
La gente tende a sopravvalutare ciò che può fare in un anno e a sottovalutare quello che potrebbe fare in cinque o dieci. In cinque anni si può fare tantissimo, con un po’ di costanza e lungimiranza: si fondano e si consolidano aziende, famiglie, esistenze, ci si può laureare o crearsi una cultura enorme su argomenti che non si conoscevano neppure, si impara a suonare uno strumento, si può diventare professionisti in uno sport, acquisire una qualsiasi abilità che adesso nemmeno esiste. Mi è capitato spesso nella vita di conoscere persone che fino a cinque anni prima facevano tutt’altro e poi, con costanza ed applicazione, hanno ribaltato tutto.

Deve motivare.

Se l’obiettivo prefissato fosse quello di guadagnare un solo euro in più il prossimo mese, sicuramente sarebbe più che fattibile, ma non potrebbe mai essere motivante! Chi si impegnerebbe mai per un obiettivo così modesto? Quindi un buon obiettivo presenta un giusto mix tra la realizzabilità e lo stimolo positivo che ci dà l’idea di superare i nostri limiti e fornire la nostra migliore prestazione possibile.

Deve essere scritto.

Nella nostra cultura mettere le cose per iscritto è indubbiamente più impegnativo che pronunciarle solamente. «Verba volant scripta manent» dicevano i latini, e tutti sappiamo che di certo i pensieri e le parole tendono a sparire velocemente dalla nostra memoria o, quanto meno, a cambiare nel tempo. Quante volte succede di avere una buona idea e, non avendola appuntata, perderla nei meandri della nostra mente per non ritrovarla mai più. Metterli per iscritto ci permette di fissare indelebilmente i nostri obiettivi e, nel farlo, ci fa prendere un impegno psicologico con noi stessi e, soprattutto, ci fa fare il primo passo verso il loro raggiungimento. Scrivere ci permette di stabilire priorità e scadenze, di verificare eventuali conflitti tra attività relative all’obiettivo e di controllarne lo sviluppo. È anche per questo che uso un blog e non un audiolibro.

Non deve essere in contrasto con i propri valori.

I nostri valori sono ciò che è veramente importante per noi, le sensazioni che più vorremmo vivere nella nostra vita. Qualsiasi obiettivo che entri in conflitto con essi sarà alla lunga destinato a morire, perché non faremo qualcosa che ci costringa a provare una sensazione di malessere nel profondo. Quindi se il mio obiettivo è guadagnare di più e mi viene proposto, per realizzare molto rapidamente quel risultato, di fare una rapina in banca o di spacciare droga, non potrò mai, se per me l’onestà è un valore importante, accettare, anche se farlo mi permetterebbe di raggiungere facilmente il mio obiettivo!

Lo devi condividere.

Questo punto è abbastanza controverso e ci sono diverse opinioni al riguardo. C’è chi sostiene che è bene far sapere al mondo dei propri obiettivi, parlandone con quante più persone possibile e in ogni situazione, così da mettersi con le spalle al muro e non poter più tornare indietro, pena una figuraccia terribile con tutta quella gente che è lì, testimone. Di certo questa strategia crea una pressione notevole, e in alcuni casi si rivela vincente. C’è poi chi crede nella strategia opposta: tenere per sé i propri piani e stupire le persone a fatti compiuti. Personalmente ritengo che una via di mezzo sia l’opzione più saggia e redditizia: condividere i propri obiettivi con persone a noi vicine, delle quali ci fidiamo e che possono supportarci ed eventualmente aiutarci se ce ne fosse bisogno.

A questo punto siamo alla fine dell’elenco.  Qualcuno forse noterà che i punti sono otto (allora non è un decalogo!!!) invece di dieci (appunto!). Quelli che ho scritto sono quelli oggettivi, cioè quelli che ritengo valgano per tutti. Gli ultimi due scriveteli voi (potrò fare tutto io?), secondo me c’è spazio e modo per fissare altri due punti.
Io intanto vado ad organizzare la campagna elettorale per diventare Presidente degli Stati Uniti, anche perché la prossima settimana voglio andare su Marte.

 

 

Fonti: Roberto Re, Leader di te stesso, Bestsellers Mondadori, 2006