Pattie, George e Eric

“Layla e Majnun”, nota anche come “Il Folle e Layla” è una classica storia araba di un amore contrastato. È basata sulla storia vera di un giovane chiamato Qays ibn al-Mulawwaḥ, originario del nord della Penisola araba durante il periodo omayyade nel VII secolo. In una versione, egli passa la giovinezza con Layla, sorvegliandone i greggi. In un’altra versione, dopo aver visto Layla, se ne innamora perdutamente. In entrambe le varianti in ogni caso impazzisce quando il padre gli impedisce di sposarla; perciò venne chiamato “Majnun -e Layla”, ovvero “Il pazzo di Layla”.

Un’altra variante del racconto vuole che Layla e Majnun si siano incontrati a scuola. Majnun si innamora di Layla e viene da lei distratto. Il maestro picchia Majnun in quanto concentra le sue attenzioni su Layla e non sull’attività scolastica. Ma avviene qualcosa di magico. Majnun viene colpito ma è Layla a sanguinare per le sue ferite. La notizia diffusasi causa un litigio fra le due famiglie. Separati nell’infanzia, Layla e Majnun si incontrano di nuovo in gioventù. Tabrez, il fratello di Layla, non vuole che lei infanghi il nome della famiglia sposando Majnun. Tabrez e Majnun litigano; pazzo di Layla, Majnun uccide Tabrez. Majnun viene arrestato dopo che la notizia raggiunge il villaggio e quivi condannato alla lapidazione. Layla non può sopportarlo e acconsente di sposare un altro uomo in cambio della salvezza di Majnun, che viene esiliato. Layla si sposa, anche se resta legata sentimentalmente a Majnu. Comprendendo ciò, suo marito cavalca nel deserto alla ricerca di Majnun, e lo sfida a un duello mortale. Nello stesso istante in cui il marito di Layla trafigge con la spada il cuore di Majnun, Layla cade a terra in casa sua. Layla e Majnun vengono sepolti uno accanto all’altra e il marito di lei ed entrambi i padri pregano per loro. Il mito vuole che Layla e Majnun si incontrino di nuovo in paradiso, dove si ameranno per sempre.

La grande popolarità della leggenda ha influenzato la letteratura mediorientale, specialmente gli scrittori Sufi, per i quali il nome Layla si riferisce al concetto dell’Amato. La storia originale viene riportata anche nello scritto mistico “Le sette valli di Bahá’u’lláh”. Etimologicamente Layla deriva dal termine ebraico e arabo per “notte” e si pensa significhi “colui che lavora di notte”. È un’apparente allusione al fatto che l’amore dei due protagonisti è nascosto e tenuto segreto. Nella lingua persiana e araba, il termine Majnun significa “pazzo”. Oltre che in questo uso creativo del linguaggio, il racconto ha contribuito al gergo popolare almeno in un altro modo, ispirando il modo di dire turco “sentirsi come Layla”, ovvero essere completamente storditi, come ci si aspetta sia una persona che è letteralmente pazza per amore.

Il poema epico fu tradotto in inglese da Isaac D’Israeli nei primi anni del 1800, permettendo a un ampio pubblico di apprezzarlo. E qui finisce l’epica e inizia la storia. O meglio, la musica. Ma andiamo in ordine.

Patricia Anne Boyd, detta Pattie, nacque a Taunton, Somerset, da Colin Ian Boyd Langdon e Diana Frances Drysdale nel marzo del ‘44. Maggiore di quattro figli, visse a Nairobi, in Kenya, dal 1948 al 1953, dopo che suo padre aveva dato le dimissioni dalla Royal Air Force a seguito di un infortunio grave come pilota durante la Seconda Guerra Mondiale. Diana e Colin divorziarono nel 1952, e la donna tornò in Inghilterra, con i suoi quattro figli, dopo il suo secondo matrimonio, avvenuto nel febbraio 1953 in Tanganica (oggi Tanzania).

Pattie frequentò la scuola fino al 1961, poi si trasferì a Londra nel 1962, e ottenne il primo lavoro da Elizabeth Arden, nota azienda di cosmetici, come volto per la pubblicità di uno shampoo. Un cliente che lavorava per una rivista di moda le chiese se avesse pensato a diventare una modella. E da lì Pattie iniziò la sua carriera nel campo della moda.

Patricia iniziò la sua carriera di modella nel 1962, ma fu rifiutata da molti fotografi che si lamentavano del suo look “non idoneo” e dei suoi denti, dicendole: “Le modelle non assomigliano a dei criceti”. Tempo dopo però un’agenzia la ingaggiò e Patricia fece la modella soprattutto a Londra, New York e Parigi (per Mary Quant, l’agenzia che la lanciò nel mondo della moda) e fu fotografata da famosi fotografi come David Bailey e Terence Donovan.

Pattie, che nel 1964 aveva solo 19 anni, conobbe George Harrison durante le riprese del film “A Hard Day’s Night”, per il quale era stata presa per fare da studentessa fan dei Beatles. All’epoca lei era fidanzata con Eric Swayne, noto fotografo di moda dell’epoca, che frequentò per circa un anno e così dovette rifiutare un primo appuntamento col Beatle, ma in compenso disse che era l’uomo più bello che lei avesse mai visto in vita sua. Una delle prime cose che George disse a Patricia fu “Ti sposeresti con me?”, frase che i Beatles all’epoca dicevano ad ogni bella ragazza. Pattie rise a allora George disse “Bè, se allora non vuoi sposarmi, verresti con me a cena?”. Un paio di giorni dopo, quando lei fu richiamata per girare di nuovo nel film, George le chiese nuovamente di uscire e stavolta lei accettò, avendo interrotto la relazione con Swayne. Il loro primo appuntamento fu nel Garrick Club a Covent Garden, in compagnia del manager dei Beatles, Brian Epstein. Da quel giorno divennero una coppia e si sposarono nel 1966. George le dedicò una delle più belle canzoni della storia del rock, “Something”.

Il loro rapporto che all’inizio sembrava perfetto, da coppia invidiata per la loro bellezza e la loro apparente felicità, si fece invece sempre più complicato. Durante il viaggio in India dei Beatles con le loro compagne (che all’epoca erano Cynthia Powell, moglie di John Lennon e madre di Julian, Jane Asher, compagna di Paul McCartney, Maureen Cox, moglie di Ringo Starr e appunto Patricia Boyd) con i Beach Boys e Mia Farrow, Harrison scoprì la religione indiana, l’arte della meditazione ed ebbe una forte relazione con il Maharishi, mistico e filosofo indiano nonché guru, fondatore della tecnica conosciuta come meditazione trascendentale e del movimento ad essa relativo.

Per George divenne una vera e propria ossessione: questo amore per la religione indiana rese George molto intrattabile. Non fu solo questo a minare definitivamente la loro relazione: durante la Beatlemania, quando i Beatles erano un grandissimo fenomeno, George (come d’altronde anche gli altri componenti del gruppo) non fece a meno delle droghe, dell’abuso di alcool e ebbe relazioni con svariate ragazze, tra cui proprio Maureen Cox e, pare, Krissy Findlay, moglie di Ron Wood dei Rolling Stones. Quando Patricia lo venne a sapere si sentì veramente ferita, non tanto da lui ma dall’amica: iniziarono così anche i tradimenti da parte sua, che includono anche il cantante dei Rolling Stones Mick Jagger e il Beatle John Lennon, che da sempre avevano mostrato un certo interesse per quella bella ragazza magra, bionda e sempre sorridente.

La loro relazione era praticamente alla fine, quando all’improvviso entrò nella loro storia Eric Clapton. I Beatles in generale erano grandi amici di Clapton, ma in particolare lo era George. I due si conobbero ad una festa nel ’68. Eric iniziò a frequentare spesso la casa di George e Patricia, e lui perse la testa per la moglie dell’amico; si trattava di una vera e propria ossessione, tanto che Clapton arrivò a fingere un flirt con la sorella di Pattie, Paula, per conquistarla e cercare di avvicinarsi sempre più a lei.

Alla fine scrisse una canzone d’amore dedicata a lei, la celeberrima Layla, di cui riporto il testo alla fine di questo racconto. Patricia all’inizio non cedette anche se era stata rapita da questa dedica d’amore. La brutta situazione di George però si ripeté anche dopo la fine dei Beatles e Pattie, una volta per tutte stanca e smarrita, decise di lasciarlo e andare da Eric nel ’74. Dopo il loro matrimonio Eric le scrisse una nuova canzone, anche questa molto famosa, “Wonderful Tonight”.

La vita con Clapton però era diversa da quella che si aspettava. La dipendenza del musicista dall’alcool era per Pattie motivo di delusione. Il fatto di non essere riuscita ad avere un figlio da lui era motivo di ulteriore frustrazione. Eric si divertiva con altre donne ed era spesso ubriaco. Pattie quindi decise nel 1989 di sancire ufficialmente con un divorzio la separazione dal cantante e chitarrista.

Tuttavia, George non provò rancore nei confronti dell’amico, Eric Clapton; anzi, egli fu presente al matrimonio di Clapton con Pattie Boyd e i musicisti rimasero molto uniti fino alla morte di Harrison, tanto che nel 1991, dopo che Clapton e la Boyd avevano divorziato, fecero ancora un tour insieme e che lo stesso Clapton suonò al Concert for George, a un anno dalla morte dell’amico. Fu lo stesso Clapton a organizzare il concerto.

Ma questa, è un’altra storia…

“Layla”, Derek and the Dominos, “Layla and Other Assorted Love Songs”, 1970

Cosa farai quando ti sentirai sola

senza nessuno ad aspettare al tuo fianco?

Sei scappata e ti sei nascosta per troppo tempo

Lo sai, è solo a causa del tuo stupido orgoglio.

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Ho provato a consolarti

Quando il tuo vecchio uomo ti ha abbandonata

Come uno sciocco, mi sono innamorato di te

Hai girato il mio intero mondo sottosopra

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Prendiamo il meglio da questa situazione

Prima che io finalmente diventi matto

Ti prego non dire che non troveremo mai una via

E che il mio amore è vano

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Louis Prima

C’è stato un periodo in cui gli italoamericani dominavano il mondo della musica. Cantanti come Dino Paul Crocetti (Dean Martin), Francis Albert (Frank) Sinatra, Pierino Ronald (Perry) Como e Anthony Dominick Benedetto (Tony Bennett) erano i più famosi e popolari, imponendo uno stile particolare: erano chiamati “crooner”, stile di canto nato negli Stati Uniti dopo l’avvento del microfono. La tradizione canora precedente imponeva al cantante un’impostazione di voce stentorea e squillante, tale che il canto potesse giungere in modo chiaro fino alle ultime file dei teatri; l’utilizzo del microfono rese meno indispensabile la potenza vocale e permise al cantante l’utilizzo di una tecnica “sussurrata”.

Il crooning, quindi, non è un genere musicale specifico, ma piuttosto uno stile e una tecnica di canto che si fonde col jazz e con un certo tipo di musica ballabile. Non solo: quei cantanti, molto furbescamente, strizzavano l’occhio alla massa di emigranti italiani negli Stati Uniti e a volte cantavano canzoni mescolando inglese, slang, dialetti del Sud Italia e italiano.

Chi non conosce i versi “When the moon hits your eye/ Like a big pizza pie/ That’s amore”? Le canzoni come “That’s amore” cantata da Dean Martin e scritta da Salvatore Antonio Guaragna, alias Harry Warren, autore tra le altre di “Chattanooga Choo Choo” e “At last”, avevano un duplice obiettivo: erano intanto una dichiarazione d’affetto per l’Italia e per le sue tradizioni come la pizza e la tarantella (che da un lato contribuivano a consolidare stereotipi sugli italiani e l’Italia nella visione dell’americano medio ma anche del prototipo dell’italo-americano nell’immaginario collettivo). Dall’altro raccontavano quella mescolanza linguistica, affettiva, sociale di cui vivevano gli immigrati, a metà strada tra due mondi, più ricchi di chi è soltanto italiano o solo americano perché dotati di una duplice eredità culturale.

Il vero maestro di quella generazione fu però un altro.

Uomo di spettacolo instancabile e talento musicale sottovalutato, Louis Prima era una sorta di uragano in scena. Anche se etichettato come cantante (e trombettista) swing, spaziava anche nel jazz di New Orleans, nel boogie-woogie, nel jump blues, nell’R&B, nel rock & roll e, occasionalmente, nella tarantella. In realtà, il suo atteggiamento con cui rifiutava di prendere sul serio la musica, gli creò non pochi problemi con la critica del tempo, che lo liquidò come “intrattenitore”, anche se era un cantante molto capace.

Nato a New Orleans il 7 dicembre del 1911 da emigrati italiani, prese lezioni di violino ma ben presto passò alla tromba, pur di andare in tour (anche se come riserva) con la band del fratello maggiore. In un paio d’anni diventò solista ed iniziò, ispirato da Louis Armstrong e da King Oliver, a suonare nei teatri di New Orleans.

Ma i teatri non erano proprio i luoghi più adatti per suonare il jazz, così all’inizio degli anni ’30 emigrò a New York. Lì provò a fondare bande jazz, finché con il gruppo Dixieland “New Orleans Gang” riuscì ad avere un discreto successo. Il gruppo era formato da elementi senz’altro validi, come il clarinettista Pee Wee Russell, il pianista Claude Thornhill, il chitarrista George Van Eps, il sassofonista Eddie Miller e il trombonista George Brunies.

Nel 1937 il suo primo successo: “Sing, Sing, Sing”, poi eseguito da Benny Goodman in una famosa versione alla Carnegie Hall; ad oggi è il brano swing più suonato nel mondo.

Sciolse la band e ne formò un’altra, denominata “Louis Prima and His Gleeby Rhythm Orchestra”, che iniziò ad avere un discreto successo negli anni successivi, soprattutto con canzoni come “Angelina”, “Felicia No Capicia,” “Bacciagaloop (Makes Love on the Stoop),” “Please No Squeeza Da Banana,” e “Josephina, Please No Leana on the Bell”.

Nel 1948, Louis assunse una vocalist sedicenne, di Norfolk, Virginia, di nome Dorothy Jacqueline Keely. Intanto le cambiò il nome in Keely Smith, poi iniziò a duettare con lei, che era proprio il suo opposto in quanto a presenza scenica, tanto da sembrare quasi fuori posto, con le mani conserte davanti al corpo, i capelli corti, alla Betty Boop, e gli occhi da cerbiatto impaurito. Ma come per incanto, quando avvicinava la bocca al microfono, si capiva che il suo posto era proprio lì, sul palco.

La coppia si sposò il 13 luglio 1953, e Keely, di vent’anni più giovane di Louis, ne divenne la quarta moglie, avendo con lui due figlie, Toni e Luanne.

Alla fine del 1954 era un po’ in difficoltà nel trovare serate, ma grazie ad un amico trovò lavoro all’Hotel Sahara di Las Vegas. Poiché nel frattempo aveva sciolto la big band, doveva trovare qualcuno che lo accompagnasse: reclutò il sassofonista Sam Butera, che suonava al “500 Club”, locale del fratello di Louis Prima, incaricandolo di creare una band e raggiungerlo a Las Vegas.

Il nuovo gruppo debuttò il giorno di Santo Stefano del 1956 e poiché non avevano un nome, Louis disse a Butera di improvvisare. Butera salì sullo stage per annunciare i due cantanti Louis e Kelly e il gruppo, dicendo: “Ecco a voi Louis Prima, Keely Smith e The Witnesses”. Il nome rimase, tant’è vero che Butera fu il leader dei “testimoni” (witnesses, appunto), per quasi vent’anni.

Tutti insieme, riuscirono a creare uno show dal vivo tra i più coinvolgenti. Nel 1954 incisero il medley “Just a Gigolo/I Ain’t Got Nobody”. “Just a Gigolo” è la cover della canzone italo-tedesca “Schöner Gigolo”, scritta nel 1929 da Nello Casucci (musica, italiano) e Julius Brammer (parole, tedesco). La canzone divenne globalmente nota quando Irving Caesar, autore tra le altre di “Animal Crackers in My Soup”, brano cantato da Shirley Temple nel film “Riccioli d’oro” e di “Tea for Two”, la adattò in lingua inglese col titolo di “Just a Gigolo”.

Lo show, pubblicizzato come “The Wildest Show in Las Vegas”, divenne residente, con fino a cinque repliche a sera e anche se rivolto ad un pubblico “anziano”, proprio per il mix che si era creato sul palcoscenico riuscì a coinvolgere tutte le fasce di età.

Nel 1956, Prima e il suo gruppo firmarono per la nota casa produttrice “Capitol Records”, che tra gli altri ha prodotto o produce The Beatles, Paul McCartney, Mary J. Blige, the Beach Boys, Beastie Boys, Neil Diamond, Eagles, Katy Perry, Brian Wilson, Beck, Avenged Sevenfold, 5 Seconds of Summer, Don Henley, Sam Smith e Emeli Sandé.

In quel periodo il gruppo produsse un bel po’ di successi, tra cui “Just a Gigolo/I Ain’t Got Nobody”, “Jump, Jive an’ Wail”, “Buona Sera”, “Oh Marie” e “The Lip”. Nel 1958 Louis e Keely vinsero il Grammy per la loro versione di “That Old Black Magic”.

Ma mentre sul palco la loro coppia diventava sempre più forte, nella vita ci fu un allontanamento. All’inizio del ’61 ci furono un po’ di cambiamenti, la casa discografica e il locale, passando dalla “Capitol” alla “Dot” e dal “Sahara Hotel” al “Desert Inn”, che portarono un bel po’ di soldi nelle casse della coppia; ma a fine anno qualcosa si ruppe: il loro matrimonio.

Nel 1962 trovò un’altra voce femminile, Gia Maione, di trent’anni più giovane di lui, che l’anno dopo divenne la sua quinta moglie. Ma l’alchimia e il successo di un tempo non tornarono più.

Nel 1967 diede la sua voce al personaggio di King Louie (Re Luigi) nella versione originale del film Il libro della giungla di Walt Disney. La canzone “I Wanna Be Like You”, tratta dalla colonna sonora del film, fu un grande successo.

All’inizio degli anni settanta Louis Prima ritornò a vivere a New Orleans e a suonarvi con Butera. Nel 1975, in seguito ad un intervento per l’asportazione di un tumore al cervello, entrò in coma, da cui non si risvegliò più. Morì tre anni più tardi, il 24 agosto. L’epitaffio sulla sua tomba è una citazione da Just a gigolo, una delle sue canzoni più famose:

When the end comes I know They’ll say Just a gigolo As life goes on without me”

“Quando arriverà la fine, lo so, diranno è solo un gigolò, mentre la vita va avanti senza di me”

Alcuni dei suoi brani hanno rilanciato carriere, come quella dell’ex Van Halen, il cantante David Lee Roth, che ha segnato il colpo più ricordato del suo periodo solista con una versione di “Just a Gigolo/I Ain’t Got Nobody” nel 1985; nel 1998 una sua versione di “Jump, Jive an’ Wail” è stata utilizzata per uno spot dell’azienda Gap (pantaloni) portando la sua musica anche alle nuove generazioni.

Qualche giorno fa, tre “comedians” italiani, Virginia Raffaele, Claudio Gregori e Pasquale Petrolo, questi ultimi meglio noti come “Lillo e Greg”, hanno proposto un medley di due canzoni di Louis, la bellissima “Angelina” e la divertentissima “Zooma Zooma”. E se trovate la canzone sul web, un consiglio, ascoltatela.

“I eat antipasta twice

just because she is so nice

Angelina

Angelina

the waitress at the pizzeria

I eat zuppa and minestrone

just to be with her alone

Angelina

Angelina

the waitress at the pizzeria

Ti voglio bene

Angelina I adore you

Ti voglio bene

Angelina I live for you

E un passione

You have set my heart on fire

But Angelina

never listens to my song

I eat antipasta twice

just because she is so nice

Angelina

Angelina

the waitress at the pizzeria

If she’ll be a my cara mia

then I’ll join in matrimony

with a girl who serves spumoni

and Angelina will be mine

C’e’ la luna ‘n mezzo ‘u mare

Mamma mia me maritari

Figghia mia a cu te dari?

Mamma mia pensaci tu

Si ci dugnu li musicanti

iddu va, iddu veni

sempre lu strumento ne manu teni

Si ci pigghia ‘a fantasia

lu strumento a figghia mia

O mamma, zooma zooma baccala

O mamma, zooma zooma baccala

o mamma, zooma zooma baccala

zooma zooma zooma zooma

zooma baccala

C’e’ la luna ‘n mezzo ‘u mare

Mamma mia me maritari

Figghia mia a cu te dari?

Mamma mia pensaci tu

Si ci dugnu pisciaiolu

iddu va, iddu veni

sempre baccala ne manu teni

Si ci pigghia ‘a fantasia

baccala a figghia mia

O mamma…”

Nina Simone

Tra tutti gli anni che ricordo con piacere, ce ne sono due che amo particolarmente: il 1982 e il 1987. Il primo legato a ricordi sportivi (era l’anno dei mondiali spagnoli) ed emotivi (uscivo dall’infanzia ed entravo nell’adolescenza, e non aggiungo altro), mentre il secondo è stato un anno fenomenale per altri motivi.

Nel 1987 uscirono “The Joshua Tree” degli U2, “Sign o’ the times” di Prince, “Appetite for destruction” dei Guns ‘n’ Roses, “Bad” di Michael Jackson, “Faith” di George Michael, “Nothing like the sun” di Sting e molti altri album bellissimi, ma soprattutto la Chanel, casa di moda parigina fondata all’inizio del ventesimo secolo da Coco Chanel, specializzata nei beni di lusso, per pubblicizzare il suo celeberrimo profumo “Chanel N° 5” scelse come testimonial Carol Bouquet e come colonna sonora una canzone di trent’anni prima, “My baby just cares for me”.

“My Baby Just Cares for Me” è una canzone scritta da Walter Donaldson  con le parole di Gus Kahn, composta nel 1930 in occasione della versione cinematografica omonima del musical del 1928 “Whoopee!”. Il brano è principalmente conosciuto nella versione interpretata da Nina Simone nel 1958, che registrò il brano per il suo album di debutto “Little Girl Blue”; la canzone rimase relativamente sconosciuta fino al 1987, appunto, quando fu scelta per quella pubblicità. In seguito alla grande popolarità degli spot fu realizzato un video musicale realizzato con la tecnica claymation prodotto dalla Aardman Animations (quelli di “Galline in fuga” e “Shawn the sheep”).

Quindi la versione di Nina Simone era una cover: altre versioni erano state registrate, anche in precedenza, da Nat King Cole, Amanda Lear, Mel Tormé, Mary Wells, Alex Chilton e Frank Sinatra ed altre ne sarebbero state realizzate in seguito, ad esempio da George Michael. Ma la sua versione è senza dubbio quella che è rimasta di più nella memoria collettiva.

Nata il 21 febbraio 1933 a Tryon, nella North Carolina, Eunice Kathleen Waymon era la sesta di otto figli. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età, a tre anni e a cantare nel coro della chiesa e grazie all’interesse dei genitori, si creò un repertorio classico che comprendeva Brahms e Beethoven: il suo sogno allora era diventare la prima grande pianista afro-americana.

Era così dotata che il suo insegnante istituì una fondazione, a cui partecipò tutta la comunità di colore locale, per pagarle l’iscrizione alla “Juilliard School of Music” di New York, dove ebbe modo di perfezionarsi e lavorare con altri artisti. Purtroppo i fondi finirono e Nina dovette trasferirsi a Philadelphia con la famiglia, dove provò ad iscriversi al “Curtis Institute of Music”: fu respinta in quanto nera e quindi dovette allontanarsi dalla musica classica. Iniziò così a suonare gli standard americani, il jazz e il blues nei locali di Atlantic City negli anni ‘50.

La prima sera di lavoro al “Midtown Bar and Grill” di Atlantic City, nel luglio del ’54, suonò al pianoforte musica gospel e classica senza aprire bocca. La sera seguente il proprietario del locale, Harry Seward, le disse: “O canti o cambi lavoro”. Iniziò così la sua carriera, sulle orme di Billie Holliday, di cantante di pianobar. Prese il nome d’arte unendo la parola spagnola “niña” (bambina, come la chiamavano allora, cioè “baby girl”) e il nome della sua attrice preferita, Simone Signoret.

Nina iniziò a pubblicare dischi dalla fine degli anni ’50 sotto l’etichetta Bethlehem, con il primo album del 1957 “Plain Gold Ring”, caratterizzato, oltre che dalla già citata “My baby just cares for me”, dalla title track “Little girl blue” e da “I loves you, Porgy”, di George e Ira Gershwin, tratto dal musical “Porgy and Bess”.

Nel 1960 il singolo “Ain’t Got No, I Got Life” raggiunse la seconda posizione nel Regno Unito, la prima in Olanda per 6 settimane e la decima nelle Fiandre in Belgio. Lavorò per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, iniziò a lavorare stabilmente con la Philips. Pur cambiando spesso casa discografica, pubblicò “The Amazing Nina Simone” (1959), “Nina Simone Sings Ellington!” (1962), “Wild Is the Wind” (1966) e “Silk and Soul” (1967), che le diedero un discreto successo di pubblico, anche grazie a qualche cover qua e là, come ad esempio “The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan” e “Here Comes the Sun” dei Beatles.

Alla fine degli anni ’60 lasciò in modo polemico gli Stati Uniti, accusando governo e CIA dello scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Girò il mondo, visse in Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, in Olanda e in Svizzera. Proprio a causa della polemica con il governo, faceva fatica a pubblicare altri album.

Però era molto nota, sia nell’ambiente soul (la chiamavano “La sacerdotessa del soul”, ma a lei non piaceva essere etichettata, anzi, asseriva di fare molto più musica folk di quanta ne facesse di jazz e soul) sia in quello della lotta per i diritti civili, ed era molto amica sia di Malcom X che di Martin Luther King.

Diverse canzoni testimoniavano questo impegno nel sociale, a partire da “Mississipi Goddamm”, scritta per reazione all’omicidio di quattro ragazze in un attentato dinamitardo a sfondo razziale presso Birmingham, eseguita in pubblico la prima volta alla Carnegie Hall nel 1964 e il cui linguaggio esplicito di protesta le valse il fatto di non essere trasmessa da diverse stazioni radio. L’interpretazione di “Pirate Jenny”, canzone tratta da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e registrata per la prima volta per l’album “In Concert”, faceva della sguattera protagonista del racconto l’evidente metafora di una donna che invitava alla rappresaglia contro il razzismo. In “Four Women”, Nina Simone esprimeva nel ritratto di quattro donne afroamericane il conflitto interiore a cui la donna nera era soggetta nella società del suo tempo.

Quando Chanel usò “My baby just cares for me” per quello spot, le nuove generazioni scoprirono la sua musica e lei si trasformò in una’icona del jazz, anche se proprio in quell’occasione capì come era stata superficiale in passato (dal punto di vista imprenditoriale, almeno). Infatti, sull’onda del successo dello spot, la canzone balzò nei primi posti delle classifiche di Olanda, Francia e Inghilterra, ma quando Nina cercò di monetizzare recuperando le royalties delle vendite, si rese conto che trent’anni prima aveva ceduto i diritti alla sua casa discografica del tempo. Dopo una lunga battaglia in tribunale, le furono riconosciuti solo i diritti legati all’uso del brano nella pubblicità (non il massimo, ma neanche quisquilie).

Negli anni seguenti mantenne uno zoccolo duro di fan che riempivano le sale dove teneva concerti; partecipò, tra le altre, alla festa per l’80° compleanno di Nelson Mandela e al Guinness Blues Festival di Dublino, in Irlanda. Il critico del “New York Times” Jon Pareles una volta disse “C’è ancora molta forza nella sua voce” e che i suoi spettacoli erano caratterizzati da “un suono dolce, una personalità forte e un repertorio che esalta entrambi”. Ha ispirato numerose artiste, tra cui Aretha Franklin, Laura Nyro, Joni Mitchell, Lauryn Hill e Meshell Ndegeocello.

Una bella versione della sua vita è stata ripresa nel film “Nina”, del 2016, interpretato da Zoe Saldana. Molti suoi brani sono stati utilizzati nelle colonne sonore; quello che preferisco è “Sinnerman”: viene usato nella scena del museo di “Gioco a due”, film del ’99 con Pierce Brosnan e Rene Russo, in “Inland Empire” di David Lynch e in “Cellular”, film del 2004 con Kim Basinger. È stato utilizzato inoltre in vari telefilm (tra cui Sherlock , Chuck, Person of Interest e Scrubs – Medici ai primi ferri) e una versione dance-remix è parte della colonna sonora del film Miami Vice del 2006.

Nina Simone morì il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet, in Francia, per le complicanze dovute a un tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia. Seguendo le sue volontà, venne cremata e le sue ceneri furono sparse in vari luoghi dell’Africa, terra d’origine dei suoi antenati.

Il principe e il cerbiatto

Ci sono cose che si ricordano per tutta la vita.

L’altra sera in tv hanno dato, per l’ennesima volta, un film del 2004 che è la dimostrazione di come i traduttori delle case cinematografiche andrebbero condannati ai lavori forzati, a volte: “Se mi lasci ti cancello”. Il film, diretto da Michel Gondry, con Jim Carrey e Kate Winslet, presenta nella versione originale un titolo nient’affatto banale: “Eternal Sunshine of The Spotless Mind”. Il verso è tratto da “Eloisa to Abelard” di Alexandre Pope che, letteralmente tradotto, significa “il sole eterno della mente immacolata” o, per mantenere la fedele traduzione, “infinita letizia della mente candida”.

Ora, capire che cosa è passato per la mente a chi ha tradotto il titolo di un film che parla di una tormentata storia d’amore in uno da cinepanettone, resta un mistero. Certo è che, come dicevo, alcune cose restano impresse per sempre nella memoria. Racconto.

Nel 1993 ero in missione per conto dell’ONU in Mozambico e, vista la tecnologia dell’epoca, pensammo bene di attrezzare la sala convegno (così si chiamano i luoghi dove ufficiali, sottufficiali e truppa passano il tempo libero, dal latino convenium, derivato di convenire “incontrarsi, riunirsi”) con un videoregistratore e delle relative videocassette. L’errore logistico fu mettere i due pezzi in due cartoni differenti, cosicché il videoregistratore arrivò e le videocassette no (certo sarebbe stato peggio il contrario).

La salvezza, almeno temporanea, fu rappresentata dal fatto che alcuni di noi avevano portato delle videocassette a cui erano particolarmente affezionati. Un mio collega aveva “The Doors”, il film di Oliver Stone sul famoso gruppo rock americano,  un altro “Cool as ice”, di cui ho già accennato in “Portatore di luce”, ed infine io avevo portato “Purple Rain” con Prince.

“Purple Rain”, a differenza di quanto si potrebbe immaginare, non è un film costruito attorno alle canzoni, ma il contrario. Prince diede al regista facoltà di scegliere tra un centinaio di brani, pronti o solo abbozzati. Il regista ne scelse 11 sui dodici previsti per il disco. Poco dopo, però, rimase colpito dalla versione di una canzone rock-gospel eseguita da “Prince e i Revolution” durante una serata al “First Ave & 7th St. Club” di Minneapolis. Quando chiese a Prince quale fosse il titolo del pezzo, si sentì rispondere “Purple Rain”. Da quel momento film e disco si sarebbero chiamati in questo modo.

Il film, girato in 42 giorni tra Minneapolis e Los Angeles, aveva un budget di 7 milioni di dollari e finì per incassarne oltre 68, superando anche le aspettative più sfrenatamente ottimistiche. Per il ruolo di protagonista femminile venne inizialmente scelta Vanity (Denise Matthews) fidanzata di Prince e membro delle “Vanity 6”, uno dei progetti del Principe che potrebbe essere così sintetizzato: un gruppo di belle ragazze che cantano zozzerie in biancheria intima di gusto discutibile. Anche il “6” sembrava casuale, ma non era così (pare fosse il numero delle tette delle componenti, che erano appunto tre).

Poco prima dell’inizio delle riprese di Purple Rain i rapporti tra le componenti della band, già tesi, vennero messi alla prova dalla pubblicazione di una foto su “Rolling Stone”, in cui la sola Vanity veniva ripresa in compagnia dell’influente produttore e fidanzato.

A rompere definitivamente gli equilibri fu l’allettante contratto che la Motown propose a Vanity, la quale, oltre a lasciare le Vanity 6, ruppe anche con Prince. A sostituirla in Purple Rain, dopo il rifiuto di Jennifer Beals, venne scelta Apollonia (Apollonia Kotero). La Kotero subentrò a Vanity anche nelle “Vanity 6”, che da quel momento diventarono le “Apollonia 6” (le tette rimanevano sei…).

C’è chi sostiene che nel periodo di lavorazione del film e del disco dedicato alla pioggia viola, Prince stesse con Susannah Melvoin, gemella di Wendy Melvoin (che assieme alla fidanzata Lisa Coleman militava nei Revolution e con la quale fondò il duo “Wendy e Lisa”). Quel che certo è che per Susannah, Prince aveva preso a suo tempo una bella cotta, non a caso per lei aveva scritto una sciocchezzuola come “Nothing Compares to You”.

Questa canzone ha una sua storia. Originariamente scritta e composta da Prince per uno dei suoi progetti paralleli, il gruppo musicale “The Family”, nel 1985, fu portata al successo dalla cantante irlandese Sinéad O’Connor, che la incluse nel suo secondo album “I Do Not Want What I Haven’t Got”. Questa versione venne pubblicata come singolo e riscosse un incredibile successo mondiale durante il 1990.

Impossibile non ricordare quel video. Sinéad (pronuncia Shinéid, anche se negli anni l’ho sentita chiamare in mille modi, leggere “Sinéad” per sicurezza), nel videoclip ideato dal regista John Maybury, offriva un primo piano del viso alternando tristezza e rabbia, mentre ricordava la madre prematuramente scomparsa. Capelli corti, occhi da cerbiatto, una bellissima voce così passionale, resa preziosa da uno stile di canto unico ed inconfondibile.

Era l’epoca di MTV, della rotazione continua dei video musicali e lei stravinse su tutti. Il suo volto illuminava come una luna piena in una notte d’estate tutti i televisori del mondo. La sua dolcezza era disarmante, mentre descriveva la desolazione di un vuoto incolmabile, mentre piangeva, mentre sembrava domandare a se stessa  il perché di tante incomprensioni che oggi come allora sono spesso alla base del collasso dei nostri affetti più importanti. Sinéad O’Connor ha accompagnato così i più diversi momenti di vita di tantissime persone. Questa é una di quelle canzoni  che se riascoltata nella sua unicità produce l’effetto di ricordarci immediatamente quel periodo della nostra vita.

“Sono passate sette ore e quindici giorni
Da quando hai portato via il tuo amore
Esco tutte le sere e dormo tutto il giorno
Da quando hai portato via il tuo amore
Da quando te ne sei andato posso fare quello che voglio
Posso vedere chiunque io scelga
Posso cenare in un bel ristorante
Ma niente
Ho detto niente può portare via questa tristezza
Perché niente può essere paragonato
Niente può essere paragonato a te

E’ stato tutto così solitario senza di te qui
Come un uccello senza il suo canto
Niente può fermare queste lacrime solitarie dal cadere
Dimmi piccolo in cosa ho sbagliato
Potrei abbracciare ogni ragazzo che vedo
Ma non farebbero che ricordarmi te
Sono andata dal dottore e indovina cosa mi ha detto
indovina cosa mi ha detto
Mi ha detto ragazza sarebbe meglio che ti divertissi un po’
Non importa quello che fai
Ma è un pazzo
Perché niente può essere paragonato
Niente può essere paragonato a te

Tutti i fiori che hai piantato, mamma
In giardino
Tutto è morto quando te ne sei andato
Lo so che vivere con te piccolo è stata dura qualche volta
Ma sono intenzionata a provarci nuovamente
niente può essere paragonato
Niente può essere paragonato a te
niente può essere paragonato
Niente può essere paragonato a te
niente può essere paragonato
Niente può essere paragonato a te”.

Parole semplicemente incantevoli.

Sinéad suonava molto bene la chitarra, compose molte canzoni bellissime come “Take my hand” nel 1984 e la splendida “Jeaulous” , scritta nel 2000, insieme a David Allan Stewart (famosissimo artista componente degli “Eurythmics” , legato per sempre nella storia del pop alla straordinaria Annie Lennox).

Oltre a cantare e comporre la cantautrice irlandese nel corso degli anni ha combinato un po’ di stravaganti birichinate. Nel 1992 ha strappato davanti alle telecamere una fotografia del Papa e poi qualche anno dopo ha chiesto scusa per il suo gesto. Alla fine degli anni ’90  ha deciso di diventare cattolica e di chiamarsi Bernadette. Divorzi, sparizioni, eccentriche affermazioni e sceneggiate varie sono  state all’ordine del giorno nella sua strana vita.

Ma di tutti quelli che hanno visto il video quell’estate del ’90, chi non l’avrebbe perdonata?

Il canto degli Italiani

Molto spesso ci lamentiamo solo per il gusto di lamentarci, e sinceramente non so se sia un vezzo solo italiano o sia un sentimento insito nella natura umana. “L’erba del vicino è sempre più verde” è uno dei modi di dire che fa comprendere come siamo scontenti di quanto ci riguarda, guardando quanto fanno gli altri senza apprezzare quello che abbiamo.

Capita in politica, nello sport, nell’arte e nella scienza, senza pensare che magari i risultati raggiunti da altri sono frutto di duro lavoro.

Ci lamentiamo del nostro governo, ma non ci chiediamo se questo o quello siano migliori del nostro, o se sia solo una nostra impressione. Anche nelle cose più banali, come gli inni nazionali, siamo pronti ad affermare che “quello americano sì, che è un inno nazionale… mica come il nostro!”

Ma sarà vero? Torniamo indietro di qualche anno…

L’anniversario dell’Unità d’Italia viene fatto coincidere con il 17 marzo, data che richiama la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861). Quest’anno ricorre quindi il 156° anniversario. Ma la neonata nazione aveva già un inno, composto nel lontano 1847.

Il Canto degli Italiani, conosciuto anche come Fratelli d’Italia, Inno di Mameli, Canto nazionale o Inno d’Italia, è un canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, inno nazionale de facto della Repubblica Italiana, sancito implicitamente dalla legge n° 222 del 23 novembre 2012, che ne prescrive l’insegnamento nelle scuole insieme agli altri simboli patri italiani.

AGGIORNAMENTO (grazie Manuel):

In realtà sono state mosse delle accuse di plagio a Mameli; secondo Aldo Alessandro Mola, docente emerito di Scienze Politiche alla Statale di Milano, autore di biografie e numerosi saggi storici, Goffredo Mameli ha semplicemente plagiato uno scritto di Padre Atanasio Canata (1811-1867) e si è costruito immeritatamente, uno spazio nella storia del così detto “risorgimento” italiano. Il Canata stesso scriveva: “A destar quell’alme imbelli/ meditò (lui, Canata, nda) robusto un canto;/ ma venali menestrelli (Mameli? nda) si rapian dell’arpe il vanto:/ sulla sorte dei fratelli/ non profuse allor che pianto, / e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”. Da altre fonti invece pare che il Padre, non potendo figurare come autore di un inno risorgimentale per motivi ecclesiastici, abbia ceduto il testo all’ignoto Mameli, peraltro non noto fino ad allora per altre opere; quale sarà la verità?

Il brano, un 4/4 in si bemolle maggiore, è costituito da sei strofe e da un ritornello che viene cantato alla fine di ogni strofa. Il sesto gruppo di versi, che non viene quasi mai eseguito, richiama il testo della prima strofa.

Il canto fu molto popolare durante il Risorgimento e nei decenni seguenti, sebbene dopo l’unità d’Italia come inno del Regno d’Italia fosse stata scelta la Marcia Reale, che era il brano ufficiale di Casa Savoia. Il Canto degli Italiani era infatti considerato troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell’epoca: Fratelli d’Italia, di chiara connotazione repubblicana e giacobina, mal si conciliava con l’esito del Risorgimento, che fu di stampo monarchico.

Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia diventò una repubblica e il Canto degli Italiani fu scelto, il 12 ottobre 1946, come inno nazionale provvisorio, ruolo che ha conservato anche in seguito. Nei decenni si sono susseguite varie iniziative parlamentari per renderlo inno nazionale ufficiale, senza però mai giungere a una modifica costituzionale oppure alla promulgazione di una legge specifica che desse al Canto degli Italiani lo status di inno de iure della Repubblica Italiana.

Sulla data precisa della stesura del testo, le fonti sono discordi: secondo alcuni studiosi l’inno fu scritto da Mameli il 10 settembre 1847, mentre secondo altri la data di nascita del componimento fu due giorni prima, l’8 settembre. Comunque, quest’anno ricorre il 170° anniversario.

Ma andiamo a vedere e a capire il contesto dell’inno analizzandone le strofe:

Fratelli d’Italia

Nella versione originaria dell’inno, il primo verso recitava “Evviva l’Italia”: fu cambiato in “Fratelli d’Italia” dall’autore della musica, Michele Novaro.

L’Italia s’è desta

L’Italia si è svegliata”, cioè è pronta a combattere

Dell’elmo di Scipio

Scipione l’africano, vincitore di Zama, è portato ad esempio per la capacità della Roma repubblicana di riprendersi dalla sconfitta e combattere valorosamente e vittoriosamente contro il nemico.

S’è cinta la testa

L’elmo di Scipione, che ora l’Italia ha indossato, è simbolo dell’incombente lotta contro l’oppressore austriaco.

Dov’è la Vittoria?!

La dea Vittoria. Per lungo tempo la dea Vittoria è stata strettamente legata all’antica Roma, ma ora è pronta a consacrarsi alla nuova Italia per la serie di guerre che sono necessarie per cacciare lo straniero dal suolo nazionale e per unificare il Paese.

Le porga la chioma

Qui il poeta si riferisce all’uso, nell’antica Roma, di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che invece portavano i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve porgere la chioma all’Italia perché le venga tagliata diventandone così “schiava”.

Ché schiava di Roma

Il senso è che l’antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria “sua schiava”.

Iddio la creò

L’antica Roma fu grande per disegno di Dio.

Stringiamci

È presente il termine sincopato “Stringiamci” (senza la lettera “o”), in luogo di “Stringiamoci”, per questioni di metrica.

a coorte

La coorte (in latino cohors, cohortis) era un’unità da combattimento dell’esercito romano, decima parte di una legione. Questo riferimento militare molto forte, rafforzato poi dal richiamo alla gloria e alla potenza militare dell’antica Roma, ancora una volta chiama tutti gli uomini alle armi contro l’oppressore.

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Allude alla chiamata alle armi del popolo italiano con l’obiettivo di cacciare il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all’epoca ancora diviso negli stati preunitari.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi

Perché non siam Popolo

Perché siam divisi

L’autore sottolinea il fatto che l’Italia, intesa come penisola italica, non fosse unita. All’epoca infatti (1847) era ancora divisa in sette Stati. Per tale motivo, l’Italia era da secoli spesso trattata come terra di conquista. 

Raccolgaci un’Unica

Bandiera una Speme

Una “Speme” significa una “Speranza”.

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò

La speranza che l’Italia, ancora divisa negli stati preunitari, si raccolga finalmente sotto un’unica bandiera fondendosi in una sola nazione.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Uniamoci, amiamoci

L’unione e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore

Giuriamo far Libero

Il suolo natio

Uniti, per Dio,

Francesismo, par Dieu, cioè da Dio o attraverso Dio: Dio è dalla parte dei popoli oppressi. Questo è uno dei (non molti) riferimenti a Dio che è possibile trovare nelle opere di Mameli. Spiegherebbe la teoria del plagio, però.

Chi vincer ci può!?

La terza strofa, che è dedicata al pensiero politico di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, incita alla ricerca dell’unità nazionale attraverso l’aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell’intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune.

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

L’Italia chiamò.

 

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

Nella Battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 la Lega Lombarda sconfisse Federico Barbarossa, qui l’evento assurge a simbolo della lotta contro l’oppressione straniera. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l’unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell’inno nazionale italiano.

Ogn’uom di Ferruccio

Francesco Ferrucci, simbolo dell’assedio di Firenze (2 agosto 1530), con cui le truppe dell’Imperatore volevano abbattere la Repubblica fiorentina per restaurare la signoria dei Medici. In questa circostanza, il Ferrucci morente venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino. È da notare come in seguito il nome maramaldo sia stato associato a termini quali vile, traditore, fellone.

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Balilla

Soprannome di Giovan Battista Perasso che il 5 dicembre 1746 diede inizio, col lancio di una pietra ad un ufficiale, alla rivolta genovese che si concluse colla scacciata degli austriaci, che da alcuni mesi occupavano la città.

Il suon d’ogni squilla

I Vespri suonò

I Vespri siciliani, l’insurrezione del lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi estesasi a tutta la Sicilia dopo essere cominciata a Palermo, scatenata dal suono di tutte le campane della città.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute

Mercenari, di cui si attribuisce anacronisticamente l’uso all’Austria, non valorosi come gli eroi patriottici, bensì deboli come giunchi.

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute

L’Austria è in decadenza.

Il sangue d’Italia

Il sangue Polacco

Anche la Polonia era stata invasa dall’Austria, che coll’aiuto della Russia e della Prussia l’aveva smembrata. Il destino della Polonia è singolarmente legato a quello dell’Italia: anche nel suo inno (Mazurca di Dabrowski) c’è un riferimento agli italiani, e dei soldati polacchi che combatterono in Italia con le truppe alleate contro i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, partecipando anche all’assalto finale a Montecassino.

Bevé col cosacco

Con l’Impero russo.

Ma il cor le bruciò

Un augurio e un presagio: il sangue dei popoli oppressi, che si solleveranno contro l’Austria, ne segnerà la fine.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Evviva l’Italia

Questa strofa, che non è quasi mai eseguita, ricalca il testo della prima.

Dal sonno s’è desta

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa

Dov’è la vittoria?!

Le porga la chioma

Ché schiava di Roma

Iddio la creò

 

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 Il testo del Canto degli Italiani è giudicato talvolta troppo retorico, di difficile interpretazione e a tratti aggressivo. Per quanto riguarda la retorica e la violenza che a tratti traspare dalle parole dell’autore, secondo Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetti Tricamo e Piero Giordana, che hanno redatto una monografia sull’argomento, va considerato il periodo storico in cui fu scritto il Canto degli Italiani: la metà del XIX secolo era caratterizzata da un modo di esprimersi differente da quello utilizzato in tempi più recenti. Inoltre, secondo lo storico Gilles Pécout, è anche opportuno osservare che, durante il secolo citato, il principale mezzo di risoluzione dei conflitti era la guerra.

Invece, per quanto concerne la difficoltà nel cogliere il significato delle allusioni storiche e politiche contenute nel testo, che sono giudicate tutt’altro che immediate, Michele Calabrese, nella sua monografia sull’argomento, riconosce all’inno un certo spessore intellettuale: tra la cospicua produzione patriottica del Risorgimento, secondo Calabrese, il Canto degli Italiani ha infatti un testo caratterizzato da un profondo significato storico e culturale.

Sebbene il Canto degli Italiani abbia lo status di inno provvisorio, è stato comunque stabilito un cerimoniale pubblico per la sua esecuzione, che è in vigore tuttora. Secondo l’etichetta, durante la sua esecuzione, i soldati devono presentare le armi, mentre gli ufficiali devono stare sull’attenti. I civili, a loro volta, se lo desiderano, possono mettersi anch’essi sull’attenti.

In base al cerimoniale, in occasione di eventi ufficiali, devono essere eseguite solamente le prime due strofe senza l’introduzione. Se l’evento è istituzionale, e si deve eseguire anche un inno straniero, questo viene suonato per primo come atto di cortesia.

Riccardo Muti ha difeso Il Canto degli Italiani, apprezzando l’invito all’azione con l’obiettivo di affrancarsi dal dominio straniero che l’inno rivolge al popolo italiano rispetto al dolore comunicato dal pur melodicamente superiore “Va, pensiero”, il candidato più frequente alla sua sostituzione e ritenendo pertanto “Fratelli d’Italia”, con il suo carico di significati rinvigorenti lo spirito patriottico, più adatto ad essere suonato nelle occasioni ufficiali. Altri musicisti, come il compositore Roman Vlad, già sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano, considerano la musica tutt’altro che brutta e non inferiore a quella di molti altri inni nazionali.

E allora cantiamolo, quest’inno nazionale!