Un nodo gordiano

Gordio era un contadino e viveva in Frigia. La Frigia (in greco: Φρυγία) era una regione storica dell’Anatolia centrale, abitata dai Frigi, che si stabilirono nella zona nel 1200 – 1100 a.C. circa, estendendosi ad oriente fino al fiume Halys, dove adesso si trova Ankara, e a occidente alle coste del Mare Egeo.

Quando un’aquila si posò sul suo aratro, Gordio interpretò il fatto come il segno che un giorno sarebbe diventato re. L’oracolo di Sabazio confermò il suo destino futuro: infatti i Frigi, trovandosi senza sovrano, consultarono l’oracolo ed ebbero come responso che avrebbero dovuto eleggere come re il primo uomo che fosse salito al tempio con un carro. Fu così che apparve il fattore Gordio, sul suo carretto guidato da buoi.

Gordio fondò l’omonima città di Gordio, che divenne la capitale della Frigia. Il suo carro venne conservato nell’acropoli della città. Il suo giogo venne assicurato con un intricatissimo nodo detto da allora “nodo di Gordio”, o “nodo gordiano”. La leggenda voleva che chiunque fosse riuscito a sciogliere quel nodo sarebbe diventato signore dell’Asia ovvero dell’allora territorio dell’Anatolia.

Nel 333 a.C. successe però un fatto. Plutarco racconta: “Presa Gordio… vide quel celebrato cocchio legato da corteccia di corniolo e venne a conoscenza di quella tradizione divulgata tra i barbari secondo la quale chi ne avesse sciolto il nodo sarebbe diventato il re del mondo. La maggior parte degli storici afferma che Alessandro, non essendo in grado di sciogliere quel nodo perché i capi delle corde erano nascosti e tra loro aggrovigliati in più giri, lo tagliò con la spada”

L’Alessandro raccontato da Plutarco era proprio lui, il futuro dominatore del mondo allora conosciuto, Alessandro Magno (c’è chi dice che io abbia chiamato mio figlio Alessandro per lo stesso motivo…).

Da allora l’espressione “nodo gordiano” designa una difficoltà insormontabile, che è risolvibile solo con un’estrema risolutezza (come appunto fece Alessandro, che invece di slacciarlo lo spezzò con un fendente).

E a proposito di argomenti difficili, oggi mi voglio avventurare nel mondo delle droghe, in particolare delle cosiddette “droghe leggere”.

Droga leggera è una locuzione di uso comune per indicare sostanze stupefacenti incapaci di creare dipendenza nel senso medico del termine, e le cui proprietà psicotrope sono piuttosto trascurabili. In particolare, con questa locuzione si identificano le piante del genere Cannabis (canapa) e le sostanze psicotrope da esse ricavabili, principalmente marijuana e hashish (dalla lavorazione delle infiorescenze femminili), ma a volte il termine può venire esteso agli psichedelici come funghi del genere psylocibe, DMT, LSD, i quali come la canapa non danno dipendenza fisica e non hanno una elevata tossicità.

Ma sarà vero? Vediamo di affrontare la questione come sempre, dall’inizio.

C’è in genere molta confusione e scarsa conoscenza scientifica, a livello di opinione pubblica, in tema di “droghe”; già una dicitura del genere è da ritenersi sostanzialmente priva di fondamento, in quanto accomunerebbe tutte le sostanze dotate di un qualche effetto psicotropo o neuronale e in grado d’indurre “dipendenza” in un unico insieme, per quanto gli elementi che lo compongono non abbiano alcuna reale attinenza botanica, chimica o scientifica fra loro.

Lo scrittore francese Jaques Derrida ad esempio, autore di “Rhétorique de la drogue” del 1986, nel discutere il concetto di droga affermò: “Non si può non concludere che il concetto di droga sia un concetto senza base scientifica, istituito sulla base di valutazioni politiche o morali”. Dipendenza e droga sono in tal senso due concetti che vengono spesso demonizzati psicologicamente dall’opinione pubblica, suscitano moti d’animo e opinioni in genere preconcette senza che si possieda una reale conoscenza dei fenomeni, delle dinamiche e delle sostanze coinvolte.

Questo è un preludio fondamentale per capire come la dicotomia tra “droghe leggere e pesanti” sia solo un semplicistico riferimento, vagamente basato sull’oggettiva differenza quanto ad effetti, induzione di dipendenza fisica ed incidenza sociale dei derivati della pianta di Cannabis rispetto ai derivati di piante come il papavero o la coca; semplicistico riferimento perché ad esempio, in questo senso, bisognerebbe senza indugio considerare in base agli stessi parametri di pesantezza degli effetti, dipendenza fisica ed incidenza sociale anche l’alcool come una “droga pesante”, percepita diversamente dalle succitate sostanze solo in virtù del proprio status legale che la vede tollerata in tutto il mondo occidentale. L’espressione “droghe pesanti e droghe leggere” è da ritenersi dunque un termine principalmente colloquiale per indicare, rispettivamente, sostanze psicoattive particolarmente dannose e sostanze che sono ritenute non induttrici di dipendenza (o induttrici di dipendenza ridotta) e meno dannose di quelle pesanti. L’espressione “droghe leggere” è considerata controversa dai critici della medesima perché implica che la sostanza causi danni nulli o insignificanti.

Ma vediamo se è proprio così.

La marijuana, ad esempio, è una delle droghe ricreative più usate al mondo e si ottiene essiccando le infiorescenze resinose delle piante femminili di cannabis. Esistono diverse varietà di cannabis che vengono usate da millenni in tutto il mondo e per diversi scopi: ricreativo, medicinale, cerimoniale e religioso, come per i rastafariani, o meditativo come per i sadhu indiani o per i monaci buddisti del Nepal.

Ma come funziona esattamente la marijuana?

Il modo più comune di consumare la marijuana è fumarla, che è anche il metodo più veloce per far entrare il principio attivo, il thc, in circolo nel nostro sangue e da lì al cervello. In alternativa la marijuana può essere mangiata ricevendone un effetto più fisico, che dura decisamente più a lungo.

La pianta della cannabis contiene centinaia di sostanze chimiche ma la più importante e nota tra queste è il delta-9-tetraidrocannabinolo o semplicemente “thc”, il principio attivo responsabile degli effetti della marijuana sul nostro organismo.

Quando la marijuana viene fumata il thc contenuto nei fiori e nella resina viene vaporizzato e inalato entrando nei nostri polmoni che sono foderati di milioni di minuscole spugnette assorbi-aria chiamate comunemente alveoli: questi normalmente servono ad assorbire l’ossigeno quando inspiriamo e a rilasciare anidride carbonica quando espiriamo. Ma quando fumiamo insieme all’ossigeno assorbono anche il thc facendolo entrare direttamente nel nostro flusso sanguigno; in questo modo in pochi secondi il thc si fa strada attraverso i vasi sanguigni fino al cervello.

Il cervello umano è pieno di miliardi di cellule che elaborano le informazioni chiamate neuroni che comunicano tra di loro attraverso le sinapsi.

Una sinapsi è come un corridoio dove si aprono due porte che danno su due neuroni diversi: attraverso il corridoio, i due neuroni si scambiano informazioni sotto forma di impulsi elettrici o di molecole chimiche, ovvero tramite i neurotrasmettitori.

Il nostro cervello usa diversi tipi di neurotrasmettitori: ogni tipo di neurotrasmettitore è responsabile dell’attivazione di specifici recettori dei neuroni, che a loro volta attivano il neurone stesso causando specifiche reazioni nell’organismo umano; è da qui che entra in gioco il thc della marijuana, la cui molecola, essendo molto simile ai neurotrasmettitori endocannabinoidi riesce a legarsi ai loro recettori e attiva specifici neuroni causando in questo modo i tipici effetti della marijuana sulla nostra mente e sul nostro corpo.

Sono quattro le parti del cervello che hanno la massima densità di recettori cannabinoidi:

  • i gangli della base, che controllano i movimenti involontari e la coordinazione motoria;
  • l’ippocampo, che è responsabile della memoria a breve termine: ecco spiegato perché quando si assume thc si ha difficoltà a ricordare gli eventi recenti o a focalizzarsi;
  • il cervelletto, che controlla equilibrio e coordinamento motorio;
  • l’ipotalamo, che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’appetito e quindi di quanto cibo assumiamo.

Chi usa marijuana descrive l’effetto come una sensazione di spensieratezza e serenità; le pupille possono dilatarsi rendendo i colori più vividi e con il passare del tempo potrebbe sopraggiungere una forte sensazione di euforia o, in alcuni casi, un senso di panico diffuso. La marijuana inoltre è un forte vasodilatatore, motivo per cui viene utilizzata come medicinale dai malati di glaucoma, che beneficiano moltissimo della riduzione della pressione intraoculare; infine quando il thc si lega con i recettori cannabinoidi nell’ipotalamo la nostra capacità di controllare la fame viene compromessa e così abbiamo bisogno di cibo, diventando così vittime della cosiddetta fame chimica.

Ricordiamo infine che gli effetti dell’assunzione di thc da marijuana o hashish tramite fumo, vaporizzazione o ingestione sono sempre temporali e svaniranno nel peggiore dei casi dopo qualche ora: ma attenzione perché studi riconosciuti dimostrano che il consumo cronico di marijuana può favorire disturbi d’ansia e paranoia nei soggetti predisposti e negli adolescenti può portare a una diminuzione fino a 8 punti del quoziente intellettivo in età adulta.

Come l’oppio e l’eroina, le origini della marijuana sono in Asia, da dove è stata poi esportata in tutto il mondo, diffondendosi negli Stati Uniti durante il proibizionismo, quando non c’era modo di bere un goccio d’alcol e la voglia di riunirsi segretamente, ballare e andare fuori di testa era ai massimi livelli.

Negli anni ’30, però, la marijuana in America era associata al diavolo, alla discesa negli inferi, all’horror in generale. Un celebre film del tempo, “Marihuana, the devil’s weed”, arrivato in Italia col titolo “Marijuana, l’erbaccia diabolica”, già spiegava molto della strana associazione. Diretto da Dwain Esper e scritto dalla moglie, era un exploitation movie, genere che andava forte in quegli anni, tutto sesso e violenza, senza grossa cura per la parte estetica e spesso con un messaggio da veicolare. Tipo, in questo caso, l’erba fa male. Nella pellicola, Burma è una ragazza che, dopo aver fumato, si ritrova in una serie di guai che nemmeno ad andarseli a cercare la notte. Gli slogan parlavano chiaro: l’erba con le radici all’inferno, vergogna, orrore e disperazione.

Ma perché tanto accanimento? La marijuana veniva usata dal 7000 Avanti Cristo ed era riconosciuta come erba medicinale e antidolorifico da Egizi, Cinesi, Greci e Romani, anche se nei libri di storia o nei film in costume difficilmente si vede un Centurione farsi un cannone dopo un crampo.

Se si era arrivati a proibire l’alcol, immaginate quale potesse essere la preoccupazione dell’F.B.I. per la marijuana: Harry J. Ansliger, ispettore del Bureau of Prohibition, fece creare manifesti, libri e film talmente estremi e spaventosi, nella sua mente, da impaurire i giovani e farli desistere dal divertirsi. L’importante era impaurire suggerendo situazioni estreme, anche se poco verosimili.

Oggi, con la legalizzazione delle droghe leggere in Colorado, sono diminuiti i reati e sono diminuite le tasse. Infatti nel 2012 il Colorado ha fatto una scelta rivoluzionaria nel panorama legale degli Stati Uniti. Nel novembre di quell’anno infatti è stato approvato l’emendamento 64, che ha segnato (insieme alla contemporanea “Initiative 502” dello stato di Washington) il primo esempio di legalizzazione del consumo di cannabis sul territorio americano. Da quel momento, il Colorado si è trasformato in una sorta di laboratorio permanente, guardato da vicino sia dai promotori che dai nemici dell’approccio soft nella guerra alle droghe. Negli ultimi decenni d’altronde la cannabis si è trasformata in un tema caldo negli Stati Uniti, dove tra legalizzazioni, depenalizzazioni e via libera alla marijuana terapeutica, solamente 22 dei 50 stati che compongono il paese continuano ad applicare la tolleranza zero.

Le preoccupazioni maggiori come diciamo sono riservate solitamente per gli adolescenti, che secondo molti studi sono la categoria più a rischio in caso di abuso di cannabis. La causa sarebbe di un cervello ancora in formazione, di cui la sostanza può modificare strutture e funzioni, favorendo lo sviluppo di patologie mentali nell’età adulta. In questo senso, i dati che arrivano dal Colorado sono consolanti: nel 2009, prima della legalizzazione, il 25% degli adolescenti dello stato aveva fumato marijuana almeno una volta nel mese precedente alla rilevazione, mentre nel 2015 la percentuale si attesta intorno al 21%, poco al di sotto della media statunitense. La vendita della marijuana a scopo ricreativo in Colorado è iniziata nel 2014, e quindi i nuovi dati riflettono la situazione dopo due interi anni di libera vendita.

Personalmente, non sono favorevole all’uso di sostanze stupefacenti, ma, indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni, ritengo che le istituzioni dovrebbero affrontare meglio il problema. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose, con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia, e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie tra le più potenti del mondo, non può eluderlo.

E, soprattutto, ci sarà un “Alessandro Magno” che avrà l’audacia di spezzare questo nodo?

Una questione spinosa

Dopo aver parlato di latte (in “Un’impresa titanica”) e di zucchero (parlando di Nutella ne “Il cibo degli dei”), oggi provo ad affrontare, sempre cercando di non avere preconcetti, il tema “vaccini”, di gran moda in questo periodo a causa di un decreto-legge promulgato dal governo Italiano che obbliga la fascia di età più piccola (0-16 anni) a vaccinarsi. È un argomento spinoso, perché come per gli altri argomenti trattati, l’opinione pubblica è spaccata in più parti: chi dice che sono essenziali e chi no, oltre un grosso numero di persone che parla solo per “sentito dire” (e sono i più pericolosi, a mio parere…).

Non posso, né voglio, fare il debunker, ma voglio capire. E nel farlo, lo scrivo, così magari capiamo insieme.

Intanto, cosa sono i vaccini?

Il vaccino è un preparato che viene generalmente somministrato per garantire l’immunità da una certa malattia. L’effetto immunizzante viene ottenuto dalla stimolazione, nel paziente al quale viene somministrato, alla produzione di specifici anticorpi capaci di combattere una data patologia.

Ma partiamo dall’inizio, come sempre.

Ai tempi degli antichi Greci, lo storico Tucidide, in occasione della peste che aveva colpito gli Ateniesi nel 429 a.C., osservò che le persone guarite raramente si ammalavano una seconda volta, e mai in maniera grave. Intorno all’anno 1.000 d.C., in Cina e in India, era stata sviluppata, sulla base dell’esperienza pratica, un metodo di prevenzione del vaiolo chiamato variolizzazione. Tale pratica consisteva nell’estrazione di materiale infettivo proveniente dalle pustole di un malato di vaiolo lieve o in via di guarigione (Variola minor), e nel suo innesto sotto pelle alle persone sane affinché esse si contagiassero; dopo che l’infezione era stata superata, i soggetti che avevano ricevuto tale tipo di trattamento risultavano immuni dalle forme più gravi della malattia (Variola vera e Variola haemorragica). Nel 1700 la variolizzazione era diffusa, oltre che in Cina, anche in India e nell’Impero Ottomano e, solamente più tardi, raggiunse l’Europa.

È parere di numerosi storici che questa tecnica sia stata introdotta in Inghilterra nella prima metà del 1700 e che Lady Mary Wortley Montagu, una scrittrice famosa all’epoca per le sue idee progressiste, abbia svolto un ruolo chiave nella sua diffusione. La Montagu, infatti, il cui marito era ambasciatore in Turchia, sarebbe venuta a conoscenza ad Istanbul della variolizzazione dopo essere rimasta sfigurata durante l’epidemia di vaiolo a Londra del 1715. La variolizzazione, anche se risultava una pratica efficace per combattere il vaiolo, era spesso pericolosa a causa dell’utilizzo del virus umano vivo, tuttavia essa trovava un solido appoggio nell’esperienza empirica dell’epoca. Samuel Tissot infatti, grande divulgatore popolare della nuova medicina, scriveva così nel 1782: “Il vaiolo è la più generale di tutte le malattie dato che su cento persone solo quattro o cinque gli sfuggono; è pur vero che se colpisce tutti, colpisce una sola volta e, quando lo si sia contratto si è per sempre protetti”.

Secondo alcune recenti stime solo il 2-3 % delle persone inoculate morivano di vaiolo contro una percentuale del 20-60% di morti tra i non immunizzati che contraevano la stessa malattia; per queste ragioni la conoscenza della variolizzazione raggiunse entro la fine del settecento la maggior parte dei Paesi europei e del Nord America, anche se rimase utilizzata in maniera piuttosto limitata.

Alla fine del ‘700 era noto che i contadini che avevano contratto il vaiolo bovino (cowpox) durante la mungitura delle mucche, una volta superata la malattia, non si ammalavano della variante umana del vaiolo (smallpox), di gran lunga più grave. Un medico e naturalista britannico, Edward Jenner (1749 – 1823), seppe cogliere l’utilità pratica che tale situazione poteva offrire e pertanto, nel maggio del 1796, iniettò del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino contratto da una giovane donna, figlia di un contadino del posto, ad un ragazzo di 8 anni (James Phipps).

Dopo alcuni mesi il ragazzo venne nuovamente inoculato quest’ultima volta con il vaiolo umano, ma, come ci si aspettava, non successe nulla. Jenner giunse alla conclusione che, evidentemente, qualcosa nel corpo del ragazzo lo preservasse ormai dal contagio, anche se non lo seppe identificare con precisione.

Le ricerche di Edward Jenner sulla vaccinazione, come tecnica di prevenzione del vaiolo, posero le basi ai successivi studi sulla natura delle malattie infettive e allo sviluppo dell’immunologia nel corso del XIX secolo. Il suo lavoro è stato il primo tentativo scientifico di controllare una malattia infettiva mediante vaccinazione; la scoperta fu talmente importante che in Inghilterra, a partire dal 1840, la vaccinazione divenne obbligatoria per tutti. Jenner ha iniziato il lungo processo che ha portato all’eliminazione con successo del virus del vaiolo nel 1980.

In seguito al successo ottenuto con la vaccinazione anti-vaiolo, i ricercatori cercarono di estendere la vaccinazione ad altre malattie infettive. I primi tentativi di immunizzazione contro morbillo, sifilide e tubercolosi non diedero, però, i risultati attesi. Importanti traguardi nello studio di malattie infettive come la tubercolosi, il carbonchio e la rabbia, si raggiunsero dopo la metà dell’800 grazie, soprattutto, alle ricerche di importanti studiosi come il medico tedesco Robert Koch (1843 – 1910) e il biologo e chimico francese Louis Pasteur (1822 – 1895), considerato il fondatore della microbiologia.

Fin dai tempi di Jenner, i vaccini sono stati oggetto di discussione tra sostenitori e oppositori. Le motivazioni degli oppositori, però, non erano basate su informazioni scientifiche, ma ideologiche o religiose: noi ci chiediamo, ma oggi, le cose saranno diverse?

Una volta (non fino a tanti anni fa, in realtà) non era facile accedere allo scibile umano; quando andavo al ginnasio, per fare una ricerca, o avevo un’enciclopedia o dovevo chiederla a qualcuno o tuttalpiù dovevo andare in una biblioteca comunale.

Oggi, con una connessione internet, si possono consultare tutte le leggi del mondo, leggere tutte le Costituzioni di tutti i Paesi o semplicemente informarsi su qualunque argomento. Ovviamente, come tutti sanno e come ho già detto in questo blog, la quantità di notizie utili e vere sono sommerse da una quantità immensamente superiore di notizie false e inutili, tanto da far nascere la nuova professione del “debunker”. Un debunker (in italiano: demistificatore o disingannatore) è un individuo che mette in dubbio e smaschera ciarlatanerie, bufale, affermazioni false, esagerate, anti-scientifiche, dubbie o pretenziose.

Ma proviamo ad usare in maniera intelligente lo strumento “web”.

Intanto, vediamo cosa dice la Costituzione della Repubblica Italiana all’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. […]”

Ecco perché l’introduzione di una legge per vaccinare… anche se, in realtà, non si tratta di una legge, ma di un decreto-legge. Cos’è un decreto-legge? Un decreto-legge nell’ordinamento giuridico italiano, è un atto normativo di carattere provvisorio avente forza di legge, adottato in casi straordinari di necessità e urgenza dal Governo, ai sensi dell’art. 77 e 72 della Costituzione della Repubblica Italiana. Entra in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, ma gli effetti prodotti sono provvisori, perché i decreti-legge perdono efficacia se il Parlamento non li converte in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione.

In questo caso, il decreto-legge sui vaccini non è stato promulgato per una reale “necessità e urgenza”, ma dalle parole di chi ci governa traspare che è stato utilizzato questo strumento straordinario per “preoccupazione alla quale vogliamo rispondere. Decreto anche perché negli ultimi mesi dopo diverse prese di posizione di diverse regioni su questo punto, sentiamo dovere e esigenza di dare indirizzi generali. (cit. Pres. Consiglio)”.

In realtà, cosa sta succedendo?

Come dicevo, i vaccini hanno sempre avuto degli oppositori. Il caso più clamoroso avvenne verso la fine del 1800, quando gli oppositori alla vaccinazione (antivaccinisti) riuscirono a far eliminare in Inghilterra l’obbligo della vaccinazione. In seguito a questa decisione il numero dei vaccinati si ridusse della metà ed aumentarono i casi di malattia e di morte per malattia infettiva. Il movimento degli antivaccinisti trovò un consenso tanto alto che nel 1863 a Londra fu fondata un’associazione internazionale contro la vaccinazione: la “Societas Universa contra Vaccinum Virus”. Secondo gli oppositori, la vaccinazione, oltre ad essere inutile e dannosa, era una violazione della libertà personale che lo Stato non aveva il diritto di imporre e pertanto paragonabile ad un crimine intollerabile.

Nel 1998, il medico e chirurgo britannico Andrew Wakefield diffuse una pubblicazione scientifica su “Lancet” in cui sosteneva la correlazione tra la somministrazione del vaccino trivalente (morbillo, parotite e rosolia) con l’autismo e le malattie intestinali. L’articolo di Wakefield determinò nel Regno Unito e in altri Paesi una notevole diminuzione delle vaccinazioni con il conseguente aumento dell’incidenza del morbillo e delle sue complicanze.

Il compito di un debunker è complesso, come quando, ad esempio, si risponde ai sostenitori della teoria dell’igiene, secondo cui certe malattie infettive sono scomparse non per l’efficacia dei vaccini ma per le migliorate condizioni igieniche. Questi sostenitori utilizzano spesso, infatti, come prova inconfutabile, i grafici di mortalità. Ma se prendiamo il caso della poliomielite, ad esempio, è vero che la mortalità si ridusse notevolmente prima dell’introduzione del vaccino, ma fu solo perché vennero introdotte nuove tecniche di assistenza intensiva: le persone colpite dalla polio non morivano nell’immediatezza dell’esordio di malattia ma passavano il resto della vita in un polmone d’acciaio.

Per contrastare tale disinformazione è opportuno quindi utilizzare grafici che riportino l’andamento dei casi (e non i decessi) della malattia, specificando l’anno di introduzione e diffusione globale del vaccino. Sarà così evidente il crollo del numero dei casi di molte malattie infettive, la successiva scomparsa delle stesse e la stretta relazione tra questi fenomeni e la diffusione della pratica vaccinale.

Riprendiamo l’esempio della correlazione vaccini-autismo.

Alla domanda “Le vaccinazioni nell’infanzia sono responsabili dell’autismo?” l’OMS risponde correttamente indicando che:

“I dati epidemiologici disponibili indicano che non vi sono evidenze di un legame tra il vaccino morbillo-parotite-rosolia (MPR) e i disturbi dello spettro autistico. Gli studi precedenti che hanno avanzato l’ipotesi di tale nesso, presentavano gravi limiti. Non c’è inoltre alcuna evidenza che qualunque altra vaccinazione dell’infanzia possa aumentare il rischio di disturbi dello spettro autistico. Inoltre, le revisioni (basate sulle prove) commissionate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno concluso che non c’è alcuna relazione tra l’uso di conservanti che contengono etilmercurio (come il tiomersale) nei vaccini e i disturbi dello spettro autistico”.

A proposito, ma che fine ha fatto lo studio di Wakefield?

La complessa architettura di questa storia è stata magistralmente descritta da un giornalista inglese, Brian Deer, e documentata in articoli pubblicati da prestigiose riviste scientifiche, come ad esempio, il British Medical Journal (Deer Brian. How the case against the MMR vaccine was fixed. BMJ 2011;342:c5347).

Lo studio fu presto ritirato: si scoprì che Wakefield era stato pagato per alterare i risultati al fine di supportare una serie di cause giudiziarie intentate da un avvocato contro le case farmaceutiche produttrici dei vaccini. Inoltre si scoprì che Wakefield aveva brevettato un sistema di vaccini separato per sostituire il trivalente che aveva additato come causa dell’autismo.

In seguito all’articolo di Deer, il General Medical Council britannico (GMC) instaurò un’indagine per condotta antiscientifica su Wakefield e due suoi ex colleghi. Gli investigatori analizzarono le numerose scoperte di Deer su Wakefield, tra cui l’aver sottoposto senza necessità bambini autistici a punture lombari e altre procedure mediche invasive non necessarie, quali delle colonscopie, e l’aver agito senza la necessaria approvazione etica da parte di un comitato di controllo istituzionale.

Il 28 gennaio 2010 un tribunale di 5 membri designati del GMC trovò provate le accuse, tra cui quattro episodi di disonestà e 12 episodi di abuso su bambini mentalmente disagiati. I giudici stabilirono che Wakefield era “venuto meno ai suoi obblighi di consulente responsabile”, sia agendo contro gli interessi dei suoi pazienti sia agendo “in modo disonesto e irresponsabile” nelle sue ricerche pubblicate.

Sulla base delle conclusioni del GMC il Lancet pubblicò immediatamente una completa ritrattazione dell’articolo del 1998 evidenziando che i contenuti del manoscritto erano stati falsificati. Nel maggio 2010 Wakefield venne radiato dal Medical Register con una dichiarazione di falsificazione disonesta delle ricerche sul Lancet e da allora non può praticare la professione medica nel Regno Unito.

Nonostante questo, c’è ancora gente che ne sostiene le idee!

Torniamo al decreto-legge italiano: dalle parole del legislatore, si capisce che non c’è una emergenza vera e propria, ma preoccupazione e allerta: dal 1° gennaio al 16 maggio 2017 in Italia sono stati segnalati 2.395 casi di morbillo, poiché la copertura vaccinale per il morbillo è bassa, solo l’85,29%, 10 punti in meno rispetto alla soglia di sicurezza fissata dall’OMS. Soglia che l’Italia non raggiunge per nessun vaccino.

I vaccini obbligatori passano da 4 a 12 su tutto il territorio nazionale, mentre prima alcuni lo erano soltanto in certe regioni:

  • anti-poliomelitica;
  • anti-difterica;
  • anti-tetanica;
  • anti-epatite B;
  • anti-pertosse;
  • anti Haemophilusinfluenzae tipo B;
  • anti-meningococcica B;
  • anti-meningococcica C;
  • anti-morbillo;
  • anti-rosolia;
  • anti-parotite;
  • anti-varicella.

Siccome i vaccini rientrano nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) sono gratuiti per tutti i nati a partire dal 1° gennaio 2017. Anzi, nei LEA viene incluso un tredicesimo vaccino: quello contro il rotavirus.

Le misure del decreto entreranno in vigore a partire dal prossimo anno scolastico: “All’iscrizione presso qualunque istituto, cioè da 0 a 16 anni, bisognerà presentare il libretto vaccinale. Se non è in regola con le vaccinazioni o si è in lista di attesa, la scuola deve riferire all’Asl, questa chiama la famiglia, gli dà un tot di giorni per vaccinare. Se questo non avviene, scatterà una sanzione molto elevata. Che per chi non è in regola si ripeterà ogni anno”.

In molti paesi della UE le coperture vaccinali non sono in calo per cui l’immunità di gregge non è a rischio, le persone si vaccinano e vaccinano serenamente i propri figli anche senza essere obbligati, anzi probabilmente grati di potersi proteggere da molte malattie in maniera sicura e gratuita, quindi non c’è bisogno di correre ai ripari. Ma solo pochi anni fa in UK è stata presa una contromisura simile per arginare un’epidemia di morbillo (guarda caso in seguito alla pubblicazione dello studio di Wakefield.

Quindi non è vero, o meglio, è vero parzialmente che in Europa non ci siano obblighi. Dove non ci sono, è semplicemente perché non ce n’è bisogno.

E i complottisti che dicono sia tutta una mossa per far guadagnare le aziende farmaceutiche? Non so, ma mi viene da pensare che ad un’azienda farmaceutica convenga di più che uno sia malato, non che si vaccini e non si ammali mai…

Riporto un pensiero del prof. Burioni, specialista in immunologia (Professore presso Università Vita-Salute San Raffaele, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia, Dottore di Ricerca in Scienze Microbiologiche, Specialista in Immunologia Clinica ed Allergologia):

“Molti “genitori informati” sostengono che sia loro diritto non vaccinare i figli in nome della libertà di scelta. Questo è un ragionamento completamente sbagliato.

In primo luogo, questa scelta non riguarda loro stessi, ma i loro figli che non possono decidere autonomamente. Per cui non vaccinare i propri figli è come trasportarli in auto senza cinture e seggiolino pensando che così sia più sicuro. Per evitare che qualcuno si comporti in questo modo lo Stato obbliga le persone a usare cinture e seggiolino, pena multe severe. Dei bambini non vaccinati se ne frega e prendiamone atto. In realtà non vaccinare i bimbi è un comportamento molto più grave, in quanto non mette a rischio solamente i non vaccinati (cosa già grave), ma anche le altre persone. Non ci credete? Gli antivaccinisti gridano le loro balle ancora più forte? Lasciamo perdere le opinioni e parliamo di fatti, oggettivi ed innegabili.

Negli Stati Uniti il vaccino contro il morbillo attualmente in uso è stato introdotto nel 1971 e la vaccinazione a tappeto ha portato, nel 2000, ad interrompere la trasmissione di questa infezione in tutto il paese. Avete capito bene, la famosa immunità di gregge: alcune persone si ammalavano rientrando negli USA da paesi dove ancora il virus circolava (come il nostro), ma grazie all’immunità diffusa nessuno veniva contagiato, e il tutto si risolveva con qualche decina di casi all’anno e senza che il virus potesse diffondersi e circolare nella comunità.

Purtroppo, a causa delle scelte di quelli che pure il Los Angeles Times ha chiamato “stupidi”, il tasso di copertura contro questa malattia è calato, e nel 2013 ci sono stati negli USA 187 casi di morbillo, con un’epidemia a New York di 58 casi. Nel 2014 la situazione è precipitata: ci sono stati quasi 700 casi, con un’epidemia di ben 377 casi in Ohio. Il virus aveva ripreso a circolare, l’immunità di gregge era scomparsa.

Catherina Montantes era una ragazza di 28 anni. Lavorava come assistente in uno studio dentistico ma stava studiando legge perché voleva andare avanti nella vita. Purtroppo era affetta da una grave forma di dermatomiosite che riusciva però a curare utilizzando dei farmaci immunosoppressori. Il 29 gennaio del 2015, mentre era in ospedale per dei controlli, ebbe la sfortuna di incontrare una persona che aveva contratto il morbillo, e stava diffondendo il virus. La ragazza, nonostante fosse stata regolarmente vaccinata da bimba, per le terapie immunosoppressive alle quali era costretta aveva un sistema immune molto indebolito e a causa della svanita immunità si prese il morbillo, sviluppando quella che viene chiamata “polmonite a cellule giganti”. Purtroppo alcune settimane dopo morì, e l’autopsia confermò che la causa della morte era proprio il virus del morbillo.

Se tutti si fossero continuati a vaccinare, il virus – come negli anni precedenti – non sarebbe riuscito a circolare grazie all’immunità di gregge e questa ragazza sarebbe ancora viva. Grazie alle balle degli antivaccinisti il virus ha ripreso a circolare e una incolpevole giovane di 28 anni, con la vita davanti, è finita sottoterra.

Dunque non vaccinare i propri bambini non è come trasportarli senza cinture o seduti sul cruscotto, in quanto questo comportamento, seppure scellerato, mette a rischio solo i propri figli.

Non vaccinare i propri figli è in realtà come circolare con un’auto senza freni, causando pericolo per i passeggeri del veicolo e per tutti gli altri automobilisti. Chi smonta i freni dalla propria auto viene come minimo multato, l’auto sequestrata, e se insiste ad affermare che senza freni si circola con maggiore sicurezza probabilmente viene internato in un manicomio.”

I vaccini sono stati salutati come “salvatori dell’umanità”, il loro arrivo ha rappresentato un vero punto di svolta e tramite loro siamo passati da un’epoca di malattia frequente e grave ad una (quella odierna) di benessere, salute, sicurezza. Ma come spesso accade è proprio la mancata conoscenza di un fatto che ci rende ignoranti e che può causare errori pericolosi, non vedere più bambini con la poliomielite ci fa sentire distanti dal problema, come se questo non esistesse e per lo stesso motivo tanti genitori continuano a porsi delle domande che per i nostri nonni avevano una risposta scontata e semplice: mi vaccino per non ammalarmi e per non fare ammalare i miei figli.

Io credo, anche senza avere una laurea in medicina, di avere le competenze per distinguere un medico abilitato da un cialtrone, di chi mi posso fidare e di chi no, ma soprattutto, cerco di usare lo strumento “web” nel modo migliore possibile. Fatelo anche voi!

Il cibo degli Dei

Narra una leggenda azteca che una principessa, lasciata dal suo sposo a far la guardia ad un prezioso tesoro, venne uccisa per non aver voluto rivelarne il luogo, nemmeno sotto tortura, e dal suo sangue nacque la pianta del cacao. I suoi semi, amari come le sofferenze d’amore, forti come le virtù, lievemente rossastri come il sangue, erano il dono del dio azteco Quetzalcoatl alla fedeltà della fanciulla pagata con la morte.

Quetzalcoatl, il “dio serpente piumato”, venerato dalle antiche popolazioni precolombiane, dio dei venti e della conoscenza insegnò poi agli uomini la coltivazione del cacao.

Il bello di mangiare tutti insieme con la televisione spenta è che possono nascere discussioni interessanti. L’altro giorno l’argomento era “alimentazione” e mia figlia ha detto: “Ho sentito dire che nella Nutella c’è il midollo osseo di maiale!”. Il fratello le ha subito detto “Ma sei sicura? Qual è la fonte?”

Anche a me l’affermazione è sembrata un po’ esagerata e d’accordo con i miei figli mi sono documentato e ho la risposta!

Ma come sempre partiamo dall’inizio.

La Nutella nasce ufficialmente nel 1964 , ma le sue origini risalgono agli anni ’40, alla fine della seconda guerra mondiale. Fu allora che Pietro Ferrero, un pasticcere di Alba, provò a sostituire il costosissimo cioccolato con le nocciole (un prodotto tipico delle Langhe piemontesi): nacque così la Pasta Gianduia (o Giandujot), che era confezionata sottoforma di pani avvolti nella carta stagnola, si tagliava a fette ed era economica.

Nell’estate del 1949 la ricetta venne ritoccata e l’impasto reso più morbido, cremoso. Da lì a due anni venne lanciato un nuovo prodotto, la Supercrema, che venne confezionata in barattoli e venduta come crema spalmabile.

Nel 1964 il nome venne modificato in Nutella (al suffisso “nut”, che si rifà al termine inglese di nocciola, venne agganciata la desinenza “ella”, che evoca attributi positivi ed è facile da pronunciare ad ogni latitudine).

L’immagine che la Ferrero è riuscita a costruire intorno a questo prodotto è incredibile: nell’immaginario popolare la Nutella è un prodotto irraggiungibile, unico. E non potrei di certo affermare il contrario, mi interessa invece spiegare il perché di questa unicità.

L’unicità della Nutella non è (purtroppo) dovuta alla qualità del prodotto, ma al rapporto qualità prezzo e dalla pubblicità. Moltissimi tentativi di imitazione falliscono miseramente non perché la Nutella è irraggiungibile dal punto di vista della qualità, ma perché nessuno riesce a produrre qualcosa di altrettanto appetibile allo stesso prezzo.

Assieme alla Coca Cola detiene primati straordinari in un mondo industriale che tende a bruciare in fretta i suoi prodotti: marchio longevo e intoccabile, ricetta segreta e custodita con tutta l’attenzione che il suo valore – milioni di euro – merita.

Ma qual è la composizione? Per metà sono zuccheri (se non mi credete guardate i valori nutrizionali dietro il barattolo!); un buon 30% è composta da grassi (l’olio vegetale non è l’eccellente olio d’oliva con cui condite l’insalata!) che non sono proprio un toccasana; e, solo per il 13% di nocciole.

Per chi non l’avesse sottomano ecco l’etichetta:

  1. zucchero 50%
  2. olio vegetale 31%
  3. nocciole 13%
  4. cacao magro
  5. latte scremato in polvere 5%
  6. emulsionante lecitina di soia
  7. aromi

Vediamoli uno alla volta, partendo dallo zucchero.

Quanti dei consumatori di zucchero bianco sono a conoscenza che stanno mangiando una miscela contenente calce, resine, ammoniaca, acidi vari e “tracce” di barbabietola da zucchero? Così prodotto, lo zucchero industriale è un prodotto “morto”, nocivo al nostro organismo.

Questo è dovuto alla sua laboriosa lavorazione, in gran parte voluta per renderlo presentabile agli occhi del consumatore “raffinato”. Il prodotto di partenza si ottiene triturando la barbabietola o la canna da zucchero, la sostanza risultante viene poi trattata con calce viva, cioè viene cotto con latte di calce, nella quale i componenti nobili del vegetale (albumine e minerali) precipitano, distrutti dalla reazione alcalina e dal calore.

Le principali sostanze chimiche utilizzate nella produzione di saccarosio (zucchero) sono la calce viva come depurante e i solfiti come sbiancanti. L’ultimo processo, la raffinazione, avviene utilizzando acido carbonico, acido solforico ed altre sostanze (carbonato di calcio) non meno dannose, se rimangono anche in parte nello zucchero.

Sono in particolare i bambini i più grandi consumatori di questa sostanza dolce. E, come dice la pubblicità, lo zucchero (così prodotto) fa bene? Vediamo:

  • Lo zucchero è la causa principale della formazione di carie;
  • Favorisce i processi fermentativi con conseguente aumento di flora batterica tossica per l’intestino;
  • Compie un’azione demineralizzante e decalcificante;
  • Agisce sull’umore in modo negativo;

Benché lo zucchero contenga le stesse calorie al grammo di altri carboidrati, è l’unico alimento che non apporta al fisico nutrimenti importanti come fibre, vitamine o minerali, al contrario, per permetterne il suo assorbimento, l’organismo deve investire buona parte delle sue risorse di vitamina del gruppo B (da ricordare che il crescente aumento delle depressioni e di esaurimenti nervosi è dovuto in gran parte alla carenza di vitamina B1 e B5).

Anche il nostro sistema endocrino si sbilancia per l’introduzione di quest’elemento, che non esiste in natura, e di conseguenza ne risente il nostro umore. Qualche anno fa un giudice inglese condannò un bambino, che aveva messo a soqquadro una scuola, a sei mesi d’astinenza da dolci. Dopo un mese l’umore della piccola peste era ritornato normale!

  • E’ la vera causa dell’incremento dei diabetici nei paesi industrializzati;
  • E non fa neppure bene al cervello, la ricerca sfata completamente la credenza che “lo zucchero fa bene al cervello”, evidenziata da molte pubblicità legate ai produttori dello zucchero raffinato.

Una glicemia anche solo moderatamente sopra la norma può provocare problemi di memoria e restringere l’ippocampo, la parte del cervello fondamentale per l’immagazzinamento di nuove informazioni.

L’aumento dei livelli di zucchero nel sangue è stato studiato dal dr. Antonio Convit, psichiatra della New York University. Egli ha esaminato 30 soggetti sani fra i 53 e gli 86 anni di età. Gli esami riguardavano una risonanza magnetica del cervello dei soggetti, una serie di test cognitivi e un esame per verificare la loro capacità di rimuovere il glucosio dal sangue. I soggetti con livelli di zucchero particolarmente elevati erano quelli con le peggiori prestazioni nel test di memoria, e il loro ippocampo era più piccolo.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” (PNAS) e riportato da LeScienze.it (http://www.lescienze.it/news/2003/02/04/news/lo_zucchero_fa_perdere_la_memoria-588555/)

Il problema della minor tolleranza allo zucchero negli anziani è molto serio. E’ proprio con l’aumento dell’età che aumentano le persone affette da diabete senile. Il fatto è che si tende a dare colpa del problema all’età, mentre l’ippocampo secondo me si atrofizza perché la presenza di zuccheri raffinati nell’alimentazione e’ tossica.

  • Ora, a sorpresa, sarebbe anche la causa principale delle odiate rughe, sono i vari effetti della “glicazione” – questo è il nome scientifico del fenomeno.

Sembra infatti che si depositi nelle proteine della pelle diminuendone l’elasticità (attacca le fibre di collagene e l’elastina, irrigidendole) e aumentando la formazione di rughe, il rilassamento cutaneo ed i danni da photoaging e questi sono i principali e primi malanni fino ad ora riconosciuti dalla medicina ufficiale dei danni dello zucchero raffinato.

Il grasso delle nocciole (naturale e benefico, poiché contiene grassi mono e polinsaturi e svariati micronutrienti benefici), è sostituito dagli “oli vegetali”.

Quando in un’etichetta trovate la definizione olio vegetale, anche se la vostra mente pensa d’istinto all’olio d’oliva (fondamentale per la crescita) in realtà, il più delle volte non si tratta nemmeno di oli di mais o di semi vari, bensì di olio di palma, di colza, di cocco.

Quest’ultimi sono facilmente reperibili dalle industrie dolciarie che ne fanno grande uso, sia per il loro basso costo, sia per la resa che hanno sul prodotto finito. Gli oli vegetali, che costituiscono la maggior parte dei grassi presenti nella Nutella, costano decine di volte meno delle nocciole.

È molto probabile che questi oli siano raffinati, e dato che la legge non impone di indicare la provenienza, possono essere ricavati da qualunque pianta. I produttori poi, non specificano se sono saturi, mono insaturi, polinsaturi, insaturi, potrebbero essere costituiti, per esempio, da oli di palma e/o di cocco, e contenere quindi una percentuale di grassi saturi molto elevata. Certo, il 31% è meno della metà, però ci sono grassi e grassi…

Sull’etichetta non vengono riportate informazioni riguardo al tipo di grassi, quindi non è possibile risalire nemmeno indirettamente al tipo di oli vegetali contenuti nella Nutella.

La direttiva europea consente di utilizzare i seguenti tipi di grassi vegetali nelle tavolette di cioccolato: burro di illipé, olio di palma, burro di karité, cocum, noccioli di mango e olio di cocco. Tuttavia non si può affermare con certezza che venga usato uno di questi grassi, poiché le creme spalmabili non rientrano nella categoria.

L’olio di colza è estratto da una pianta della famiglia delle crocifere. Si è diffuso rapidamente grazie al costo contenuto e la bassa acidità. Ha una discreta quantità di acido linoleico ( riduce l’innalzamento del tasso di colesterolo). Generalmente è mescolato ad altri olii per ridurre la presenza di un acido grasso (erucico) che in grandi dosi può avere effetti tossici, oppure viene estratto da una varietà di crocifera, geneticamente modificata, che non contiene acido erucico.

Insomma meglio evitarlo.

L’olio di palma e quello di cocco sono largamente impiegati oltre che in Africa, per la produzione di margarina perché contengono grandi quantità di acidi grassi saturi (80%- 91%). Questi oli sono quasi solidi a temperatura ambiente, in quanto sono simili, per composizione in acidi grassi, ai grassi d’origine animale.

Hanno una bassissima quantità di acido linoleico e quindi contribuiscono all’innalzamento del colesterolo. Essendo saturi favoriscono l’ictus e tutti i problemi cardiovascolari. A questo punto se dobbiamo ingozzarci di grassi saturi è meglio un panino col lardo di Colonnata!

O pane burro e marmellata, come una volta.

Le nocciole, poi, saranno ancora piemontesi?

Possiamo notare che il cacao che, si presume, dovrebbe essere insieme allo zucchero, l’ ingrediente principale, in realtà è al quarto posto.

Viene data particolare enfasi al fatto che contenga “latte scremato” (la scritta campeggia ben in vista in un riquadro bianco). Quasi fosse un prodotto destinato a chi ha problemi di colesterolo o di linea. Leggendo gli ingredienti si scopre che il latte scremato rappresenta il 5% del totale.

Se fosse stato intero, il prodotto avrebbe avuto 1.245 grammi di grassi in più (un aumento del 4%). A voi il giudizio: vi sembra una informazione importante per quanto riguarda la qualità e la salubrità del prodotto o è il solito specchietto per le allodole?

In ultima posizione ci sono gli aromi che, evidentemente, non sono naturali.

Torniamo alla domanda iniziale: la nutella contiene davvero midollo osseo?

La cosa non è proprio esatta. Ma c’è del vero.

In realtà nella Nutella ci sono ossa tritate, ma per un’altra ragione: lo zucchero raffinato per essere sbiancato usa appunto le ossa animali, quindi in ogni prodotto zuccherato ci si ciba involontariamente di ossa animali.

Se non mi credete controllate su “È spesso usato nell’industria di raffinazione dello zucchero di canna per la sua raffinazione e decolorazione. Il procedimento è stato brevettato da Louis Constant nel 1812.

Quindi sì. Le ossa animali non ci sono solo nella nutella indirettamente, ma in tutte le bibite zuccherate e i sughi pronti zuccherati. Di conseguenza, oltre alla nutella, fate i conti di quante ossa mangiamo senza accorgercene, dato che lo zucchero raffinato lo mettono pure nelle fette biscottate.

Torniamo alla Nutella. Conosco amici che la dispensano ai propri figli come fosse essenziale per la loro crescita. Acquistano barattoli da 3 kg , tra l’altro meno convenienti ma più scenografici di quelli da 750 grammi, e via sul pane.

Chiaramente, poco pane, perché al bambino non piace, ma tanta Nutella perché è buona e così almeno mangia. Se lo saranno chiesti di cosa fanno crescere questi poveri bambini? D’accordo se usata come dolce e dispensata con parsimonia, ma in quella maniera…

Athena Hohenberg di San Diego, California, ha portato Ferrero in tribunale. Athena è una mamma che aveva l’abitudine di dare al suo bimbo di quattro anni, come prima cosa del mattino, alcune cucchiaiate di Nutella. Nella convinzione che fosse parte di una colazione “sana e equilibrata”, persuasa dall’etichetta e da uno spot Tv ambientato tra i giocatori della nazionale di calcio.

Ma un giorno un’amica le ha spiegato che, dal punto di vista nutrizionale Nutella è “sana e equilibrata” quanto del comune cibo spazzatura, tipo una barretta di cioccolato. La mamma, scioccata e furiosa, si è rivolta a un’associazione di consumatori che, con una class action, ha querelato la Ferrero.

Ora, per effetto di un accordo extragiudiziale, Ferrero Usa ha dovuto pagare una multa singolare e salatissima. Quattro dollari per ogni confezione venduta negli Stati Uniti tra il 2008 e il 2012, uno scherzetto da oltre 3 milioni di dollari.

L’accordo stabilì che “le pubblicità Nutella diffuse in America non mettevano in rilievo tutti gli elementi nutrizionali della crema spalmabile, in particolare i grassi”. Athena Hohenberg, la mamma furiosa, ha aggiunto che “Nutella non è né sana né nutriente ed è simile a tante altre dolci e contiene livelli pericolosi di grassi saturi”.

Oltre alla multa, Ferrero Usa si impegnò a modificare alcuni spot pubblicitari e a rendere più chiara la tabella nutrizionale sulla confezione. Eppure, specie se paragonata ad altre colazioni di solito accettate, Nutella non sembra il demone ritratto dalla sentenza.

Solo adesso mi rendo conto che mia madre, che me la faceva mangiare molto poco e si ostinava a propormi la marmellata e il miele, aveva ragione.

Di recente vi è stato un dibattito a livello europeo sul considerare o no questo prodotto dannoso ed apporvi una specifica etichetta, tipo quella delle sigarette, “causa obesità”. Ma un’alternativa c’è.

Suggerisco una ricetta semplice semplice per un ottimo surrogato.

  • Mettete in un bicchierino ( perché no, quello vuoto della Nutella) cacao amaro q.b fino a tre quarti del bicchiere.
  • Aggiungete tre cucchiai rasi di miele preferibilmente d’acacia, poiché è il più insapore.
  • Mescolate lentamente fino a che riuscite ad ottenere un composto denso ma cremoso.
  • Se vi sembra ancora difficile riuscire ad amalgamare il cacao aggiungete ancora un pochino di miele.

Avete ottenuto una crema al cioccolato ricca di zuccheri ed assolutamente senza grassi di nessun genere. Per la colazione è ideale e la si conserva benissimo per un sacco di tempo. Mancano le nocciole ma se riuscite a trovare la pasta di nocciole (mi hanno detto che esiste) potete aggiungerne un po’ e questa volta vi sembrerà Nutella (quasi!). Se volete fare un passo avanti usate miele che non sia di produzione industriale poiché spesso è extraeuropeo e in tutti i casi perde quasi tutti i valori nutritivi.

Un prodotto alternativo e qualitativamente migliore: la crema spalmabile Novi.

Basta confrontare gli ingredienti per capire che la crema spalmabile Novi è nutrizionalmente e qualitativamente superiore alla Nutella, per diversi motivi:

  • La quantità di nocciole è tre volte superiore (45% contro 13%). Non si tratta di pochi punti percentuali, ma di più del triplo!
  • La quantità di zucchero è inferiore. Infatti la quantità di carboidrati della Nutella è decisamente superiore (57 grammi contro 42.7), e gran parte di questi carboidrati proviene dallo zucchero (poiché gli altri ingredienti ne contengono pochi). Se si considera che il prodotto della Ferrero ha anche una quantità inferiore di proteine, è molto probabile che abbia un indice glicemico più elevato, e sia quindi più incline a scatenare il meccanismo perverso dell’insulina.
  • I grassi della crema spalmabile Novi sono solamente quelli delle nocciole, (che ne contengono il 64%). Il grasso delle nocciole è naturale e benefico, poiché contiene grassi mono e polinsaturi e svariati micronutrienti benefici.
  • Il burro di cacao è un’altro ingrediente piuttosto costoso assente nella Nutella.

Queste differenze si ripercuotono in modo decisivo sul costo. Si può concludere che il costo delle materie prime del prodotto della Novi è molto più elevato di quello della Ferrero.

Se andate a spulciare negli scaffali di un grande supermercato, di fianco a decine di barattoli di Nutella vedrete qualche confezione di Novi, e vi accorgerete che il prezzo è di 10.25 Euro al kilo, contro 6 Euro del barattolo di Nutella di pari quantità. La qualità, come sempre, si paga (il 70% in più).

Un confronto diretto è improponibile dato che la Nutella è un prodotto di massa e il Novi di nicchia (il ricarico sul Novi dovrebbe essere superiore), ma se consideriamo che la Ferrero spende milioni di euro per pubblicizzare la Nutella mentre la Novi spende molto meno per pubblicizzare l’intera gamma dei suoi prodotti, si comprende come il costo delle materie prime debba essere radicalmente diverso.

Quando acquistate un barattolo di Nutella, state comprando un prodotto più a base di oli vegetali che non di nocciole, e molto probabilmente una buona parte dei soldi che spendete va a finanziare le campagne pubblicitarie della Ferrero (e non l’acquisto di nocciole).

Ma esistono punti a favore della Nutella?

Il tenore di zucchero è alto, ma l’indice glicemico — 33 — è basso, vale a dire che l’energia è a rilascio lento.

Il fatto che la Nutella contenga grassi poco salutari conta poco, è più una questione di principio, poiché in un regime alimentare caloricamente accettabile è sconsigliabile assumere, mediamente, più di 10 – 20 grammi al giorno di un prodotto con simili valori nutrizionali.

Anche se i grassi contenuti nella Nutella fossero dannosi, la loro quantità sarebbe comunque irrisoria se il consumo rientrasse nei canoni di un regime alimentare corretto.

C’è anche da rilevare un altro punto a favore della Nutella, probabilmente dovuto proprio agli oli vegetali. Il prodotto della Ferrero, infatti, risulta più spalmabile rispetto a quello della Novi. Questa caratteristica consente di spalmare veli più sottili, e in definitiva di limitare le quantità e quindi le calorie.

E poi, dite quello che volete, a me, la Nutella piace…

Un’impresa titanica

I Titani (in greco antico: Τιτάνες, Titánes; singolare: Τιτάν) erano, nella mitologia e nella religione greca, gli dèi più antichi, nati prima degli Olimpi e generati da Urano (Cielo) e Gea (Terra). Da non confondersi con i Teen Titans, supereroi DC Comics amati dal mio piccolo Alessandro.

I Titani venivano solitamente considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore ed ordinatore degli Dèi dell’Olimpo. Tuttavia nell’antichità erano comunque rappresentati uguali agli esseri umani, allo stesso modo degli déi, anziché in forme mostruose come in alcune loro rappresentazioni contemporanee.

L’origine del termine Τιτάνες non è assolutamente certa. Esiodo la faceva discendere, ma in modo del tutto fantasioso, dal termine τιταίνειν (“produrre uno sforzo”, “tendere in alto”) e da τίσις (“vendetta”, “punizione”) collegandoli alla relazione con Urano, loro padre che li avrebbe chiamati così per disprezzo, per odio.

Proprio per questa interpretazione, quando ci si riferisce a un’opera o un’azione che sembra trascendere le forze e le possibilità umane, si dice “sforzo titanico” o “impresa titanica”.

Tempo fa mi sono occupato dell’olio di palma in “Che fatica” e in “Quante fatiche” per cercare di capire se tutto quello che si dice sia o meno vero. Oggi affronto un’altra impresa, questa volta titanica, per cercare di capire se il latte sia o meno buono e utile per l’uomo.

Il tema latte è uno dei più dibattuti in rete: tra chi lo considera un alimento fondamentale al pari delle verdure e della pasta e chi invece, per scelte etiche o salutistiche, non lo beve evidenziando critiche e problemi.

Intanto partiamo, come sempre, da definizioni e caratteristiche.

Il latte è un liquido bianco che viene secreto dalla ghiandola mammaria delle femmine dei mammiferi, che si caratterizzano come distinta classe zoologica anche per questa fondamentale particolarità. È un’emulsione di olio in acqua, con globuli di grasso di dimensioni molto variabili, da 0,1 a oltre 10 μm. Il μm, simbolo del micrometro è un’unità di misura della lunghezza corrispondente a un milionesimo di metro.

Il colore bianco è dovuto al diverso indice di rifrazione dei grassi, dispersi in emulsione grazie alla caseina, rispetto a quello dell’acqua.

A seconda della specie animale, il latte ha diverse componenti di cui la quantità varia considerevolmente; quando si parla di “latte”, in Italia per legge s’intende quello vaccino, mentre la specificazione risulta obbligatoria per le altre varianti: latte bufalino, latte pecorino, latte caprino, latte di asina.

Vediamoli nella seguente tabella.

Composizione dei nutrienti del latte di diversi mammiferi

Specie Acqua % Residuo secco % Proteine % Grasso % Lattosio % Ceneri %
Donna 87,6 12,4 – 12,6 1,1 – 2 3,7 – 4,5 6,4 – 6,8 0,2 – 0,3
Vacca 87,3 12,2 – 12,7 3,1 – 3,4 3,5 – 3,7 4,9 – 4,9 0,7 – 0,7
Bufala 82,3 17,7 – 21,5 5,1 – 5,9 7,5 – 10,4 4,3 – 4,4 0,7 – 0,8
Pecora 83,6 16,3 – 16,4 5,1 – 5,5 4,3 – 6,2 4,2 – 4,6 0,9 – 0,9
Capra 86,8 12 – 13,2 3,1 – 3,8 3,5 – 4 4,6 0,8 – 0,8
Asina 90,1 9,9 – 10,2 1,7 – 1,8 1,2 – 1,4 6,2 – 6,9 0,5 – 0,5
Cavalla 90,6 9,4 – 11 2 – 2,7 1,1 – 1,6 5,9 – 6,1 0,4 – 0,5
Cagna 75,4 20,7 – 24,6 9,5 – 11,2 8,3 – 9,6 3,1 -3,7 0,7 – 1,2
Cammella 86,5 13,5 – 14,4 3,7 – 4 3,1 – 4,9 5,1 – 5,6 0,7 – 0,8

L’introduzione del latte extraspecie nell’alimentazione umana è un fatto cronologicamente piuttosto recente. Dalle origini della nostra specie, datata a circa 200.000 anni fa, la capacità di digerire da adulti il lattosio contenuto nel latte è da riferirsi a una mutazione genetica occorsa nell’uomo in un periodo non posteriore agli ultimi 7.000 anni. Detta mutazione concerne la sintesi e la persistenza di lattasi in età adulta; la lattasi è un enzima deputato alla digestione dello zucchero caratteristico del latte: in termini più tecnici questa proteina è deputata all’idrolisi enzimatica del lattosio in glucosio e galattosio (lattosio + H2O → galattosio + glucosio). Il lattosio è uno zucchero, un disaccaride tipico del latte e dei suoi derivati. In cento grammi di latte vaccino ne troviamo circa 5 grammi, mentre nel latte materno il contenuto percentuale sfiora il 7% in peso.

A causa della relativa vicinanza in termini di tempo della mutazione, la distribuzione tra la popolazione umana non è omogenea ma varia considerevolmente per individuo ed etnia e quindi vi è un’alta percentuale di intolleranti.

L’attività della lattasi è normalmente alta nell’infanzia, anche se possono venire coliche anche agli infanti a causa di deficit temporanei. Dopo i 5/6 anni di età la produzione di lattasi inizia a decrescere individualmente. Le percentuali variano da una persona all’altra e anche tra etnie diverse, come vediamo nella tabella che segue, dalla quale si può concludere che la maggioranza della popolazione mondiale è intollerante al latte.

Etnia % di intolleranza
Caucasici 10-20%
Mediterranei 40-50%
Orientali 90%
Americani Neri

75%

Africani 50%
Aborigeni 85%

Quindi, come si capisce, tranne i caucasici, o europoidi, cioè la popolazione principalmente diffusa non solo in Europa, ma anche in Nord Africa e in parte del Medio Oriente, tutto il resto del mondo non produce in età adulta la lattasi, risultando quindi altamente intollerante al latte in sé.

Non confondiamo però l’intolleranza al lattosio con l’allergia alle proteine del latte. L’intolleranza al lattosio è un problema che non riguarda il sistema immunitario. Dipende dalla incapacità del sistema digerente di digerire completamente il lattosio e di trasformarlo in uno zucchero semplice. L’unico effetto che può dare è quello della diarrea e del mal di pancia, e dipende dalla dose che si assume.

Mangiando poco lattosio non succede assolutamente nulla: per avere una reazione reale è necessario mangiarne in buona quantità. Persone che dicono di avere diarree per il semplice contatto con una goccia di latte non devono indagare la intolleranza al lattosio, ma una possibile infiammazione da cibo dovuta alle proteine del latte vaccino.

L’allergia alle proteine del latte e la reazione infiammatoria al latte invece, dipendono da una reazione del sistema immunitario e possono causare sia una reazione allergica sia tutti i sintomi della infiammazione da cibo, che vanno dal meteorismo all’emicrania, dall’artrite al reflusso, dalla diarrea alla dermatite. Si tratta di una reazione che non dipende dalla dose introdotta nell’organismo. Possono bastare piccole quantità per scatenare la reazione.

Il vero problema nasce dalla terminologia utilizzata. Per anni la gente ha chiamato “intolleranze alimentari” i fenomeni infiammatori da cibo dovuti ad una reazione immunologica ritardata, e infatti per una condizione come la “Gluten sensitivity”, cioè per quella condizione in cui in seguito all’ingestione di glutine si è in presenza di sintomi in buona parte sovrapponibili a quelli della celiachia e della sindrome da colon irritabile (gonfiore, sonnolenza, diarrea, stipsi, dolori addominali, cefalea, depressione, ecc) ma non c’è atrofia dei villi intestinali né risposta autoimmune dell’organismo, si usa ancora oggi la definizione di “intolleranza al glutine non celiaca”.

Per questo il termine di “intolleranza” resta comunque legato, nella memoria, alla reazione immunitaria che genera infiammazione da cibo.

Il termine di “intolleranza al lattosio”, invece, fa riferimento solo all’aspetto digestivo di uno zucchero e non coinvolge minimamente la reazione immunitaria o infiammatoria. Così la confusione è totale e spesso molte persone che ruotano intorno al mondo sanitario, sono incerti sul significato e sulle implicazioni delle diverse terminologie.

Un intollerante al lattosio, può bere tranquillamente del latte delattosato (senza lattosio, quelli cosiddetti ad alta digeribilità) o mangiare formaggi stagionati (in cui il lattosio è stato consumato), ma continuerà ad avere mal di testa o la colite se fosse ipersensibile alle proteine del latte, ben presenti in qualsiasi latticino anche se privo di lattosio.

Per contrastare l’intolleranza al lattosio (quella biochimica digestiva quindi) basta un controllo della dose introdotta o l’uso di enzimi contenenti lattasi, mentre per la guarigione di una reazione dovuta alle proteine del latte serve una corretta individuazione delle reattività alimentari dell’organismo e l’impostazione di una dieta di rotazione che gradualmente consenta il pieno recupero della tolleranza alimentare.

Nella cura dei fenomeni dovuti alla infiammazione da cibo è spesso necessario aiutare l’organismo con una azione antinfiammatoria e facilitare la giusta colonizzazione intestinale con i probiotici più adatti. Aspetti questi che per la sola intolleranza biochimica al lattosio servono poco.

Poiché l’intolleranza al lattosio viene diagnosticata con un semplice test, spesso le persone si fermano a questa diagnosi e ritengono di potere utilizzare proteine del latte prive di lattosio, mentre in molti casi questa intolleranza biochimica si accompagna ad altre reazioni alimentari che vanno indagate correttamente per consentire una impostazione dietetica che aiuti a riprendere una alimentazione ricca e varia e soprattutto rieduchi l’infiammazione dell’intero organismo.

Il problema è che si diffondono sempre di più  diete e modelli alimentari che escludono il latte o altri elementi dalla dieta quotidiana, perché il latte è entrato nel mirino delle “mode alimentari”. Infatti la maggior parte delle diete risentono di un effetto “moda”.

Le  diete “alcaline” molto di moda in questi anni e riprese in decine di libri commerciali consigliano di evitare o limitare drasticamente l’assunzione di latte. La funzione del rene nel controllo dell’equilibrio acido-base modula i cambiamenti di acidità (pH) del sangue attribuibili all’alimentazione che risultano molto contenuti in termini di entità e durata, infatti l’influenza di un cibo sul pH del sangue risulta solamente “potenziale” e in letteratura scientifica si parla di “carico renale acido potenziale” con l’acronimo PRAL (Potential Renal Acid Load). Le evidenze in merito non vietano l’assunzione di latte, che risulta avere un effetto non significativo sul PRAL, ma pongono l’attenzione in primis sull’aumento del consumo di frutta e verdura.

Un’altra scuola di pensiero che bandisce il latte nella dieta è quella vegana. Il libro più conosciuto a livello internazionale in cui si sostiene che il latte, e in particolare le caseine presenti, possano essere cancerogene è  “The China Study”. Il volume è talmente diffuso che l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro ha pubblicato un documento dove chiarisce che “The China Study” è un testo ritenuto inattendibile dalla comunità scientifica, precisando che non ci sono studi a favore di una dieta che elimini totalmente le proteine di origine animale, in particolare i latticini.

Gli esperti di nutrizione della Harvard University hanno eliminato latte e latticini dalla loro guida per un’alimentazione sana Healthy Eating Plate, che si basa esclusivamente sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili e non è stato sottoposta ad alcuna pressione politica o commerciale dalle lobby dell’industria alimentare. L’invito degli scienziati è quello di “moderare il consumo di latte o di altri prodotti lattiero-caseari a massimo 1-2 porzioni al giorno”, con benefici soprattutto per i bambini. Per gli adulti, invece, consumarli non è essenziale, per una serie di motivi.

Per la Healthy Eating Plate, anzi, bisognerebbe sostituire al latte l’acqua potabile durante i pasti. Gli esperti di nutrizione sottolineano, infatti, che a causa dell’alto livello di grassi saturi, il latte e i derivati sono diventati un alimento che sarebbe meglio evitare. E tra i danni che potrebbe causare alla salute delle persone, si annoverano il rischio di cancro della prostata e cancro ovarico.

Come assumere, allora, il calcio? Sicuramente ve lo starete chiedendo in molti. Dalla Harvard University spiegano: “quelle pubblicità che propongono il latte come la risposta alle ossa forti sono quasi inevitabili. Ma bere il latte si traduce davvero in un rafforzamento delle ossa? La fazione pro-latte è convinta che una maggiore assunzione di calcio, in particolare nella forma dei tre bicchieri di latte al giorno attualmente raccomandati, aiuta a prevenire l’osteoporosi, l’indebolimento delle ossa. Ogni anno, l’osteoporosi porta ad oltre 1,5 milioni di fratture, tra cui 300.000 fianchi rotti. D’altra parte, il risultato per coloro che credono che consumare molto latte e altri prodotti caseari saranno scarsi sul tasso di fratture, ma potranno contribuire a problemi come malattie cardiache o cancro alla prostata”.

Le associazioni tra il consumo di latte e prodotti derivati e il rischio di sviluppare un cancro, nella maggior parte dei casi, sono state esaminate in pochi studi e i dati disponibili sono incoerenti e incompleti. Alcuni riscontri esistono, ma sono deboli per puntare il dito contro il latte e i suoi prodotti derivati, tra gli elementi che contraddistinguono la dieta mediterranea. Quando si parla di tumore, si intende uno spettro di oltre duecento malattie, accomunate dalla crescita incontrollata di una particolare linea cellulare. Per il resto, ogni cancro fa storia sé.

Il latte, come tutti i suoi derivati, contiene micronutrienti e composti bioattivi che possono influenzare il rischio di insorgenza (e di progressione) di un tumore. Ma quando si parla delle proprietà benefiche degli alimenti, le semplificazioni vanno evitate. Dimostrare l’effetto di uno di essi, e non della qualità complessiva della dieta, sullo sviluppo dei tumori (considerando che gli effetti possono essere anche opposti, in base agli organi) è oggi quasi impossibile.

Gli studi condotti non sono stati sufficienti a rispondere a questa domanda. Dunque, così come cavoli, pomodori e melanzane – da soli – non fanno miracoli, un bicchiere di latte al giorno non “condanna” nessuno al cancro.

Insomma pare che le evidenze scientifiche non siano poi così evidenti.

Il calcio è sicuramente importante. Ma il consumo del latte (da preferirsi scremato) non è l’unica, o anche non è la migliore, via per assumerlo. Difatti non è così chiaro ed evidente alla scienza che si abbia bisogno del quantitativo di calcio generalmente consigliato e che i prodotti lattiero caseari siano la migliore via per assumerlo per la maggior parte delle persone. Ovviamente non si nega che per i bambini il latte sia una fondamentale risorsa di calcio e vitamina D.

Dobbiamo anche considerare che il latte che noi oggi beviamo (ma vale per tutto quello che ci circonda, dagli alimenti ai vestiti, dalla plastica al cemento) è abbastanza diverso rispetto a quello che bevevano i nostri antenati, il latte che si beve oggi infatti non è un cibo perfettamente naturale. Lo scenario delle vacche da latte che brucano serene nei prati verdi, fa parte di un immaginario collettivo bucolico che in realtà non esiste.

E quindi il latte fa bene? Fa male? Lo dobbiamo bere? Come dico sempre, è l’eccesso che crea guai. Quindi, a meno di allergie (e per questo fate i test), un bicchiere di latte non fa più male di tante altre cose. Quello che fa male, sicuramente, è prendere una posizione senza essere informati!

Quanti? Tanti!

A volte mi sono dilettato, su questo blog, con poesie in dialetto. Ne ho composta una in napoletano (‘O ggiuramento), una in tarantino (Pasche) e una in romanesco (Er Natale). Per chiudere il cerchio, sto provando a scriverne una in siciliano, dedicata al Carnevale. Gli ostacoli sono immensi, perché non è un dialetto semplice; ma proprio perché siamo nel periodo carnevalesco, mi sembra giusto parlare di un argomento molto trattato di questi tempi: la medicina quantistica.

Non esiste, naturalmente, nessuna branca della Medicina che si occupi di applicare la fisica quantistica alla cura delle patologie, se non nelle illusioni e nelle fantasie di menti disturbate che proclamano l’esistenza della medicina quantistica.

Certo, esiste un apporto della fisica alla medicina, e lo vedremo, ma quando sento parlare di medicina quantistica mi esce il fumo dal naso come i tori di certi cartoni animati.

Partiamo dalle definizioni, come sempre.

La parola italiana medicina ha origine dal verbo latino mederi, cioè curare, medicare. “Ars medicina” era detta la scienza medica, arte perché basata su precetti pratici e sull’esperienza individuale del medico.

Il medico greco Ippocrate di Coo (o Cos, o Kos), vissuto nel V secolo a.C., è ritenuto il fondatore della medicina come scienza. Infatti, nelle opere a lui attribuite, si trova una descrizione della malattia come insieme ordinato di sintomi e della cura come utilizzo logico di elementi terapeutici correlati ai sintomi. L’arte del medico era la ricerca di tali sintomi e l’applicazione dei relativi rimedi.

La medicina greca è una delle prime scienze che abbia applicato un metodo esatto e rigoroso imitato in seguito da altre scienze di origine antica come la matematica e la fisica. Ippocrate fissò anche i principi etici di comportamento del medico. Tali principi sono contenuti in un testo, il giuramento d’Ippocrate, che i medici di tutto il mondo pronunciano ancora oggi prima di iniziare la professione.

La medicina moderna è una scienza che studia i fenomeni patologici, cioè le malattie del corpo. Per far questo mette in pratica i risultati delle ricerche di laboratorio svolte con l’ausilio di altre scienze come la chimica, la fisica, la farmacologia, la biologia. Quest’ultima, in particolare, individuando nella cellula il componente minimo degli organismi viventi, fornisce alla medicina preziose conoscenze di base.

La medicina ha lo scopo di prevenire e curare le malattie per migliorare la durata e la qualità della vita e comprende un gran numero di specialità o specializzazioni i cui nomi possono derivare dai mezzi di cura, come accade per la medicina nucleare, dagli organi di cui ci si occupa, come per la medicina oculistica, dal tipo di malattie che insorgono in un determinato contesto, come la medicina sportiva.

Nel parlare comune la medicina cura attraverso composti farmaceutici, detti medicine ed è opposta alla chirurgia, che interviene invece con mezzi meccanici, correggendo l’assetto fisico del paziente. Anche i reparti degli ospedali prendono il nome dal tipo di terapie che vi si praticano e dalle specialità delle quali si occupano. La facoltà universitaria in cui si studia per diventare medici si chiama invece Facoltà di Medicina e Chirurgia (mia figlia Simona vorrebbe intraprendere la carriera medica, cosa che le auguro con tutto il cuore, anche se il portafogli non vorrebbe…).

Il termine fisica proviene dal latino physica, voce dotta derivata dall’aggettivo physicus formatosi dal greco τὰ φυσικά [tà physiká] e da φύσις [physis], “natura”, ovvero “le cose naturali”. Fisica è anche il titolo dell’opera di Aristotele, in cui il filosofo greco descrive i fenomeni della natura, ricercando le leggi che li governano.

Oggi si dice fisica la scienza, o, meglio, l’insieme di scienze, il campo di ricerca, che osserva i fenomeni naturali e cerca di ricavare le leggi che li regolano. In pratica, i fisici cercano leggi che possano spiegare i fenomeni dell’universo, permettendo loro di riprodurli con esperimenti.

Dalla fisica si sono distaccate la biologia e la chimica, che analizzano i fenomeni della vita e le combinazioni degli elementi. Come la matematica, la fisica si divide in fisica teorica e fisica applicata. La prima spiega i fenomeni conosciuti deducendoli da leggi generali per poi formulare ipotesi sull’esistenza di fenomeni sconosciuti ma regolati dalle stesse leggi. La seconda applica le regole della fisica ad altre scienze e cerca utilizzi pratici di quanto scoperto dalla fisica teorica.

Molte sono le scienze correlate al mondo fisico: ad esempio l’ottica, che studia le leggi della luce; l’acustica, che si occupa del suono; la termotecnica e la termodinamica che osservano le trasformazioni della materia in presenza di energia; la fisica nucleare che si occupa dell’atomo. Oggi la fisica, accanto ad altre scienze, contribuisce anche allo studio dell’ambiente e alla soluzione dei problemi causati dall’inquinamento.

Nella storia della fisica troviamo scoperte e teorie che hanno rivoluzionato la nostra civiltà. Tra queste, la legge di gravitazione universale elaborata da Isaac Newton e la teoria della relatività di Albert Einstein.

Newton, ampliando le osservazioni di Galileo Galilei sulla forza di gravità, dimostrò come questa forza che attira gli oggetti verso il centro della terra, tiene in equilibrio fra loro i pianeti del sistema solare.

Agli albori del Novecento, Albert Einstein scoprì che le leggi di Newton erano valide nelle normali condizioni di osservazione, mentre in situazioni differenti, ad esempio nei nuclei degli atomi e a velocità pari o superiori a quella della luce i parametri di comportamento degli oggetti naturali e i loro criteri di misurazione erano profondamente diversi. Per la fisica einsteiniana ogni forma di vita è in realtà energia e quindi esposta a trasformazioni, come accade alla legna che brucia in un camino.

La meccanica quantistica (anche detta fisica quantistica o teoria dei quanti) è la teoria fisica che descrive il comportamento della materia, della radiazione e di tutte le loro interazioni viste sia come fenomeni ondulatori sia come fenomeni particellari (dualismo onda-particella), a differenza della fisica classica o newtoniana, basata sulle teorie di Isaac Newton, che vede per esempio la luce solo come onda e l’elettrone solo come particella.

Riporto ora qualche frase di uno dei miei scienziati preferiti, il premio Nobel Richard Feynman:

“È importante tener presente che nella fisica odierna, noi non abbiano cognizione di ciò che l’energia è. Non abbiamo un modello che esprima l’energia come somma di termini definiti. (da La fisica di Feynman, vol. I parte I, traduzione di E. Clementel, S. Focardi e L. Monari, Inter European Editions, 1975, 4–1)”.

“Penso di poter affermare che nessuno capisce la meccanica quantistica. (citato in Tony Hey, Patrick Walters, “The New Quantum Universe”, 2003)”.

Notate qualcosa che possa unire le due cose (la medicina e la meccanica quantistica)? In effetti qualcosa c’è, e lo andiamo a scoprire insieme. Si chiama diagnostica per immagini.

La diagnostica per immagini si riferisce a vari metodi non invasivi per identificare e monitorare diversi tipi di malattie attraverso la produzione di immagini che rappresentano la struttura anatomica interna e gli organi del corpo del paziente. Le dettagliate immagini prodotte da queste procedure sono usate per informare in maniera più dettagliata il paziente e il medico sull’ organizzazione anatomica, il lavoro funzionale degli organi interni e la struttura del corpo del paziente. La diagnostica per immagini è uno strumento di informazione che ha permesso di espandere notevolmente la conoscenza dei medici, dei pazienti e della pratica della medicina più in generale.

I radiologi e altri specialisti del settore (come Carmine, detto CFM, mio grande amico) interpretano le immagini che ricevono per diagnosticare vari tipi di malattia o traumi così che il trattamento e la terapia per il paziente possa essere pianificata e implementata in maniera sempre più specifica (e lui, CFM, lo fa in maniera davvero efficace).

Ad oggi delle tecniche nuove e innovative come gli ultrasuoni, la risonanza magnetica e la tomografia computerizzata vengano ormai effettuate nei centri di radiologia accanto ai più tradizionali raggi X.

Le tecniche di diagnostica per immagini sono:

  • ecografia
  • ecografia dinamica
  • ecografia Doppler, anche nelle varianti Color Doppler e Power Doppler
  • ecografia con mezzo di contrasto
  • radiografia
  • stratigrafia o tomografia
  • tomografia computerizzata
  • imaging a risonanza magnetica
  • fluoroscopia
  • fluorangioscopia
  • angiografia
  • linfografia o linfangiografia
  • sialografia
  • mammografia
  • scintigrafia
  • tomografia ad emissione di positroni
  • tomografia ad emissione di fotone singolo.

La branca della medicina che si occupa delle ultime tre si chiama Medicina Nucleare, mentre l’ecografia e l’imaging a risonanza magnetica, pur non essendo ottenute tramite l’emissione di radiazioni ionizzanti, fanno parte in ogni caso del corpus radiologico e sono tuttora entrambe insegnate durante il corso di Specialità in Radiodiagnostica.

L’unico punto di contatto tra la fisica e la medicina è dato dal fatto che la medicina ha avuto dagli studi di fisica alcuni strumenti per diagnosticare le malattie. E basta.

Ora, se provate a cercare su internet la frase “medicina quantistica”, usciranno tanti di quei siti che si sperticano in spiegazioni senza però mai spiegare veramente cosa dovrebbe fare questa sedicente nuova medicina. Ne ho scelto uno a caso:

“Con il termine “medicina quantistica” indichiamo un nuovo tipo di medicina vista con l’ottica della fisica quantistica, che come molti sanno è quella parte della fisica che indaga la realtà nel campo dell’infinitamente piccolo; fu Max Planck, agli inizi del Novecento, a introdurre per primo il concetto del “quanto”come la particella elementare costituente elettricità e materia. Questa intuizione, che si concretizzò nel dualismo onda-corpuscolo della materia, portò al fallimento delle teorie classiche e fu terreno fertile per numerosi studiosi come J. C. Maxwell, W. Heisemberg, A. Einstein, Popp, Frohlch, P. Nogier, i quali affiancarono alla Fisica studi paralleli di Chimica, Medicina, Biologia ed arrivarono a dimostrare come l’uomo e l’universo siano un tutt’uno, interconnessi da una matrice primordiale che permette all’uno di influenzare l’altro e viceversa.”

Facciamo chiarezza sugli studiosi citati in quel brano.

Planck introdusse il concetto di quanto nell’autunno del 1900; Maxwell è morto nel 1879 e non ha evidentemente potuto usufruire delle ipotesi di Planck. Heisenberg è stato uno dei fondatori della meccanica quantistica, come del resto Einstein, che aiutò a gettare le basi della teoria, pur rimanendone per lungo tempo critico. Popp ha compiuto studi nel campo della biofisica, che però rimangono largamente allo stadio teorico. Fröhlich è stato un fisico teorico. Nogier è il creatore della “auricoloterapia”, pratica senza basi scientifiche. Riguardo l’ultima affermazione (“…arrivarono a dimostrare…”), non è legata agli studi dei fisici prima citati.

Continuo: “La teoria quantistica è stata chiamata prima meccanica quantistica, perché si supponeva che ci doveva essere una qualche legge meccanica coinvolta nel movimento delle particelle atomiche e dei quanti di energia simile a quella che descrive la meccanica dei corpi macroscopici, come i pianeti. […] La teoria quantistica ha quindi una portata molto più ampia del mondo microscopico, e può essere applicata a sistemi in generale dove molte singole parti lavorano insieme e si influenzano a vicenda.”

La fisica quantistica, come ho scritto prima, è tuttora chiamata meccanica quantistica. Inoltre, i fenomeni quantistici sono rilevanti quasi esclusivamente a livello atomico e subatomico. La questione è in realtà molto più complessa, ma l’affermazione dell’articolo non ha alcun valore scientifico. Riassumendo quanto detto, la parte fisica della medicina quantistica non poggia su alcuna base fisica scientificamente provata.

Analizziamo intanto le affermazioni mediche di quel sito.

Intanto, si parla di un nuovo tipo di medicina, che, se avesse basi scientifiche, sarebbe stata accolta dalla medicina “tradizionale”, proprio come è successo alla medicina nucleare, specialità medica piuttosto nuova nata dall’unione di fisica e medicina.

Infatti già a poche righe dall’introduzione appare la prima teoria strampalata: “Ogni cellula del nostro organismo, tramite il suo DNA che funziona come un trasmettitore–ricevitore, emette e può ricevere segnali frequenziali e tutte le cellule dell’organismo sono in continua e istantanea comunicazione fra di loro e si scambiano messaggi elettromagnetici con precisi effetti biologici. Tutto questo costituisce un sistema di autoregolazione continua, i cui dati viaggiano in continuazione tra le cellule per mantenere un equilibrio dinamico che si adatta alle modificazioni interne ed esterne e rappresenta equilibrio e salute.”

Rabbrividisco. Il fatto che le cellule siano in comunicazione tramite segnali elettromagnetici non è supportato da nessuna prova scientifica, ma soprattutto andrebbe contro gran parte del funzionamento dei nostri organi.

E alla fine, si capisce il perché di tutte queste frasi criptiche (più altre che ometto per decenza, dico solo che parlano anche di frattali…): “Il prodotto [omissis…]  è il più semplice ed efficace sistema di biofeedback informazionale ed energetico che utilizza hardware e software in un approccio multidimensionale per ridare l’equilibrio psicofisico, emozionale, biochimico ed energetico. In tempi molto rapidi si ottiene una risposta efficace che individua il cuore delle problematiche dell’individuo, consentendo al terapeuta di aiutarlo con diversi rimedi informazionali tra cui omeopatia, essenze floreali, erbe, agopuntura, nutrienti, integratori alimentari e molti altri. […] Per questo motivo il [omissis…] è indicato nel trattamento di: disturbi dell’umore; traumi; scompensi biochimici; dolori; psicosomatica; depressione; blocchi emotivi; deficit energetici; scarsa autostima; intolleranze e allergie; crescita motivazionale.”

Ecco spiegato! Devono vendere un prodotto!!!

Nel far west c’erano carrozzoni che giravano nel paese con cialtroni che provavano a vendere intrugli miracolosi, che spesso si rivelavano per quello che erano realmente, cioè intrugli. Ora i carrozzoni girano sul web.

I sintomi trattati sono tutti molto vaghi, tranne un paio che andiamo a vedere in dettaglio. La depressione non è una malattia con cui scherzare e a volte anche la psicoterapia (terapia scientificamente approvata) non è sempre risolutiva. L’efficacia del trattamento della depressione varia da persona a persona ed è un rischio inutile far abbandonare ad un paziente la terapia farmacologica o la psicoterapia in favore di questo tipo di pseudo-medicina.

Poi citano, tra i disturbi curabili “i dolori”. Ma il dolore è il modo che usa il corpo per avvertirci che c’è qualcosa che non va, sia che si tratti di un trauma, sia un’appendicite, o addirittura un infarto in corso.

Se noi curassimo il dolore senza curarne le cause, l’unica cosa che otterremmo il più delle volte sarebbe morire felici (per così dire).

In sostanza, la medicina quantistica è una truffa altamente pericolosa, oltre al fatto che si poggia su basi puramente pseudoscientifiche. Quindi cari amici complottisti, prima di dire: “meglio la medicina quantistica, almeno non sono collusi con le aziende farmaceutiche (!)”, pensate a quante fanfaluche (dal greco pompholyx, cioè “bolla d’aria”) ci sono in un’unica, inventata, nuova branca della medicina…

E se il mio medico fosse colluso con le case farmaceutiche, dubito andrebbe in giro con una Fiat degli anni ’90…

 

 

http://ilmegliodiinternet.it/medicina-quantistica-truffa-medica-fisica/
L’universo elegante, di Brian Greene
Alice nel paese dei quanti, di Robert Gilmore
QED, di Richard P. Feynman