L’amor che move il sole e l’altre stelle

All’inizio della mia avventura di “blogger”, scrissi della differenza tra astronomia e astrologia (in Astronomia e astrologia), parlandone ovviamente in termini moderni. Ma un tempo le cose non stavano proprio così come ora. In più, frequentando il liceo classico ed appassionandomi all’astronomia ho creato un connubio pericoloso. Infatti, ricordo che già nello studio della Divina Commedia trovai moltissimi riferimenti astronomici, o meglio astrologici, secondo l’uso corrente al tempo di Dante.

Non tutti gli studiosi del “Sommo Poeta” sono d’accordo sul fatto che i riferimenti siano trattati in modo rigoroso; Dante scriveva in volgare, quindi il suo poema era perlopiù destinato alla generalità dei lettori di media cultura, quindi non era necessario né rigore scientifico né precisione nelle descrizioni.

Queste affermazioni possono risultare sorprendenti data l’opinione comune, diffusa da sempre dagli intenditori, di proclamare Dante perfetto scienziato o, come dice Boccaccio nella “Vita”, “iniscienza solennissimo uomo”. Si è spesso infatti ritenuto che Dante fosse astronomo, astrologo, filosofo, teologo e sommo specialista di tutte e sette le arti del trivio e del quadrivio.

Con questa espressione si intendeva il “curriculum” di studi seguito dai chierici prima di accedere agli studi universitari, quindi quelle attività in cui era necessario un lavoro prettamente intellettuale, a fronte delle “arti meccaniche”, che richiedevano uno sforzo fisico.

Le arti cosiddette “liberali” erano:

  1. Arti del Trivio (artes sermocinales):
  • grammatica
  • retorica
  • dialettica
  1. Arti del Quadrivio (artes reales):
  • aritmetica
  • geometria
  • astronomia
  • musica

Dante aveva approfondito le conoscenze astronomiche con l’opera di Alfragano (nella traduzione latina “Liber de Aggregationibus Scientiae Stellarum et Principiis Coelestium Motum” riassunto dell’Almagesto di Tolomeo). Il suo schema teorico fondamentale è quindi prettamente tolemaico, con la terra al centro dell’Universo intorno alla quale ruotano sole e luna e, mediante cicli ed epicicli, i cinque pianeti, due dei quali, Mercurio e Venere, fra la luna e il sole. Si hanno così le sette sfere tradizionali cui è sovrapposta l’ottava delle stelle fisse. Dante, corrette le idee di Aristotele e attribuita a Tolomeo l’introduzione del nono cielo, afferma nel Convivio che i cieli mobili sono nove.

Le posizioni dei pianeti indicate da Dante nella Commedia, l’importanza del numero nove a cui viene dato un fondamento astronomico, i molti riferimenti temporali, geografici e astrologici, sono pure finzioni poetiche oppure hanno un reale valore scientifico?

Si tratta di ipotesi matematiche oppure è precisa intenzione di Dante scandire il procedimento poetico secondo i gradi della cosmografia del suo tempo?

Per alcuni studiosi se Dante vuole essere scienziato o per lo meno divulgatore di scienza lo è forse nel “Convivio”, dove infatti fa esplicito riferimento all’opera di Tolomeo. Non si può definire tale invece nella Divina Commedia, opera dai fini trascendenti, nella quale egli si serve della scienza quasi come ornamento, poco più che un complemento.

Egli si permette  di andare oltre l’astronomia quando, pur conoscendo le teorie scientifiche, decide deliberatamente di trascurarle. Si veda ad esempio la precessione degli equinozi (secondo cui non è possibile che il viaggio di Dante avvenga sotto la costellazione dell’Ariete come durante la creazione del mondo avvenuta millenni prima) oppure quando il Poeta accenna a Venere che viene ritrovata alla mattina pur essendo un pianeta della sera.

“temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n su con quelle stelle

ch’ eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

si ch’a ben sperar m’ era cagione

di quella fera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione

(…) Inferno, canto I, vv.37-41

Questi versi dell’Inferno hanno fatto tanto discutere i commentatori di ogni epoca circa la data dell’inizio della visione, ma per gli autori dell’Enciclopedia Dantesca ciò che conta per Dante è l’aspetto simbolico e astrologico. Contano cioè gli elementi per trarre l’oroscopo bene augurale per l’impresa che il Poeta si accinge a compiere. Con questo riferimento sembra che egli voglia fissare idealmente, non in modo preciso, l’inizio del suo viaggio intorno all’equinozio di primavera. Il sole si levava dall’orizzonte nel segno dell’Ariete e che gli astri fossero favorevoli ce lo conferma l’autore con i versi già citati.

I versi del Purgatorio ci dicono che quando il Poeta arriva sulla spiaggetta dell’isola vede al mattino assieme ad altre quattro stelle il pianeta Venere:

Lo bel pianeta che d’ amar conforta

faceva tutto rider l’oriente,

velando i Pesci, ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

all’altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’alla prima gente.

Goder pareva il ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo sito,

poi che privato se’ di mirar quelle!

Purgatorio, canto I, vv.19-27

I commentatori sono concordi nel ritenere che Venere e le quattro stelle sono, per prima cosa, delle vere stelle che appaiono nel polo antartico ed indicano l’alba del quarto giorno in cui è stato intrapreso il viaggio (Venere unita ai Pesci precede la costellazione dell’Ariete e l’equinozio), ma molto probabilmente Dante ha voluto simboleggiare con esse le quattro virtù cardinali e dare quindi un valore allegorico.

Per quanto riguarda Venere, in base alle ricerche scientifiche era vespertina nella primavera del 1300, mentre era mattutina in quella del 1301. Questo contraddice in qualche modo la citazione di Dante.

Secondo gli autori dell’Enciclopedia Dantesca, l’astronomia nella Commedia assolve un importante compito strutturale e descrittivo, infatti definisce i tempi e i luoghi entro un sistema cosmografico ben determinato che agisce come elemento portante della costruzione poetica. Mentre il sistema aristotelico-tolemaico offre lo schema di riferimento per l’azione reale, numerose indicazioni astronomiche precisano nel tempo il succedersi degli episodi.

La posizione degli astri all’ inizio del viaggio, ricavata sicuramente da tavole astronomiche dell’epoca, le numerose indicazioni orarie, quelle utili alla determinazione delle longitudini, il rosseggiare di Marte, le macchie lunari, la lunghezza del cono d’ombra sulla terra ed altre immagini ancora che sono tutto un succedersi di fenomeni atmosferici, provano la preminenza dell’astronomia nella costruzione della Commedia.

Ecco alcuni esempi:

“Tutte le stelle già dell’altro polo

vedea la notte e ’l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto dalla luna,

poi che ‘ntratieravam nell’alto passo.

Inferno,canto XXVI vv.127-130

La nave di Ulisse, racconta l’eroe, piegò verso il lato sinistro della costa africana, sotto un cielo che, per la sfericità della terra andava man mano coprendosi delle stelle del polo australe, mentre quelle del polo boreale scomparivano pian piano dall’orizzonte; il nostro polo era tanto basso che non emergeva dalla superficie del mare.

Cinque volte si era accesa e cinque volte si era spenta la luce nella parte inferiore della luna (erano quindi trascorse 5 lunazioni, quasi 5 mesi) da quando avevano iniziato l’ardua impresa.

E ancora:

“Già era l’ sole all’orizzonte giunto

lo cui meridian cerchio coverchia

Jerusalem col suo più alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

si che le bianche e le vermiglie guance,

là dov’i’ era, della bella Aurora

per troppa etate diventavan rance.

(…)

Ed ecco qual, sul presso del mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giù nel ponente sovra l’ suol marino

Purgatorio, canto II, vv. 1-15

Per capire questi versi occorre tener presente che per Dante la terra abitata si estendeva tutta nell’emisfero boreale, per 180 gradi di longitudine, dalle sorgenti dell’Ebro alla foce del Gange. Ciò posto egli dice che nell’emisfero, il cui cerchio meridiano sovrasta col più alto punto Gerusalemme, il sole era giunto all’orizzonte dalla parte occidentale, stava cioè tramontando; mentre la notte, che gira intorno allaterra nell’emisfero opposto a quello del sole, spuntava dal Gange, si affacciava cioè all’orizzonte di Gerusalemme. In altre parole, in Spagna era mezzogiorno, nell’India mezzanotte, a Gerusalemme l’ora del tramonto e la notte usciva con la costellazione della Libra diametralmente opposta a quella dell’Ariete prima che l’equinozio d’autunno, quando la notte “soverchia”, supera la durata del giorno (non è più nella costellazione della Libra, le Bilance le cadono di mano).

L’Aurora già vermiglia cominciava, avvicinandosi il sole, a divenire “rancia”, giallo dorato.

Mentre dunque a Gerusalemme era il tramonto, nel Purgatorio si apprestava a sfiorire l’aurora e a sorgere il sole. I poeti erano sulla spiaggetta del Purgatorio pensierosi, ed ecco che, all’avvicinarsi del mattino, il pianeta Marte appare nel cielo, dalla parte occidentale, rosseggiante per i vapori densi entro cui è avvolto.

I richiami alla scienza astrologica sono, come si è già detto, molto numerosi e tali da fornire strutture essenziali all’ intelaiatura di tutto il poema, in particolar modo nel Paradiso. Ciononostante Dante da degli astronomi una valutazione negativa: per lui erano negromanti, maghi e streghe.

Il medioevo aveva accolto il sistema tolemaico dei nove cieli concentrici, ma vi aveva apportato alcune innovazioni in base alle proprie vedute religiose: aveva aggiunto l’Empireo e ad ognuno degli altri nove cieli aveva assegnato uno dei nove cori angelici.

Dante accetta questa integrazione e, per esempio, spiega la maggiore o minore velocità dei cieli con la maggiore eccellenza degli ordini angelici preposti al movimento. Va poi oltre e vede nei cieli e nei loro influssi una vera e propria “scala” per salire a Dio. Basta a tal fine che egli sappia interpretare e assecondare gli influssi che provengono dal cielo. Nel Paradiso la successione degli spiriti corrisponde proprio ad un analogo criterio, perché troviamo in ogni sfera spiriti nati sotto l’influenza di quel medesimo cielo e che a quell’influenza hanno saputo pienamente corrispondere.

In conclusione per alcuni studiosi appare evidente la libertà dei presupposti astronomici danteschi perciò essi parlano di relativismo scientifico di Dante e di indole non scientifica della Commedia.

Per gli autori della Enciclopedia Dantesca, anche se qualche volte i riferimenti astronomici non sono scientificamente precisi, l’astronomia è intenzionalmente un elemento portante e strutturale della Divina Commedia.

Questo perché erano vive nel sommo Poeta le esigenze di simbolismo, della fantasia e della poesia, che non sempre si accordano con le evidenze della scienza.

Nell’Inferno l’intervento dell’astronomia è limitato quasi esclusivamente a indicare i tempi mediante le posizioni o i movimenti delle stelle rispetto all’orizzonte di Gerusalemme. L’Inferno è anche caratterizzato dal buio e soprattutto dall’assenza del sole anche quando sono indicate ore di pieno giorno, in quanto manca in questo regno la luce divina. L’astro che viene citato, a volte, quasi a sostituire il sole è la Luna, presente nell’itinerario infernale ma che non si adatta a quello del Purgatorio.

“E già la luna è sotto i nostri piedi:

lo tempo è poco ormai che n’è concesso,”

Inferno, canto XXIX,v.10-12

Frequente poi è l’immagine delle stelle, nell’antichità associate al temine costellazioni, ma in Dante presenti spesso proprio come astri. Famosissimo il verso con cui si chiude la prima cantica:

“e quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inferno, canto XXXIV v. 139

Inoltre ognuna delle tre cantiche termina con la parola “stelle” perché il Poeta vuole designare il fine ultimo verso cui è diretto il suo viaggio:

“Io ritornai dalla santissima onda

rifatto si come piante novelle rinnovellate di novella fronda.

Puro e disposto a salire alle stelle”

Purgatorio,canto XXXIII vv.142-145

E anche:

“l’amor che move il sole e l’altre stelle”

Paradiso, canto XXXIII v.145

Nel Purgatorio i passi di poesia astronomica non sono puro sfoggio scientifico e, se sono più difficili, è perché Dante vuole accrescere la solennità dell’ascesa al Paradiso e approfondirne il significato spirituale.

Le indicazioni astronomiche in questa cantica fanno riferimento soprattutto al sole che accompagna i poeti, i quali avanzando intorno al monte procedono nel senso del corso giornaliero del sole. Il sole, appena sorto, colpisce la fronte di Dante quando egli inizia la salita del Purgatorio; è alle sue spalle lungo il viaggio e quando raggiunge il paradiso terrestre; è folgorante all’inizio dell’ascesa al regno dei cieli. Il sole simboleggia l’amore divino che pervade ogni cosa e le anime dei beati.

Nel Paradiso, con l’ascesa di cielo in cielo, Dante ripercorre tutta la struttura del mondo aristotelico-tolemaico, per culminare nell’Empireo, cielo cristiano. All’interno del Purgatorio la trattazione astronomica e i valori eruditi e letterari appaiono in un certo equilibrio. Nel Paradiso l’equilibrio si rompe e la trattazione è sempre più difficile e complicata andando di pari passo ad uno stile impreziosito da latinismi e termini rari. Il tutto è finalizzato ad esprimere un’esperienza straordinaria e quindi sono richiesti mezzi altrettanto immaginari. In questo contesto le indicazioni astronomiche diventano inevitabilmente più affollate ma anche più complicate nel concetto e nella forma.

Nel Paradiso c’è, dunque, la volontà del poeta di scrivere in modo complicato e c’è una disposizione intellettuale a sottilizzare e a parlare per enigmi e per accuratezze, per indovinelli e giochi di parole e di concetti, simbolismi.

“Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo, ma da quella

che quattro cerchi giunge con tre croci

con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

più a suo modo tempera e suggella.”

Paradiso, canto I, vv.40-45

Le terzine vogliono esprimere, con più sottigliezza, che il sole si trovava in congiunzione con la costellazione dell’Ariete e cioè era l’equinozio di primavera (concetto già espresso nell’Inferno). C’è in questi versi il gusto dell’indovinello prezioso “quattro cerchi giunge con tre croci” e c’è la determinazione astronomica. Dante vuole determinare l’ora in cui dalla cima del Paradiso terrestre sta per spiccare il volo verso il cielo.

Il sole, girando intorno alla terra, giunge ai mortali da diversi punti, ma la posizione migliore è quella in cui sorge nel punto dove quattro cerchi (l’equatore, l’orizzonte, l’eclittica e il coluro equinoziale) vengono a formare, intersecandosi, tre croci. Per evitare che si possa confondere con l’equinozio autunnale, Dante specifica che il sole sorge con la “migliore stella”, ossia la costellazione dell’Ariete.

La maggior parte dei commentatori antichi e moderni ritiene che i quattro cerchi e le tre croci siano allegoricamente le quattro virtù cardinale e le tre virtù teologali a significare che il sole spirituale, Dio, splende più vivo là dove si trovano congiunte le sette virtù teologali.

Un esempio della poesia del cielo è riscontrabile in questa terzina del paradiso, celebratissima:

“quale nei plenilunii sereni

trivia ride fra le ninfe eterne

che dipingon lo ciel per tutti seni.”

Paradiso, canto XXXIII,vv.25-27

L’astronomia è un elemento storicamente necessario nel poema. Essa non poteva mancare in una sintesi di tutti gli aspetti più caratteristici del medioevo qual è la Divina Commedia.

L’astronomia costituiva uno dei rami dello scibile medievale, una delle sette arti del trivio e del quadrivio, per di più era una scienza sacra, data la mescolanza caratteristica in quell’epoca di astronomia e astrologia. L’interesse morboso della gente per l’astrologia fece sì che venisse inquadrata dai teologi in una visione religiosa e conciliata con le esigenze morali. Si ammise che i corpi celesti influenzassero, ma non determinassero i casi umani e che avessero potere sulle inclinazioni ma non sulla volontà e sull’anima. Questa fu la dottrina di S. Tommaso alla quale aderì Dante. Gli influssi astrali poiché si esercitavano per mezzo delle Intelligenze angeliche proposte alle circolazioni dei singoli cieli, in ultima analisi risalivano a Dio, che mediante loro interveniva a plasmare la materia terrena.

“Colui che saper tutto trascende

Fece li cieli e dié lor chi conduce,

sì ch’ogni parte ad ogni parte splende”

(Inferno, canto VII, 73-75)

Così l’astrologia, scienza e realtà non magica ma provvidenzialmente divina, dava anche all’astronomia una luce superiore che la rendeva sacra. Essa non era dunque soltanto la scienza degli astri che poteva elevare l’animo alla contemplazione di grandezze e misure infinite, ma una disciplina morale. Questo perché la grande macchina dell’universo appariva mossa da Dio, di cui manifestava dovunque la presenza e l’impronta, per il bene e la salvezza dell’uomo.

Astronomia e astrologia si ricollegavano pertanto alla teologia e si poteva avere di esse un culto quasi religioso.

 

 

 

 

Fonti:
Sapegno, Commento alla Divina Commedia, Ricciardi ed.Milano
Edward Moore, “The astronomy of Dante “ in Studies III,Londra 1895,1-108
Buti, Bertagni, “ Commento astronomico alla Divina Commedia” Sansoni Firenze 1966

Fantascienza parte seconda

“Dove sono?” disse Billy Pilgrim.

“Prigioniero di un blocco d’ambra, signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento, a cinquecento milioni di chilometri dalla Terra, e procediamo verso una distorsione temporale che ci permetterà di arrivare a Tralfamadore in poche ore anziché qualche secolo.”

“Come… Come ho fatto ad arrivare qui?”

“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”

“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini – Kurt Vonnegut – 1969

Ho già detto più volte, in questo blog, che ci sono grandissime possibilità che la vita come la concepiamo non sia la sola nell’Universo, anzi, in “Aliena loqui” ho anche calcolato quanti potrebbero essere i pianeti abitati nello spazio conosciuto.

Ma ho anche spiegato che, in base alle leggi della fisica da noi conosciute e alle distanze in gioco che un contatto tra due civiltà di sistemi stellari differenti sia quanto meno improbabile.

Però, e c’è sempre un però a questo punto, la fantascienza ha trovato mille modi per aggirare quegli ostacoli. Partiamo come sempre da qualche definizione e inquadriamo il problema.

Sulla terra abbiamo una scienza che studia gli esseri viventi, i fenomeni della vita e le leggi che li governano: la biologia. Ovviamente, e il greco ci aiuta anche in questo caso, come direbbe Kostas “Gus” Portokalos, il tradizionalista padre greco della protagonista de “Il mio grosso grasso matrimonio greco”: “Dimmi una parola, una qualunque… e ti dimostrerò che è di origine greca”, aggiungendo un prefisso alla parola biologia, e indicando un ambiente esterno, abbiamo “esobiologia”.

Il termine deriva dall’unione della parola greca ἔξω, “fuori”, “all’esterno”, con il sostantivo biologia, ad indicare quella specializzazione di questa branca scientifica verso forme di vita esterne alla Terra, diverse da quelle conosciute sul nostro pianeta, detta anche cosmobiologia, o biologia spaziale. Piccola notazione personale: sarebbe più corretto chiamarla “exobiologia”, perché il termine greco da cui deriva è proprio “exo”, ma l’abitudine alla lunga vince su tutto e nell’ambiente scientifico prevale l’uso di quel termine o, in alternativa, di “xenobiologia”, sebbene quest’ultimo sia un termine ora utilizzato in senso più specifico per indicare una “biologia basata su una chimica diversa”, indipendentemente se di origine terrestre od extraterrestre. Poiché processi vitali basati su biochimiche alternative sono stati creati in laboratorio, la xenobiologia è considerata attualmente una materia a pieno diritto.

Nella fantascienza il concetto di biologia extraterrestre è ovviamente molto più ampio, e chi, come me, ha seguito varie serie tv come Star Trek si è reso conto che hanno quasi tutti una forma antropomorfa, anche se sono state immaginate forme di vita non umanoidi o persino decisamente esotiche, come nuvole di gas o forme di vita basate sulla chimica del silicio anziché del carbonio.

Ovviamente, sia per questioni pratiche che di budget, nei primi film o telefilm di fantascienza gli alieni venivano interpretati da umani con applicazione di qualche trucco: così il signor Spock, vulcaniano, era niente di più che un umano con le orecchie a punta e il tenente Worf, klingon, era un umano con la cresta ossea. In effetti l’universo degli extraterrestri di Star Trek sembra soffrire di qualche forma di macrocefalia!

La fantascienza più tradizionale tende ovviamente a dare per scontate alcune condizioni improbabili a ripetersi quando raffigura esseri extraterrestri senzienti: la simmetria bilaterale, la presenza di occhi, orecchie, bocca ed altri organi concentrati in una testa, le dimensioni contenute in un range umano (o comunque raramente sotto i 50 cm e sopra i 2,5 m), la presenza di 5 sensi (ed in particolare della vista), la presenza di quattro arti, la respirazione aerobica (e specificatamente in atmosfere dominate dall’ossigeno, mentre, per esempio, anche la stessa atmosfera terrestre negli ultimi 300 milioni di anni ha cambiato diverse volte la propria composizione chimica). Gli alieni più raffigurati nella fantascienza camminano, parlano, manipolano gli strumenti con delle mani, non vivono in acqua o nell’aria, guardano il mondo con gli occhi e sarebbero in grado di vedere leggere questa voce.

Ipotizzando scientificamente forme di vita, anche intelligenti, aliene, è necessario abbandonare tutti i preconcetti antropocentrici ed accettare creature differenti da noi in tutti i parametri. La convergenza è molto diffusa nell’evoluzione, ma difficilmente riproporrebbe tutte queste caratteristiche in un’altra creatura. Però, (un altro però…) c’è una teoria che ha a che fare proprio con noi che potrebbe ribaltare questo concetto. Si chiama panspermìa.

Dal greco πανσπερμία, da πᾶς/πᾶν, pas/pan, “tutto” e σπέρμα, sperma, “seme”, è una teoria che suggerisce che i semi della vita (in senso ovviamente figurato) siano sparsi per l’Universo, e che la vita sulla Terra sia iniziata con l’arrivo di detti semi e il loro sviluppo. È implicito quindi che ciò possa accadere anche su molti altri pianeti. Per estensione, semi si potrebbero considerare anche semplici molecole organiche.

Come ci viene mostrato in opere come “Contact” di Carl Sagan, se anche incontrassimo una forma di vita intelligente, dovremmo tener conto di alcune difficoltà tra cui:

  • superare la notevole distanza interstellare per scambiare i messaggi (un messaggio impiegherebbe anni, se non secoli, prima di poter raggiungere anche le stelle più vicine, con i mezzi a noi noti: infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein, nessun corpo può viaggiare alla velocità della luce, perché a quella velocità la materia viene interamente convertita in energia e lo spazio-tempo si contrae fino ad azzerarsi; e siccome potrebbe essere possibile che non esistano forme di vita intelligente nel raggio di qualche decina di anni luce dalla Terra, un contatto fisico tra due civiltà aliene, alla luce delle conoscenze attuali, appare quantomeno improbabile, se non addirittura impossibile;
  • stabilire se gli alieni siano abbastanza evoluti da poter comunicare con noi (e viceversa), infatti, proprio per il punto precedente, noi potremmo ricevere oggi il messaggio di una civiltà che nel frattempo si è estinta;
  • trovare un linguaggio comune per poterci comprendere.

È proprio su questo ultimo punto è basata la trama di “Arrival”, film del 2016. Diretto da Denis Villeneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, Arrival racconta di come in seguito a una pacifica invasione aliena l’esperta linguista Louise Banks sia chiamata a relazionarsi con loro. Quando alcuni oggetti misteriosi (monoliti neri, citazione di “2001, Odissea nello Spazio”) provenienti dallo spazio atterrano sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata da Louise. Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una guerra globale, Banks e il suo gruppo affrontano una corsa contro il tempo in cerca di risposte. Per trovarle, Louise farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana. “Arrival” è un thriller di fantascienza, che si ispira al breve racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang. Il racconto contiene diverse sfaccettature che pongono domande sull’esistenza umana: cosa accadrebbe qualora si sapesse in che modo si sta per morire e quando? Quale sarebbe il rapporto di ognuno con la vita, l’amore, la famiglia, gli amici e il resto della società?

Per gusto personale, uno dei più bei film che abbia mai visto. E non solo di fantascienza.

Uno dei temi classici della fantascienza, come avevo accennato in precedenza, è quello degli “esploratori dello spazio”, con terrestri che, vagando per le immense distese stellari, incontrano ogni sorta di mondi. Ovviamente, questo tema e quello delle guerre galattiche sono i due temi più affascinanti, perché non fanno che ricalcare quello che è stata la storia dell’uomo sulla Terra. Abbiamo esplorato, conquistato, combattuto, imperi sono nati e crollati. Perché non dovrebbe essere lo stesso nello spazio?

Le implicazioni anche in questo caso sono molteplici. Intanto, per poter conquistare un mondo, deve essere per me vantaggioso farlo. Ma se non ci posso mettere neanche piede, cosa lo conquisto a fare? Infatti, per quello che dicevo prima, un pianeta dove esiste la vita, non è necessariamente abitabile. Supponiamo che abbia una gravità differente, o che sia troppo caldo, o freddo, o che la sua atmosfera sia per noi tossica. Avrebbe senso combattere per quello?

Non è un discorso così scontato.

Gli esseri umani possono vivere solo sulla Terra, e neanche tutta. Il 70,8% del nostro pianeta è ricoperto di acqua. Una piccola parte del resto è inabitabile perché o troppo caldo (deserti, ad esempio) o troppo freddo (cima delle montagne e Antartide). In pratica, i circa 7.507.435.886 abitanti della Terra popolano solo un quarto della stessa.

Nel mondo della fantascienza, man mano che si progrediva con le informazioni, si cambiava il modo di immaginare i luoghi dove far svolgere le avventure. Prima Marte, poi Venere e piano piano tutti i pianeti del sistema Solare sono stati abbandonati dagli scrittori. Questi però non si sono arresi e hanno iniziato a immaginare mondi nuovi. Che non è però un espediente puramente fantascientifico.

Il bosco dei cento acri di Winnie the Pooh, Narnia, El Dorado, L’isola che non c’è, Il paese delle meraviglie di Alice, Camelot, Atlantide, Brigadoon, Oz e La terra di mezzo di Tolkien sono solo l’esempio di come l’espediente di creare mondi diversi dalla Terra funzioni, soprattutto per slegare la trama e i personaggi dal nostro tempo-spazio.

Ma anche il pianeta Arrakis del romanzo “Dune”, le ambientazioni di Star Wars, Pandora, il mondo di Avatar, il Mondo Anello de “I burattinai” (Ringworld) di Larry Niven, le sfere di Dyson di Freeman Dyson o Globus Cassus di Christian Waldvogel, hanno spinto l’immaginazione su mille fronti differenti.

Un altro argomento, come dicevo, molto sfruttato dalla fantascienza sono i viaggi nel tempo.

In un certo senso ogni uomo, donna e bambino sulla terra viaggia nel tempo. Che ci piaccia o no veniamo tutti inesorabilmente spinti in avanti, nel tragitto che ci porta dalla nascita alla morte e non si torna indietro né si può vedere il futuro.

Anche quando fosse possibile viaggiare nel tempo, un particolare al quale nessuno pensa è che secondo la Teoria della Relatività di Einstein, se viaggi nel tempo, viaggi anche nello spazio, in quanto entrambi sono collegati uno all’altro. Ma quello si potrebbe aggirare ritornando nello stesso istante in cui si è partiti (adesso comincia il mal di testa…) con una precisione assoluta, però, altrimenti si rischierebbe di non trovare più nello stesso posto la macchina del tempo.

E non sto parlando di problemi banali!

Escludendo la velocità di rotazione sul proprio asse, la Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi per girare intorno al Sole, quindi per percorrere circa 938.900.000 Km; avremo così una velocità media di 106.000 km/h, più o meno.

A questa velocità giriamo intorno al Sole. Ma il nostro pianeta gira anche intorno al centro della nostra galassia insieme a tutto il Sistema Solare. In questo senso raggiunge la velocità di circa 792.000 km/h. Il nostro pianeta, insieme al Sistema Solare a alla Via Lattea, si muove anche all’interno dell’Universo. E con quale velocità? Tenetevi forte…: 3.600.000 km/h, cioè un milione di metri al secondo!

Così la Terra gira intorno al Sole, il Sole gira intorno al centro della Via Lattea, quest’ultima si muove in una determinata direzione… sbagliando il tempo di rientro si sbaglierebbe anche il luogo! Questo problema viene bellamente ignorato in tutti i film o i racconti di fantascienza, ma chi volesse avventurarsi nella costruzione di una macchina del tempo ne dovrà tenere per forza conto.

Così ritorno alla domanda del mio amico, che mi chiedeva di “alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo”.

Ovvio che il mio pensiero non si discosta da quello che è già noto: che gli alieni probabilmente esistono, che usano linguaggi diversi dal nostro, che vivono in mondi diversi dal nostro e che, fino ad ora, non li abbiamo ancora incontrati.

Fantascienza parte prima

Un uomo apre le grandi cancellate di una fabbrica. Attraverso la porta d’ingresso e una porta più piccola accanto ad essa, i lavoratori stanno uscendo, girando a destra o a sinistra. La maggior parte di loro sono donne in abiti lunghi e grandi cappelli, ma alcuni sono uomini. Improvvisamente un uomo con un lungo grembiule precipita fuori tra la folla, inseguito da un grosso cane. Alcuni uomini in bicicletta lasciano la porta d’ingresso. Quando tutti i lavoratori hanno lasciato la fabbrica, il portinaio inizia a chiudere di nuovo i cancelli.

Certo, pensare che la scena che ho appena descritto, al tempo in cui fu vista, suscitò grandissime emozioni, pare un po’ surreale. Eppure è così.

Si tratta infatti di “L’uscita dalle officine Lumière” (titolo originale “La Sortie de l’usine Lumière”) ed è un film di poco meno di un minuto dei fratelli Auguste e Louis Lumière, proiettato il 28 dicembre 1895 al “Salon indien du Grand Café di Boulevard des Capucines” a Parigi. Fu il primo film a venire visto dal pubblico, per cui viene solitamente indicato come il punto di partenza della storia del cinema.

Certo, oggi è diverso. E la settima arte non è più quella di una volta. Intanto, perché settima arte?

Le Muse (in greco antico: Μοῦσαι, -ῶν; in latino: Mūsae, -ārum) erano divinità della religione greca. Figlie di Zeus e di Mnemosýne (la Memoria), la loro guida era Apollo e la loro importanza nella religione greca era elevatissima: esse infatti rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte, intesa come verità del Tutto ovvero l’”eterna magnificenza del divino”.

Secondo l’ordine reso canonico da Esiodo nel passo dalla Teogonia, incipit, 76-79, i loro nomi erano:

  1. Clio, colei che rende celebre, la Storia, ovvero il canto epico, con una pergamena in mano, spesso srotolata;
  2. Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto o con le tibie;
  3. Thalia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera comica, una ghirlanda d’edera e un bastone;
  4. Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera tragica, una spada e il bastone di Eracle (Ercole);
  5. Tersicore, colei che si diletta nella danza, la lirica corale e poi la Danza, con la lira;
  6. Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa (poi anche la geometria e la mimica), con il rotolo;
  7. Polimnia, colei che ha molti inni, la danza rituale e il canto sacro, ovvero il Mimo, senza oggetti;
  8. Urania, colei che è celeste, l’Astronomia e l’epica didascalica, con un globo celeste, o un bastone, o l’indice, puntato al cielo;
  9. Calliope, colei che ha una bella voce, l’Elegia, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo, oppure col rotolo nella sinistra.

Nel tempo le attribuzioni non furono mai fisse: a capriccio dei vari poeti si allargarono, includendo oltre alla poesia, i campi della prosa e delle scienze: Clio dalla poesia epica divenne protettrice della Storia, Urania all’epica astronomica (legata cioè alla descrizione delle origini delle costellazioni) e divenne sacra per l’Astronomia, e Thalia all’agricoltura. Le Muse si avviarono così a proteggere ogni campo della sapienza umana e, in epoca più tarda, vegliavano sull’educazione fisica e spirituale degli esseri umani assieme ad alcuni dei, in particolare Ermete, Eracle e Atena.

Come avrete notato, le Muse erano nove. E allora come mai il cinema viene definito la settima arte? Perché in tempi moderni, le sei arti associati alle Muse erano diventate:

  • La 1a – Architettura,
  • la 2a – Musica
  • la 3a – Pittura
  • la 4a – Scultura
  • la 5a – Poesia
  • la 6a – Danza

E quindi il cinema, nuova arte, venne così definita.

Io sono appassionato di fantascienza e, ovviamente, quando posso scegliere (non sempre è possibile, perché, come diceva Arbore, “tu nella vita/comandi fino a quando/ci hai stretto in mano/il tuo telecomando”), la mia scelta di come passare il tempo libero è ovviamente orientata sui film di fantascienza. E devo dire che negli ultimi anni c’è stata una produzione di bellissimi film, certo aiutati dalla tecnologia e dalla post-produzione computerizzata, come da tempo non se ne vedevano.

La fantascienza nasce come genere narrativo popolare che ha le proprie radici nel romanzo scientifico. Il termine viene usato in senso più generale, per indicare un qualsiasi tipo di letteratura di fantasia che includa un fattore scientifico che abbia però un certo grado di plausibilità (per quello Star Wars è più del genere “fantasy” che di fantascienza). I primi scritti di fantascienza moderna iniziano più o meno nello stesso periodo in cui i fratelli Lumière davano vita al cinema, con esponenti quali Jules Verne (1828-1905) o H. G. Wells (1866-1946).

Ma scavando nel passato, troviamo che già gli antichi scrivevano romanzi fantastici (come “La storia vera”, in greco Ἀληθῆ διηγήματα, propriamente “Storie vere”, scritta nel II secolo d.C. da Luciano di Samosata, che parla di un viaggio sulla Luna e relativo incontro con gli abitanti del luogo).

Certo è, che da quando esiste la fantascienza, della stessa sono state date una quantità infinita di definizioni. La più bella, se non ricordo male, è di Isaac Asimov. Lo scrittore-biochimico russo-americano disse che “la fantascienza è quel genere letterario che nasce dalla curiosità, alla quale si può rispondere solo con l’immaginazione, su come sarà il mondo dopo la nostra morte”. Per la cronaca, è la seconda citazione di Asimov che preferisco, dopo “La vita è piacevole. La morte è pace. É la transizione che è problematica”.

Quella definizione, comunque a me piace perché racchiude in poche parole due grossi concetti: il mondo è in continuo mutare e questo mutare non è casuale, ma deriva da quanto avanti ci spingiamo con le conoscenze scientifiche e, di conseguenza, tecnologiche.

Ovviamente questi cambiamenti non devono per forza essere cambiamenti in meglio: “1984” di George Orwell, tanto per dirne uno, romanzo distopico che deve il suo titolo all’anno della sua stesura (1948). Ambientato in una Londra del futuro devastata dalle continue guerre, la denuncia forte e chiara è contro tutti i totalitarismi di ogni colore ed il riferimento al passato conflitto mondiale è evidente nella descrizione deprimente della ex capitale dell’impero britannico e nelle privazioni patite dai suoi abitanti.

Malgrado la fantascienza sia tradizionalmente incentrata anzitutto “sulla scienza”, come dicevo, si è evoluta un’area molto vasta di opere che comprende una grande varietà di generi e sottogeneri.

A complicare questa situazione si è assistito, a partire soprattutto dagli ultimi decenni del XX secolo, ad una commistione sempre più frequente della fantascienza con altri generi, quali il fantasy e l’horror, tanto che alcuni autori e critici anglosassoni utilizzano di preferenza l’espressione speculative fiction (letteralmente “narrativa speculativa”) per descrivere complessivamente il fenomeno. Altri utilizzano il termine Slipstream intendendo il fantastico, cioè quella forma letteraria estremamente ampia che utilizza l’immaginario, il surreale e tutto ciò che non è mimetico della realtà, per dare maggior impatto a un messaggio radicato nella visione politica, ideologica del reale.

I sottogeneri principali della fantascienza (ma ce ne sono un’infinità di minori) sono:

  • Hard o Tecnologica (caratterizzata dall’enfasi per il dettaglio scientifico o tecnico, o per l’accuratezza scientifica, come quella di Asimov o di Arthur C. Clarke, per esempio);
  • Soft (si concentra maggiormente sui sentimenti umani che sulla tecnologia, come in quella di Ray Bradbury);
  • Apocalittica (incentrato sull’imminente fine del mondo o della civiltà, a causa di guerre nucleari, pandemie, o di qualche genere di olocausto naturale o artificiale, come in “Mad Max” o ne “Il pianeta delle scimmie”);
  • Space Opera (o epopea spaziale, in cui Star Trek è l’esempio migliore);
  • Ciberpunk (storie ambientate generalmente in un futuro prossimo, un mondo decadente e ipertecnologico fortemente distòpico, dominato da grandi multinazionali, come in opere alla “Blade Runner” o “Matrix”);
  • Utopica o distopica (la prima descrive una società ideale, in genere basata sulla giustizia, l’uguaglianza e un diffuso benessere, dal greco οὐ, “non” e τόπος, “luogo”; la seconda le si oppone, descrivendo una società indesiderabile, come ad esempio in “1984” di Orwell o in “V per vendetta”);
  • Ucronìa (dal greco letteralmente “nessun tempo”, da οὐ, “non” e χρόνος, “tempo”, per indicare presenti alternativi se la storia non fosse andata com’è andata, o mondi paralleli, come in “Fringe”);
  • Xenofiction (con storie ambientate tra specie o culture considerevolmente diverse da quella umana, quindi extraterrestri, come in “Neanche gli Dei” di Asimov );
  • Viaggi nel tempo.

Questi ultimi due generi sono quelli che a me piacciono di più, insieme ai viaggi nello spazio (tipo il già citato “Star Trek” o “Galactica”), anche perché possono generare discussioni (quasi sempre costruttive) tra amici.

E proprio il mio amico Gianluca, in fondo al mio articolo “Destino Principe”, mi ha detto, cito: “…vorrei un tuo parere su alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo…”. Mica facile!

Intanto indico una quindicina di film che parlano di viaggi nel tempo e che secondo me vale la pena vedere, e se sono tratti da romanzi, ne consiglio anche la lettura. La mia playlist sui viaggi nel tempo è:

  • L’uomo che visse nel futuro (1960);
  • Il pianeta delle scimmie (1968);
  • Ricomincio da capo (1993);
  • L’esercito delle dodici scimmie (1995);
  • Primer (2004);
  • Déjà vu (2006);
  • Source code (2011);
  • Looper (2012);
  • Coherence – Oltre lo spazio tempo (2013);
  • About time (Questione di tempo) (2013);
  • Predestination (2014);
  • Edge of tomorrow (2014);
  • Interstellar (2014);
  • Time Lapse (2014);
  • Project Almanac – Benvenuti a ieri (2015).

Non cito altri film, come i cinque Terminator (1984 – 1991 – 2003 – 2009 – 2015) e i tre Ritorno al futuro (1985 – 1989 – 1990), né le fugaci puntate nel passato/futuro dei vari “X Men”, “Harry Potter” e “Star Trek”, né le serie TV, tipo “Timeless” o “Quantum Leap”, anche perché qualcuno di notevole ne rimarrebbe fuori comunque. Diciamo che questo è un elenco di quello che ho visto e per un motivo o per un altro mi è piaciuto.

Ma per adesso accantoniamo le preferenze personali.

Come dicevo, la fantascienza è un genere letterario che anticipa e/o analizza il progresso tecnologico e scientifico e le implicazioni che quelli potrebbero avere sulla società nel futuro, ma trattandosi appunto di letteratura, quindi parlando soprattutto di umanità, pone al centro proprio l’uomo, le sue emozioni e i suoi problemi. Quindi è ovvio che non tutti i rami della scienza sono fonte ispiratrice per la fantascienza.

Uno dei rami della scienza più sfruttati è senza dubbio l’esplorazione spaziale, anche perché la storia dell’umanità è soprattutto una storia di scoperte e di avventure; e una volta terminata l’esplorazione del piccolo grande pianeta sul quale viviamo, pare ovvio rivolgersi ad altri orizzonti (la “nuova frontiera”, come la chiamava J. F. Kennedy). Come abbiamo visto, i generi sono tantissimi, ma senza esplorazione spaziale, rimane ben poco.

Ovviamente questo genere ha avuto dei cambiamenti nel tempo, perché se certamente era plausibile andare sulla Luna a cavalcioni su un missile, come in “Viaggio nella Luna” (Le Voyage dans la lune), film muto del 1902 realizzato da Georges Méliès, in genere considerato il primo film di fantascienza, pare ovvio, in base a quello che abbiamo scoperto successivamente, che la Luna, piccolo sasso senza né acqua né atmosfera e quindi sicuramente senza vita biologica, non sarà una delle mete dei viaggi umani. Così come vale per gli altri pianeti del sistema Solare, come Mercurio, troppo vicino al Sole, o Venere, con la sua atmosfera venefica, o Marte, con una temperatura di -15 °C, o come per i giganti gassosi Giove, Saturno e così via.

È possibile (anzi, probabile) che ci sia vita biologica extraterrestre nell’Universo (sempre per citare Asimov, “Se fossimo soli l’immensità dell’universo sarebbe davvero uno spreco di spazio”), ma con la tecnologia attuale probabilmente non lo sapremo mai. Anzi, per come ho già spiegato in questo blog, non è solo una questione di tecnologie, ma dal fatto che le leggi fisiche che regolano il nostro Universo sono così come sono. Quindi quando anche raggiungessimo la massima velocità per un corpo macroscopico, che è un quinto della velocità della luce, potremmo percorrere la strada da Bolzano a Taranto cinque volte in un secondo, ma per raggiungere la stella più vicina a noi, Proxima Centauri (che non è detto che ospiti pianeti abitabili), un’astronave impiegherebbe comunque novant’anni o, per rimanere ai sette pianeti Trappisti di cui ho parlato in “Alieno per mancipium”, servirebbero circa 800 anni per raggiungere i pianeti abitabili più vicini mai osservati.

Ma chi scrive di fantascienza ha una caratteristica, non si arrende di fronte a questi ostacoli, anzi. Quindi abbiamo astronavi che sfruttano singolarità, tunnel spaziali, motori a curvatura, ibernazione, stasi e chi più ne ha, più ne metta. Il tutto, ovviamente, descritto con plausibilità scientifica (tranne quella volta che chiesero a Michael Okuda, autore di Star Trek, come funzionasse il “Compensatore di Heisenberg” nel teletrasporto. Lui rispose “Molto bene, grazie!”).

La storia della fantascienza si può per questo dividere in tre fasi: preistoria, che va dai racconti degli antichi fino alla rivoluzione industriale; storia, che va dai primi dell’ottocento (1818, anno di pubblicazione di “Frankenstein”, di Mary Shelley) al 1926; infine abbiamo un’era moderna, dal 1926 ad oggi.

Perché il 1926? Merito di Hugo Gernsback, nato in Lussemburgo nel 1884, emigrato negli Stati Uniti nel 1905 e naturalizzato statunitense. Pur se Gernsback non creò dal nulla il genere fantascientifico, egli fondò nel 1926 la rivista Amazing Stories, in cui per la prima volta si identificava il genere fantascientifico come è concepito oggi; Amazing Stories pubblicava solo e specificamente racconti di “scientifiction”, come la definiva allora Gernsback. Il suo interesse per questo tipo di storie veniva dalla sua infanzia: il piccolo Hugo aveva letto i racconti di Percival Lowell restandone affascinato. Ebbe anche un ruolo importante nella nascita del fandom, il mondo degli appassionati di fantascienza, perché la rivista pubblicava, oltre alle lettere dei lettori, anche i loro indirizzi. Dal 1953 (eccezion fatta per il 1954), viene annualmente assegnato in suo onore il Premio Hugo per lavori di fantascienza e fantasy, durante lo svolgimento della WorldCon (World Science Fiction Convention).

Ovvio che dal 1926 ad oggi, la fantascienza è cambiata spessissimo, come accennavo prima, mano a mano che il progresso scientifico indicava altre vie. E anche se, in base a quella data, la fantascienza sembra sbarcata in Europa dagli USA, non dimentichiamo che proprio in Europa nacquero i primi racconti: Mary Shelley, Jules Verne, Herbert G. Wells, Arthur Conan Doyle ed anche Emilio Salgari scrissero, e bene, di fantascienza, anche se la stessa ancora non aveva questo nome. E poi lo stesso Gernsback era europeo, Asimov russo, così come erano di origine perlopiù europea tutti gli autori di quel periodo, Clifford Simak ceco, Fritz Leiber e Robert Heinlein tedeschi, Poul Anderson scandinavo, Alfred E. Van Vogt olandese.

A proposito di parole (quelli che mi conoscono sanno che sono queste le curiosità che mi piacciono…), se il termine inglese pare coniato proprio dallo stesso Gernsback, che, come dicevo le chiamava “scientific fiction”, l’espressione poi si contrasse in scientifiction, per ridursi infine a science fiction (spesso abbreviata Sci-Fi dagli anglosassoni), il termine italiano fantascienza ha un anno di nascita preciso. Si tratta del 1952, quando Giorgio Monicelli, fratello maggiore del regista cinematografico Mario, così definì i romanzi e i racconti che pubblicava la neonata collana Urania, da lui diretta. Prima di Monicelli non si usava in italiano la parola fantascienza, ma ci si riferiva in vario modo al fantastico, all’avventura, alla narrativa d’evasione o ad altro ancora.

Un’altra persona molto importante per lo sviluppo e la diffusione della fantascienza fu John W. Campbell, che diresse la rivista “Astounding Science Fiction” dal 1937 all’anno della sua morte, avvenuta nel 1971 (era del ’10). La sua rivista ebbe così tanto successo che il periodo che va dal ’37 fino all’inizio degli anni ’50 era addirittura denominato “l’era di Campbell”. Egli era molto accurato nella scelta degli autori, ma metteva mano a tutte le storie che gli venivano proposte. I suoi quattro autori di punta furono Isaac Asimov, Clifford Simak, Robert A. Heinlein e Alfred E. Van Vogt, e scusate se è poco. Forse un quarto delle storie “belle” di fantascienza mai pubblicate è di quei quattro. Ai quattro se ne aggiunsero altri molto bravi (tipo Ray Bradbury), perché si sa, il miele attira le api.

Ovviamente, dopo la II Guerra Mondiale, anche il mondo della fantascienza venne influenzato da ciò che accadeva. Nacquero altre riviste, come “Galaxy”, diretta da Horace L. Gold e vennero alla luce nuovi autori, come Fredrerick Pohl, Cyril M. Kornbluth e Kurt Vonnegut jr. Poi ci furono la new wave, con Philip K. Dick e, negli anni ’70, alcune incursioni di autori fantasy nel mondo della fantascienza, come Marion Zimmer Bradley, per esempio. Negli anni ’80 ci fu un ritorno al passato, propiziato anche dall’aumentare dell’uso del cinema per produzioni di un certo livello. E così, fino ad oggi, tra la nascita e la mescolanza di nuovi generi.

La prossima volta risponderò al mio amico Gianluca e alla sua istigazione “…vorrei un tuo parere su alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo…”

La Bustina di Minerva

 “Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura”.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

(Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Milano, Bompiani, 2000)