Uomini coraggiosi

Nella vita dell’umanità ci sono state persone che hanno fatto numero e persone che hanno fatto la differenza, sia in positivo, sia in negativo. Ci sono anche persone che avrebbero potuto fare la differenza, ma che per una serie di eventi, non l’hanno fatta.

Nel 2001 uscì nelle sale un film (il terzo) di Sean Penn, con Jack Nicholson. Il titolo è “La promessa (The pledge)”. Non voglio “spoilerare” (il verbo “spoilerare” è formato per derivazione dal termine spoiler, preesistente in italiano, con l’aggiunta del suffisso -are, e non dal corrispondente verbo inglese to spoil, che avrebbe dato origine a spoilare, ed ha il significato di “dare un’informazione che mira a rovinare la fruizione di un film, un libro e simili rivelando la trama, la conclusione, l’effetto sorpresa, eccetera a chi partecipa a un newsgroup, a una mailing list, a una chat”; è possibile evitarlo facilmente con circonlocuzioni quali “Tizio ha svelato il finale del film” o “Caio ha rivelato lo snodo cruciale del romanzo”), quindi guardatevelo.

Ambientato nella provincia americana del Nevada, è un film classico, esteticamente a basso costo, nonostante vanti un grandissimo cast, che ha la sua forza nell’attesa. Un’attesa che serve a costruire e far crescere un personaggio, che lentamente sembra perdere la ragione e le persone che gli stanno vicino. Un film poliziesco dove non succede nulla, neanche in un finale tra i più atipici per il genere a cui fa riferimento. Si tratta di una pellicola che vive di situazioni, di atmosfere, di tempi narrativi e a questo livello Sean Penn costruisce un mondo normale, incentrato su un personaggio ordinario, che ha chiaramente ragione, ma che non viene capito dal mondo circostante. E questo lo porterà a un isolamento, a una lotta faccia a faccia tra un uomo e un’ombra, ma soprattutto lo spingerà oltre fino a farlo trovare di fronte alla più incontrastabile delle forze: il destino. E proprio il destino la chiave del film. Il destino segnerà il finale, aprirà una serie di punti interrogativi a cui non sarà facile rispondere, ma soprattutto lascerà lo spettatore con qualcosa dentro, una sorta di riflessione su toni e tematiche da interiorizzare.

Ci sono state persone che, nella storia dell’umanità, hanno dovuto piegarsi a un destino crudele.

Charles Butler McVay III nacque il 30 luglio 1898 a Ephrata, in Pennsylvania, Stati Uniti. Suo padre, l’Ammiraglio Charles Butler McVay Jr, aveva comandato la Yankton, una delle 16 navi che avevano partecipato alla “Great White Fleet” tra il 1907 e il 1908. Laureatosi presso l’Accademia Navale degli Stati Uniti nel 1920, ricoprì vari incarichi, dirigendo anche il “Joint Intelligence Committee” del “Combined Chiefs of Staff” (una sorta di Stato Maggiore di tutti gli Stati Maggiori delle Forze Armate) a Washington.

Nel 1944 prese il comando della USS Indianapolis e lì si compì il suo destino e quello dei 1.196 uomini di equipaggio.

La Seconda Guerra Mondiale aveva preso ormai una certa direzione e gli “alleati” stavano, pezzo dopo pezzo, smontando il dominio che la cosiddetta “Asse” aveva faticosamente e con il prezzo di milioni di morti, costruito.

Nonostante questo, gli indomiti giapponesi, pur sapendo dei piani degli Stati Uniti riguardo l’uso dell’atomica per porre fine alla guerra, continuavano a battagliare, come per esempio nella famosa “Battaglia di Iwo Jima”, che si svolse durante la guerra nel Pacifico nell’omonima isola giapponese tra le forze statunitensi al comando dell’ammiraglio Raymond Spruance e le truppe dell’esercito imperiale giapponese al comando del generale Tadamichi Kuribayashi, coadiuvate da reparti della marina guidati dal contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru.

L’Ammiraglio Spruance dirigeva le operazioni proprio dal ponte di comando della Indianapolis, che abbatté agli ordini di McVay sette aerei giapponesi prima di essere colpita da un kamikaze a fine marzo del ’45, quando ormai la battaglia era finita.

McVay portò la propria nave in California per le riparazioni e al termine delle stesse ebbe l’ordine di trasportare del materiale (l’involucro e la carica di uranio della prima bomba atomica) a Tinian, base americana del Pacifico dove si stava preparando l’attacco finale al Giappone.

Consegnata la bomba, il 26 luglio ripartì dal porto in direzione di Leyte nelle Filippine per unirsi alla task force dell’ammiraglio McCormick, senza alcuna scorta nonostante il rischio di un attacco subacqueo fosse riportato ancora come non lieve. Lungo la rotta prescelta tra le tre possibili, chiamata in codice “Peddie”, era in agguato il sommergibile giapponese I-58, con a bordo anche dei siluri umani Kaiten (siluri con un membro di equipaggio che doveva compiere un attacco suicida). La nave procedeva alla velocità di 17 nodi e senza zigzagare, in quanto gli ordini erano di “zigzagare a discrezione in base anche alle condizioni meteo”, e non veniva richiesto di mantenere una elevata velocità. Il comandante giapponese Mochitsura Hashimoto non era però entusiasta dell’uso dei Kaiten e optò per l’attacco convenzionale, lanciando una salva di siluri. Due di questi siluri centrarono la fiancata dell’Indianapolis causando l’interruzione dell’energia elettrica e l’allagamento della nave che iniziò a sbandare.

A questo punto iniziarono una “serie di sfortunati eventi”…

Abbiamo detto della mancanza della scorta: in realtà McVay aveva richiesto un cacciatorpediniere di scorta, ma la priorità in quei giorni era di scortare le navi verso Okinawa o di raccogliere i superstiti e tutto sommato quella zona del Pacifico era ritenuta abbastanza tranquilla. Pesa anche il fatto che i cacciatorpedinieri avevano in genere dei sistemi sonar per rilevare i sottomarini nemici, ma la Indianapolis quel sistema non lo aveva, quindi la somma delle due cose orientò verso quella che fu una decisione sciagurata.

Inoltre, la settimana prima, il 24 luglio, il cacciatorpediniere Underhill era stato affondato proprio da quelle parti da un sottomarino giapponese, ma McVoy non ne era stato informato. Ufficialmente perché l’informazione era classificata. In pratica gli dissero solo di stare attento e di “zigzagare a discrezione”…

Appena colpita, dalla Indianapolis partirono tre messaggi di SOS. Digressione: tutti pensano che SOS sia l’acronimo per “Save Our Souls”, ma in realtà quella frase fu usata quattro anni dopo l’invenzione dell’alfabeto Morse, in occasione dell’affondamento del Titanic. SOS era un segnale facile da ricordare, da trasmettere e da leggere (tre-punti-tre-linee-tre-punti). In Italia, nella prima metà del ‘900, sotto la spinta italianizzatrice fascista SOS fu invece tradotto in “Soccorso Occorre Subito”. Fine digressione.

Che fine fecero le tre richieste di aiuto dell’Indianapolis? Assurdo, ma vero: la stazione che ricevette la prima richiesta, ipotizzò che si trattasse di una falsa richiesta di aiuto mandata dai giapponesi per infliggere danni agli eventuali soccorritori; la seconda richiesta di aiuto andò inevasa, in quanto il comandante della stazione aveva detto ai suoi uomini di non disturbarlo per nessun motivo; la terza, arrivò ad una piccola stazione, il cui unico operatore era ubriaco e dormiva…

In realtà, la prima cosa che fece McVay una volta salvo, fu chiedere con insistenza perché la loro richiesta di aiuto non fosse stata presa in considerazione e la prima risposta che gli fu data fu che in quella zona si era sotto “silenzio radio”, cosa poi rivelatasi falsa.

Così la USS Indianapolis, il suo Comandante McVay e il suo equipaggio furono mandati allo sbaraglio.

Il mancato arrivo dell’unità del 31 luglio venne ignorato per ben due giorni dal controllo traffico di Leyte. Nel frattempo i circa 900 naufraghi che erano riusciti ad abbandonare la nave, su un totale di 1196 uomini di equipaggio, avevano iniziato la loro lotta per la sopravvivenza contro la mancanza di giubbetti di salvataggio, la disidratazione, che fece impazzire molti uomini, e gli attacchi da parte di squali. Nelle prime ore del 31 luglio vennero lanciati dei razzi di segnalazione, che furono visti dall’equipaggio di un C-54 da trasporto dell’Army Air Corps in rotta da Manila a Guam, e classificati dal comandante Richard G. Le Francis come una “battaglia navale”, ma la segnalazione venne ignorata dai suoi superiori che gli risposero di “non preoccuparsi perché era un problema della marina”.

Dopo l’abbandono della nave, molti membri dell’equipaggio sotto la guida degli ufficiali e dei sottufficiali presenti avevano organizzato in più gruppi i battellini di salvataggio e i relitti galleggianti per darsi aiuto reciproco, e molti feriti vennero raccolti. Le razioni di emergenza e le riserve d’acqua, dove presenti, vennero distribuite all’inizio in modo controllato e razionato. Gli effetti della disidratazione portarono molti uomini ad impazzire e ad allontanarsi a nuoto dai battelli, verso la morte per annegamento o per gli attacchi degli squali. Alcuni di un gruppo si immersero vaneggiando di aver trovato una cisterna di acqua potabile e contagiando altri con una isteria collettiva e molti trovarono la morte immergendosi in seguito a questa situazione.

A rendere ancora più tragica la vicenda si deve aggiungere il fatto che, nel disperato tentativo di rallentare l’affondamento dell’unità, si decise di chiudere alcuni boccaporti interni alla nave per rallentare il flusso dell’acqua da un compartimento all’altro; dato che non c’era molto tempo a disposizione non tutti i marinai fecero in tempo ad evacuare i locali che furono sigillati e vennero così sacrificati volontariamente dai loro compagni che chiusero i boccaporti.

I naufraghi vennero ignorati fin quando un velivolo Lockheed B-34 Ventura della squadriglia VPB-152 della US Navy, comandato dal tenente Wilbur C. Gwinn, in normale volo di pattugliamento alle ore 10:25 del 2 agosto non notò delle chiazze di nafta e, mentre si accingeva ad un attacco con bombe di profondità verso un presunto sottomarino, vide i superstiti. A quel punto abortì l’attacco e lanciò delle zattere gonfiabili dotate di boe sonar, che i naufraghi non furono però in grado di azionare, e trasmettendo subito alla base di Peleliu un rapporto di avvistamento. Un idrovolante PBY Catalina del VPB-23 del comandante Adrian Marks, con nominativo di chiamata Playmate 2, venne caricato di materiale di soccorso ed inviato alla ricerca dei superstiti, poiché si riteneva che i circa trenta uomini che erano stati avvistati inizialmente potessero appartenere all’equipaggio di una nave affondata. Nel frattempo le stime del comandante Gwinn a seguito di una ricerca più accurata erano salite a 150 naufraghi. A questo punto la segnalazione aveva raggiunto anche il comando avanzato delle Filippine, che chiese informazioni sulle eventuali unità disperse al centro di controllo traffico a Leyte; la risposta fu che tre navi erano in ritardo, ed una di esse era l’Indianapolis. Anche l’ammiraglio McCormick rispose che la nave non aveva raggiunto direttamente il suo task group. Pur non essendoci ancora la certezza dell’identificazione della nave, vennero ordinate ricerche a vasto raggio e sette unità navali iniziarono a pattugliare l’area.

L’idrovolante comandato da Marks sorvolò lungo il percorso il cacciatorpediniere Cecil J. Doyle, che venne allertato e si diresse autonomamente per decisione del proprio comandante verso il luogo del rilevamento; Marks, dopo aver lanciato le zattere di salvataggio, decise di ammarare per fornire rifugio al maggior numero possibile di naufraghi (alla fine saranno 56). In questo modo danneggiò irreparabilmente il velivolo, ma riuscì a far salire diverse decine di uomini nella carlinga e sulle ali, oltre che a raccogliere i battelli attorno all’aereo. Quando la USS Doyle raggiunse in piena notte il luogo del rilevamento, si fermò a distanza di sicurezza per non rischiare la vita degli uomini in mare ed accese il proprio proiettore, rendendosi identificabile e mettendosi in pericolo per poter dare un riferimento ai naufraghi, molti dei quali si resero conto in questo modo dell’arrivo dei soccorsi. Un gruppo di altre unità venne immediatamente inviato da Ulithi sul luogo, tra cui i cacciatorpediniere Ralph Talbot, veterano della battaglia di Guadalcanal, Helm e Madison, cui poi si aggiunsero il caccia di scorta USS Dufilho, i trasporti veloci USS Bassett e, il 3 agosto, la USS Ringness dalle Filippine.

La ricerca proseguì fino all’8 agosto, ma dei marinai che avevano abbandonato la nave, solo 316 su 1196 vennero recuperati; 154 dalla USS Bassett in quattro ore di ricerca e 39 dalla Ringness, 24 dalla Ralph Talbot, mentre la Dufilho dopo aver recuperato un superstite rilevò un forte contatto sonar a circa 800m e si dedicò alla caccia antisommergibile e poi alla vigilanza mentre le altre navi procedevano col recupero. Tra i superstiti vi fu anche il comandante Charles Butler Mc Vay III, figlio dell’ammiraglio McVay; quest’ultimo aveva un pessimo rapporto col figlio e non lo supportò mai, né durante le differenti fasi del processo, né dopo. Nel novembre del 1945, McVay venne sottoposto a corte marziale, unico tra i 700 comandanti di navi statunitensi affondate durante il conflitto, e giudicato colpevole di aver “messo a rischio la nave rinunciando a zigzagare”. In realtà, il comandante giapponese testimoniò dopo la guerra che la cosa non avrebbe fatto alcuna differenza. Inoltre, fatto che venne tenuto segreto fino al 1990, le intercettazioni avevano rivelato la presenza di un sottomarino operante con certezza nell’area.

McVay fu scelto come “capro espiatorio” da parte della US Navy, forse per distogliere l’opinione pubblica da tutti gli errori procedurali che erano stati commessi. Alla fine, nel 1946, l’ammiraglio Chester Nimitz annullò la sentenza di condanna e prosciolse McVay rimettendolo in servizio attivo, con la carriera però ormai finita.

In un nevoso pomeriggio del novembre 1968, dopo oltre vent’anni trascorsi a chiedersi del perché di un destino così beffardo, tormentato dalle telefonate dei parenti delle vittime del naufragio, Charles Butler McVay III fece la doccia e la barba. Stirò la sua alta uniforme e la indossò, dopo aver pulito accuratamente la pistola di ordinanza. Andò sulla veranda di casa, quella casa ormai da tempo vuota (la moglie era morta di tumore sette anni prima) e, tenendo in mano un giocattolo che gli era stato regalato da un marinaio ad inizio carriera, si mise la pistola in bocca e tirò il grilletto.

Nell’ottobre 2000, il Congresso degli Stati Uniti pose fine alla questione approvando una risoluzione secondo la quale sullo stato di servizio del capitano McVay dovesse essere riportato che “egli era prosciolto dalle accuse per la perdita della USS Indianapolis”.

 

“Io non avrei esitato a servire sotto di lui ancora una volta. Il suo trattamento da parte della Marina è stato imperdonabile e vergognoso.”

Dalla dichiarazione presentata a settembre 1999 alla audizione del Senato da Florian Stamm, sopravvissuto della USS Indianapolis.

Vedi Napoli e poi vivi…

Nel 1972, cosa che ho già raccontato su queste pagine, la mia famiglia si trasferì dalla natia Taranto a Pomigliano d’Arco, comune della città metropolitana di Napoli, in Campania, di circa 40.000 abitanti, famoso soprattutto per avere nel suo territorio lo stabilimento Gian Battista Vico della Fiat (allora Alfasud, dell’Alfa Romeo), lo stabilimento dell’Alenia Aermacchi (ex Aeritalia) e quello dell’Avio (ex Fiat, ora General Electric), oltre ad aver ospitato negli anni sessanta il primo aeroporto della Campania.

Ci sono mille episodi che ci hanno riguardati, soprattutto nel primo periodo, perché in quegli anni non c’era il web e il telegiornale si guardava una volta al giorno (come i cartoni animati, per noi piccoli), quindi chi si spostava dal proprio luogo di nascita ad un altro paese, ancorché abbastanza vicino (Taranto e Napoli sono più o meno a 300 km di distanza), entrava in un tessuto culturale e sociale completamente diverso dal proprio e lo shock a volte era foriero di forti imbarazzi.

Un episodio che mia madre ricorda spesso riguarda la donna delle pulizie, che quando arrivava al mattino, chiudeva tutte le tapparelle e alla domanda del perché lo facesse, rispondeva: “me metto scuorno”, con successiva telefonata di mia madre a mio padre per chiedere cosa avesse detto la tizia (la frase vuol dire “provo vergogna”).

Imparammo piano piano un sacco di vocaboli e di modi di dire e dopo 45 anni, pur avendoci io vissuto in pianta stabile solo per 12 anni, posso dire che il napoletano, dopo l’italiano, è la mia seconda lingua.

Già, lingua, e non dialetto. Addirittura l’UNESCO ha dichiarato che è una lingua da preservare e da tutelare, essendo parlata da quasi 11 milioni di persone.

La letteratura napoletana va considerata nelle diverse fasi del suo sviluppo. Napoli, capitale del Regno aragonese, produsse una fioritura letteraria che considerava il napoletano come lingua nazionale, perciò essa rispecchiava la lingua, la storia e i costumi di una nazione pienamente autonoma.

Successivamente, soprattutto quando Napoli fu nel periodo di maggiore splendore culturale, perché era capitale di un Regno illuminato e florido (periodo in cui questa capitale fu detta la Dominante a giusto diritto), sopravvisse, parallelamente alla cultura in lingua italiana e francese, una letteratura napoletana, coltivata per amor di patria da intellettuali e studiosi.

Quando Napoli diventò una provincia del Regno d’Italia (1861), il napoletano assume la vera e propria veste di dialetto, subordinato rispetto all’italiano ma, date le condizioni di generale analfabetismo dell’epoca, unica lingua utilizzata dal popolo: chi voleva perciò rivolgersi alla gente comune o esprimerne i sentimenti e le abitudini doveva usare il dialetto. Da allora fu relegata al rango di produzione dialettale e locale anche la precedente produzione in lingua napoletana.

Occorre ancora tenere presente che nella letteratura napoletana assunsero particolare consistenza i due filoni, che in italiano vengono unificati nel termine “popolare” ma giustamente sono in inglese sdoppiati in folk e popular. Per intenderci, è folk quello che concerne la lingua e i costumi di un popolo; è popolare quello che interessa tutto il popolo. Per esempio, ’O sole mio è una canzone popolare-popular, mentre Cicerenella è una canzone popolare-folk. Con questa premessa si può comprendere come mai il popular del dialetto napoletano trovò sin dal ’600 grandi espressioni nel campo musicale, che poi conobbero l’acme nella fioritura di fine ’800 con i versi di Di Giacomo e Russo, che si rifecero (ed in un certo senso lo fecero sopravvivere) al folk.

Ma all’inizio del ’900 si ebbe una grande anomalia, perché in tutto il mondo venivano cantate le canzoni napoletane, ma gli autori (Bovio, E.A.Mario, autore della Leggenda del Piave e di moltissime canzoni di successo) erano misconosciuti al mondo letterario. Eppure i sentimenti di quei poeti trovavano espressione in diverse lingue, perché per le canzoni di maggiore successo gli editori allegavano, affianco al testo napoletano, la traduzione in lingua straniera e talvolta anche quella in lingua italiana. Era un poco la tecnica che fu usata in cinematografia, quando all’estero gli italiani mandavano film già doppiati nella lingua delle nazioni che li dovevano ricevere mentre i film stranieri venivano doppiati a Roma. Vi è solo da aggiungere che le traduzioni effettuate a Napoli erano pedisseque, senza alcun tentativo di rendere in lingua estera la poesia che i versi originali esprimevano, limitandosi ad una traduzione elementare del concetto espresso.

I versi delle canzoni attuali (stando la diffusa conoscenza delle lingue e di qualche lingua in particolare) vengono eseguiti in lingua originale, anche se non mancano traduzioni che però, quando vengono effettuate, gareggiano con gli originali. In questo periodo il folk diventò addirittura un sottoprodotto del dialetto ed evitato, come volgare, se non indecente. Fu riscoperto solo nella seconda metà del secolo XX ad opera soprattutto di De Simone, che creò ad hoc una compagnia di canto popolare.

Salvatore di Giacomo resta, su tutti, il vero cantore dell’anima napoletana, da lui a lungo cantata e descritta in liriche, drammi e novelle che poi rimasero come perpetue oleografie di quel mondo anche molto tempo dopo che quel mondo scomparve. Nella corrente verista egli si riconobbe: fu amico del Verga, si occupò della storia dei vicoli malfamati di Napoli, della malavita, degli ospedali, delle bettole e delle prostitute. Amò definirsi: “verista sentimentale”. Nella sua produzione è tuttavia abbastanza facile riconoscere le tracce della poesia latina, greca e tedesca, che egli ben conosceva ed amava.

Com’è noto, Napoli fu fondata dagli antichi greci, nel VI secolo A.C. E quella greca è una matrice che si ritrova ancora oggi in molti vocaboli. Pazziare, ad esempio, che in Italiano vuol dire giocare, deriva dal greco “παίζουν, paìzun (giocare)”. E pacchero, che vuol dire schiaffo, deriva dal greco “πάσα χείρ, pasa cheir (a tutta mano)”. Profonda è stata poi l’influenza del latino (nel 326 a.C la città diventò una colonia dell’impero Romano), la lingua parlata dai napoletani fino al 1200 circa. Dal termine latino “intras acta”, ad esempio, deriva la parola napoletana intrasatta (improvviso). Ed è proprio nel XIII secolo che il dialetto napoletano (così come anche gli altri della penisola italica) comincia a prendere forma. Le successive dominazioni hanno poi fatto il resto. Ajére, che in italiano vuol dire ieri, deriva dallo spagnolo “ayer”. Canzo, che vuol dire tempo (a Napoli si dice “damme ‘o canzo”, cioè dammi il tempo), deriva dal francese “chance”. La parola tamarro (zotico), deriva invece dall’arabo “al-tamar” (mercante di datteri). Di origine inglese è poi nippolo (pallina di lana): deriva da “nipple”.

Nelle sue svariate varianti, il napoletano viene parlato in una buona parte del sud Italia: Campania soprattutto, ma anche Abruzzo, Lazio meridionale, Molise e nelle parti alte della Puglia e della Calabria. Ma quante persone parlano il napoletano? La stima, come accennavo, è di una popolazione di circa 11 milioni di persone. Questa cifra, che già colloca il napoletano al posto numero 77 delle lingue più parlate del mondo (prima di idiomi come lo Svedese, il Bulgaro e il Ceco), non tiene però conto degli emigranti sparsi nel mondo: Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Belgio, Francia e Portogallo. Molti termini napoletani sono poi divenuti universali, conosciuti in ogni angolo della terra abitato; e questo grazie, soprattutto, alla canzone classica napoletana.

Le regole del napoletano riguardano tutti quegli aspetti che normalmente caratterizzano un qualsivoglia idioma: la pronuncia, l’ortografia, le vocali, le consonanti, sostantivi, articoli, verbi, etc. Sarebbe ovviamente impossibile sviscerarle tutte. Ci vorrebbe un intero corso.

Una regola molto comune e semplice da ricordare è però quella della scomparsa delle vocali alla fine delle parole: molte parole in napoletano si formano infatti eliminando dalla corrispondente parola italiana l’ultima vocale; divertentissima è la scena del ristorante nel famoso film Benvenuti al sud, quella dove Mattia (Alessandro Siani) dà lezioni di napoletano al suo capo ufficio Milanese (Claudio Bisio).

Ovviamente non è sempre così semplice, anzi (così come non è che semplicemente aggiungendo una “s” finale ad una parola italiana si forma l’equivalente spagnola). Molti termini napoletani, infatti, non hanno nemmeno un corrispettivo italiano, essendo esse legate profondamente alla cultura e la storia del posto: come la parola friarielli. I friarielli sono le infiorescenze appena sviluppate della cima di rapa che i napoletani, per necessità, impararono a mangiare fritte nell’olio. A proposito, oggi a Napoli i friarielli si cucinano soprattutto con la salsiccia di maiale: anzi è quasi un obbligo; provate a chiedere a un napoletano come sono “sasicce e friarielli”, vi dirà che è uno dei piatti più buoni dell’universo.

E poi c’è il gesto. Il gesto nel vernacolo partenopeo diventa un completamento della parola, spesso addirittura indispensabile per esprimere appieno il concetto voluto; secondo uno studio fatto a livello mondiale dell’antropologo inglese Desmond John Morris (n. 1928), il popolo napoletano è quello che possiede il repertorio più ricco e complesso di gesti nella comunicazione non verbale.

Il napoletano è una lingua che ha le sue regole grammaticali fisse anche in altre locuzioni che in italiano non esistono. Vediamo qualche esempio.

Innanzitutto bisogna sapere che in napoletano ci sono delle parole che devono assolutamente essere ripetute due volte altrimenti non si riesce a dare il giusto senso alla frase.

  • Lentamente = chian’ chian’;
  • adagio (che è molto simile) = cuonc’ cuonc’;
  • Completamente = san’ san’;
  • Meticolosamente = pil’ pil’;
  • Disteso = luong’ luong’;
  • All’ultimo momento= ‘ngann’ ‘ngann’;
  • Di nascosto= aumm’ aumm’.

Poi ci sono gli avverbi di tempo:

  • Adesso= mo’; In questo momento = mo’ mo’;
  • Allora= tann’; In quel momento = tann’ tann’.

Poi ci sono le iniziali di parole che cambiano (le parole inizianti per “p” diventano “ch”):

  • Piove= chiove;
  • Piangere= chiagnere;
  • Piombo= chiumm’.

Le parole inizianti con la “g” perdono la g:

  • Giorno = iuorn’;
  • Gatta = iatt’;
  • Genero = ienn’r.

Ma la difficoltà maggiore riguarda le parole inizianti per “s” che in napoletano prendono la n apostrofata:

  • Sporco = ‘nzvat’;
  • Sposato = ‘nzurat’;
  • Sopra = ‘ngopp’;
  • Sugna = ‘nzogn’.

Poi c’è da dire che il napoletano ha una capacità di sintesi eccezionale, a volte una sola parola riesce a sintetizzare concetti che in italiano sono lunghissimi:

La lettera “e” da sola significa “devi”:

  • La devi smettere = L’e a fernì.

La lettera “i” da sola significa “andare”:

  • Ce ne vogliamo andare = Ce ne vulimm’ ì.

Oppure ad esempio:

Scoprire frequentazioni comuni dopo un lungo periodo di tempo = Ascì a parient’;

Cercare di convincere una persona a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe mai fatto = Abbabbià;

Congegno elettronico mal funzionante = Chiuov’;

Parlare direttamente di una persona della quale non si vuole dire esplicitamente il nome = L’amico Friz.

Ma la difficoltà maggiore la riscontriamo negli aggettivi possessivi mio, tuo e suo: in napoletano si mette solo l’iniziale alla fine della parola, come in:

  • Mio padre = pat’m
  • Tuo padre = pat’t
  • Ma attenzione! Suo padre non è pat’s ma è ‘o pat’ e chill’… è irregolare!

Ma c’è una cosa del napoletano che esiste solo in napoletano. Il verbo ecco.

In italiano la parola “ecco” è un avverbio presentativo o un’interiezione. Gli avverbi presentativi sono avverbi usati per presentare, indicare, mostrare, annunciare un evento. L’unico avverbio di questo tipo usato nell’italiano contemporaneo è ecco. In genere serve a richiamare l’attenzione su cosa che contemporaneamente si addita o si mostra, o a sottolineare un fatto, un avvenimento, oppure a indicare persona o cosa che appaia improvvisamente.

Ma in napoletano no, è molto più di questo. Vediamolo.

 La parola “ecco” si coniuga come un verbo a seconda della posizione della persona, se sta vicina o lontana, o a seconda se è singolare o plurale:

Oiccann’ = eccolo qua;

Oilloc’ = eccolo là;

Oillann’ = eccolo laggiù;

‘E biccann’ = eccoli qua;

‘E billoc’ = eccoli là;

‘E billann’ = eccoli laggiù.

E quando ci incontreremo, non vi preoccupate se vi accolgo con un “Oillòc!”, è perchè sono contento di vedervi!

Un nodo gordiano

Gordio era un contadino e viveva in Frigia. La Frigia (in greco: Φρυγία) era una regione storica dell’Anatolia centrale, abitata dai Frigi, che si stabilirono nella zona nel 1200 – 1100 a.C. circa, estendendosi ad oriente fino al fiume Halys, dove adesso si trova Ankara, e a occidente alle coste del Mare Egeo.

Quando un’aquila si posò sul suo aratro, Gordio interpretò il fatto come il segno che un giorno sarebbe diventato re. L’oracolo di Sabazio confermò il suo destino futuro: infatti i Frigi, trovandosi senza sovrano, consultarono l’oracolo ed ebbero come responso che avrebbero dovuto eleggere come re il primo uomo che fosse salito al tempio con un carro. Fu così che apparve il fattore Gordio, sul suo carretto guidato da buoi.

Gordio fondò l’omonima città di Gordio, che divenne la capitale della Frigia. Il suo carro venne conservato nell’acropoli della città. Il suo giogo venne assicurato con un intricatissimo nodo detto da allora “nodo di Gordio”, o “nodo gordiano”. La leggenda voleva che chiunque fosse riuscito a sciogliere quel nodo sarebbe diventato signore dell’Asia ovvero dell’allora territorio dell’Anatolia.

Nel 333 a.C. successe però un fatto. Plutarco racconta: “Presa Gordio… vide quel celebrato cocchio legato da corteccia di corniolo e venne a conoscenza di quella tradizione divulgata tra i barbari secondo la quale chi ne avesse sciolto il nodo sarebbe diventato il re del mondo. La maggior parte degli storici afferma che Alessandro, non essendo in grado di sciogliere quel nodo perché i capi delle corde erano nascosti e tra loro aggrovigliati in più giri, lo tagliò con la spada”

L’Alessandro raccontato da Plutarco era proprio lui, il futuro dominatore del mondo allora conosciuto, Alessandro Magno (c’è chi dice che io abbia chiamato mio figlio Alessandro per lo stesso motivo…).

Da allora l’espressione “nodo gordiano” designa una difficoltà insormontabile, che è risolvibile solo con un’estrema risolutezza (come appunto fece Alessandro, che invece di slacciarlo lo spezzò con un fendente).

E a proposito di argomenti difficili, oggi mi voglio avventurare nel mondo delle droghe, in particolare delle cosiddette “droghe leggere”.

Droga leggera è una locuzione di uso comune per indicare sostanze stupefacenti incapaci di creare dipendenza nel senso medico del termine, e le cui proprietà psicotrope sono piuttosto trascurabili. In particolare, con questa locuzione si identificano le piante del genere Cannabis (canapa) e le sostanze psicotrope da esse ricavabili, principalmente marijuana e hashish (dalla lavorazione delle infiorescenze femminili), ma a volte il termine può venire esteso agli psichedelici come funghi del genere psylocibe, DMT, LSD, i quali come la canapa non danno dipendenza fisica e non hanno una elevata tossicità.

Ma sarà vero? Vediamo di affrontare la questione come sempre, dall’inizio.

C’è in genere molta confusione e scarsa conoscenza scientifica, a livello di opinione pubblica, in tema di “droghe”; già una dicitura del genere è da ritenersi sostanzialmente priva di fondamento, in quanto accomunerebbe tutte le sostanze dotate di un qualche effetto psicotropo o neuronale e in grado d’indurre “dipendenza” in un unico insieme, per quanto gli elementi che lo compongono non abbiano alcuna reale attinenza botanica, chimica o scientifica fra loro.

Lo scrittore francese Jaques Derrida ad esempio, autore di “Rhétorique de la drogue” del 1986, nel discutere il concetto di droga affermò: “Non si può non concludere che il concetto di droga sia un concetto senza base scientifica, istituito sulla base di valutazioni politiche o morali”. Dipendenza e droga sono in tal senso due concetti che vengono spesso demonizzati psicologicamente dall’opinione pubblica, suscitano moti d’animo e opinioni in genere preconcette senza che si possieda una reale conoscenza dei fenomeni, delle dinamiche e delle sostanze coinvolte.

Questo è un preludio fondamentale per capire come la dicotomia tra “droghe leggere e pesanti” sia solo un semplicistico riferimento, vagamente basato sull’oggettiva differenza quanto ad effetti, induzione di dipendenza fisica ed incidenza sociale dei derivati della pianta di Cannabis rispetto ai derivati di piante come il papavero o la coca; semplicistico riferimento perché ad esempio, in questo senso, bisognerebbe senza indugio considerare in base agli stessi parametri di pesantezza degli effetti, dipendenza fisica ed incidenza sociale anche l’alcool come una “droga pesante”, percepita diversamente dalle succitate sostanze solo in virtù del proprio status legale che la vede tollerata in tutto il mondo occidentale. L’espressione “droghe pesanti e droghe leggere” è da ritenersi dunque un termine principalmente colloquiale per indicare, rispettivamente, sostanze psicoattive particolarmente dannose e sostanze che sono ritenute non induttrici di dipendenza (o induttrici di dipendenza ridotta) e meno dannose di quelle pesanti. L’espressione “droghe leggere” è considerata controversa dai critici della medesima perché implica che la sostanza causi danni nulli o insignificanti.

Ma vediamo se è proprio così.

La marijuana, ad esempio, è una delle droghe ricreative più usate al mondo e si ottiene essiccando le infiorescenze resinose delle piante femminili di cannabis. Esistono diverse varietà di cannabis che vengono usate da millenni in tutto il mondo e per diversi scopi: ricreativo, medicinale, cerimoniale e religioso, come per i rastafariani, o meditativo come per i sadhu indiani o per i monaci buddisti del Nepal.

Ma come funziona esattamente la marijuana?

Il modo più comune di consumare la marijuana è fumarla, che è anche il metodo più veloce per far entrare il principio attivo, il thc, in circolo nel nostro sangue e da lì al cervello. In alternativa la marijuana può essere mangiata ricevendone un effetto più fisico, che dura decisamente più a lungo.

La pianta della cannabis contiene centinaia di sostanze chimiche ma la più importante e nota tra queste è il delta-9-tetraidrocannabinolo o semplicemente “thc”, il principio attivo responsabile degli effetti della marijuana sul nostro organismo.

Quando la marijuana viene fumata il thc contenuto nei fiori e nella resina viene vaporizzato e inalato entrando nei nostri polmoni che sono foderati di milioni di minuscole spugnette assorbi-aria chiamate comunemente alveoli: questi normalmente servono ad assorbire l’ossigeno quando inspiriamo e a rilasciare anidride carbonica quando espiriamo. Ma quando fumiamo insieme all’ossigeno assorbono anche il thc facendolo entrare direttamente nel nostro flusso sanguigno; in questo modo in pochi secondi il thc si fa strada attraverso i vasi sanguigni fino al cervello.

Il cervello umano è pieno di miliardi di cellule che elaborano le informazioni chiamate neuroni che comunicano tra di loro attraverso le sinapsi.

Una sinapsi è come un corridoio dove si aprono due porte che danno su due neuroni diversi: attraverso il corridoio, i due neuroni si scambiano informazioni sotto forma di impulsi elettrici o di molecole chimiche, ovvero tramite i neurotrasmettitori.

Il nostro cervello usa diversi tipi di neurotrasmettitori: ogni tipo di neurotrasmettitore è responsabile dell’attivazione di specifici recettori dei neuroni, che a loro volta attivano il neurone stesso causando specifiche reazioni nell’organismo umano; è da qui che entra in gioco il thc della marijuana, la cui molecola, essendo molto simile ai neurotrasmettitori endocannabinoidi riesce a legarsi ai loro recettori e attiva specifici neuroni causando in questo modo i tipici effetti della marijuana sulla nostra mente e sul nostro corpo.

Sono quattro le parti del cervello che hanno la massima densità di recettori cannabinoidi:

  • i gangli della base, che controllano i movimenti involontari e la coordinazione motoria;
  • l’ippocampo, che è responsabile della memoria a breve termine: ecco spiegato perché quando si assume thc si ha difficoltà a ricordare gli eventi recenti o a focalizzarsi;
  • il cervelletto, che controlla equilibrio e coordinamento motorio;
  • l’ipotalamo, che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’appetito e quindi di quanto cibo assumiamo.

Chi usa marijuana descrive l’effetto come una sensazione di spensieratezza e serenità; le pupille possono dilatarsi rendendo i colori più vividi e con il passare del tempo potrebbe sopraggiungere una forte sensazione di euforia o, in alcuni casi, un senso di panico diffuso. La marijuana inoltre è un forte vasodilatatore, motivo per cui viene utilizzata come medicinale dai malati di glaucoma, che beneficiano moltissimo della riduzione della pressione intraoculare; infine quando il thc si lega con i recettori cannabinoidi nell’ipotalamo la nostra capacità di controllare la fame viene compromessa e così abbiamo bisogno di cibo, diventando così vittime della cosiddetta fame chimica.

Ricordiamo infine che gli effetti dell’assunzione di thc da marijuana o hashish tramite fumo, vaporizzazione o ingestione sono sempre temporali e svaniranno nel peggiore dei casi dopo qualche ora: ma attenzione perché studi riconosciuti dimostrano che il consumo cronico di marijuana può favorire disturbi d’ansia e paranoia nei soggetti predisposti e negli adolescenti può portare a una diminuzione fino a 8 punti del quoziente intellettivo in età adulta.

Come l’oppio e l’eroina, le origini della marijuana sono in Asia, da dove è stata poi esportata in tutto il mondo, diffondendosi negli Stati Uniti durante il proibizionismo, quando non c’era modo di bere un goccio d’alcol e la voglia di riunirsi segretamente, ballare e andare fuori di testa era ai massimi livelli.

Negli anni ’30, però, la marijuana in America era associata al diavolo, alla discesa negli inferi, all’horror in generale. Un celebre film del tempo, “Marihuana, the devil’s weed”, arrivato in Italia col titolo “Marijuana, l’erbaccia diabolica”, già spiegava molto della strana associazione. Diretto da Dwain Esper e scritto dalla moglie, era un exploitation movie, genere che andava forte in quegli anni, tutto sesso e violenza, senza grossa cura per la parte estetica e spesso con un messaggio da veicolare. Tipo, in questo caso, l’erba fa male. Nella pellicola, Burma è una ragazza che, dopo aver fumato, si ritrova in una serie di guai che nemmeno ad andarseli a cercare la notte. Gli slogan parlavano chiaro: l’erba con le radici all’inferno, vergogna, orrore e disperazione.

Ma perché tanto accanimento? La marijuana veniva usata dal 7000 Avanti Cristo ed era riconosciuta come erba medicinale e antidolorifico da Egizi, Cinesi, Greci e Romani, anche se nei libri di storia o nei film in costume difficilmente si vede un Centurione farsi un cannone dopo un crampo.

Se si era arrivati a proibire l’alcol, immaginate quale potesse essere la preoccupazione dell’F.B.I. per la marijuana: Harry J. Ansliger, ispettore del Bureau of Prohibition, fece creare manifesti, libri e film talmente estremi e spaventosi, nella sua mente, da impaurire i giovani e farli desistere dal divertirsi. L’importante era impaurire suggerendo situazioni estreme, anche se poco verosimili.

Oggi, con la legalizzazione delle droghe leggere in Colorado, sono diminuiti i reati e sono diminuite le tasse. Infatti nel 2012 il Colorado ha fatto una scelta rivoluzionaria nel panorama legale degli Stati Uniti. Nel novembre di quell’anno infatti è stato approvato l’emendamento 64, che ha segnato (insieme alla contemporanea “Initiative 502” dello stato di Washington) il primo esempio di legalizzazione del consumo di cannabis sul territorio americano. Da quel momento, il Colorado si è trasformato in una sorta di laboratorio permanente, guardato da vicino sia dai promotori che dai nemici dell’approccio soft nella guerra alle droghe. Negli ultimi decenni d’altronde la cannabis si è trasformata in un tema caldo negli Stati Uniti, dove tra legalizzazioni, depenalizzazioni e via libera alla marijuana terapeutica, solamente 22 dei 50 stati che compongono il paese continuano ad applicare la tolleranza zero.

Le preoccupazioni maggiori come diciamo sono riservate solitamente per gli adolescenti, che secondo molti studi sono la categoria più a rischio in caso di abuso di cannabis. La causa sarebbe di un cervello ancora in formazione, di cui la sostanza può modificare strutture e funzioni, favorendo lo sviluppo di patologie mentali nell’età adulta. In questo senso, i dati che arrivano dal Colorado sono consolanti: nel 2009, prima della legalizzazione, il 25% degli adolescenti dello stato aveva fumato marijuana almeno una volta nel mese precedente alla rilevazione, mentre nel 2015 la percentuale si attesta intorno al 21%, poco al di sotto della media statunitense. La vendita della marijuana a scopo ricreativo in Colorado è iniziata nel 2014, e quindi i nuovi dati riflettono la situazione dopo due interi anni di libera vendita.

Personalmente, non sono favorevole all’uso di sostanze stupefacenti, ma, indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni, ritengo che le istituzioni dovrebbero affrontare meglio il problema. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose, con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia, e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie tra le più potenti del mondo, non può eluderlo.

E, soprattutto, ci sarà un “Alessandro Magno” che avrà l’audacia di spezzare questo nodo?

Generazioni

Ho più volte, sia in privato, sia su queste pagine, spiegato che l’astrologia non è una scienza, ma vera e propria fuffa ad uso e consumo dei creduloni. La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. La frase “questa affermazione è fuffa” viene usata quando una certa asserzione è giustificata con argomentazioni vaghe, inconsistenti, o comunque non valide razionalmente.

Una “scienza” deve argomentare le proprie conclusioni e poiché l’astrologia se ne guarda bene, la conclusione è che non solo non è scienza, ma è perlopiù inventata di sana pianta. Affermazioni vaghe, buone solo per chi le legge e le interpreta.

In questo senso, si può citare anche l’esempio classico della famosa sentenza dell’oracolo riferita dalla “Cronaca di fra Alberico” (XIII secolo): “ibis redibis non morieris in bello”, dove basta spostare una virgola per ottenere una predizione comunque esatta (“andrai, ritornerai, non morirai in guerra” e “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”).

Oggi conosciamo le distanze che separano la Terra dalle stelle e siamo anche in grado di misurare la quantità di radiazione che da esse ci arriva. Sulla base di questi dati è semplice dimostrare che gli astri non possono avere alcun effetto sugli esseri umani. Le distanze, infatti, sono talmente grandi che gli effetti fisici di fenomeni quali la gravitazione e la radiazione sono, rispetto alla Terra, del tutto trascurabili. Gli unici corpi celesti che influiscono realmente sul nostro pianeta sono il Sole e la Luna: pensate alla radiazione solare che permette la vita sulla Terra o alla forza gravitazionale della Luna che produce il fenomeno delle maree.

L’astrologia poteva avere una giustificazione secoli fa quando non si sapeva assolutamente nulla del cielo e delle stelle, quando si ignorava cosa fossero e a che distanza si trovassero. Era, allora, lecito pensare che tutti gli astri potessero avere una qualche influenza sulla Terra, come accade nel caso del Sole e della Luna.

Suddividere i caratteri delle persone in base alla data di nascita è un’operazione che, oltre ad essere inutile, comporta un alto tasso di imprecisione. Conosco almeno 3 persone nate nel mio stesso giorno, mese ed anno e vi assicuro che siamo tutti uno diverso dall’altro. Il discorso cambia (non molto, non sto parlando di dati scientifici neanche qui) quando si parla di confronto tra generazioni.

In genere parliamo di generazioni per schematizzare i sogni, le aspirazioni, i modi di pensare e di agire di categorie di persone accomunate dal fatto di essere nate in un determinato periodo. L’età, infatti, insieme al sesso ed alle condizioni economiche, è uno dei fattori che consentono immediatamente e semplicemente di fornire indizi utili per classificazioni di carattere generale.

Il fatto di essere nati in un certo momento storico, infatti, influenza in maniera determinante il proprio modo di pensare, di agire, di comunicare ed incide in maniera rilevante sulle abitudini, sui ricordi e sui gusti della persona vita natural durante. Ogni generazione ha i suoi film cult, i suoi libri, i suoi giochi, i suoi campioni, le sue musiche, i suoi miti e le sue aspirazioni.

Naturalmente si tratta di generalizzazioni, che vanno prese con le molle ma che ci aiutano a costruire dei modelli utili per le nostre finalità (siano esse scientifiche, sociali, o marchettare). Ovviamente le generazioni sono etichette ampie alle quali vengono attribuite una serie di caratteristiche, che non soddisfanno tutti quelli a cui dovrebbero riferirsi.

Il termine “generazione” ha una valenza prevalentemente sociologica: indica cioè un determinato gruppo di persone che sono vissute nello stesso arco di tempo e che hanno assistito a determinati eventi storici. Ciò implica che questo gruppo di persone abbia un riferimento culturale comune che determina anche una serie di tratti comportamentali simili. Si tratta chiaramente di un gruppo che può essere individuato solo a posteriori. Ed è proprio questo “a posteriori” che rende complicato fare i conti con le generazioni.

Il concetto di generazione però ha una storia molto antica. Come dimostra l’etimologia latina del termine, già romani e greci si interrogavano su che cosa fosse una generazione, e ne fornivano diverse spiegazioni: poteva indicare sia una stirpe familiare sia un gruppo di individui che condividono una serie di prospettive ed eventi comuni.

È però solo con il positivismo e la nascita ufficiale della sociologia che il termine acquisisce una validità in qualche modo scientifica. La primissima sociologia di Comte utilizzava ad esempio un approccio quantitativo alla definizione. Isidore Marie Auguste François Xavier Comte (1798–1857), è stato un filosofo e sociologo francese e con Henri de Saint-Simon (1760-1825) viene considerato il fondatore della sociologia.

Per parlare di una generazione, secondo lui, era necessario stabilire quale fosse la sua durata standard, e utilizzarla poi come unità di misura per lo studio dei cambiamenti sociali. In modo un po’ più grezzo, questo accadeva già nella Grecia antica, dove la durata di una generazione veniva intesa come il lasso di tempo che intercorreva tra la nascita dei genitori e la nascita dei loro figli: il che, tradotto in termini più moderni, significa all’incirca un periodo di 20-25 anni.

Nonostante sia certamente interessante provare a capire quanto possa durare una generazione è evidente che stabilirne una durata standard non ha molto senso, perché contraddice il concetto stesso di generazione, che varia al variare degli eventi storici che influenzano la società. Ci sono generazioni che durano poco, perché alcuni eventi hanno il potere di essere degli spartiacque netti tra diverse fasi storiche, e altre generazioni che invece durano di più.

Si è sempre parlato delle generazioni, come dicevo, in una chiave sociologica anche quando la sociologia ancora non esisteva. Ma l’autore che più di tutti ha lavorato a formulare una definizione rigorosa del termine è stato Karl Mannheim, sociologo tedesco di inizio ‘900. Nel 1928 Mannheim propone di considerare le generazioni in analogia alla situazione di classe: se la situazione di classe è un’etichetta che accomuna i destini individuali, la generazione si presenta invece come un’etichetta trasversale alle singole classi, che accomuna il destino generale di un gruppo di soggetti. Mannheim è anche il primo a rendersi conto di quanto i bordi di un’etichetta possano risultare stretti a qualcuno o essere sfumabili. Sosteneva infatti che per far parte di una generazione non era sufficiente essere nati nello stesso periodo di tempo: occorreva anche che si creasse un nesso umano concreto, una prospettiva comune, appunto. Un nesso generazionale.

Vediamo i periodi generazionali più noti, secondo studi americani (ovvio che quando si è negli anni di confine si può far parte di una generazione o della precedente/successiva):

  • La “Lost Generation”, come diceva Hemingway: il termine è usato per riferirsi alla generazione, in realtà un gruppo, che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale.

 

  • La “Beat Generation”, dal 1918 al 1928: nell’immediato dopoguerra sono i primi a spingere verso una cultura più aperta, più libera, e a scuotere i vecchi schemi sociali, a partire dalla California di Jack Kerouac.

Miti: Marlon Brando, James Dean, Elvis Presley, la Harley-Davidson.

  • La “Generazione silenziosa”, nati tra il 1929 e il 1946: il termine è stato creato dal giornalista Tom Brokaw per definire la generazione che crebbe durante la Grande Depressione e che andò poi combattere durante la Seconda Guerra Mondiale.

Miti: Frank Sinatra, il benessere, la famiglia.

  • La generazione dei “Baby Boomers”, dal 1946 al 1964: inizia quando quelli della generazione precedente tornano a casa dalla guerra e iniziano a fare figli, moltissimi figli, contribuendo così a un grosso sviluppo demografico. È la generazione che ha modellato il mondo come lo conosciamo: la generazione “on the road”, quella delle rivoluzioni culturali, del pacifismo e del femminismo, dei grandi raduni e del rock.

Peculiarità:

  • Forte orientamento al lavoro, alla carriera, all’impegno politico e civile;
  • Indipendenza;
  • Istruzione medio alta;
  • Concretezza;
  • Importanti disponibilità economiche;
  • Ricoprono posizioni di prestigio.

Miti: Bob Dylan, i Beatles, i Led Zeppelin, Mary Quant.

  • La “Generazione X”, dal 1965 al 1983: a un certo punto però si iniziano a fare meno figli, si va verso la fine della Guerra Fredda e verso la Caduta del Muro di Berlino. È la migliore (scherzo: è la mia). È la generazione dei cartoni animati, delle sale giochi e dei primi videogames, dei primi computer, delle televisioni commerciali e dei primi oggetti portatili (walkman, telefonini).

Peculiarità:

  • Ambizione;
  • Autosufficienza;
  • Apertura al dialogo e tolleranza nei riguardi delle differenze;
  • Flessibilità;
  • Lavora per vivere e non vive per lavorare;
  • È disposta a cambiare lavoro;
  • Ha una discreta conoscenza del computer.

Miti: il grunge, i Nirvana, i film del festival di Lollapalooza.

  • All’interno di questa generazione sta prendendo piede una sotto-generazione, dovuta al fatto che un numero sempre crescente di persone non vi si riconosce. Sono gli “Xennial”, ovvero le leve nate tra il 1977 e il 1983, che hanno conosciuto e vissuto nell’infanzia in modalità predigitale con tutto il corollario che ne consegue: telefoni fissi, biblioteche al posto di Wikipedia, televisione al posto di YouTube, lettere e cartoline al posto di mail, niente smartphone, niente social network. Durante l’adolescenza, o prima giovinezza, hanno assistito allo switch epocale dato dall’avvento democratico del cellulare e dell’introduzione fissa di internet nel quotidiano. E si sono adeguati, essendo ancora molto giovani e flessibili. Una micro-generazione di mezzo che avrebbe vissuto un’esperienza pressoché irripetibile che ha conferito alla loro personalità un dinamismo e una lucidità che le due generazioni fra cui si incastonano non possederebbero, stando agli studiosi.

 

  • La “Generazione Y” o “Millennial”, dal 1984 al 1994: Sono i figli delle nuove tecnologie, coloro che sono eternamente connessi, coloro che restano più tempo a casa, quelli abituati a vivere in un mondo liquido e precario, caratterizzato dalla morte delle ideologie.

Peculiarità:

  • Ricettivi;
  • Aperti;
  • Poco interessati alla politica;
  • Pigri;
  • Attenti all’immagine ed alla gloria;
  • Tolleranti;
  • Lasciano la casa in tarda età e non tagliano il cordone ombelicale.

Miti: iPod, You Tube, i cellulari con macchina fotografica, i Simpson.

  • La definizione “Generazione Z”, abbraccia i nati dal 1995.

Sono i figli della Rete, dei tablet, degli smartphone.

Peculiarità:

  • Sono iperconnessi;
  • Sono multimediali;
  • Sono autonomi;
  • Mirano alla rapidità più che all’accuratezza;
  • Sono attenti ai problemi globali;
  • Riescono a gestire il flusso continuo di informazioni.

Quindi, ricapitolando:

 

Nome Periodo di riferimento Macro generazioni
Generazione perduta 1899-1917 Nonni del mondo moderno
Beat Generation 1918-1928
Generazione silenziosa 1929-1946 Padri del mondo moderno
Baby Boomers 1946-1964
X 1965-1976 Trasformazione digitale
Xennial 1977-1983
Millennial 1984-1994 Nativi digitali
Z 1995-2010
Alpha 2011-2020 (circa) Futuro

Ovviamente questo giochetto può non valere per chiunque di voi, e proprio perché è un giochetto, proviamo ad immaginare: come sarà la prossima generazione?

Intanto, non hanno mai visto un mondo senza tecnologie e senza accesso a qualsiasi tipo di informazione. Le loro mani toccano un tablet prima di una penna, e con le immagini, da subito, apprendono e parlano. Per questa generazione ogni pensiero e azione è immediatamente condivisibile e trasferibile. Imparano a condividere foto prima che a parlare.

I più grandi sono a scuola da quest’anno. Stanno cominciando ad avere un’idea di quello che accade oltre la porta di casa vedendo in tv la pressione del Sud del mondo che fugge da guerre ovunque, oppure è in cerca di una vita migliore e che arriva sotto casa dal mare o attraverso le frontiere. La famiglia non è più solo di genere differente ma anche dello stesso sesso. A tavola sentono parlare di terrorismo, questa è la prima generazione a “‘vedere” dal vivo oppure in tv “l’uomo nero” presente nell’immaginario dei genitori o dei nonni.

Gli studiosi osservano con attenzione questa generazione, è la più veloce tra tutte ad avere accesso alle informazioni, già a 3 anni sa come cercarle e come utilizzarle, oggi a 4 anni un bambino può comprendere concetti semplici, scrivere e molti sanno già leggere. Solo 10 anni fa, in molte parti del mondo, ai bambini in età prescolare, si parlava – e a volte ancora oggi – con un linguaggio spesso incomprensibile, oggi in prima elementare molte maestre osservano una capacità di eloquio superiore alle generazioni precedenti.

Ma la cosa più importante è che il 65% dei bambini che iniziano le elementari quest’anno, farà un lavoro che oggi non esiste.

In realtà, chi saranno gli Alpha? Non si sa cosa saranno, ma si sa di certo cosa sono.

Di certo sono una nostra responsabilità, perché saranno (e sono, come testimoniato dal piccolo emulo di “The Flash” che si aggira nella mia casa) i nostri figli. E probabilmente faranno quello che fanno tutti i figli, che per un po’ rifiutano ciò che sono stati i loro padri e poi – a un certo punto – si rendono conto di non essere molto diversi da loro. Sperando che facciano meno errori di noi nel trattar male quella che è la nostra “casa comune” o, come la chiamava San Francesco “sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”.

Un arduo pendìo

A volte, usando i mezzi pubblici, ci si rende conto di quanto lo spostamento delle persone sia un bel problema. Basta un contrattempo, come uno zaino dimenticato nello scompartimento, e migliaia di persone sono costrette a cambiare mezzo di trasporto, con tutto quel che ne consegue. Lo ha pensato anche l’ideatore di un sito, TRAVIC, che vuol dire TRAffic VIsualization Client (Client per la visualizzazione del traffico), che fornisce la visualizzazione dei movimenti dei dati di transito pubblicati dalle agenzie di trasporto provenienti da tutto il mondo praticamente in tempo reale. È bellissimo (de gustibus, ovviamente), guardatelo.

Un po’ di tempo fa ho parlato di sovrappopolazione riportando un vecchio articolo di Isaac Asimov in “Il futuro dell’umanità” e aggiungendovi poche considerazioni personali. Prendendo spunto da quello che scrisse il noto scienziato russo-americano, vorrei riaffrontare l’argomento.

Il Libro della Genesi (ebraico בראשית bereshìt, “in principio”, dall’incipit; greco Γένεσις ghènesis, “nascita”, “creazione”, “origine”; latino Genesis), comunemente citato come Genesi (femminile), è il primo libro della Torah del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana. Inizia così: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque.”

Poi ad un certo punto dice: “Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove”.

L’uomo, inteso come umanità nel suo complesso, ha preso molto sul serio quelle parole. Guardiamo un po’ di numeri.

Appena due secoli fa “festeggiavamo” il primo miliardo. Da allora, il progresso, la tecnologia e la scienza medica hanno fatto aumentare la qualità e le aspettative di vita, aumentando in modo quasi esponenziale il numero di abitanti sulla Terra: 1,6 miliardi nel 1900, 2,5 miliardi nel 1950, 4 miliardi nel 1974, 6 miliardi nel 1999 e 7,5 miliardi oggi. Praticamente, da quando è nata la mia generazione (sono del ’68) la popolazione mondiale è quasi raddoppiata.

In effetti, anche se la popolazione mondiale è aumentata, la velocità con cui aumenta, detta “tasso di crescita”, si è quasi dimezzato rispetto al massimo raggiunto nel 1964. Nonostante questo, nel 2100 i nostri nipoti saranno quasi 10 miliardi. Guardiamo le tabelle, nelle quali ovviamente le date future sono stime, in questo caso realizzate dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA dal vecchio nome inglese United Nations Fund for Population Activities).

Popolazione

Anni trascorsi

Anno

Miliardi

1800 1
127 1927 2
33 1960 3
14 1974 4
13 1987 5
12 1999 6
12 2011 7
14 2025* 8
18 2043* 9
40 2083* 10

Diminuzione tasso di crescita

Il progresso ha certamente migliorato le condizioni di vita, aumentando la durata della vita media, ma ha anche aumentato il fabbisogno di energia pro-capite. Le emissioni di anidride carbonica sono passate da 3,1 tonnellate equivalenti del 1960 a 5 tonnellate del 2013. Vediamo che significano queste parole che ho appena scritto.

L’anidride carbonica è un gas che si forma nei processi di combustione, dall’unione del carbonio contenuto nei combustibili con 2 atomi di ossigeno presenti nell’aria (la formula chimica è CO2). La produzione in eccesso di anidride carbonica comporta dei danni ambientali in quanto mette in pericolo l’esistenza dell’ozono, uno strato gassoso presente nell’atmosfera che protegge la terra dall’azione nociva dei raggi ultravioletti UV-C provenienti dal sole. Un altro effetto della presenza in eccesso di anidride carbonica è il surriscaldamento climatico (in inglese, “global warming”): durante il giorno la superficie terrestre accumula il calore irraggiato dal sole; nelle ore notturne il calore viene disperso nello spazio. L’eccessiva concentrazione di anidride nell’aria forma invece, una sorta di cappa che impedisce l’espulsione del calore assorbito dalla terra nelle ore diurne.

Le emissioni di CO2 (produzione di anidride carbonica) in eccesso sono una conseguenza dell’attività industriale tipica dei paesi sviluppati: per produrre energia le industrie ricorrono alla combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio). Anche la deforestazione incontrollata è pericolosa per il nostro ecosistema in quanto gli alberi assorbono anidride carbonica e rilasciano nell’atmosfera ossigeno. Tutti noi produciamo anidride carbonica, sia attraverso la nostra respirazione (quantità ininfluente e non dannosa per l’ambiente) sia attraverso i nostri consumi quotidiani:

  • Tenere una lampadina accesa per 4 ore produce 0,2 kg di CO2;
  • Fare una doccia significa espellere nell’aria 1 kg di CO2;
  • Fare un lavaggio in lavastoviglie equivale a farsi una doccia, 1 kg di CO2 nell’aria;
  • Tenere un freezer in attività significa generare 40 gr di CO2 all’ora;
  • Percorrere 10 km con un’auto a benzina (13 km con 1 litro) equivale ad emettere 2 kg di anidride carbonica;
  • Riscaldare un appartamento di 60 m2 contribuisce ad emissioni pari a 20 kg al giorno.

E cos’è la “tonnellata equivalente”? È un’unità di misura che permette di pesare insieme emissioni di gas serra diversi con differenti effetti climalteranti. Ad esempio una tonnellata di metano che ha un potenziale climalterante 21 volte superiore rispetto alla CO2, viene contabilizzata come 21 tonnellate di CO2 equivalente. In questo modo è possibile paragonare tra di loro gas diversi, quando si considera il loro contributo all’effetto serra. Maggiore è il GWP, maggiore il contributo all’effetto serra.

Un’altra definizione! Non ce la posso fare!

Il Global Warming Potential (GWP, in italiano “potenziale di riscaldamento globale”) esprime il contributo all’effetto serra di un gas serra relativamente all’effetto della CO2, il cui potenziale di riferimento è pari a 1. Ogni valore di GWP è calcolato per uno specifico intervallo di tempo (in genere 20, 100 o 500 anni).

I potenziali climalteranti dei vari gas (GWP) sono stati elaborati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Le tonnellate equivalenti si calcolano facendo il prodotto delle tonnellate di gas nell’impianto e il suo GWP.

Torniamo all’uomo e alle sue attività.

Avere più auto, più smartphone e più climatizzatori comporta ovviamente una richiesta di energia maggiore. Ovviamente non tutti i paesi del mondo viaggiano alla stessa velocità, basta pensare che gli U.S.A. producono il 22% delle emissioni totali nel mondo (tra gli altri, la Cina il 18%, l’Unione Europea il 14% e la Russia il 6%). Cosa accadrebbe se tutti adottassero lo stile di vita di queste quattro macroregioni, che da sole producono il 60% dell’inquinamento totale?

Ovviamente numero di abitanti e inquinamento sono quasi sempre correlati, tant’è vero che in alcuni stati, come la Cina, è stata adottata in passato la cosiddetta “politica del figlio unico”, politica di controllo delle nascite attuata dal governo nell’ambito della pianificazione familiare per contrastare il fortissimo incremento demografico del paese, poi abolita nel 2013.

Il dibattito sul controllo delle nascite ha una sua storia.

Thomas Robert Malthus nacque a Rookery, presso Guilford, nel Surrey, in Inghilterra, il 13 febbraio del 1766. Settimo figlio di Henrietta Catherine Graham e di Daniel Malthus, nacque in una famiglia benestante. Suo padre Daniel era un amico personale del filosofo David Hume e aveva contatti con Jean-Jacques Rousseau.

Il giovane Malthus fu educato a casa fino alla sua ammissione al Jesus College (Cambridge) nel 1784. Lì studiò molte materie e vinse premi in declamazione inglese, latina e greca. Si laureò nel 1791 e nel 1797 fu ordinato pastore anglicano.

Osservando le colonie del New England, dove la disponibilità “illimitata” di terra fertile forniva lo scenario ideale per indagare il rapporto tra risorse naturali e demografia, Malthus teorizzò che popolazione umana e disponibilità delle risorse seguano modelli di progressione differenti: geometrica la prima, aritmetica la seconda. Un maggior numero di esseri umani si traduce, proporzionalmente, in una minore disponibilità di risorse per sfamarli. Qualora i mezzi di sussistenza non siano illimitati, scriveva il reverendo, si sarebbero periodicamente verificate carestie con conseguenti guerre ed epidemie.

Convinto di aver individuato una legge naturale, Malthus propose che il governo abolisse i sussidi alle classi più povere, invitasse i giovani a ritardare l’età del matrimonio e si sforzasse di diffondere tra gli strati sociali meno abbienti la coscienza del danno che una prole numerosa recava alle famiglie e all’intera comunità. I rapidi progressi del settore agronomico sconfessarono già nel corso del XIX secolo il suo impopolare principio, che tuttavia ebbe un’influenza decisiva sia su Charles Darwin che su Alfred Wallace nella formulazione della teoria dell’evoluzione. Tuttavia, l’idea malthusiana che i ricchi siano minacciati dalle masse di poveri ha proiettato un’ombra cupa che si allunga fino a oggi.

Negli anni Sessanta la Banca Mondiale e le Nazioni Unite incominciarono a concentrarsi sull’esplosione demografica del cosiddetto Terzo Mondo, ritenendola la principale causa del degrado ambientale, del sottosviluppo economico e dell’instabilità politica di questi paesi. Alcune nazioni industrializzate quali Giappone, Svezia e Regno Unito finanziarono progetti per ridurre i tassi di natalità del Terzo Mondo. Non si trattava di filantropia: secondo Betsy Hartmann, autrice del saggio “Reproductive Rights and Wrongs: The Global Politics of Population Control and Contraceptive Choice”, c’era il timore che le “masse di affamati” minacciassero il capitalismo occidentale e l’accesso alle risorse naturali.

In ambito ecologico, la capacità portante di un ambiente è la capacità delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui. Se in ambienti ridotti o isolati è relativamente semplice stimarne la dimensione, il calcolo della capacità portante dei grandi sistemi è estremamente complesso. Una relazione del 2012 delle Nazioni Unite ha stimato la dimensione massima di popolazione in 65 diversi scenari sostenibili. La dimensione più ricorrente è di otto miliardi di individui, tuttavia l’intervallo varia tra un minimo di due miliardi e uno sconcertante 1024 miliardi. È difficile sbilanciarsi su quale di queste sia la più prossima al valore effettivo. Secondo gli esperti, il fattore determinante sarà il modello che le nostre società sceglieranno di adottare e, in particolare, la quantità di risorse consumate pro capite.

Le incognite riguardano principalmente il compartimento agricolo. Al contrario della popolazione umana, la disponibilità di suolo fertile diminuisce a causa del sovra-sfruttamento e dei cambiamenti climatici. Secondo i dati della FAO, da qui alla fine del secolo la produzione agricola dovrebbe aumentare almeno del 50% per sfamarci tutti, a partire da una modesta area di terreno fertile, che copre solo l’11% della superficie globale della terra. Eppure, l’agricoltura mondiale perde ogni anno 75 miliardi di tonnellate di suolo fertile, l’equivalente di 10 milioni di ettari, a causa di urbanizzazione, erosione e avanzata del deserto e del mare. Altri 20 milioni di ettari vengono abbandonati perché il terreno è troppo degradato per coltivare, in larga misura per colpa delle tecniche agricole intensive. La perdita di fertilità del suolo porta alla riduzione della produzione agricola: un calo del 50% della materia organica porta a un taglio del 25% dei raccolti. Il fenomeno non è uguale dappertutto, ma procede particolarmente veloce proprio nelle aree che avrebbero più bisogno di ampliare le coltivazioni come la Cina, flagellata dalla desertificazione.

Le conseguenze ambientali dell’esplosione demografica non si esauriscono nel consumo di risorse naturali (acqua, suolo, biodiversità) ma sono correlate alla quantità di emissioni di gas serra liberata in atmosfera. La crescita dei consumatori, l’inurbamento della popolazione rurale e la rapida diffusione nel pianeta di standard di vita ad alta emissione di gas serra sono le principali tendenze su cui basare le proiezioni sul destino del pianeta.

L’inurbamento è spesso considerato un fenomeno positivo, accompagnato da miglioramenti dell’istruzione, riduzione dei tassi di natalità, dello sfruttamento di risorse naturali. Tuttavia, esso comporta l’adeguamento a standard di vita con alti consumi e il conseguente aumento dell’inquinamento (come osservato nelle megalopoli asiatiche degli ultimi decenni) con ricadute dirette sulla salute dei cittadini. A livello globale, le emissioni domestiche rappresentano oltre il 60% del totale; un ulteriore 14.5% delle emissioni di CO2 proviene dagli allevamenti, i quali riforniscono principalmente le tavole di europei e nordamericani.

Alcuni ricercatori sono perfino arrivati a stimare “il costo” ambientale di ogni figlio: negli Stati Uniti, ogni fiocco appeso alla porta equivale a 9.441 t.e. di CO2, il 5,4% in più rispetto a quanto avrebbe emesso la donna se nella sua vita avesse deciso di non procreare.

Ma senza le nuove generazioni, che futuro avrebbe la Terra?