Marchionimi

Cosa succede quando si esporta all’estero un prodotto di successo? Il rischio di fare flop c’è sempre: gusti e sensibilità cambiano a ogni latitudine. Ma quando il suo nome, in altre lingue, acquista significati imbarazzanti, il fiasco è assicurato.

Ne sanno qualcosa i produttori, grandi e piccoli, che hanno fatto figuracce epocali scoprendo, troppo tardi, che all’estero il nome del loro prodotto (un’auto, una bibita, un telefonino, uno snack) richiamava i termini volgari usati per indicare il sesso, gli escrementi o gli insulti. Col risultato di diventare involontariamente comici, di perdere prestigio o, peggio, di offendere la sensibilità di un intero Paese.

In inglese questo tipo di errori si chiama “brand blunder” (sbaglio di marca), e la storia del marketing ne ha archiviati a decine, commessi anche da multinazionali molto celebri.

Un esempio tipico è quello che ho usato nell’immagine di questo post. Fra le specialità gastronomiche del Belgio ci sono le patate: la ditta Lutosa ne confeziona vari tipi, fra cui le crocchette a forma di pigna: perciò le vende col nome di Pom’pin, contrazione di “pomme de terre” (patata) e “pomme de pin” (pigna). Dato che un marchio del genere sarebbe sconveniente in Italia (ma va?), le hanno ribattezzate Pata’Pigna.

In “Svangerskabsforebyggendemiddel?” ho parlato di come alcuni prodotti siano stati scoperti per caso e di come il loro uso ne abbia decretato il successo a livello internazionale, tanto da pensare che fosse assurda la scoperta casuale. Questa volta invece vi parlerò di marchi e prodotti talmente potenti da riuscire a conquistare un posto nel vocabolario di tutti i giorni.

Questo fenomeno è identificato come “volgarizzazione del marchio” ed avviene quando un nome di marca entra a far parte del gergo comune per indicare genericamente una certa tipologia di prodotto, indipendentemente dalla marca di quest’ultimo.

Molto spesso una conseguenza fisiologia è l’ingresso del nome di marca nel dizionario: nascono così veri e propri neologismi, come ad esempio il verbo inglese “to google” (dal famoso motore di ricerca Google, guglare qui da noi) con il significato di “fare una ricerca su Internet”.

Vediamo qualche esempio:

Scottex

Produttori di fogli di carta assorbenti, il loro marchio ha preso posto nel linguaggio collettivo e ha preso il significato del prodotto che sponsorizza.

Scotch

Il nastro adesivo, comunemente chiamato anche scotch (dal nome commerciale di questo articolo prodotto dalla 3M). L’inventore fu lo statunitense Richard Drew, ricercatore della 3M, che lo mise in commercio nel 1930. Oggi la parola scotch significa “nastro adesivo”.

Rimmel

Rimmel è una azienda di cosmetici inglese fondata nel 1834 da Eugene Rimmel a Regent Street a Londra. L’azienda, con sede a Londra, ha sempre pubblicizzato la città puntato sullo stile “Swinging London”, utilizzando il nome Rimmel London in molte pubblicità. In Italia “rimmel” è comunemente usato come sinonimo di mascara.

Post-it

I Post-it (marchio depositato della 3M) sono dei foglietti di carta colorata o di altri materiali la cui caratteristica principale è essere semi-adesivi. Il loro nome è diventato sinonimo di piccole annotazioni, bigliettini, note e brevi appunti.

Kleenex

Kleenex è il brand di fazzoletti di carta e veline tra i più diffusi e famosi del pianeta, sinonimo del prodotto stesso in Italia e in molti Paesi.

Jeep

La Willys-Overland, che produsse la famosa MB durante la seconda guerra mondiale, iniziò a usare il nome Jeep con la versione civile della MB, ossia la CJ, acronimo di ‘Civilian Jeep’. Per anni “jeep” è stato sinonimo di fuoristrada 4×4.

Borotalco

Il Borotalco è stato creato nel 1874 da Henry Roberts, farmacista di Firenze. Dal 1904 il Borotalco venne messo in commercio nel famoso barattolo di latta verde, in seguito negli anni il barattolo diventò di plastica, sempre di colore verde. Nel 1957 vennero realizzati dei caroselli RAI (se non è Roberts, non è borotalco). Dagli anni novanta in poi il nome Borotalco iniziò ad espandersi, iniziando a comprendere altri prodotti, e iniziando a diventare nome comune.

Cellophane

Il termine cellophane fu creato da Brandenberger dall’unione delle parole “cellulosa” e “diaphane” (diafano, ovvero “che lascia passare la luce e permette di vedere attraverso esso”). Da molti anni è diventato un termine di uso comune per indicare la pellicola trasparente.

Questo fenomeno rappresenta sicuramente un vanto per le aziende, un segnale forte del gradimento del pubblico e del successo del prodotto stesso ma, esiste un rovescio non tanto piacevole della medaglia: Il rischio insito nella volgarizzazione è quello di perdere i diritti di proprietà sul marchio ma soprattutto la sua capacità distintiva.

Se il termine entra a far parte del linguaggio comune, il produttore non può impedire ad altri l’uso del nome!

Vediamo altri esempi:

Biro

La biro in Italia è arrivata sul finire degli anni Quaranta, come in tutta l’Europa occidentale. Si tratta di una penna “a sfera”, basata sulla presenza, alla punta, non di un pennino ma appunto di una piccola pallina, e sull’uso di un inchiostro meno fluido e più viscoso di quello tipico delle stilografiche, o dei calamai usati a scuola. A produrre la grande maggioranza delle biro in commercio era già allora la BIC, marchio inventato dal barone Marcel Bich, che aveva comprato durante la guerra il brevetto dall’inventore, l’ungherese Laszlo Biro: un giornalista che secondo la leggenda aveva avuto l’idea vedendo una biglia che lasciava una scia lungo la strada. Per l’azienda del barone francese il successo è stato da allora ininterrotto, fino al festeggiamento nel 2005 dei cento miliardi di penne vendute, quasi venti penne per ogni abitante della terra. Biro invece è morto povero, ma alla fine è suo il nome che è diventato una parola di uso comune.

Thermos

Un vaso di Dewar è un contenitore che mantiene il suo contenuto isolato dell’ambiente esterno frapponendo con l’esterno delle aree di vuoto che consentono un isolamento termico tra il contenuto e l’ambiente. Il primo vaso a vuoto per uso commerciale fu prodotto nel 1904 dalla compagnia tedesca “Thermos GmbH”. Il nome commerciale rimane registrato in alcuni stati, ma non negli Stati Uniti dove dal 1963 è un nome generico, sinonimo di contenitore a vuoto.

Velcro

Fino al 2 aprile 1978, se vi fosse mai capitato di parlare di velcro, non potevate sbagliare. Fino a quel giorno, infatti, il nome per indicare il sistema attacca e strappa (meglio: chiusura hook and loop) usato su giacche, scarpe, borse, giochi, era di proprietà dell’omonima azienda, la Velcro appunto. Quel giorno, però, il brevetto che ne rivendicava la paternità scadeva, e il sistema di chiusura inventato da George de Mestral diventava di dominio pubblico, vantando una serie di imitatori da cui, per rimanere in tema, sarebbe stato difficile staccare il nome di velcro.

Betafence

Betafence è un’azienda belga che produce recinzioni, nata nel 1880 creata da Leon Bakaert. La sede principale è in belgio a Zwevegem. Fino al 2005 l’azienda era denominata Bekaert, poi ha cambiato il nome in quello attuale.

Mocio

Il mocio è uno strumento utilizzato per pulire le superfici dure (pavimenti, piastrelle, etc.) ed è costituito da una testa collegata a un manico, al quale sono attaccate delle strisce di tessuto. L’americana Joy Mangano era convinta che esistesse un modo meno sfiancante e faticoso per pulire i pavimenti, senza doversi necessariamente piegare mettendo le mani nell’acqua sporca e fredda di un secchio.

Nel 1990, Joy lanciò l’invenzione nel negozio del padre, supportandola con una televendita. Inizialmente un po’ fiacche, le televendite esplosero quando la stessa Mangano decise di pubblicizzare in televisione il suo prodotto: come protagonista delle televendite in cui dimostrava l’utilizzo del mocio, Joy riuscì a totalizzare quasi 20mila ordini in una sola volta. La dimostrazione che l’invenzione della Mangano non è passata in sordina, è la decisione del regista David O. Russell di raccontarne la vita nel film Joy. E l’uso del nome “mocio” è addirittura arrivato in tribunale, ma questa, come sempre, è un’altra storia…

Storia, magistra vitae – Jugoslavia

Alcuni cambiamenti sono così lenti che non ce ne accorgiamo, altri sono così veloci che non si accorgono di noi: ad esempio, le attività umane stanno rendendo il cambiamento climatico centosettanta volte più veloce rispetto a come andrebbe se ci fossero le sole forze della Natura. Oppure, pensiamo all’impatto che ha avuto WhatsApp in soli otto anni (sì, è stato inventato solo nel 2009) nel nostro modo di comunicare.

Quando ero da poco nel mondo degli adulti, uno stato ad est dell’Italia cambiò, in modo radicale e nel giro di pochi anni: sto parlando della Jugoslavia.

Vale la pena prima di capire dove si trovava la Jugoslavia, cioè descrivere la regione cosiddetta balcanica: essa si trova nella parte orientale dell’Europa, tagliata dalla catena montuosa dei Balcani (dal turco letteralmente “montagna”). Comprende, procedendo da sud, la Turchia, la Bulgaria, la Romania, la Grecia, l’Albania, la ex Jugoslavia (Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia, Croazia e Slovenia), e a est l’Ungheria. Una molteplicità di stati, staterelli, popoli, religioni, razze differenti divise tra loro da usi e costumi, da catene montuose con scarsi e difficili sbocchi al mare.

Nell’antichità, a partire dal V secolo d.C. quella regione era stata spesso scenario di guerre, sin dall’insediamento dei primi popoli “slavi”. Gli Ungari, gli Slavi e i Macedoni erano guerrieri temuti e conosciuti dai popoli germanici e solo Ottone I di Sassonia nella battaglia di Lechfeld (10 agosto 955) segnò la fine delle incursioni degli Ungari in Europa centrale.

I primi stati indipendenti apparirono comunque tra il VII e il XIII secolo, ma anche una volta costituiti la maggior parte di essi era caratterizzata da instabilità, una situazione tormentata che si protrasse per generazioni all’ombra dell’Impero Bizantino che esercitò la sua notevole influenza fino al suo collasso definitivo e alla sua caduta.

A cavallo tra il XII e il XIII secolo si costituì il primo stato indipendente serbo, ma la denominazione di Impero arrivò soltanto con l’avvento di Dušan che conquistò molta parte della regione balcanica e riuscì a mantenersi autonomo estendendo i propri confini fino alla Turchia e alla Grecia. Impero che in realtà durò poco e dopo la morte dello “Zar e autocrate dei Serbi e dei Romani” (Bασιλες κα ατoκράτωρ Σερβίας κα Pωμανίας), come si era autoproclamato, si dissolse in tanti piccoli pricipati indipendenti.

In quella parte del mondo non c’è mai stata vera pace né tregua. Nel Novecento, la prima grande deflagrazione mondiale (1914-18) prese il via proprio dal cuore della Bosnia Erzegovina, da Sarajevo, con l’assassinio dell’arciduca d’Austria, come ho raccontato in “Destino principe”.

Già negli anni precedenti la Grande Guerra, comunque, i Balcani erano stati al centro di due conflitti: nell’ottobre 1912 la dichiarazione di guerra alla Turchia guerra conclusasi con il Trattato di Londra del dicembre dello stesso anno; nel giugno 1913 nuova guerra nei Balcani, terminata con la pace di Bucarest nell’agosto.

Con l’epilogo della Grande Guerra, il primo dicembre 1918 venne proclamata a Belgrado l’Unione dei Serbo-Croati-Sloveni; sono poi state le assemblee nazionali dei tre stati a deliberare, insieme a quella montenegrina, e il loro scioglimento e la loro confluenza nell’Unione: fu in pratica la nascita della Jugoslavia, una confederazione di stati che veniva però basata più su un’identità politica che etnica con l’intento di ridimensionare se non minimizzare o addirittura negare le diverse nazioni al suo interno.

I decenni che ne seguirono rivelarono la difficile realtà, culminata prima e dopo la Seconda guerra mondiale con la guerra civile che portò al potere il partito comunista. Una guerra civile atroce, quella che si svolse nel territorio dall’Adriatico al Kosovo e al confine con l’Ungheria. Massacri e genocidi si succedettero, intere popolazioni scomparvero nelle foibe. Ci volle l’autorità del Maresciallo Tito per instaurare, tramite un forte governo centralizzato, una confederazione in grado di salvaguardare le libertà nazionali senza ulteriori spargimenti di sangue. Alla fine del 1943 si arrivò alla seconda Jugoslavia costituita in comunità federale di serbi, croati, montenegrini, sloveni e macedoni.

Capo del governo e ministro della difesa dal’45 al ’53, Tito (eletto presidente della repubblica, carica conferitagli poi a vita nel ’63) legò il proprio nome alle tappe fondamentali di quella che venne battezzata la via jugoslava al comunismo: nel 1948 rottura con Stalin, sette anni dopo parziale riconciliazione con l’Urss, emarginazione del revisionista Djilas nel 1954, emancipazione politica economica a partire dal 1966, decentramento avviato nel 1974. Ma soprattutto Tito contribuì enormemente a compattare il paese con il sistema federale, all’autogestione dei lavoratori e alla politica estera di neutralità tra i due blocchi e tra le due grandi Potenze dell’epoca (Usa e Urss).

Il titoismo con tutti i suoi meriti sul piano nazionale e internazionale aveva però il suo tallone d’Achille, in quanto poteva ergersi a baluardo dell’unità della federazione solo in virtù della grande personalità del Maresciallo. Difatti, alla sua morte a Lubiana nel maggio 1980 seguì inevitabile lo sfacelo della sua costruzione.

Pian piano i suoi successori non si rivelarono all’altezza: il socialismo jugoslavo venne travolto dalla crisi economica e, quel che è peggio, riesplosero i nazionalismi che portarono alle divisioni e alle tremende guerre di quei terribili anni.

Dietro alle varie nazioni si profilarono grossi potentati: Croazia e Slovenia erano appoggiate dalla Germania, che così sperava di estendere il suo potere economico. Alle spalle della Serbia l’Urss e dopo il suo disfacimento la Russia; a sostegno dei musulmani della Bosnia si mossero gli stati arabi e in particolare l’Iran.

La guerra vide prima la Serbia di Milosevic contro la Croazia, poi contro la Bosnia, che pure al suo interno aveva una più o meno burrascosa convivenza tra etnie e religioni diverse.

Da Sarajevo cominciarono ad arrivare immagini drammatiche: artiglierie e cecchini colpivano senza sosta in una sorta di tiro al bersaglio continuo. Un orrore che raggiunse il culmine in due episodi che convinsero gli Stati Uniti e la comunità internazionale della necessità di far finire quella guerra di tutti contro tutti: la strage di Markale, il mercato di Sarajevo, nel febbraio 1994 e, soprattutto, il massacro di Srebrenica tra l’11 e il 18 luglio 1995, con ottomila musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladic e centinaia di donne stuprate.

Ma non furono solo quelle le cose che accaddero in quegli anni, ma quello che più mi colpisce è che oggi la maggior parte della popolazione mondiale sia indifferente verso quello che accadde o non sappia come andarono realmente le cose.

Purtroppo in rete si legge di tutto, ma alcuni riescono ad essere ancora “sul pezzo” e riescono ad inquadrare bene la cosa: consiglio la lettura di Christopher Black, uno dei giuristi penali internazionali più noti al mondo. Sul conflitto in Rwanda e su quello nella ex Jugoslavia negli anni ’90, in particolare, Black ha dimostrato davanti ai tribunali “ad hoc” la loro illegittimità dal punto di vista della Carta delle Nazioni Unite e il loro essere meri strumenti di guerra degli Stati Uniti d’America.

Pochi giorni fa il conflitto Jugoslavo e la Corte penale internazionale sono tornati alla ribalta per il suicidio in diretta di Slobodan Praljak, ex militare condannato per crimini di guerra. Ma non tutti sono convinti che il tribunale dell’Aja sia dalla parte della giustizia: attenzione, però, la Corte Penale Internazionale non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, quindi qualche dubbio sulla sua imparzialità ce l’ho anche io.

A distanza di un quarto di secolo l’assedio di Sarajevo e la guerra in Bosnia sono ancora raccontate secondo schemi diversi. Ognuno ha le sue verità, e tra esse è estremamente difficile che si instauri una superficie di contatto.

E come avevo detto in “Storia,magistra vitae – Introduzione”, un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo.

Articolo 21

Chi mi conosce o chi è fortunato nel riuscire a capire qualcosa di quello che scrivo su questo blog (non perché sia particolarmente difficile, ma perché lo scrivo male) sa che una delle mie battaglie (perse) tratta della scarsità di divulgazione scientifica in Italia.

L’Italia è una nazione che ha un substrato culturale mostruoso (ne parlerò dopo) che viene però veicolato male, soprattutto dall’informazione. I quotidiani, una volta organi di partito, si nascondono dietro una malcelata “indipendenza”, che in realtà non esiste.

Facciamo qualche esempio raccontando da chi sono gestiti alcuni dei principali giornali a diffusione nazionale:

  • “Corriere della Sera”:

Ha fama di essere un giornale obiettivo e sopra le parti, di avere una linea editoriale anglosassone e indipendente da interessi particolari. L’editore è il gruppo “RCS Media Group” (per esteso, Rizzoli-Corriere della Sera Media Group S.p.A.), ed è quotato in borsa. Se guardiamo chi siede nel CDA troviamo Urbano Cairo, presidente di “Cairo Communication” (La7) e del Torino, Diego Dalla Valle, presidente di Hogan e Tod’s nonché patron della Fiorentina, Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato del gruppo Pirelli, nonché diversi industriali, bancari e immobiliaristi che siedono in CDA di altre aziende. Direttamente o indirettamente sono rappresentati quasi tutti i settori della grande industria italiana, un esempio di come queste grandi aziende italiane siano in realtà collegate tra loro. Oltre al Corriere, appartengono al gruppo RCS una lista di quotidiani, per esempio, la “Gazzetta dello sport”, e di periodici tra cui, per esempio, “Oggi” e “Abitare”.

  • “la Repubblica”:

Questo giornale fa parte del gruppo “GEDI” Gruppo Editoriale. Nel CDA, oltre a “CIR” (Compagnie Industriali Riunite, maggioranza della famiglia De Benedetti) e a “Giovanni Agnelli e C.”, società della famiglia Agnelli, siedono figure di primo piano del mondo della finanza, dell’università, dell’imprenditoria e dell’industria italiana che siedono anche in altri CDA. Il gruppo GEDI è anche proprietario de “La Stampa” e de “Il Secolo XIX”, di numerosi periodici, tra cui “l’Espresso” e “Le Scienze”, e di numerosi quotidiani locali, tra cui “Il Piccolo” e “Il Tirreno”, o di radio, come per esempio “Radio DeeJay” e “Radio Capital”.

  • “Il Giornale”:

Fondato da Montanelli nel 1974, fu in seguito acquistato da Berlusconi e tuttora appartiene al gruppo Mondadori ed è controllato dalla famiglia Berlusconi. Nel CDA troviamo i figli e figure rilevanti delle aziende di famiglia o vicine alla famiglia. Con l’ingresso in politica di Berlusconi il Giornale è diventato un giornale politico, con una linea editoriale mirata a sostenere il partito politico dell’editore. Il gruppo Mondadori possiede numerosi periodici, tra cui anche “Panorama”, “Tv Sorrisi e Canzoni”, “Grazia”, “Donna Moderna”, “Chi”, “Focus”, “Geo”, “Starbene” e molti altri.

  • “Libero”:

Quotidiano di destra fondato e diretto da Vittorio Feltri, dal 2001 appartiene a Giampaolo Angelucci, immobiliarista e proprietario di numerose cliniche e strutture sanitarie come il San Raffaele di Roma. Come organo ufficiale del “Movimento Monarchico Italiano” ha ricevuto in passato sovvenzioni dallo Stato (alcune delle quali sono state oggetto di sanzione, però, e dovranno essere restituite).

  • “Avvenire”:

Nato nel 1968 dalla fusione di due giornali, “l’Italia” di Milano e “L’avvenire d’Italia” di Bologna, il giornale è edito e appartiene alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Com’è ovvio è un quotidiano di ispirazione cattolica scritto per i cattolici. Riceve le sovvenzioni statali.

  • “Il Resto del Carlino”:

È uno dei quotidiani più antichi, simbolo di Bologna, ottavo quotidiano nazionale, e insieme alla “Nazione” di Firenze e al “Giorno” di Milano formano la rete QN, Quotidiano Nazionale. Tutti e tre appartengono alla “Poligrafici Editoriale”, a sua volta controllata dal gruppo “MonRif”, guidato da Andrea Riffeser Monti, discendente di Attilio Monti, famoso imprenditore italiano nel campo della raffinazione e alberghiero. Curiosità: perché “il Resto del Carlino” si chiama così? Nel 1885 a Firenze si vendeva un giornale chiamato “Il Resto al sigaro”. Prezzo nelle tabaccherie di 2 centesimi. Un sigaro costava 8 centesimi e quindi per i negozianti era facile collegare la vendita dei due prodotti. Doppio affare in un colpo solo. Un gruppo di amici bolognesi decise di esportare l’idea a Bologna. Allora andavano per la maggiore titoli di giornali scanzonati come “La striglia”. Si scelse dunque “Il Resto …del Carlino”. Il Carlino era stata una moneta dello stato Pontificio coniata dal XIII secolo al 1796. Con l’Unità d’Italia la moneta da 10 centesimi di lire continuava a circolare chiamata Carlino. I puntini di sospensione erano ironici: a Bologna “dare il resto del carlino” significava “regolare i conti”.

  • “Il Messaggero”:

È il più diffuso giornale del centro Italia, il sesto a livello nazionale, di impostazione laica di centro-sinistra, appartiene alla “Caltagirone editore”, di proprietà della famiglia Caltagirone, famosi imprenditori nel campo delle costruzioni, grandi opere, cementifici. Oltre al “Messaggero”, la famiglia Caltagirone possiede anche “il Mattino” di Napoli, “il Gazzettino” di Venezia, il “Nuovo Quotidiano di Puglia”, per dirne alcuni.

  • “Il Sole 24 ore”:

È il più autorevole quotidiano economico italiano, il quarto per diffusione, fondato nel 1865. È edito dal “Gruppo 24 Ore”, di proprietà di Confindustria. La linea editoriale è diretta espressione dei principali gruppi industriali italiani. Nel CDA troviamo diverse figure di spicco dell’industria e della finanza.

  • “Milano Finanza”:

Uno dei quotidiani economici più conosciuti in Italia, tratta esclusivamente di temi economici-finanziari ed è edito da “Class Editori” di Paolo Panerai. Class Editori possiede e pubblica anche “Italia Oggi”, anch’esso noto quotidiano incentrato su temi politico-economici, numerosi periodici incentrati sui temi dell’informazione finanziaria e del lusso come “Capital” e “Class”, numerose Tv, radio, siti web e l’agenzia di stampa “MF-DowJonesNews”. Nel CDA dell’editore siede tra gli altri Maurizio Carfagna, consigliere di amministrazione di Mediobanca.

Quando i giornali sono così, legati a corda doppia ad un gruppo o a un’azienda, come si può dire che siano indipendenti? Quando quasi tutti appartengono a banche, industriali, partiti, imprenditori, assicurazioni e questi hanno interessi in comune e rapporti d’affari come accade nel mercato piccolo e chiuso dell’Italia, come possono i cittadini accedere alle informazioni ed essere certi che esse siano “libere”?

Non solo, ma questa situazione mette a rischio la democrazia, perché senza buona informazione non ci sono cittadini informati, senza i quali non c’è democrazia. Non a caso l’Italia è al 52° posto come libertà di stampa nel mondo, migliore del 77° di un anno fa, ma molto lontano dall’optimum.

Quasi tutto è perduto. Con rammarico si può notare che il giornalismo d’inchiesta, una volta in mano a professionisti (si pensi a “Mauro De Mauro”), è finito nelle mani di “Report”, “Striscia la notizia” e “Le Iene”. E se per il primo, pur con tutte le sue pecche (secondo me a volte pur di aver ragione racconta mezze verità), è comunque gestito da giornalisti di un certo livello, gli altri due sono quasi sempre alla ricerca dello scoop e dell’ascolto.

Ci sono infatti due recenti notizie, una di “Striscia” e una dei “Men in Black de noantri”.

Quella del telegiornale “satirico” di Canale 5 non voglio neanche commentarla, mi sembra una mera ricerca del sensazionalismo (ingresso non autorizzato a Linate con accesso alla pista), mentre quella delle Iene è abbastanza grave.

Secondo loro, in Abruzzo sarebbe in corso un esperimento nucleare segreto capace di mettere a rischio l’intero territorio. Secondo il servizio, dalle viscere del Gran Sasso, dove nel 1982 è stato costruito l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il più grande laboratorio sotterraneo del mondo, potrebbe arrivare la minaccia nucleare. L’inviata de “Le Iene” spiega come la cima più alta dell’Appennino ospiti anche una delle sorgenti d’acqua più pure d’Europa, che offre da bere a mezzo Abruzzo, ed è proprio in queste acque si trovano i laboratori dove molto spesso si fanno esperimenti utilizzando sostanze nocive. L’ultimo in programma, e secondo i comitati locali tenuto nascosto per la sua pericolosità, è il Sox.

A quel punto, vista la quantità di “imprecisioni” dell’articolo, che non riporto, l’Istituto ha dovuto diffondere una nota, che invece riporto integralmente.

Il servizio delle Iene andato in onda ieri sera contiene numerose falsità e poche verità presentate in modo parziale e fazioso. Cercheremo quindi di fare chiarezza su alcuni punti che destano preoccupazione in lei come in molte altre persone che abitano il territorio.

I Laboratori Nazionali Del Gran Sasso – INFN hanno a cuore la sicurezza dell’acqua del Gran Sasso. La sicurezza dell’acqua in particolare, e dell’ambiente in generale, è una condizione necessaria ai Laboratori per svolgere le proprie attività di ricerca. Soprattutto perché i nostri Laboratori sono parte del territorio abruzzese: molti nostri ricercatori e molte delle persone che vi lavorano sono abruzzesi, vivono nel territorio e bevono l’acqua che esce dai loro rubinetti. E l’INFN pone la massima attenzione al rispetto della legge: tutto è fatto nel rispetto delle norme e con le autorizzazioni necessarie. Quindi anche nel caso del nuovo esperimento SOX si è seguito rigorosamente l’iter di legge. L’autorizzazione all’impiego è stata ottenuta da Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero della Salute, Ministero dell’Ambiente, Ministero del Lavoro, Ministero dell’Interno (Protezione Civile) e di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

SOX non è un esperimento nucleare che prevede la manipolazione di atomi, come accade per esempio in una centrale nucleare, ma un esperimento scientifico che usa una sorgente radioattiva sigillata, come quelle che vengono usate, sia pure con una diversa potenza e differenti finalità, negli ospedali delle nostre città per eseguire esami diagnostici e terapie. SOX è infatti un esperimento per lo studio dei neutrini che utilizza 40 grammi di polvere di Cerio 144. Il Cerio 144 produce decadimenti radioattivi spontanei, non reazioni nucleari di fissione. SOX quindi non ha niente a che vedere con un reattore nucleare, non può esplodere, neppure a seguito di azioni deliberate, errori umani o calamità naturali. (Per saperne di più: https://www.lngs.infn.it/it/borexino)

Per garantire lo svolgimento in assoluta sicurezza dell’esperimento, senza nessun rischio per le persone e per l’ambiente, il Cerio 144, è isolato e totalmente schermato. La polvere di Cerio è chiusa e sigillata in una doppia capsula di acciaio, che a sua volta viene poi chiusa all’interno di un contenitore di tungsteno dello spessore di 19 centimetri, del peso di 2,4 tonnellate, realizzato appositamente per SOX con requisiti più alti rispetto agli standard di sicurezza richiesti, e in grado di resistere fino a 1700 °C. La sorgente rimarrà chiusa sotto chiave nel suo alloggiamento inaccessibile, per l’intera durata dell’esperimento, cioè 18 mesi. Il contenitore di tungsteno è indistruttibile: è resistente a impatto, incendio, allagamento e terremoto, secondo studi rigorosi che sono stati svolti come previsto dalla legge e verificati dalle autorità competenti. Quindi, tutti i rischi citati durante la trasmissione, dal terremoto all’atto terroristico, non sono realistici.

SOX, dunque, non rappresenta in alcun modo un rischio, né per la popolazione né per l’ambiente: non implica nessuna dose radioattiva per nessuno, e naturalmente neanche per le persone che lavorano nei laboratori, la dispersione del Cerio è impossibile anche in caso di incidente, la sorgente sarà sempre sorvegliata 24h/24 dal personale che di norma svolge l’attività di sorveglianza nei Laboratori.

Il problema che io ritengo veramente grave è che non solo questo sensazionalismo ha dato adito a un tamtam di notizie catastrofiche di ciò che potrebbe accadere, ma che la giunta della Regione Abruzzo, senza informarsi da alcuno scienziato, ma solo in base a quanto asserito dal servizio, ha intimato lo stop all’esperimento.

Ma perché affidare il giornalismo a mani inesperte e ignoranti? Possibile che non ci sia nessuno, in un’intera redazione, che non conosca la differenza tra decadimento radioattivo e fissione nucleare? Come si fa a pensare che Ricerca Nucleare e Centrale Nucleare possano avere lo stesso significato? È come se si pensasse che l’Olio Vergine è prodotto da olive che non si sono mai accoppiate!

Paradossalmente, però, la scuola italiana è stata sempre fra le migliori del mondo, soprattutto per chi voleva dedicarsi alla scienza. Non per caso giovani italiani brillano in tutti i migliori centri di ricerca del mondo.

Perché abbiamo una cosa che pochi altri paesi al mondo hanno: la cultura umanistica. Studiare Omero, Hegel e Leonardo offriva (perché le cose stanno velocemente cambiando anche lì) a chi poi si dedicava a studi scientifici uno strumento di pensiero più acuminato che passare ore a calcolare, come fanno gli studenti delle scuole scientifiche di punta del nord Europa.

Ovviamente ciò non significa che per essere un ottimo scienziato sia obbligatorio passare per il Liceo italiano, però io credo che sia un aiuto. Mi è capitato a volte di dovermi confrontare su argomenti non prettamente umanistici con persone di formazione molto differente.

Certo, puoi non sapere chi sia Ovidio e avere delle ottime capacità di pensiero, critico o analitico. Ma la visione di insieme unita alla capacità di prevedere e individuare problemi e poi saperli risolvere è chiaramente una cosa tutta italiana, grazie proprio a quel substrato culturale classico.

Purtroppo però, questo substrato non ha la sua controparte scientifica. E nelle scuole la scienza è drammaticamente carente. Come lo è nella società.

L’Italia resta pericolosamente un paese di profonda incultura scientifica, sia confrontato con gli altri paesi europei, dove la scienza è rispettata profondamente, come non lo è da noi, sia forse ancor più confrontato con i paesi emergenti, che vedono nella cultura scientifica la chiave del loro sviluppo.

In Italia, quando si dice la parola “cultura” si pensa a libri, opere liriche e a quadri. Ma quella è in realtà solo una parte. La cultura è l’intero sapere e gli strumenti concettuali di cui si dispone.

Se aziende italiane vendono dappertutto nel mondo, disegnatori italiani guidano lo stile del pianeta, se l’Italia è fra le dieci potenze economiche del mondo, è perché, nonostante la nostra caratteriale auto-disistima, siamo un popolo colto e intelligente. Ma l’incultura scientifica del paese è una nostra debolezza.

E mentre i paesi in via di sviluppo investono in ricerca scientifica e migliorano le università, noi le chiudiamo o affidiamo il compito di riformarle a persone senza cultura. Siamo forse l’unico paese tra quelli industrializzati ad avere un ministro dell’istruzione non laureato, quando poi magari per fare il concorso per bidello richiedono il titolo di studio…

Se pensiamo che la scienza moderna è nata in Italia, nel Rinascimento, grazie ad un uomo di una cultura immensa (non solo scientifica), Galileo Galilei, capiamo da dove veniamo. Le conoscenze che ci permettono di avere la “risonanza magnetica” (da cui però è stata tolta la parola “nucleare”, per non intimorire…) e tutte le scoperte scientifiche che ci permettono di vivere di più e meglio rispetto al passato vengono tutte da quella persona che visse quattrocento anni fa.

Sarebbe bello se in Italia fossimo orgogliosi anche di Galileo, non solo di Caravaggio. Mi piacerebbe che l’Italia si allontanasse dall’idea che la cultura sia solo arte antica, o culto sterile del proprio passato; che l’Italia desse alla cultura e alla cultura scientifica in particolare la dignità che deve avere nella formazione di una persona.

Ma per farlo, servirà un nuovo Copernico che tolga dal centro la visione attuale che abbiamo del passato per sostituirla con una che ci renda finalmente “acculturati”, e quindi liberi.

Facebook ci fa o ci è?

Altro che neutralità: il social network di Zuckerberg si è trasformato in un potente strumento per l’isolamento sociale.

I recenti mesi sono stati dominati dalla discussione sul ruolo – attivo o passivo – avuto da Facebook nelle elezioni americane, e non solo.

A fine settembre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha twittato il suo j’accuse (“Facebook è sempre stato anti-Trump”), che seguiva di pochi giorni l’annuncio di Mark Zuckerberg riguardo le elezioni in Germania: “Abbiamo lavorato per assicurare la solidità delle elezioni tedesche di questo fine settimana”.

È soprattutto quest’ultima affermazione a meritare la nostra attenzione: come ha scritto Max Read sul New York Magazine, nessuna azienda privata – nessuna Disney, Nestlé, Volkswagen, Shell o IBM – si è mai dovuta occupare della tenuta democratica di un paese occidentale; non è questione di fatturati o influenze politiche: semplicemente, fino a prima di Facebook, un’azienda, per quanto ricca e potente, aveva altre funzioni e priorità.

A rendere Facebook diversa, anche rispetto giganti suoi simili come Google o Amazon, è il suo rapporto con i dati e le informazioni. Con i suoi due miliardi di utenti, le persone accomunate dall’utilizzo di Facebook sono seconde, come numero, soltanto da quelle accomunate dall’essere cristiane. Basta questo, nota Read, a rendere l’idea dei nuovi rischi legati all’azienda.

È possibile usare Facebook per confrontarsi con chi la pensa diversamente o è solo una caccia al like?

Facebook, infatti, non vende oggetti – come Apple, IBM, Huawei o Ford – ma appartiene a quel gruppo d’aziende à la Google che basano il loro business sull’accumulo e la vendita di dati personali.

A differenza di Google, però, è anche il luogo dove due miliardi di persone leggono aggiornamenti sui loro amici e notizie da tutto il mondo. È una piattaforma regolata da un complicato e rigidissimo algoritmo, una meraviglia digitale che Zuckerberg usa come prova della sua neutralità, scrivendo: “Entrambe le parti [politiche, in riferimento alle elezioni Usa del 2016, nda] se la prendono con contenuti e idee che non gli piacciono. Ecco cosa vuol dire amministrare una piattaforma aperta tutti”.

Non è così, anzi: è l’algoritmo stesso a minare alla radici la speranza di una piattaforma davvero neutrale.

Lo chiamano gaming the algorithm e non significa “giocare” con l’algoritmo, ma studiarlo e capirlo appieno al fine di usarlo a proprio favore.

Tale “gioco”, però, è morboso, si basa sui punti deboli di un sistema e permette spesso di trasformare un meccanismo sofisticato in un’arma.

Nel momento in cui il governo americano si trova costretto a indagare riguardo gli annunci pubblicitari su Facebook acquistati da personaggi vicini al Cremlino, e indirizzati a nicchie d’utenti ritenute “interessanti” a livello politico, è chiaro che siamo già molto lontani dalla neutralità percepita da Zuckerberg.

Il quale si complimenta per il fatto di aver ricevuto critiche sia da destra che da sinistra, come se ciò fosse sinonimo di super partes.

Capire Facebook è difficile, ma qui dobbiamo concentrarci su solo uno dei suoi prodotti, il News Feed. Come scrive Alexis Madrigal sull’Atlantic, si tratta di “uno dei prodotti di maggior successo di tutti i tempi. La gente spende ore e ore su Facebook proprio perché il News Feed le mostra le cose con cui vuole interagire”.

È il problema, potremmo dire, della “radicalizzazione da filter bubble”: siccome Facebook sa che un liberal potrebbe reagire male a un contenuto di destra, allora l’algoritmo ha cura di capire chi sono i suoi utenti, e dà loro ciò che vogliono.

Contenuti di destra per chi è di destra, di sinistra per chi è di sinistra; allo scopo di rendere l’esperienza su Facebook il più rassicurante e piacevole possibile e incentivarne l’uso e la permanenza.

Il grafico mostra come la diversità dei contenuti politici postati su Facebook diminuisca mano a mano che intervengono le varie funzioni di filtro.

È in questa reiterazione che si nasconde il pericolo dell’isolamento politico, la creazione di una realtà parallela in cui, per esempio, il sito complottista InfoWars ha lo spazio che nel mondo reale avrebbe la CNN o la BBC.

Allo stesso modo, un giovane liberal che posta contenuti su Bernie Sanders potrebbe ritrovarsi a osservare l’attualità attraverso la lente di un gruppo Facebook come Occupy Democrats, a sua volta isolandosi e generando sul suo feed un loop d’opinioni tutte conformi alle sue.

Il fatto che sia la destra che la sinistra ricevano lo stesso trattamento da parte del News Feed è ciò su cui si basa l’assurda percezione di neutralità di Zuckerberg.

Il Fondatore, insomma, confonde “non sono né di destra né di sinistra” con “non ho nessuna capacità di influenzare il dibattito pubblico”.

Un errore piuttosto ingenuo, che si sbriciola sotto il peso delle prove fornite dalla stessa azienda. Facebook, per esempio, ha spinto due milioni di cittadini statunitensi a registrarsi per il voto alle scorse elezioni e a quella britanniche: basta un banner, un promemoria e un link al posto giusto per il gigante a muovere masse di persone che i partiti storici non riuscirebbero mai a richiamare.

Infine, e questo è un esempio del potere emozionale ancor prima che politico del social network, nel 2014 il social network ha pubblicato i risultati di alcuni “esperimenti” portati avanti nel 2012 su 700mila utenti, i quali venivano bersagliati con post positivi o negativi, per registrarne le conseguenze emozionali.

Seguì un polverone e una serie di accuse al gigante, che si disse “dispiaciuto” ma anche sorpreso dalle reazioni contrariate a questi esperimenti. Ed è forse questo a dover preoccuparci di più: non tanto le capacità vere o presunte di Facebook quanto il distacco emotivo di un colosso da due miliardi di iscritti.

Pietro Minto

Contratto con gli italiani

Bozza di contratto di lavoro 2018 per tutte le categorie.

  1. GIORNI DI MALATTIA
    Non sarà più accettato il certificato medico come giustificazione di malattia.
    Se si riesce ad andare dal dottore si può benissimo andare anche al lavoro.
  2. GIORNI LIBERI E DI FERIE
    Ogni impiegato riceverà 104 giorni liberi all’anno. Si chiamano sabati e domeniche.
  3. BAGNO
    La nuova normativa prevede un massimo di 3 minuti per le necessità personali.
    Dopo suonerà un allarme, si aprirà la porta e verrà scattata una fotografia.
    Dopo il secondo ritardo in bagno, la foto verrà esposta in bacheca.
  4. PAUSA PRANZO
    4.1 – Gli impiegati magri riceveranno 30 minuti, perché hanno bisogno di mangiare di più per ingrassare.
    4.2 – Quelli normali riceveranno 15 minuti, per fare un pasto equilibrato e rimanere in forma.
    4.3 – Quelli in sovrappeso riceveranno 5 minuti, che sono più che sufficienti per uno slimfast.
  5. AUMENTI
    Gli aumenti di stipendio vengono correlati all’abbigliamento del lavoratore:
    5.1 – Se si veste con scarpe Prada da euro 350,00 o borsa Gucci da euro 600,00, si presume che il lavoratore stia bene economicamente e quindi non abbia bisogno di un aumento.
    5.2 – Se si veste troppo poveramente, si presume che il lavoratore debba imparare ad amministrare meglio le sue finanze e quindi non sarà concesso l’aumento.
    5.3 – Se si veste normalmente vuol dire che il lavoratore ha una retribuzione sufficiente e quindi non sarà concesso l’aumento.
  6. PAUSA CAFFE’
    Le macchine erogatrici di caffè/the saranno abolite.
    Ai lavoratori che lo richiederanno, all’inizio dell’orario di lavoro sarà messa
    sulla scrivania una tazzina piena di buon caffè/the caldo che potranno bersi durante la pausa comodamente seduti sulle loro sedie senza alzarsi e perdere tempo a raggiungere il distributore. Per chi volesse anche uno snack (ingordi) vi preghiamo tornare al punto 4.
  7. STRAORDINARI
    Gli straordinari non saranno piu’ pagati… se decidete di restare in ufficio oltre l’orario di lavoro significa che non avete altro da fare a casa quindi dovreste solo ringraziarci, se non ci fossimo noi vi annoiereste fuori di qui.

Vi ringraziamo per l’attenzione e Buon lavoro!

P.S. – Se avete letto questo testo in orario di lavoro vi verranno trattenuti 10 minuti di stipendio.