Vedi Napoli e poi vivi…

Nel 1972, cosa che ho già raccontato su queste pagine, la mia famiglia si trasferì dalla natia Taranto a Pomigliano d’Arco, comune della città metropolitana di Napoli, in Campania, di circa 40.000 abitanti, famoso soprattutto per avere nel suo territorio lo stabilimento Gian Battista Vico della Fiat (allora Alfasud, dell’Alfa Romeo), lo stabilimento dell’Alenia Aermacchi (ex Aeritalia) e quello dell’Avio (ex Fiat, ora General Electric), oltre ad aver ospitato negli anni sessanta il primo aeroporto della Campania.

Ci sono mille episodi che ci hanno riguardati, soprattutto nel primo periodo, perché in quegli anni non c’era il web e il telegiornale si guardava una volta al giorno (come i cartoni animati, per noi piccoli), quindi chi si spostava dal proprio luogo di nascita ad un altro paese, ancorché abbastanza vicino (Taranto e Napoli sono più o meno a 300 km di distanza), entrava in un tessuto culturale e sociale completamente diverso dal proprio e lo shock a volte era foriero di forti imbarazzi.

Un episodio che mia madre ricorda spesso riguarda la donna delle pulizie, che quando arrivava al mattino, chiudeva tutte le tapparelle e alla domanda del perché lo facesse, rispondeva: “me metto scuorno”, con successiva telefonata di mia madre a mio padre per chiedere cosa avesse detto la tizia (la frase vuol dire “provo vergogna”).

Imparammo piano piano un sacco di vocaboli e di modi di dire e dopo 45 anni, pur avendoci io vissuto in pianta stabile solo per 12 anni, posso dire che il napoletano, dopo l’italiano, è la mia seconda lingua.

Già, lingua, e non dialetto. Addirittura l’UNESCO ha dichiarato che è una lingua da preservare e da tutelare, essendo parlata da quasi 11 milioni di persone.

La letteratura napoletana va considerata nelle diverse fasi del suo sviluppo. Napoli, capitale del Regno aragonese, produsse una fioritura letteraria che considerava il napoletano come lingua nazionale, perciò essa rispecchiava la lingua, la storia e i costumi di una nazione pienamente autonoma.

Successivamente, soprattutto quando Napoli fu nel periodo di maggiore splendore culturale, perché era capitale di un Regno illuminato e florido (periodo in cui questa capitale fu detta la Dominante a giusto diritto), sopravvisse, parallelamente alla cultura in lingua italiana e francese, una letteratura napoletana, coltivata per amor di patria da intellettuali e studiosi.

Quando Napoli diventò una provincia del Regno d’Italia (1861), il napoletano assume la vera e propria veste di dialetto, subordinato rispetto all’italiano ma, date le condizioni di generale analfabetismo dell’epoca, unica lingua utilizzata dal popolo: chi voleva perciò rivolgersi alla gente comune o esprimerne i sentimenti e le abitudini doveva usare il dialetto. Da allora fu relegata al rango di produzione dialettale e locale anche la precedente produzione in lingua napoletana.

Occorre ancora tenere presente che nella letteratura napoletana assunsero particolare consistenza i due filoni, che in italiano vengono unificati nel termine “popolare” ma giustamente sono in inglese sdoppiati in folk e popular. Per intenderci, è folk quello che concerne la lingua e i costumi di un popolo; è popolare quello che interessa tutto il popolo. Per esempio, ’O sole mio è una canzone popolare-popular, mentre Cicerenella è una canzone popolare-folk. Con questa premessa si può comprendere come mai il popular del dialetto napoletano trovò sin dal ’600 grandi espressioni nel campo musicale, che poi conobbero l’acme nella fioritura di fine ’800 con i versi di Di Giacomo e Russo, che si rifecero (ed in un certo senso lo fecero sopravvivere) al folk.

Ma all’inizio del ’900 si ebbe una grande anomalia, perché in tutto il mondo venivano cantate le canzoni napoletane, ma gli autori (Bovio, E.A.Mario, autore della Leggenda del Piave e di moltissime canzoni di successo) erano misconosciuti al mondo letterario. Eppure i sentimenti di quei poeti trovavano espressione in diverse lingue, perché per le canzoni di maggiore successo gli editori allegavano, affianco al testo napoletano, la traduzione in lingua straniera e talvolta anche quella in lingua italiana. Era un poco la tecnica che fu usata in cinematografia, quando all’estero gli italiani mandavano film già doppiati nella lingua delle nazioni che li dovevano ricevere mentre i film stranieri venivano doppiati a Roma. Vi è solo da aggiungere che le traduzioni effettuate a Napoli erano pedisseque, senza alcun tentativo di rendere in lingua estera la poesia che i versi originali esprimevano, limitandosi ad una traduzione elementare del concetto espresso.

I versi delle canzoni attuali (stando la diffusa conoscenza delle lingue e di qualche lingua in particolare) vengono eseguiti in lingua originale, anche se non mancano traduzioni che però, quando vengono effettuate, gareggiano con gli originali. In questo periodo il folk diventò addirittura un sottoprodotto del dialetto ed evitato, come volgare, se non indecente. Fu riscoperto solo nella seconda metà del secolo XX ad opera soprattutto di De Simone, che creò ad hoc una compagnia di canto popolare.

Salvatore di Giacomo resta, su tutti, il vero cantore dell’anima napoletana, da lui a lungo cantata e descritta in liriche, drammi e novelle che poi rimasero come perpetue oleografie di quel mondo anche molto tempo dopo che quel mondo scomparve. Nella corrente verista egli si riconobbe: fu amico del Verga, si occupò della storia dei vicoli malfamati di Napoli, della malavita, degli ospedali, delle bettole e delle prostitute. Amò definirsi: “verista sentimentale”. Nella sua produzione è tuttavia abbastanza facile riconoscere le tracce della poesia latina, greca e tedesca, che egli ben conosceva ed amava.

Com’è noto, Napoli fu fondata dagli antichi greci, nel VI secolo A.C. E quella greca è una matrice che si ritrova ancora oggi in molti vocaboli. Pazziare, ad esempio, che in Italiano vuol dire giocare, deriva dal greco “παίζουν, paìzun (giocare)”. E pacchero, che vuol dire schiaffo, deriva dal greco “πάσα χείρ, pasa cheir (a tutta mano)”. Profonda è stata poi l’influenza del latino (nel 326 a.C la città diventò una colonia dell’impero Romano), la lingua parlata dai napoletani fino al 1200 circa. Dal termine latino “intras acta”, ad esempio, deriva la parola napoletana intrasatta (improvviso). Ed è proprio nel XIII secolo che il dialetto napoletano (così come anche gli altri della penisola italica) comincia a prendere forma. Le successive dominazioni hanno poi fatto il resto. Ajére, che in italiano vuol dire ieri, deriva dallo spagnolo “ayer”. Canzo, che vuol dire tempo (a Napoli si dice “damme ‘o canzo”, cioè dammi il tempo), deriva dal francese “chance”. La parola tamarro (zotico), deriva invece dall’arabo “al-tamar” (mercante di datteri). Di origine inglese è poi nippolo (pallina di lana): deriva da “nipple”.

Nelle sue svariate varianti, il napoletano viene parlato in una buona parte del sud Italia: Campania soprattutto, ma anche Abruzzo, Lazio meridionale, Molise e nelle parti alte della Puglia e della Calabria. Ma quante persone parlano il napoletano? La stima, come accennavo, è di una popolazione di circa 11 milioni di persone. Questa cifra, che già colloca il napoletano al posto numero 77 delle lingue più parlate del mondo (prima di idiomi come lo Svedese, il Bulgaro e il Ceco), non tiene però conto degli emigranti sparsi nel mondo: Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Belgio, Francia e Portogallo. Molti termini napoletani sono poi divenuti universali, conosciuti in ogni angolo della terra abitato; e questo grazie, soprattutto, alla canzone classica napoletana.

Le regole del napoletano riguardano tutti quegli aspetti che normalmente caratterizzano un qualsivoglia idioma: la pronuncia, l’ortografia, le vocali, le consonanti, sostantivi, articoli, verbi, etc. Sarebbe ovviamente impossibile sviscerarle tutte. Ci vorrebbe un intero corso.

Una regola molto comune e semplice da ricordare è però quella della scomparsa delle vocali alla fine delle parole: molte parole in napoletano si formano infatti eliminando dalla corrispondente parola italiana l’ultima vocale; divertentissima è la scena del ristorante nel famoso film Benvenuti al sud, quella dove Mattia (Alessandro Siani) dà lezioni di napoletano al suo capo ufficio Milanese (Claudio Bisio).

Ovviamente non è sempre così semplice, anzi (così come non è che semplicemente aggiungendo una “s” finale ad una parola italiana si forma l’equivalente spagnola). Molti termini napoletani, infatti, non hanno nemmeno un corrispettivo italiano, essendo esse legate profondamente alla cultura e la storia del posto: come la parola friarielli. I friarielli sono le infiorescenze appena sviluppate della cima di rapa che i napoletani, per necessità, impararono a mangiare fritte nell’olio. A proposito, oggi a Napoli i friarielli si cucinano soprattutto con la salsiccia di maiale: anzi è quasi un obbligo; provate a chiedere a un napoletano come sono “sasicce e friarielli”, vi dirà che è uno dei piatti più buoni dell’universo.

E poi c’è il gesto. Il gesto nel vernacolo partenopeo diventa un completamento della parola, spesso addirittura indispensabile per esprimere appieno il concetto voluto; secondo uno studio fatto a livello mondiale dell’antropologo inglese Desmond John Morris (n. 1928), il popolo napoletano è quello che possiede il repertorio più ricco e complesso di gesti nella comunicazione non verbale.

Il napoletano è una lingua che ha le sue regole grammaticali fisse anche in altre locuzioni che in italiano non esistono. Vediamo qualche esempio.

Innanzitutto bisogna sapere che in napoletano ci sono delle parole che devono assolutamente essere ripetute due volte altrimenti non si riesce a dare il giusto senso alla frase.

  • Lentamente = chian’ chian’;
  • adagio (che è molto simile) = cuonc’ cuonc’;
  • Completamente = san’ san’;
  • Meticolosamente = pil’ pil’;
  • Disteso = luong’ luong’;
  • All’ultimo momento= ‘ngann’ ‘ngann’;
  • Di nascosto= aumm’ aumm’.

Poi ci sono gli avverbi di tempo:

  • Adesso= mo’; In questo momento = mo’ mo’;
  • Allora= tann’; In quel momento = tann’ tann’.

Poi ci sono le iniziali di parole che cambiano (le parole inizianti per “p” diventano “ch”):

  • Piove= chiove;
  • Piangere= chiagnere;
  • Piombo= chiumm’.

Le parole inizianti con la “g” perdono la g:

  • Giorno = iuorn’;
  • Gatta = iatt’;
  • Genero = ienn’r.

Ma la difficoltà maggiore riguarda le parole inizianti per “s” che in napoletano prendono la n apostrofata:

  • Sporco = ‘nzvat’;
  • Sposato = ‘nzurat’;
  • Sopra = ‘ngopp’;
  • Sugna = ‘nzogn’.

Poi c’è da dire che il napoletano ha una capacità di sintesi eccezionale, a volte una sola parola riesce a sintetizzare concetti che in italiano sono lunghissimi:

La lettera “e” da sola significa “devi”:

  • La devi smettere = L’e a fernì.

La lettera “i” da sola significa “andare”:

  • Ce ne vogliamo andare = Ce ne vulimm’ ì.

Oppure ad esempio:

Scoprire frequentazioni comuni dopo un lungo periodo di tempo = Ascì a parient’;

Cercare di convincere una persona a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe mai fatto = Abbabbià;

Congegno elettronico mal funzionante = Chiuov’;

Parlare direttamente di una persona della quale non si vuole dire esplicitamente il nome = L’amico Friz.

Ma la difficoltà maggiore la riscontriamo negli aggettivi possessivi mio, tuo e suo: in napoletano si mette solo l’iniziale alla fine della parola, come in:

  • Mio padre = pat’m
  • Tuo padre = pat’t
  • Ma attenzione! Suo padre non è pat’s ma è ‘o pat’ e chill’… è irregolare!

Ma c’è una cosa del napoletano che esiste solo in napoletano. Il verbo ecco.

In italiano la parola “ecco” è un avverbio presentativo o un’interiezione. Gli avverbi presentativi sono avverbi usati per presentare, indicare, mostrare, annunciare un evento. L’unico avverbio di questo tipo usato nell’italiano contemporaneo è ecco. In genere serve a richiamare l’attenzione su cosa che contemporaneamente si addita o si mostra, o a sottolineare un fatto, un avvenimento, oppure a indicare persona o cosa che appaia improvvisamente.

Ma in napoletano no, è molto più di questo. Vediamolo.

 La parola “ecco” si coniuga come un verbo a seconda della posizione della persona, se sta vicina o lontana, o a seconda se è singolare o plurale:

Oiccann’ = eccolo qua;

Oilloc’ = eccolo là;

Oillann’ = eccolo laggiù;

‘E biccann’ = eccoli qua;

‘E billoc’ = eccoli là;

‘E billann’ = eccoli laggiù.

E quando ci incontreremo, non vi preoccupate se vi accolgo con un “Oillòc!”, è perchè sono contento di vedervi!

Un arduo pendìo

A volte, usando i mezzi pubblici, ci si rende conto di quanto lo spostamento delle persone sia un bel problema. Basta un contrattempo, come uno zaino dimenticato nello scompartimento, e migliaia di persone sono costrette a cambiare mezzo di trasporto, con tutto quel che ne consegue. Lo ha pensato anche l’ideatore di un sito, TRAVIC, che vuol dire TRAffic VIsualization Client (Client per la visualizzazione del traffico), che fornisce la visualizzazione dei movimenti dei dati di transito pubblicati dalle agenzie di trasporto provenienti da tutto il mondo praticamente in tempo reale. È bellissimo (de gustibus, ovviamente), guardatelo.

Un po’ di tempo fa ho parlato di sovrappopolazione riportando un vecchio articolo di Isaac Asimov in “Il futuro dell’umanità” e aggiungendovi poche considerazioni personali. Prendendo spunto da quello che scrisse il noto scienziato russo-americano, vorrei riaffrontare l’argomento.

Il Libro della Genesi (ebraico בראשית bereshìt, “in principio”, dall’incipit; greco Γένεσις ghènesis, “nascita”, “creazione”, “origine”; latino Genesis), comunemente citato come Genesi (femminile), è il primo libro della Torah del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana. Inizia così: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque.”

Poi ad un certo punto dice: “Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove”.

L’uomo, inteso come umanità nel suo complesso, ha preso molto sul serio quelle parole. Guardiamo un po’ di numeri.

Appena due secoli fa “festeggiavamo” il primo miliardo. Da allora, il progresso, la tecnologia e la scienza medica hanno fatto aumentare la qualità e le aspettative di vita, aumentando in modo quasi esponenziale il numero di abitanti sulla Terra: 1,6 miliardi nel 1900, 2,5 miliardi nel 1950, 4 miliardi nel 1974, 6 miliardi nel 1999 e 7,5 miliardi oggi. Praticamente, da quando è nata la mia generazione (sono del ’68) la popolazione mondiale è quasi raddoppiata.

In effetti, anche se la popolazione mondiale è aumentata, la velocità con cui aumenta, detta “tasso di crescita”, si è quasi dimezzato rispetto al massimo raggiunto nel 1964. Nonostante questo, nel 2100 i nostri nipoti saranno quasi 10 miliardi. Guardiamo le tabelle, nelle quali ovviamente le date future sono stime, in questo caso realizzate dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA dal vecchio nome inglese United Nations Fund for Population Activities).

Popolazione

Anni trascorsi

Anno

Miliardi

1800 1
127 1927 2
33 1960 3
14 1974 4
13 1987 5
12 1999 6
12 2011 7
14 2025* 8
18 2043* 9
40 2083* 10

Diminuzione tasso di crescita

Il progresso ha certamente migliorato le condizioni di vita, aumentando la durata della vita media, ma ha anche aumentato il fabbisogno di energia pro-capite. Le emissioni di anidride carbonica sono passate da 3,1 tonnellate equivalenti del 1960 a 5 tonnellate del 2013. Vediamo che significano queste parole che ho appena scritto.

L’anidride carbonica è un gas che si forma nei processi di combustione, dall’unione del carbonio contenuto nei combustibili con 2 atomi di ossigeno presenti nell’aria (la formula chimica è CO2). La produzione in eccesso di anidride carbonica comporta dei danni ambientali in quanto mette in pericolo l’esistenza dell’ozono, uno strato gassoso presente nell’atmosfera che protegge la terra dall’azione nociva dei raggi ultravioletti UV-C provenienti dal sole. Un altro effetto della presenza in eccesso di anidride carbonica è il surriscaldamento climatico (in inglese, “global warming”): durante il giorno la superficie terrestre accumula il calore irraggiato dal sole; nelle ore notturne il calore viene disperso nello spazio. L’eccessiva concentrazione di anidride nell’aria forma invece, una sorta di cappa che impedisce l’espulsione del calore assorbito dalla terra nelle ore diurne.

Le emissioni di CO2 (produzione di anidride carbonica) in eccesso sono una conseguenza dell’attività industriale tipica dei paesi sviluppati: per produrre energia le industrie ricorrono alla combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio). Anche la deforestazione incontrollata è pericolosa per il nostro ecosistema in quanto gli alberi assorbono anidride carbonica e rilasciano nell’atmosfera ossigeno. Tutti noi produciamo anidride carbonica, sia attraverso la nostra respirazione (quantità ininfluente e non dannosa per l’ambiente) sia attraverso i nostri consumi quotidiani:

  • Tenere una lampadina accesa per 4 ore produce 0,2 kg di CO2;
  • Fare una doccia significa espellere nell’aria 1 kg di CO2;
  • Fare un lavaggio in lavastoviglie equivale a farsi una doccia, 1 kg di CO2 nell’aria;
  • Tenere un freezer in attività significa generare 40 gr di CO2 all’ora;
  • Percorrere 10 km con un’auto a benzina (13 km con 1 litro) equivale ad emettere 2 kg di anidride carbonica;
  • Riscaldare un appartamento di 60 m2 contribuisce ad emissioni pari a 20 kg al giorno.

E cos’è la “tonnellata equivalente”? È un’unità di misura che permette di pesare insieme emissioni di gas serra diversi con differenti effetti climalteranti. Ad esempio una tonnellata di metano che ha un potenziale climalterante 21 volte superiore rispetto alla CO2, viene contabilizzata come 21 tonnellate di CO2 equivalente. In questo modo è possibile paragonare tra di loro gas diversi, quando si considera il loro contributo all’effetto serra. Maggiore è il GWP, maggiore il contributo all’effetto serra.

Un’altra definizione! Non ce la posso fare!

Il Global Warming Potential (GWP, in italiano “potenziale di riscaldamento globale”) esprime il contributo all’effetto serra di un gas serra relativamente all’effetto della CO2, il cui potenziale di riferimento è pari a 1. Ogni valore di GWP è calcolato per uno specifico intervallo di tempo (in genere 20, 100 o 500 anni).

I potenziali climalteranti dei vari gas (GWP) sono stati elaborati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Le tonnellate equivalenti si calcolano facendo il prodotto delle tonnellate di gas nell’impianto e il suo GWP.

Torniamo all’uomo e alle sue attività.

Avere più auto, più smartphone e più climatizzatori comporta ovviamente una richiesta di energia maggiore. Ovviamente non tutti i paesi del mondo viaggiano alla stessa velocità, basta pensare che gli U.S.A. producono il 22% delle emissioni totali nel mondo (tra gli altri, la Cina il 18%, l’Unione Europea il 14% e la Russia il 6%). Cosa accadrebbe se tutti adottassero lo stile di vita di queste quattro macroregioni, che da sole producono il 60% dell’inquinamento totale?

Ovviamente numero di abitanti e inquinamento sono quasi sempre correlati, tant’è vero che in alcuni stati, come la Cina, è stata adottata in passato la cosiddetta “politica del figlio unico”, politica di controllo delle nascite attuata dal governo nell’ambito della pianificazione familiare per contrastare il fortissimo incremento demografico del paese, poi abolita nel 2013.

Il dibattito sul controllo delle nascite ha una sua storia.

Thomas Robert Malthus nacque a Rookery, presso Guilford, nel Surrey, in Inghilterra, il 13 febbraio del 1766. Settimo figlio di Henrietta Catherine Graham e di Daniel Malthus, nacque in una famiglia benestante. Suo padre Daniel era un amico personale del filosofo David Hume e aveva contatti con Jean-Jacques Rousseau.

Il giovane Malthus fu educato a casa fino alla sua ammissione al Jesus College (Cambridge) nel 1784. Lì studiò molte materie e vinse premi in declamazione inglese, latina e greca. Si laureò nel 1791 e nel 1797 fu ordinato pastore anglicano.

Osservando le colonie del New England, dove la disponibilità “illimitata” di terra fertile forniva lo scenario ideale per indagare il rapporto tra risorse naturali e demografia, Malthus teorizzò che popolazione umana e disponibilità delle risorse seguano modelli di progressione differenti: geometrica la prima, aritmetica la seconda. Un maggior numero di esseri umani si traduce, proporzionalmente, in una minore disponibilità di risorse per sfamarli. Qualora i mezzi di sussistenza non siano illimitati, scriveva il reverendo, si sarebbero periodicamente verificate carestie con conseguenti guerre ed epidemie.

Convinto di aver individuato una legge naturale, Malthus propose che il governo abolisse i sussidi alle classi più povere, invitasse i giovani a ritardare l’età del matrimonio e si sforzasse di diffondere tra gli strati sociali meno abbienti la coscienza del danno che una prole numerosa recava alle famiglie e all’intera comunità. I rapidi progressi del settore agronomico sconfessarono già nel corso del XIX secolo il suo impopolare principio, che tuttavia ebbe un’influenza decisiva sia su Charles Darwin che su Alfred Wallace nella formulazione della teoria dell’evoluzione. Tuttavia, l’idea malthusiana che i ricchi siano minacciati dalle masse di poveri ha proiettato un’ombra cupa che si allunga fino a oggi.

Negli anni Sessanta la Banca Mondiale e le Nazioni Unite incominciarono a concentrarsi sull’esplosione demografica del cosiddetto Terzo Mondo, ritenendola la principale causa del degrado ambientale, del sottosviluppo economico e dell’instabilità politica di questi paesi. Alcune nazioni industrializzate quali Giappone, Svezia e Regno Unito finanziarono progetti per ridurre i tassi di natalità del Terzo Mondo. Non si trattava di filantropia: secondo Betsy Hartmann, autrice del saggio “Reproductive Rights and Wrongs: The Global Politics of Population Control and Contraceptive Choice”, c’era il timore che le “masse di affamati” minacciassero il capitalismo occidentale e l’accesso alle risorse naturali.

In ambito ecologico, la capacità portante di un ambiente è la capacità delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui. Se in ambienti ridotti o isolati è relativamente semplice stimarne la dimensione, il calcolo della capacità portante dei grandi sistemi è estremamente complesso. Una relazione del 2012 delle Nazioni Unite ha stimato la dimensione massima di popolazione in 65 diversi scenari sostenibili. La dimensione più ricorrente è di otto miliardi di individui, tuttavia l’intervallo varia tra un minimo di due miliardi e uno sconcertante 1024 miliardi. È difficile sbilanciarsi su quale di queste sia la più prossima al valore effettivo. Secondo gli esperti, il fattore determinante sarà il modello che le nostre società sceglieranno di adottare e, in particolare, la quantità di risorse consumate pro capite.

Le incognite riguardano principalmente il compartimento agricolo. Al contrario della popolazione umana, la disponibilità di suolo fertile diminuisce a causa del sovra-sfruttamento e dei cambiamenti climatici. Secondo i dati della FAO, da qui alla fine del secolo la produzione agricola dovrebbe aumentare almeno del 50% per sfamarci tutti, a partire da una modesta area di terreno fertile, che copre solo l’11% della superficie globale della terra. Eppure, l’agricoltura mondiale perde ogni anno 75 miliardi di tonnellate di suolo fertile, l’equivalente di 10 milioni di ettari, a causa di urbanizzazione, erosione e avanzata del deserto e del mare. Altri 20 milioni di ettari vengono abbandonati perché il terreno è troppo degradato per coltivare, in larga misura per colpa delle tecniche agricole intensive. La perdita di fertilità del suolo porta alla riduzione della produzione agricola: un calo del 50% della materia organica porta a un taglio del 25% dei raccolti. Il fenomeno non è uguale dappertutto, ma procede particolarmente veloce proprio nelle aree che avrebbero più bisogno di ampliare le coltivazioni come la Cina, flagellata dalla desertificazione.

Le conseguenze ambientali dell’esplosione demografica non si esauriscono nel consumo di risorse naturali (acqua, suolo, biodiversità) ma sono correlate alla quantità di emissioni di gas serra liberata in atmosfera. La crescita dei consumatori, l’inurbamento della popolazione rurale e la rapida diffusione nel pianeta di standard di vita ad alta emissione di gas serra sono le principali tendenze su cui basare le proiezioni sul destino del pianeta.

L’inurbamento è spesso considerato un fenomeno positivo, accompagnato da miglioramenti dell’istruzione, riduzione dei tassi di natalità, dello sfruttamento di risorse naturali. Tuttavia, esso comporta l’adeguamento a standard di vita con alti consumi e il conseguente aumento dell’inquinamento (come osservato nelle megalopoli asiatiche degli ultimi decenni) con ricadute dirette sulla salute dei cittadini. A livello globale, le emissioni domestiche rappresentano oltre il 60% del totale; un ulteriore 14.5% delle emissioni di CO2 proviene dagli allevamenti, i quali riforniscono principalmente le tavole di europei e nordamericani.

Alcuni ricercatori sono perfino arrivati a stimare “il costo” ambientale di ogni figlio: negli Stati Uniti, ogni fiocco appeso alla porta equivale a 9.441 t.e. di CO2, il 5,4% in più rispetto a quanto avrebbe emesso la donna se nella sua vita avesse deciso di non procreare.

Ma senza le nuove generazioni, che futuro avrebbe la Terra?

Personalità cirilliche

Leggevo qualche statistica e una mi ha colpito in particolare: il 47% delle coppie litiga il 14 febbraio. Sembrerebbe (non sono tanto convinto da questa statistica, mi sembra troppo, ma visto dove voglio arrivare con l’articolo va bene, il mio amico Vincenzo capirà) che le liti siano molto comuni soprattutto quando uno dei due partner è una persona sentimentale e l’altro invece è un cinico, che considera quel giorno una trovata pubblicitaria e consumistica. Il 14 febbraio è infatti S. Valentino!

Valentino era un cittadino di Terni convertito alla fede cristiana, divenuto poi Vescovo della città umbra dal 197 d.C. Conosciuto per la santità della vita, la carità e l’umiltà, lo zelante apostolato e i miracoli che fece, venne invitato a Roma da un certo Cratone, oratore greco e latino, perché gli guarisse il figlio infermo.

Restituita la salute al giovane, lo convinse ad aderire al cristianesimo con tutta la famiglia, convertendo anche i greci studiosi di lettere latine Proculo, Efebo e Apollonio, che diverranno suoi devoti discepoli. L’imperatore Claudio II il Gotico, preoccupato per la sua crescente popolarità, gli chiese di abiurare, ma Valentino rifiutò, tentando anzi di convertire lo stesso imperatore.

Claudio II lo fece arrestare ma poi lo graziò, affidandolo a una nobile famiglia. Valentino venne arrestato una seconda volta sotto Aureliano, succeduto a Claudio II, e morì decapitato il 14 febbraio 273.

La festa del 14 febbraio così come la conosciamo si concretizzò due secoli dopo il martirio quando, nel 496, Papa Gelasio I decise di sostituire alla festività pagana della fecondità (i lupercalia dedicati al dio Luperco), divenuta troppo licenziosa, una festa cristiana ispirata appunto a San Valentino, attribuendo al martire ternano la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati, indirizzandoli al matrimonio cristiano, benedetto da Dio, e a un’unione allietata dai figli.

Questa è solo una delle versioni che si leggono in giro sul web…

L’unica certezza è che il 14 febbraio, oltre ad essere S. Valentino, se si guarda bene il calendario si trova che è anche la giornata dedicata ai Santi Cirillo e Metodio.

Non pochi sono i casi di fratelli venerati come santi dalla Chiesa, fra i quali i patriarchi Mosè ed Aronne, gli apostoli Pietro ed Andrea, i martiri Cosma e Damiano, i protomartiri russi Boris e Gleb e molti altri. Papa Giovanni Paolo II, il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica “Egregiae virtutis” volle porre due fratelli, Cirillo e Metodio, quali patroni d’Europa insieme con San Benedetto, in quanto evangelizzatori dei popoli slavi e dunque della parte orientale del vecchio continente. Si tratta di due santi mai canonizzati dai papi, dei quali soltanto nel 1880 il pontefice Leone XIII aveva esteso il culto alla Chiesa universale.

Originari di Tessalonica, città greca a quel tempo facente parte dell’Impero Bizantino, Cirillo e Metodio evangelizzarono in particolar modo la Pannonia e la Moravia nel IX secolo. Sappiamo che Cirillo in realtà si chiamava Costantino ed adottò in seguito il nome Cirillo come monaco, verso il termine della sua vita. A causa della innegabile scarsità di fonti storicamente attendibili, sono fiorite numerose leggende attorno alle figure di Cirillo e Metodio.

Tessalonicesi, dicevo (Tessalonica è l’odierna Salonicco, in Grecia), erano rampolli di una nobile famiglia, infatti il loro padre Leone era drungarios della città, posizione che gli conseguiva un elevato status sociale. Drungarios era un grado militare dell’esercito bizantino; la parola è collegata con la parola latina drungus tradotta come gruppo, anche molto numeroso, di soldati, quindi drungarios, in greco Δρουγγάριος, significa comandante del drungus: volendo cercare un equivalente moderno potrebbe essere considerato l’analogo di un colonnello, o un generale di brigata.

Cirillo era il più giovane di sette fratelli e già in tenera età pare avesse espresso il desiderio di dedicarsi interamente al perseguimento della sapienza. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. Coltivò nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. Da Costantinopoli, l’imperatore inviò i due fratelli in varie missioni, anche presso gli Arabi. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu però quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia.

Il sovrano di Moravia, Rostislav, poi morto martire e venerato come santo, chiese all’imperatore bizantino di inviare missionari nelle sue terre, celando dietro motivazioni religiose anche il fattore politico della preoccupante presenza tedesca nel suo regno. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico (da “глаголь” che significa “parola”), oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Probabilmente già da tempo si era cimentato nell’elaborazione di un alfabeto per la lingua slava. Non tardarono però a manifestarsi contrasti con il clero tedesco, primo evangelizzatore di quelle terre.

Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma per far ordinare sacerdoti i loro discepoli, ma forse la loro visita fu dettata da un’esplicita convocazione da parte del papa Adriano II insospettito dall’amicizia tra Cirillo e l’eretico Fozio. Ad ogni modo il pontefice riservò loro un’accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.

Metodio ritornò poi in Moravia, ma durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo ed assegnato alla sede di Sirmiun (odierna Sremska Mitroviča, in Serbia). Quando in Moravia a Rostislav successe il nipote Sventopelk, favorevole alla presenza tedesca nel regno, iniziò la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un’eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885.

I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Una parte di essi riuscì a fuggire nei Balcani e non a caso in Bulgaria si venerano come Sette Apostoli della nazione proprio Cirillo, Metodio ed i loro discepoli Clemente, Nahum, Saba, Gorazd ed Angelario, comunemente festeggiati al 27 luglio. Il Martyrologium Romanum ed il calendario liturgico dedicano invece ai fratelli Cirillo e Metodio la festa del 14 febbraio, nell’anniversario della morte del primo.

Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, considerato “isapostolo”, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi.

Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.

In Russia la prima vera riforma dell’alfabeto fu attuata da Pietro il Grande, che negli anni 1708-1710 introdusse la scrittura civile (graždanskij šrift). In questa nuova forma l’alfabeto cirillico russo si caratterizzava per un diverso disegno delle lettere (semplificazione dell’ortografia), una diversa composizione (riduzione del numero delle lettere) e per l’eliminazione dei segni sopralineari.

L’alfabeto russo si conservò immutato fino al 1918, quando fu portata a termine la seconda riforma, iniziata nei primi anni del XX secolo. Questa riforma condusse a un’ulteriore semplificazione. L’alfabeto ucraino, come quello bielorusso, si impose alla fine del XIX secolo, ma alcune varianti furono introdotte nel periodo sovietico (1932-1990). Nel XVIII secolo il graždanskij šrift fece sentire la sua influenza anche nei Balcani; in Serbia il moderno alfabeto cirillico fu elaborato da V. Karadžić all’inizio del XIX secolo; in Bulgaria si impose l’alfabeto messo a punto da M. Drinov (1870) e successivamente riformato (1945); l’alfabeto macedone risale invece alla fine del secondo conflitto mondiale.

Lungo il corso della sua storia, la lingua russa fu soggetta a due famosissime riforme di ampio respiro, come dicevo: la prima fu promossa da Pietro I nel Settecento, la seconda dai bolscevichi nel 1917. Passa, invece, sotto silenzio un’altra radicale trasformazione pensata in epoca sovietica: l’adattamento ai caratteri latini.

I dibattiti sulla lingua su cui si sarebbe dovuta fondare la letteratura russa ebbero inizio ancora nei tempi in cui Pietro I introdusse per i suoi sudditi il nuovo alfabeto civico al posto di quello ecclesiastico. Molti studiosi occidentalisti ritenevano che lo zar riformatore avesse intenzione di compiere un adattamento della vita russa alla maniera europea attraverso il passaggio della lingua russa all’alfabeto latino. Le cose però non andarono così.

Un progetto di latinizzazione della lingua russa fu riproposto dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, dato che rispondeva perfettamente alla concezione di Vladimir Lenin e Lev Trotsky sulla creazione e importazione di una cultura proletaria universale nel discorso dell’imminente rivoluzione mondiale.

Secondo il pensiero del Commissario del popolo all’istruzione dell’Unione Sovietica, Anatolij Lunacharskij, l’alfabeto latino avrebbe semplificato notevolmente lo studio della lingua russa per “i proletari di tutto il mondo”: “L’esigenza o la coscienza della necessità di semplificare l’assurdo alfabeto prerivoluzionario, appesantito da ogni anacronismo storico, è nata a poco a poco in tutti gli uomini di cultura”.

D’altro canto Lenin non aveva fretta di introdurre l’alfabeto latino nella lingua russa. “Se iniziamo ad applicare in fretta e furia un nuovo alfabeto o introduciamo di corsa il latino, che, però, dovremmo forzatamente prima adattare al nostro, possiamo commettere degli errori esponendo inutilmente il fianco perché la critica ne approfitti e parli della nostra barbarie. Non dubito che arriverà il momento per la latinizzazione della scrittura russa, ma agire frettolosamente ora sarebbe imprudente”, rispondeva Lenin a Lunacharskij in una lettera della corrispondenza privata.

Nonostante ciò il Commissariato del popolo all’istruzione con a capo Lunacharskij decise di attuare un’importante riforma: l’alfabeto russo prerivoluzionario venne ripulito da una serie di lettere “superflue” (per esempio fu tolta la lettera “i”, un doppione della “и”, e la lettera “ѣ”, che bissava la lettera “e”, la lettera “Ѳ”, che duplicava la “ф”), venne ridotto l’uso del segno “ъ”, che prima della Rivoluzione si scriveva obbligatoriamente alla fine delle parole che terminavano in consonante. Si consideri che per attuare la riforma i bolscevichi utilizzarono i progetti elaborati ancora sotto Nicola II nell’Accademia imperiale delle scienze nel 1904, 1912 e 1917.

I bolscevichi e i linguisti ideologicamente schierati, comunque, non abbandonarono l’idea della latinizzazione. Il potere sovietico centrale e locale si adoperava per attirare il maggior numero di sostenitori e pertanto cercava di dimostrare con ogni mezzo possibile la disponibilità a lasciare ai popoli della Russia massima libertà, spingendosi fino alla scelta dell’alfabeto.

L’alfabeto russo, poco adatto “ai movimenti dell’occhio e della mano dell’uomo contemporaneo”, venne dichiarato “un anacronismo della grafia di classe dei secoli XVIII e XIX dei proprietari feudali e della borghesia” e “la grafia dell’oppressione assolutista, della propaganda da missionari, dello sciovinismo nazionale grande russo”.

Inizialmente si pensava di liberare dall’alfabeto russo – “veicolo della russificazione e dell’oppressione nazionale” da parte dello “zarismo” e dell’ortodossia – le popolazioni non slave dell’ex impero che già avevano una tradizione scritta in cirillico (per esempio i komi, i careli e altri): “Il passaggio all’alfabeto latino libererà una volta per tutte le masse lavoratrici da qualsiasi influsso della produzione scritta prerivoluzionaria di contenuto nazional-borghese e religioso”, si leggeva nel protocollo della riunione di una delle commissioni per la latinizzazione.

Dopo la fine della guerra civile nel 1922, in Unione Sovietica, venne avviata un’edificazione linguistica di dimensioni uniche (“nativizzazione”), che proclamava il diritto di ciascun popolo, anche il più piccolo, a impiegare la propria lingua in tutte le sfere della nuova vita socialista. Il nuovo potere stanziò enormi finanziamenti per la creazione di alfabeti, dizionari, manuali e per la preparazione degli insegnanti: anche le più piccole unità territoriali, i selsovet (con un minimo di 500 abitanti!), avevano infatti ricevuto la piena autonomia linguistica; ciò portò alla comparsa sulla carta geografica dell’Urss di una moltitudine di fantasiose formazioni linguistiche nazionali (per esempio nel 1931 nel territorio della Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina oltre ai selsovet ucraini, russi, europei ne esistevano più di 100 tedeschi, 13 cechi e uno svedese).

In definitiva, si crearono in tempi strettissimi alfabeti unificati in caratteri latini per decine di popolazioni sovietiche analfabete o semianalfabete, che, in breve e senza possibilità d’appello, si radicarono nel territorio; la burocrazia, i periodici e i libri venivano tradotti nei nuovi alfabeti. All’inizio degli anni Trenta nei popoli musulmani dell’Urss l’alfabeto latino scacciò del tutto quello arabo, molti alfabeti cirillici dei popoli non slavi e le forme di scrittura tradizionali dei popoli mongoli (calmucchi e buriati). Tra gli esiti positivi degli sforzi intrapresi si può annoverare l’eliminazione in tempi record dell’analfabetismo e la diffusione di un’istruzione primaria tra tutti i popoli dell’Unione Sovietica.

Ben presto, però, la situazione iniziò a cambiare radicalmente e in modo impetuoso. Stalin, che aveva acquisito sempre maggiore forza nei circoli del partito e concentrato nelle sue mani tutto il potere, aveva una propria visione dello sviluppo dello Stato sovietico, diverso tanto dalle idee del condottiero della rivoluzione Lenin, quanto dalle teorie dei futuri avversari “di sinistra” di Stalin: Lev Trotsky, Lev Kamenev, Grigorij Zinovev.

Stalin non provava alcun entusiasmo all’idea di importare la rivoluzione, ritenendo più realistica la costruzione di un potente Stato socialista su un territorio i cui confini combaciassero il più possibile con quelli dell’ex impero. È quindi logico che, a partire dagli anni Trenta, a poco a poco, in Urss, iniziò una parziale restaurazione di molti fenomeni, norme e relazioni sociali, approvati nella Russia prerivoluzionaria; a sua volta, molte novità portate dalla rivoluzione vennero bollate come “forzature sinistrorse” e “deviazioni trotskiste”. Anche la crisi mondiale dettava le sue condizioni: bisognava tagliare le enormi spese per la ristampa nei nuovi alfabeti della vecchia eredità culturale e ridurre i costi per le continue riforme.

Nel gennaio del 1930 la Commissione per la latinizzazione sotto la guida del professor Nikolaj Yakovlev preparò tre progetti definitivi di latinizzazione della lingua russa, ritenuta ai tempi del Commissario del popolo all’istruzione Lunacharskij (1917-1929) “inevitabile”.

Tuttavia il Politburo capeggiato da Stalin respinse, per la sorpresa di molti, in modo categorico i progetti e vietò di sperperare in futuro forze e mezzi per queste iniziative. In alcuni interventi pubblici negli anni a seguire Stalin sottolineò l’importanza dello studio della lingua russa per la futura edificazione del socialismo dell’Urss. Nel 1936, invece, le lingue latinizzate dell’Unione Sovietica iniziarono a essere ritradotte in massa in cirillico allo scopo di avvicinare le lingue dei popoli dell’Unione Sovietica alla lingua russa. Di contro, gli alfabeti con caratteri latini vennero dichiarati “non idonei allo spirito dei tempi” o persino “nocivi”. L’autonomia linguistica dopo aver conosciuto un boom a più livelli nei primi tempi dell’Unione Sovietica, fu velocemente e ovunque abolita, lasciando il posto alla lingua russa “ristabilita nei diritti”.

Il 13 marzo del 1938 uscì la delibera del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) “Sullo studio obbligatorio della lingua russa nelle scuole delle repubbliche e degli oblast nazionali”. I rappresentanti dell’intellighenzia dei popoli dell’Urss, che resistettero al ritorno del cirillico e al rafforzamento del ruolo della lingua russa subirono repressioni.

Il processo di esaltazione della lingua russa e del popolo, avvenuta negli anni Trenta sotto Stalin, stava prendendo forza. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale l’importanza della conoscenza del russo per tutti i cittadini sovietici divenne una verità intoccabile.

Alla fine del conflitto, nel 1945, uscì il celebre libro del linguista Vinogradov, “La grande lingua russa”, in cui l’autore rilevava – in perfetto spirito pubblicistico imperiale e prerivoluzionario – che “l’importanza e la potenza della lingua russa sono noti a tutti. Tale riconoscimento è entrato profondamente nella coscienza di tutti i popoli, di tutta l’umanità”.

Alla fine degli anni Quaranta la lingua russa raggiunse un posto sostanzialmente nuovo nel mondo e senza precedenti nella sua storia: divenne, infatti, una delle lingue di lavoro dell’Onu e quindi del Consiglio di Mutua Assistenza Economica, oltre a essere lingua di studio obbligatorio nelle scuole e negli istituti di tutti i Paesi socialisti.

Vediamo com’è fatto il cirillico russo, dividendolo in 4 gruppi:

Gruppo 1: Stesso aspetto e suono dell’italiano

Ci sono sei lettere russe che corrispondono alle loro omologhe italiane sia per pronuncia che per forma – A, E, K, M, O e T.

  • A a        suona come “a” in “lampada”, “albero”.
  • E e         suona come “je” in “ieri”. A volte può essere pronunciata come “e” in “bene”. Si pronuncia preceduto da “y” all’inizio di una parola o dopo una vocale.
  • К к        Suona come “k” in “kiwi” (“c” in “capo”, “cane”). La K è presente nelle parole straniere. Cercate di evitare l’aspirazione come è tipico per la lingua inglese.
  • M м      suona come “m” in “mare”.
  • O o       suona come “o” in “fuoco”. Ricordatevi che si pronuncia come una “o” chiusa.
  • In assenza di accento si pronuncia come “a” in “mela”.
  • T т         suona come “t” in “tavolo”. La punta della lingua deve toccare i denti inferiori, al contrario della “t” inglese che tocca la gengiva dei denti superiori.

Gruppo 2: Stesso suono ma aspetto diverso

Ci sono sedici lettere russe che non esistono in italiano ma hanno pronunce familiari: Б, Г, Д, ё, Ж, П, Ф, И, й, Л, Ц, Ш, Щ, Э, e Ю Я.

  • Б б        suona come “b” in “bravo”.
  • Г г         suona come “g” in “gruppo”.
  • Д д       suona come d in “dare”. Per pronunciare questa lettera la punta della lingua tocca i denti inferiori.
  • Ё ё         suona come “jo” in iota oppure come “o” in fuoco a seconda della posizione nella parola.
  • Ж ж      suona come “g” in giardino ma piu’ morbido, o “j” in francese jardin.
  • П п        suona come “p” in “padre”.
  • Ф ф       suona come “f” in “favola”.
  • И и        suona come “i” in “isola”.
  • Й й        suona come “i” in “iato”.
  • Л л        suona come “l” in “luna”.
  • Ц ц        suona come “z” in pazzo.
  • Ш ш      suona come “sci” in scivolo. La lingua è posta nella parte posteriore della bocca
  • Щ щ     suona come “_” nel ______. é simile a Ш, ma cercate di mettere la lingua più in alto e davanti.
  • Э э         suona come “e” aperta in bello.
  • Ю ю     suona come “ju” in Iuta. In alcuni casi suona come “u” in “uva” (У).
  • Я я        suona come “ja” in iato.

Gruppo 3: Stesso aspetto ma suono diverso

Le seguenti otto lettere russe appaiano come i loro omologhi italiani (oppure le cifre) ma hanno la pronuncia diversa – В, З, Н, Р, С, У, Ч, Х.

  • В в        suona come “V” in vaso.
  • З з         suona come “s” in rosa. Questa lettera potrebbe sembrare il numero tre (3), ma esprime solo una consonante e non ha nulla a che fare con le cifre.
  • Н н        suona come “n” in nave. Come con la lettera T russa, la punta della lingua tocca i denti in basso quando pronunciamo questa lettera.
  • Р р        suona come “r” in ricordo. Nel pronunciare questo suono, la punta della lingua batte alla base dei denti.
  • С с         suona come “s” in salsa. La punta della lingua tocca i denti inferiori.
  • У у        suona come “u” in uva.
  • Ч ч        suona come “C” ciao, cielo. Non confondere questa lettera con la cifra quattro (4).
  • Х х         suona come “ch” nel tedesco Achtung. Ricorda vagamente “ch” in “Bach”.

Gruppo 4: Nuovo aspetto e suono (o nessun suono)

L’ultimo gruppo comprende le lettere che non esistono in italiano e rappresentano un suono sconosciuto oppure non hanno suono (Ы, Ъ, Ь).

  • Ы ы      Non c’è l’equivalente italiano. “I” gutturale, un suono intermedio tra “i” e “u”
  • Ь            Questa lettera è chiamata il “segno morbido” e non ha alcun suono. È utilizzata per modificare la pronuncia della consonante precedente, rendendola morbida (palatalizzata). Una consonante diventa morbida quando è pronunciata con la metà della lingua sollevata verso il palato della bocca.
  • Ъ           Il “segno duro” non ha alcun suono, e si verifica solo tra una consonante e una vocale, come nella parola “въезд” (entrata). E’ utilizzato per mostrare che la consonante non va palatalizzata e che la vocale successiva è preceduta dal suono breve “i” in “iato”.

Ho portato a termine questa “missione” cosicché il mio amico Vincenzo al prossimo viaggio in Ucraina avrà qualche argomento di discussione in più…

Si fa presto a dire cipolla!

Mia nonna era di Roccaforzata, un paesino di poco meno di duemila anime in provincia di Taranto.

Nel XV secolo, giunsero nel Regno di Napoli gli Albanesi (Epiroti) guidati da Giorgio Castriota Scanderbeg, chiamati dal re Ferrante I d’Aragona per domare i baroni in rivolta, alleati, a loro volta, con gli Angioini. Domati i baroni, e sconfitti i loro alleati, agli albanesi, che si erano contraddistinti in guerra, fu concesso di insediarsi in molti centri allora quasi disabitati del regno. Nella zona del tarantino, si ricostruirono diversi paesi la cui iniezione di Albanesi fu massiccia. I casali occupati furono quelli della Rocca, San Giorgio Jonico, Faggiano, Monteparano, Fragagnano e San Marzano di San Giuseppe. Uno di questi fu quindi Roccaforzata, paese che sorge su una collina, a 140 m. sul livello del mare, dove, come negli altri paesi si parlava un dialetto misto con l’Arbëresh, la lingua degli albanesi d’Italia.

Purtroppo con il tempo quella lingua è andata scomparendo, sostituita dal dialetto locale, anche se rimane qualche traccia nei nomi delle vie (esiste una “via Scanderbeg ” a Roccaforzata).

Quando eravamo piccoli, di Rocca ricordo benissimo due cose: una era la Festa della Madonna della Camera, che cadeva il giorno del giovedì dopo Pasqua (quindi senza data fissa).

Tale festa deriva da un’antica leggenda secondo la quale durante l’invasione turca, le popolazioni di Roccaforzata e Monteparano, si rifugiarono nel Santuario della Madonna della Camera per salvarsi dal popolo invasore. Successivamente i Turchi furono allontanati dagli occhi della Madonna raffigurata su un quadro posto all’interno della “camera”, cioè nel Santuario e la festa ricorda quell’avvenimento.

Un’altra cosa che ricordo chiaramente sono alcuni modi di dire “rocchesi”. Uno fra questi, “lambascione”, mi aveva sempre incuriosito, poiché il lambascione (o lambagione) è una specie di cipolla amara.

Il lambascione (o lampascione o, come dicevo, lambagione, dal tardo latino lampadio-onis), detto anche cipolla canina, cipollaccia turchina, cipollaccio col fiocco o giacinto dal pennacchio, è una pianta erbacea della famiglia delle Liliaceae, diffusa nelle regioni mediterranee. I fiori della sua pianta sbocciano in primavera e sono persistenti fino all’estate.

Il termine è registrato come lampasciónɘ, corretto per la sonorizzazione della sorda davanti a nasale. È anche definito “cipollina delle serpi” dai contadini di alcune regioni del Sud Italia. Il nome è dovuto ad un medico greco di Bisanzio, tale Oribazio, e fin dall’antichità questo bulbo, ricercato sia per le sue proprietà benefiche per lo stomaco e per lo svuotamento dell’intestino, sia per i suoi presunti effetti afrodisiaci, ebbe un posto di rilievo nei trattati di medicina nonché nelle diete proposte dai padri della medicina, da Discoride Pedanio a Galeno.

Per gli stessi motivi venne esaltato anche dal poeta latino Ovidio, che ne consigliava l’uso nelle arti amatorie, stabilendone, anzi, una graduatoria di merito stilata in base alla provenienza: i migliori, a suo giudizio, erano quelli di Megara, seguiti da quelli della Libia, ultimi erano considerati quelli della Daunia.

Graduatoria di merito pienamente avallata anche dal naturalista Plinio il Vecchio, il quale nella sua Naturalis Historia confermava che “i bulbi di Megara stimolavano al massimo grado il desiderio amoroso”.

Ed anzi il bulbo rosso era così valorizzato che i Romani nei pranzi nuziali erano soliti offrirlo come cibo augurale per i suoi poteri afrodisiaci. Tale consuetudine non poteva non comportare grossi movimenti di tal prodotto sia per mare che per terra ed una conseguente speculazione da parte dei mercanti, per impedire o almeno frenare la quale, l’Imperatore Diocleziano nel 301 d.c. fu costretto fissarne per legge il prezzo.

Il bulbo del lambagione, ricco di sali minerali e che cresce a 12-20 cm circa nel sottosuolo, è simile a una piccola cipolla di sapore amarognolo ed è consumato specialmente in Basilicata e Puglia. I lampascioni, cucinati in diversi modi, hanno un profumo dolciastro e aromatico.

La voce è usata anche nell’accezione di “uomo stupido, buono, scioccone” (ecco spiegato perché Cumma’ ‘Ngiulina, la nostra vicina di casa, si rivolgesse al sottoscritto con quello strano appellativo).

Ancora oggi, purtroppo, alla maggior parte degli italiani, i lampascioni sono un ortaggio pressoché sconosciuto. Ed è un peccato, perché sono ricchi di cose buone. Intanto contengono flavonoidi, molti componenti ricchi di zolfo, saponine e pectine. Sono molto ricchi di potassio, calcio, fosforo, ferro, rame, manganese e magnesio. Contengono inoltre saccarosio, fibre alimentari, glucosio ed amido.

Hanno proprietà lassative, diuretiche ed emollienti e sono caratterizzati da un basso apporto calorico; le sostanze in esso contenute hanno diverse proprietà, tra le quali quella di abbassare la pressione sanguigna, diminuire la percentuale di grassi nel sangue e prevenire la formazione di trombi.

Tra le altre proprietà i lampascioni stimolano l’appetito, attivano le funzioni digestive ed hanno un effetto anti infiammatorio. L’impasto ottenuto pestando un lampascione ed aggiungendo un po’ di miele può essere utilizzato per favorire la maturazione dei foruncoli. Contengono mucillagini, ovvero sostanze che al contatto con l’acqua si gonfiano e producono una sostanza viscosa. Una volta ingerito questo composto apporta benefici al nostro intestino in quanto ha proprietà emollienti e rinfrescanti.

Hanno un buon contenuto di composti solfurei con potenziali proprietà antitumorali che, insieme al contenuto di fibra alimentare, aiuta l’organismo a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo cattivo. Contengono quercetina, un flavonoide la cui attività apporta benefici alle vie respiratorie. Sono però controindicati negli individui con problemi al fegato, ai reni ed in caso di ulcera. Chi consuma lampascioni può andare incontro anche a fastidiosi problemi di meteorismo in quanto la sua assunzione aumenta la fermentazione intestinale (quindi occhio a mangiarne troppi ed incorrere in incidenti “rumorosi”…).

Nella tradizione pugliese il lampascione viene utilizzato in modo curioso ed interessante: viene infatti utilizzato sulle pentole di terracotta quando queste si crepano. Viene utilizzata una metà di lampascione che viene sfregata sulla parte crepata fino a che la mucillagine presente nel bulbo non va a ricoprire completamente la crepa. Una volta che la mucillagine è essiccata la pentola può essere utilizzata ancora per molto tempo.

La pianta è originaria del Nord America e per secoli il suo bulbo è stato utilizzato sia per scopi alimentari che per scopi terapeutici. I lampascioni freschi possono essere conservati per un massimo di due giorni in frigorifero; in caso si volesse prolungarne la conservazione vanno messi sott’olio o sott’aceto. Per attenuare il forte gusto amaro si lasciano a bagno nell’acqua per qualche ora.

Come dicevo, per molto tempo la tradizione popolare ha assegnato ai lampascioni proprietà afrodisiache che però, a fronte di studi scientifici, sono risultate piuttosto blande. Al mondo si calcola ne esistano circa 50 varietà di cui solo sette sono presenti in Italia. Di queste sette alcune sono coltivate a solo scopo ornamentale grazie alla bellezza dei fiori.

Chi non è esperto in materia è meglio che eviti di avventurarsi nella raccolta dei lampascioni. Quando il germoglio è ancora interrato, può essere confuso con i bulbi di una pianta appartenente alla stessa famiglia ed estremamente velenosa, il Colchico. La pianta possiede tossine mortali e non esiste l’antidoto.

I lampascioni dopo che, uno per uno, sono stati ripuliti della terra e delle radici, si tengono immersi in acqua per circa un’oretta per consentire loro la perdita del liquido amaro che trasuda dopo che i bulbi sono stati sbucciati ed intaccati nella parte inferiore per essere infine cucinati interi; e tutto avviene in modo rigorosamente manuale non solo a livello familiare, occupando i pomeriggi delle massaie, ma anche a livello commerciale, ove i costi di lavorazione, e quindi i prezzi finali, risultano un po’ più alti di altri prodotti sott’olio.

Il metodo più semplice, dopo aver praticato un intacco a croce alla base, è quello di bollirli in acqua e aceto con aggiunta di sale; una volta raffreddati, possono essere conservati pronti per l’uso sotto olio extravergine di oliva senza altri aromi o anche, in base ai gusti, con aggiunta di Timo, origano e/o, se si preferisce, peperoncino.

Fra gli altri modi per cucinarli il più antico è forse quello di cuocerli sotto la cenere calda, azione una volta eseguita nei caminetti, per poi pulirlo e consumarlo così com’è o condirlo con olio extravergine di oliva; oppure, ancora, mangiarlo fritto e condito col classico mosto cotto: ma stiamo parlando di vecchie specialità della cucina contadina del Meridione.

Oggi, più semplicemente, lo si può gustare all’insalata, fritto in pastella oppure ancora di contorno al capretto al forno o di contorno ad una gustosa salsiccia lavorata ‘a punta di coltello’: tutti piatti che si sposano bene con i vini locali italiani.

Vediamo insieme un po’ tutte le tipologie di preparazione dei lampascioni:

In ammollo

  • Vanno lavati molto bene, per togliere oltre alla terra, l’eccesso di amaro, lasciandoli ammollo una notte intera in acqua fresca e si deve incidere la base con un taglio a croce per facilitare la fuoriuscita dell’umore amarognolo;
  • Ammollo per 12 ore in acqua leggermente acidulata con succo di limone, cambiandola 1-2 volte.

Lessi

  • Lessarli in acqua bollente salata. Si possono mangiare anche semplicemente bolliti conditi con olio, sale e pepe.

Frittura

  • Dopo averli ammollati intaccarli in 4 parti, immergerli quindi in olio bollente si apriranno, cuocendo, a forma di rosa. Scolarli su fogli assorbenti, cospargere di sale e pepe;
  • Lessi, infarinati, passati nelle uova sbattute e fritti;
  • Lampascioni lessati, 25% farina, 1 uovo ogni 166g di lampascioni, latte per stemperare la pastella, pecorino o parmigiano, lievito chimico o bicarbonato, prezzemolo. Far riposare la pastella per circa 30′. Schiacciare i lampascioni leggermente, aggiungerli alla pastella e friggerli in olio bollente;
  • Con farina di grano duro ed acqua, aggiungendo lievito di birra facendo lievitare per 2 ore circa.

Al Forno

  • Cotti in forno senza altre aggiunte, schiacciati grossolanamente con una forchetta, cosparsi di sale, peperoncino e olio;
  • Lampascioni, e patate in stesso peso, queste ultime tagliate a fette; metterli in teglia e condire con sale, pepe e abbondante olio, eventualmente peperoncino. Infornare e lasciare cuocere per circa 1h;
  • Lessati, scolati e messi a bagno in acqua fredda, conditi con olio, sale e parmigiano e pepe, gratinando in forno;
  • Tiella di patate, grano e lampascioni: patate affettate a 5mm, 50% lampascioni lessi e schiacciati, 20% grano lessato, 10% pecorino, patate a strati condite con olio, aglio, sale, pecorino e prezzemolo, strato di grano, ugualmente condito, strato di lampascioni ed ulteriore condimento, sopra una mozzarella affettata, ancora strato di patate crude affettate, condimento, pangrattato, aggiungendo acqua fino a metà teglia. Cottura a 180°C per circa un’ora.

Quiche e Tortini

  • Lampascioni ammollati e sbollentati quindi tirati in padella con olio ed aglio, 5 uova ogni 125g di lampascioni, unendo ricotta in stesso peso dei lampascioni e panna in quantitativo pari a 3 volte il peso degli stessi. Cottura a bagnomaria a 120°C per circa 50′.

Sott’olio

  • Debbono venir esposti al sole per 5 giorni, oppure 3-4 giorni a bagno in acqua salata, vanno sbollentati nell’aceto con un po’ di sale per 5′, fatti asciugare e invasettati con prezzemolo, peperoncino e olio.

Zuppe, Minestre

  • Purè di fave sbucciate, lessate e schiacciate mischiate con lampascioni a metà cottura, si riducono a purè e si fanno cuocere 30′, si mangia calda. Genericamente si usano fave bianche.

Altri usi

  • Arrostiti sotto la cenere, per mezz’ora, privati della parte esterna, conditi giusto con un filo di buon olio e qualche granello di sale grosso pestato.

Che dire allora, se non li provate, siete proprio dei lampascioni!

Il canto degli Italiani

Molto spesso ci lamentiamo solo per il gusto di lamentarci, e sinceramente non so se sia un vezzo solo italiano o sia un sentimento insito nella natura umana. “L’erba del vicino è sempre più verde” è uno dei modi di dire che fa comprendere come siamo scontenti di quanto ci riguarda, guardando quanto fanno gli altri senza apprezzare quello che abbiamo.

Capita in politica, nello sport, nell’arte e nella scienza, senza pensare che magari i risultati raggiunti da altri sono frutto di duro lavoro.

Ci lamentiamo del nostro governo, ma non ci chiediamo se questo o quello siano migliori del nostro, o se sia solo una nostra impressione. Anche nelle cose più banali, come gli inni nazionali, siamo pronti ad affermare che “quello americano sì, che è un inno nazionale… mica come il nostro!”

Ma sarà vero? Torniamo indietro di qualche anno…

L’anniversario dell’Unità d’Italia viene fatto coincidere con il 17 marzo, data che richiama la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861). Quest’anno ricorre quindi il 156° anniversario. Ma la neonata nazione aveva già un inno, composto nel lontano 1847.

Il Canto degli Italiani, conosciuto anche come Fratelli d’Italia, Inno di Mameli, Canto nazionale o Inno d’Italia, è un canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, inno nazionale de facto della Repubblica Italiana, sancito implicitamente dalla legge n° 222 del 23 novembre 2012, che ne prescrive l’insegnamento nelle scuole insieme agli altri simboli patri italiani.

AGGIORNAMENTO (grazie Manuel):

In realtà sono state mosse delle accuse di plagio a Mameli; secondo Aldo Alessandro Mola, docente emerito di Scienze Politiche alla Statale di Milano, autore di biografie e numerosi saggi storici, Goffredo Mameli ha semplicemente plagiato uno scritto di Padre Atanasio Canata (1811-1867) e si è costruito immeritatamente, uno spazio nella storia del così detto “risorgimento” italiano. Il Canata stesso scriveva: “A destar quell’alme imbelli/ meditò (lui, Canata, nda) robusto un canto;/ ma venali menestrelli (Mameli? nda) si rapian dell’arpe il vanto:/ sulla sorte dei fratelli/ non profuse allor che pianto, / e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”. Da altre fonti invece pare che il Padre, non potendo figurare come autore di un inno risorgimentale per motivi ecclesiastici, abbia ceduto il testo all’ignoto Mameli, peraltro non noto fino ad allora per altre opere; quale sarà la verità?

Il brano, un 4/4 in si bemolle maggiore, è costituito da sei strofe e da un ritornello che viene cantato alla fine di ogni strofa. Il sesto gruppo di versi, che non viene quasi mai eseguito, richiama il testo della prima strofa.

Il canto fu molto popolare durante il Risorgimento e nei decenni seguenti, sebbene dopo l’unità d’Italia come inno del Regno d’Italia fosse stata scelta la Marcia Reale, che era il brano ufficiale di Casa Savoia. Il Canto degli Italiani era infatti considerato troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell’epoca: Fratelli d’Italia, di chiara connotazione repubblicana e giacobina, mal si conciliava con l’esito del Risorgimento, che fu di stampo monarchico.

Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia diventò una repubblica e il Canto degli Italiani fu scelto, il 12 ottobre 1946, come inno nazionale provvisorio, ruolo che ha conservato anche in seguito. Nei decenni si sono susseguite varie iniziative parlamentari per renderlo inno nazionale ufficiale, senza però mai giungere a una modifica costituzionale oppure alla promulgazione di una legge specifica che desse al Canto degli Italiani lo status di inno de iure della Repubblica Italiana.

Sulla data precisa della stesura del testo, le fonti sono discordi: secondo alcuni studiosi l’inno fu scritto da Mameli il 10 settembre 1847, mentre secondo altri la data di nascita del componimento fu due giorni prima, l’8 settembre. Comunque, quest’anno ricorre il 170° anniversario.

Ma andiamo a vedere e a capire il contesto dell’inno analizzandone le strofe:

Fratelli d’Italia

Nella versione originaria dell’inno, il primo verso recitava “Evviva l’Italia”: fu cambiato in “Fratelli d’Italia” dall’autore della musica, Michele Novaro.

L’Italia s’è desta

L’Italia si è svegliata”, cioè è pronta a combattere

Dell’elmo di Scipio

Scipione l’africano, vincitore di Zama, è portato ad esempio per la capacità della Roma repubblicana di riprendersi dalla sconfitta e combattere valorosamente e vittoriosamente contro il nemico.

S’è cinta la testa

L’elmo di Scipione, che ora l’Italia ha indossato, è simbolo dell’incombente lotta contro l’oppressore austriaco.

Dov’è la Vittoria?!

La dea Vittoria. Per lungo tempo la dea Vittoria è stata strettamente legata all’antica Roma, ma ora è pronta a consacrarsi alla nuova Italia per la serie di guerre che sono necessarie per cacciare lo straniero dal suolo nazionale e per unificare il Paese.

Le porga la chioma

Qui il poeta si riferisce all’uso, nell’antica Roma, di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che invece portavano i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve porgere la chioma all’Italia perché le venga tagliata diventandone così “schiava”.

Ché schiava di Roma

Il senso è che l’antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria “sua schiava”.

Iddio la creò

L’antica Roma fu grande per disegno di Dio.

Stringiamci

È presente il termine sincopato “Stringiamci” (senza la lettera “o”), in luogo di “Stringiamoci”, per questioni di metrica.

a coorte

La coorte (in latino cohors, cohortis) era un’unità da combattimento dell’esercito romano, decima parte di una legione. Questo riferimento militare molto forte, rafforzato poi dal richiamo alla gloria e alla potenza militare dell’antica Roma, ancora una volta chiama tutti gli uomini alle armi contro l’oppressore.

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Allude alla chiamata alle armi del popolo italiano con l’obiettivo di cacciare il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all’epoca ancora diviso negli stati preunitari.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi

Perché non siam Popolo

Perché siam divisi

L’autore sottolinea il fatto che l’Italia, intesa come penisola italica, non fosse unita. All’epoca infatti (1847) era ancora divisa in sette Stati. Per tale motivo, l’Italia era da secoli spesso trattata come terra di conquista. 

Raccolgaci un’Unica

Bandiera una Speme

Una “Speme” significa una “Speranza”.

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò

La speranza che l’Italia, ancora divisa negli stati preunitari, si raccolga finalmente sotto un’unica bandiera fondendosi in una sola nazione.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Uniamoci, amiamoci

L’unione e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore

Giuriamo far Libero

Il suolo natio

Uniti, per Dio,

Francesismo, par Dieu, cioè da Dio o attraverso Dio: Dio è dalla parte dei popoli oppressi. Questo è uno dei (non molti) riferimenti a Dio che è possibile trovare nelle opere di Mameli. Spiegherebbe la teoria del plagio, però.

Chi vincer ci può!?

La terza strofa, che è dedicata al pensiero politico di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, incita alla ricerca dell’unità nazionale attraverso l’aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell’intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune.

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

L’Italia chiamò.

 

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

Nella Battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 la Lega Lombarda sconfisse Federico Barbarossa, qui l’evento assurge a simbolo della lotta contro l’oppressione straniera. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l’unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell’inno nazionale italiano.

Ogn’uom di Ferruccio

Francesco Ferrucci, simbolo dell’assedio di Firenze (2 agosto 1530), con cui le truppe dell’Imperatore volevano abbattere la Repubblica fiorentina per restaurare la signoria dei Medici. In questa circostanza, il Ferrucci morente venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino. È da notare come in seguito il nome maramaldo sia stato associato a termini quali vile, traditore, fellone.

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Balilla

Soprannome di Giovan Battista Perasso che il 5 dicembre 1746 diede inizio, col lancio di una pietra ad un ufficiale, alla rivolta genovese che si concluse colla scacciata degli austriaci, che da alcuni mesi occupavano la città.

Il suon d’ogni squilla

I Vespri suonò

I Vespri siciliani, l’insurrezione del lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi estesasi a tutta la Sicilia dopo essere cominciata a Palermo, scatenata dal suono di tutte le campane della città.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute

Mercenari, di cui si attribuisce anacronisticamente l’uso all’Austria, non valorosi come gli eroi patriottici, bensì deboli come giunchi.

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute

L’Austria è in decadenza.

Il sangue d’Italia

Il sangue Polacco

Anche la Polonia era stata invasa dall’Austria, che coll’aiuto della Russia e della Prussia l’aveva smembrata. Il destino della Polonia è singolarmente legato a quello dell’Italia: anche nel suo inno (Mazurca di Dabrowski) c’è un riferimento agli italiani, e dei soldati polacchi che combatterono in Italia con le truppe alleate contro i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, partecipando anche all’assalto finale a Montecassino.

Bevé col cosacco

Con l’Impero russo.

Ma il cor le bruciò

Un augurio e un presagio: il sangue dei popoli oppressi, che si solleveranno contro l’Austria, ne segnerà la fine.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Evviva l’Italia

Questa strofa, che non è quasi mai eseguita, ricalca il testo della prima.

Dal sonno s’è desta

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa

Dov’è la vittoria?!

Le porga la chioma

Ché schiava di Roma

Iddio la creò

 

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 Il testo del Canto degli Italiani è giudicato talvolta troppo retorico, di difficile interpretazione e a tratti aggressivo. Per quanto riguarda la retorica e la violenza che a tratti traspare dalle parole dell’autore, secondo Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetti Tricamo e Piero Giordana, che hanno redatto una monografia sull’argomento, va considerato il periodo storico in cui fu scritto il Canto degli Italiani: la metà del XIX secolo era caratterizzata da un modo di esprimersi differente da quello utilizzato in tempi più recenti. Inoltre, secondo lo storico Gilles Pécout, è anche opportuno osservare che, durante il secolo citato, il principale mezzo di risoluzione dei conflitti era la guerra.

Invece, per quanto concerne la difficoltà nel cogliere il significato delle allusioni storiche e politiche contenute nel testo, che sono giudicate tutt’altro che immediate, Michele Calabrese, nella sua monografia sull’argomento, riconosce all’inno un certo spessore intellettuale: tra la cospicua produzione patriottica del Risorgimento, secondo Calabrese, il Canto degli Italiani ha infatti un testo caratterizzato da un profondo significato storico e culturale.

Sebbene il Canto degli Italiani abbia lo status di inno provvisorio, è stato comunque stabilito un cerimoniale pubblico per la sua esecuzione, che è in vigore tuttora. Secondo l’etichetta, durante la sua esecuzione, i soldati devono presentare le armi, mentre gli ufficiali devono stare sull’attenti. I civili, a loro volta, se lo desiderano, possono mettersi anch’essi sull’attenti.

In base al cerimoniale, in occasione di eventi ufficiali, devono essere eseguite solamente le prime due strofe senza l’introduzione. Se l’evento è istituzionale, e si deve eseguire anche un inno straniero, questo viene suonato per primo come atto di cortesia.

Riccardo Muti ha difeso Il Canto degli Italiani, apprezzando l’invito all’azione con l’obiettivo di affrancarsi dal dominio straniero che l’inno rivolge al popolo italiano rispetto al dolore comunicato dal pur melodicamente superiore “Va, pensiero”, il candidato più frequente alla sua sostituzione e ritenendo pertanto “Fratelli d’Italia”, con il suo carico di significati rinvigorenti lo spirito patriottico, più adatto ad essere suonato nelle occasioni ufficiali. Altri musicisti, come il compositore Roman Vlad, già sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano, considerano la musica tutt’altro che brutta e non inferiore a quella di molti altri inni nazionali.

E allora cantiamolo, quest’inno nazionale!