Marchionimi

Cosa succede quando si esporta all’estero un prodotto di successo? Il rischio di fare flop c’è sempre: gusti e sensibilità cambiano a ogni latitudine. Ma quando il suo nome, in altre lingue, acquista significati imbarazzanti, il fiasco è assicurato.

Ne sanno qualcosa i produttori, grandi e piccoli, che hanno fatto figuracce epocali scoprendo, troppo tardi, che all’estero il nome del loro prodotto (un’auto, una bibita, un telefonino, uno snack) richiamava i termini volgari usati per indicare il sesso, gli escrementi o gli insulti. Col risultato di diventare involontariamente comici, di perdere prestigio o, peggio, di offendere la sensibilità di un intero Paese.

In inglese questo tipo di errori si chiama “brand blunder” (sbaglio di marca), e la storia del marketing ne ha archiviati a decine, commessi anche da multinazionali molto celebri.

Un esempio tipico è quello che ho usato nell’immagine di questo post. Fra le specialità gastronomiche del Belgio ci sono le patate: la ditta Lutosa ne confeziona vari tipi, fra cui le crocchette a forma di pigna: perciò le vende col nome di Pom’pin, contrazione di “pomme de terre” (patata) e “pomme de pin” (pigna). Dato che un marchio del genere sarebbe sconveniente in Italia (ma va?), le hanno ribattezzate Pata’Pigna.

In “Svangerskabsforebyggendemiddel?” ho parlato di come alcuni prodotti siano stati scoperti per caso e di come il loro uso ne abbia decretato il successo a livello internazionale, tanto da pensare che fosse assurda la scoperta casuale. Questa volta invece vi parlerò di marchi e prodotti talmente potenti da riuscire a conquistare un posto nel vocabolario di tutti i giorni.

Questo fenomeno è identificato come “volgarizzazione del marchio” ed avviene quando un nome di marca entra a far parte del gergo comune per indicare genericamente una certa tipologia di prodotto, indipendentemente dalla marca di quest’ultimo.

Molto spesso una conseguenza fisiologia è l’ingresso del nome di marca nel dizionario: nascono così veri e propri neologismi, come ad esempio il verbo inglese “to google” (dal famoso motore di ricerca Google, guglare qui da noi) con il significato di “fare una ricerca su Internet”.

Vediamo qualche esempio:

Scottex

Produttori di fogli di carta assorbenti, il loro marchio ha preso posto nel linguaggio collettivo e ha preso il significato del prodotto che sponsorizza.

Scotch

Il nastro adesivo, comunemente chiamato anche scotch (dal nome commerciale di questo articolo prodotto dalla 3M). L’inventore fu lo statunitense Richard Drew, ricercatore della 3M, che lo mise in commercio nel 1930. Oggi la parola scotch significa “nastro adesivo”.

Rimmel

Rimmel è una azienda di cosmetici inglese fondata nel 1834 da Eugene Rimmel a Regent Street a Londra. L’azienda, con sede a Londra, ha sempre pubblicizzato la città puntato sullo stile “Swinging London”, utilizzando il nome Rimmel London in molte pubblicità. In Italia “rimmel” è comunemente usato come sinonimo di mascara.

Post-it

I Post-it (marchio depositato della 3M) sono dei foglietti di carta colorata o di altri materiali la cui caratteristica principale è essere semi-adesivi. Il loro nome è diventato sinonimo di piccole annotazioni, bigliettini, note e brevi appunti.

Kleenex

Kleenex è il brand di fazzoletti di carta e veline tra i più diffusi e famosi del pianeta, sinonimo del prodotto stesso in Italia e in molti Paesi.

Jeep

La Willys-Overland, che produsse la famosa MB durante la seconda guerra mondiale, iniziò a usare il nome Jeep con la versione civile della MB, ossia la CJ, acronimo di ‘Civilian Jeep’. Per anni “jeep” è stato sinonimo di fuoristrada 4×4.

Borotalco

Il Borotalco è stato creato nel 1874 da Henry Roberts, farmacista di Firenze. Dal 1904 il Borotalco venne messo in commercio nel famoso barattolo di latta verde, in seguito negli anni il barattolo diventò di plastica, sempre di colore verde. Nel 1957 vennero realizzati dei caroselli RAI (se non è Roberts, non è borotalco). Dagli anni novanta in poi il nome Borotalco iniziò ad espandersi, iniziando a comprendere altri prodotti, e iniziando a diventare nome comune.

Cellophane

Il termine cellophane fu creato da Brandenberger dall’unione delle parole “cellulosa” e “diaphane” (diafano, ovvero “che lascia passare la luce e permette di vedere attraverso esso”). Da molti anni è diventato un termine di uso comune per indicare la pellicola trasparente.

Questo fenomeno rappresenta sicuramente un vanto per le aziende, un segnale forte del gradimento del pubblico e del successo del prodotto stesso ma, esiste un rovescio non tanto piacevole della medaglia: Il rischio insito nella volgarizzazione è quello di perdere i diritti di proprietà sul marchio ma soprattutto la sua capacità distintiva.

Se il termine entra a far parte del linguaggio comune, il produttore non può impedire ad altri l’uso del nome!

Vediamo altri esempi:

Biro

La biro in Italia è arrivata sul finire degli anni Quaranta, come in tutta l’Europa occidentale. Si tratta di una penna “a sfera”, basata sulla presenza, alla punta, non di un pennino ma appunto di una piccola pallina, e sull’uso di un inchiostro meno fluido e più viscoso di quello tipico delle stilografiche, o dei calamai usati a scuola. A produrre la grande maggioranza delle biro in commercio era già allora la BIC, marchio inventato dal barone Marcel Bich, che aveva comprato durante la guerra il brevetto dall’inventore, l’ungherese Laszlo Biro: un giornalista che secondo la leggenda aveva avuto l’idea vedendo una biglia che lasciava una scia lungo la strada. Per l’azienda del barone francese il successo è stato da allora ininterrotto, fino al festeggiamento nel 2005 dei cento miliardi di penne vendute, quasi venti penne per ogni abitante della terra. Biro invece è morto povero, ma alla fine è suo il nome che è diventato una parola di uso comune.

Thermos

Un vaso di Dewar è un contenitore che mantiene il suo contenuto isolato dell’ambiente esterno frapponendo con l’esterno delle aree di vuoto che consentono un isolamento termico tra il contenuto e l’ambiente. Il primo vaso a vuoto per uso commerciale fu prodotto nel 1904 dalla compagnia tedesca “Thermos GmbH”. Il nome commerciale rimane registrato in alcuni stati, ma non negli Stati Uniti dove dal 1963 è un nome generico, sinonimo di contenitore a vuoto.

Velcro

Fino al 2 aprile 1978, se vi fosse mai capitato di parlare di velcro, non potevate sbagliare. Fino a quel giorno, infatti, il nome per indicare il sistema attacca e strappa (meglio: chiusura hook and loop) usato su giacche, scarpe, borse, giochi, era di proprietà dell’omonima azienda, la Velcro appunto. Quel giorno, però, il brevetto che ne rivendicava la paternità scadeva, e il sistema di chiusura inventato da George de Mestral diventava di dominio pubblico, vantando una serie di imitatori da cui, per rimanere in tema, sarebbe stato difficile staccare il nome di velcro.

Betafence

Betafence è un’azienda belga che produce recinzioni, nata nel 1880 creata da Leon Bakaert. La sede principale è in belgio a Zwevegem. Fino al 2005 l’azienda era denominata Bekaert, poi ha cambiato il nome in quello attuale.

Mocio

Il mocio è uno strumento utilizzato per pulire le superfici dure (pavimenti, piastrelle, etc.) ed è costituito da una testa collegata a un manico, al quale sono attaccate delle strisce di tessuto. L’americana Joy Mangano era convinta che esistesse un modo meno sfiancante e faticoso per pulire i pavimenti, senza doversi necessariamente piegare mettendo le mani nell’acqua sporca e fredda di un secchio.

Nel 1990, Joy lanciò l’invenzione nel negozio del padre, supportandola con una televendita. Inizialmente un po’ fiacche, le televendite esplosero quando la stessa Mangano decise di pubblicizzare in televisione il suo prodotto: come protagonista delle televendite in cui dimostrava l’utilizzo del mocio, Joy riuscì a totalizzare quasi 20mila ordini in una sola volta. La dimostrazione che l’invenzione della Mangano non è passata in sordina, è la decisione del regista David O. Russell di raccontarne la vita nel film Joy. E l’uso del nome “mocio” è addirittura arrivato in tribunale, ma questa, come sempre, è un’altra storia…

Storia, magistra vitae – Jugoslavia

Alcuni cambiamenti sono così lenti che non ce ne accorgiamo, altri sono così veloci che non si accorgono di noi: ad esempio, le attività umane stanno rendendo il cambiamento climatico centosettanta volte più veloce rispetto a come andrebbe se ci fossero le sole forze della Natura. Oppure, pensiamo all’impatto che ha avuto WhatsApp in soli otto anni (sì, è stato inventato solo nel 2009) nel nostro modo di comunicare.

Quando ero da poco nel mondo degli adulti, uno stato ad est dell’Italia cambiò, in modo radicale e nel giro di pochi anni: sto parlando della Jugoslavia.

Vale la pena prima di capire dove si trovava la Jugoslavia, cioè descrivere la regione cosiddetta balcanica: essa si trova nella parte orientale dell’Europa, tagliata dalla catena montuosa dei Balcani (dal turco letteralmente “montagna”). Comprende, procedendo da sud, la Turchia, la Bulgaria, la Romania, la Grecia, l’Albania, la ex Jugoslavia (Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia, Croazia e Slovenia), e a est l’Ungheria. Una molteplicità di stati, staterelli, popoli, religioni, razze differenti divise tra loro da usi e costumi, da catene montuose con scarsi e difficili sbocchi al mare.

Nell’antichità, a partire dal V secolo d.C. quella regione era stata spesso scenario di guerre, sin dall’insediamento dei primi popoli “slavi”. Gli Ungari, gli Slavi e i Macedoni erano guerrieri temuti e conosciuti dai popoli germanici e solo Ottone I di Sassonia nella battaglia di Lechfeld (10 agosto 955) segnò la fine delle incursioni degli Ungari in Europa centrale.

I primi stati indipendenti apparirono comunque tra il VII e il XIII secolo, ma anche una volta costituiti la maggior parte di essi era caratterizzata da instabilità, una situazione tormentata che si protrasse per generazioni all’ombra dell’Impero Bizantino che esercitò la sua notevole influenza fino al suo collasso definitivo e alla sua caduta.

A cavallo tra il XII e il XIII secolo si costituì il primo stato indipendente serbo, ma la denominazione di Impero arrivò soltanto con l’avvento di Dušan che conquistò molta parte della regione balcanica e riuscì a mantenersi autonomo estendendo i propri confini fino alla Turchia e alla Grecia. Impero che in realtà durò poco e dopo la morte dello “Zar e autocrate dei Serbi e dei Romani” (Bασιλες κα ατoκράτωρ Σερβίας κα Pωμανίας), come si era autoproclamato, si dissolse in tanti piccoli pricipati indipendenti.

In quella parte del mondo non c’è mai stata vera pace né tregua. Nel Novecento, la prima grande deflagrazione mondiale (1914-18) prese il via proprio dal cuore della Bosnia Erzegovina, da Sarajevo, con l’assassinio dell’arciduca d’Austria, come ho raccontato in “Destino principe”.

Già negli anni precedenti la Grande Guerra, comunque, i Balcani erano stati al centro di due conflitti: nell’ottobre 1912 la dichiarazione di guerra alla Turchia guerra conclusasi con il Trattato di Londra del dicembre dello stesso anno; nel giugno 1913 nuova guerra nei Balcani, terminata con la pace di Bucarest nell’agosto.

Con l’epilogo della Grande Guerra, il primo dicembre 1918 venne proclamata a Belgrado l’Unione dei Serbo-Croati-Sloveni; sono poi state le assemblee nazionali dei tre stati a deliberare, insieme a quella montenegrina, e il loro scioglimento e la loro confluenza nell’Unione: fu in pratica la nascita della Jugoslavia, una confederazione di stati che veniva però basata più su un’identità politica che etnica con l’intento di ridimensionare se non minimizzare o addirittura negare le diverse nazioni al suo interno.

I decenni che ne seguirono rivelarono la difficile realtà, culminata prima e dopo la Seconda guerra mondiale con la guerra civile che portò al potere il partito comunista. Una guerra civile atroce, quella che si svolse nel territorio dall’Adriatico al Kosovo e al confine con l’Ungheria. Massacri e genocidi si succedettero, intere popolazioni scomparvero nelle foibe. Ci volle l’autorità del Maresciallo Tito per instaurare, tramite un forte governo centralizzato, una confederazione in grado di salvaguardare le libertà nazionali senza ulteriori spargimenti di sangue. Alla fine del 1943 si arrivò alla seconda Jugoslavia costituita in comunità federale di serbi, croati, montenegrini, sloveni e macedoni.

Capo del governo e ministro della difesa dal’45 al ’53, Tito (eletto presidente della repubblica, carica conferitagli poi a vita nel ’63) legò il proprio nome alle tappe fondamentali di quella che venne battezzata la via jugoslava al comunismo: nel 1948 rottura con Stalin, sette anni dopo parziale riconciliazione con l’Urss, emarginazione del revisionista Djilas nel 1954, emancipazione politica economica a partire dal 1966, decentramento avviato nel 1974. Ma soprattutto Tito contribuì enormemente a compattare il paese con il sistema federale, all’autogestione dei lavoratori e alla politica estera di neutralità tra i due blocchi e tra le due grandi Potenze dell’epoca (Usa e Urss).

Il titoismo con tutti i suoi meriti sul piano nazionale e internazionale aveva però il suo tallone d’Achille, in quanto poteva ergersi a baluardo dell’unità della federazione solo in virtù della grande personalità del Maresciallo. Difatti, alla sua morte a Lubiana nel maggio 1980 seguì inevitabile lo sfacelo della sua costruzione.

Pian piano i suoi successori non si rivelarono all’altezza: il socialismo jugoslavo venne travolto dalla crisi economica e, quel che è peggio, riesplosero i nazionalismi che portarono alle divisioni e alle tremende guerre di quei terribili anni.

Dietro alle varie nazioni si profilarono grossi potentati: Croazia e Slovenia erano appoggiate dalla Germania, che così sperava di estendere il suo potere economico. Alle spalle della Serbia l’Urss e dopo il suo disfacimento la Russia; a sostegno dei musulmani della Bosnia si mossero gli stati arabi e in particolare l’Iran.

La guerra vide prima la Serbia di Milosevic contro la Croazia, poi contro la Bosnia, che pure al suo interno aveva una più o meno burrascosa convivenza tra etnie e religioni diverse.

Da Sarajevo cominciarono ad arrivare immagini drammatiche: artiglierie e cecchini colpivano senza sosta in una sorta di tiro al bersaglio continuo. Un orrore che raggiunse il culmine in due episodi che convinsero gli Stati Uniti e la comunità internazionale della necessità di far finire quella guerra di tutti contro tutti: la strage di Markale, il mercato di Sarajevo, nel febbraio 1994 e, soprattutto, il massacro di Srebrenica tra l’11 e il 18 luglio 1995, con ottomila musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladic e centinaia di donne stuprate.

Ma non furono solo quelle le cose che accaddero in quegli anni, ma quello che più mi colpisce è che oggi la maggior parte della popolazione mondiale sia indifferente verso quello che accadde o non sappia come andarono realmente le cose.

Purtroppo in rete si legge di tutto, ma alcuni riescono ad essere ancora “sul pezzo” e riescono ad inquadrare bene la cosa: consiglio la lettura di Christopher Black, uno dei giuristi penali internazionali più noti al mondo. Sul conflitto in Rwanda e su quello nella ex Jugoslavia negli anni ’90, in particolare, Black ha dimostrato davanti ai tribunali “ad hoc” la loro illegittimità dal punto di vista della Carta delle Nazioni Unite e il loro essere meri strumenti di guerra degli Stati Uniti d’America.

Pochi giorni fa il conflitto Jugoslavo e la Corte penale internazionale sono tornati alla ribalta per il suicidio in diretta di Slobodan Praljak, ex militare condannato per crimini di guerra. Ma non tutti sono convinti che il tribunale dell’Aja sia dalla parte della giustizia: attenzione, però, la Corte Penale Internazionale non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, quindi qualche dubbio sulla sua imparzialità ce l’ho anche io.

A distanza di un quarto di secolo l’assedio di Sarajevo e la guerra in Bosnia sono ancora raccontate secondo schemi diversi. Ognuno ha le sue verità, e tra esse è estremamente difficile che si instauri una superficie di contatto.

E come avevo detto in “Storia,magistra vitae – Introduzione”, un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo.

Storia, magistra vitae – Yazidi

“I Trentasei stratagemmi” sono un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale, spesso tramite mezzi non ortodossi e ingannevoli. Il testo è stato scritto probabilmente durante la Dinastia Ming (1366-1610). Ad esempio, nel primo capitolo, al paragrafo sei, intitolato “Rumore ad est, attacco ad ovest”, riporta: “In ogni battaglia l’elemento sorpresa può fornire un vantaggio schiacciante. Attacca il nemico dove meno se lo aspetta. Usa un diversivo per creare un’aspettativa nella sua mente.” L’idea è far concentrare le forze del nemico in un luogo e attaccare un punto poco difeso.

In effetti in passato la comunicazione non era quella odierna e si potevano usare degli stratagemmi per vincere le guerre. Lo stesso Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, durante la battaglia di Cheronea, nel 338 a.C., prima prese per noia le truppe di Ateniesi e Tebani, costringendole ad aspettare a lungo sotto il sole, quindi organizzò una falsa ritirata, ordinando alla sua falange di ritirarsi gradualmente e riuscendo ad attirare i nemici in una trappola. E di esempi se ne possono fare a migliaia.

Ci si dovrebbe meravigliare, dunque, se avvenisse qualcosa oggi senza che i media ne parlino o senza che vi sia una conoscenza dei fatti. Eppure succede ancora.

Come nel caso degli “yazidi”.

Lo Yazidismo è una fede religiosa diffusa nelle regioni del Sinjar iracheno da prima della comparsa in quelle regioni dell’Islam: è una religione monoteista, la cui origine è discussa in ragione anche dell’accentuato esoterismo delle sue dottrine, che consentono solo agli iniziati di accedere al suo nucleo più autentico.

Erroneo, malgrado un frequente uso giornalistico, è considerare il termine “yazidi” come nome del popolo, poiché la loro etnia è quella Curda, ma per semplificare, commetterò consapevolmente questo errore.

Nel corso dei secoli scorsi sono stati duramente perseguitati: per rimanere ai tempi moderni, dagli Ottomani a fine ‘800 e dal governo turco nella seconda metà del ‘900. Durante il regime di Saddam Hussein, gli yazidi vennero classificati come “arabi”, in modo tale da falsare gli equilibri etnici nella regione, anche se il regime li emarginò e li discriminò socialmente e culturalmente. Negli anni 1987-88, in Iraq, Saddam scatenò una durissima repressione della comunità yazidi. Il dittatore ordinò anche una deportazione: decine di migliaia di yazidi furono costretti a trasferirsi centinaia di chilometri ad ovest, in un’area montuosa al confine con la Siria. Dopo la caduta di Saddam nel 2003, i curdi richiesero che gli yazidi fossero riconosciuti come facenti parte del popolo curdo a tutti gli effetti.

Ma i loro problemi non erano finiti.

Nell’ultimo anno gli yazidi sono stati molto attivi, attraverso un’organizzazione fondata in America, di nome Yazda, nel cercare di diffondere la consapevolezza sul genocidio subito dalla loro piccola comunità. Hanno fatto appello alla Corte Penale Internazionale come pure alle Nazioni Unite, e il volto di questa loro battaglia è diventato quello di Nadia Murad, 21 anni, una delle donne rapite dai miliziani del sedicente stato islamico, vittima di stupri e ridotta in schiavitù per tre mesi. Portata con le altre donne nell’agosto 2014 a Mosul, acquistata come schiava da un uomo che aveva una moglie e una figlia, dopo il primo tentativo di fuga per punizione è stata stuprata da sei miliziani fino a perdere conoscenza. È riuscita a scappare alla fine e ora parla in tutto il mondo a nome del suo popolo.

Ma che cosa è successo e che cosa sta accadendo a quel popolo?

Quando Isis, il 3 agosto del 2014, ha circondato la montagna di Sinjar non tutti sono scappati o morti. Chi ha visto gli uomini di Al Baghdadi arrivare e circondare le case, è stato testimone di orrori indicibili. A sfogliare i rapporti stilati dalle ong come Yazda, il pensiero corre indietro nel tempo. Uomini violenti, incappucciati di nero, fosse comuni, ossa abbandonate, vestiti rimasti sul fianco della montagna come mute bandiere di stupri che sarà difficile dimenticare. E, ancora, file di uomini messi con la faccia verso terra e decapitati o giustiziati con una pallottola in testa. Tutto ci riporta ai campi di concentramento, ai massacri dei nazisti, agli orrori della guerra in Bosnia, alle pulizie etniche del Rwanda.

Secondo le Ong che operano in questa fascia di terra al confine tra l’Iraq e la Siria, sono ancora 3.500 gli esseri umani, per lo più donne e bambini, nelle mani di Isis. Gli altri duemila sono riusciti a scappare, aiutati dagli attivisti che si adoperano per pagare i riscatti e per individuare gli ostaggi. Quel numero, 3.500, lascia però senza fiato, soprattutto perché nessuna forza militare è intervenuta per liberare queste donne e questi bambini. Nessun soldato ha ricevuto l’ordine di passare le linee nemiche per salvare questi innocenti dall’inferno. Se qualcuno è scappato è stato solo grazie all’aiuto di un pugno di uomini coraggiosi.

Chi, tra gli yazidi, non è stato catturato da Isis o non è stato ucciso, è sfollato nei campi profughi. E difficilmente riuscirà a tornare a casa. Con il risultato che le comunità sono ormai completamente abbandonate. Lo Stato islamico dunque è riuscito nel suo tentativo di pulizia etnica. E ha raggiunto l’obiettivo con una ferocia mai usata, nemmeno contro altri gruppi, dai cristiani ai mandei. A scatenare la furia del Califfato non è stata solo la necessità di trovare delle donne per mantenere alto il morale delle reclute. Isis si è scagliato con tutta la ferocia possibile contro questo gruppo, in nome di una presunta superiorità religiosa.

Il culto yazida contiene infatti in sé elementi di cristianesimo, islam e zoroastrismo. Si tratta di una religione antichissima che ha le sue origini nel 1300. E che i miliziani di Al Baghdadi hanno interpretato come adorazione del diavolo.

Ecco perché parlare di genocidio del popolo yazida non è errato. Le immagini delle fosse comuni che ora vengono alla luce, ci confermano quanto accaduto. A riconoscere la definizione di genocidio è stato anche il Parlamento europeo, con una risoluzione votata il 4 febbraio all’unanimità. È stata la prima volta che a Strasburgo i parlamentari hanno usato questo termine.

Oltre alla necessità di trarre in salvo le donne e i bambini ancora in ostaggio, il riconoscimento del genocidio contro gli yazidi e contro altre minoranze ha però un’altra valenza importantissima. Se infatti i massacri condotti da Isis contro questo popolo rientreranno definitivamente tra i crimini condannati dalla Convenzione delle Nazioni Unite, un domani – si spera non molto lontano – i jihadisti, potrebbero essere condannati per crimini contro l’umanità davanti alla Corte Penale Internazionale. E salire alla sbarra. Esattamente come fu per i gerarchi bosniaci e quelli nazisti.

Un aggiornato rapporto sulle fosse comuni di vittime dell’Isis in territorio siriano e iracheno faceva ammontare a 72 i siti delle sepolture di massa, e fino a 15 mila i corpi che vi si possono trovare. (Convenzionalmente, si chiamano “mass graves”, o fosse comuni, i luoghi in cui siano stati seppelliti almeno quattro corpi). A gennaio scorso, nel territorio finalmente liberato – benché non per intero – di Sinjar erano state ritrovate oltre 35 fosse comuni, sulla scorta di testimonianze degli scampati o del caso. Là le vittime sono pressoché tutte yazide, appartenenti alla minoranza più superstiziosamente odiata e perseguitata dall’Isis, che presso Mosul e nella provincia di Ninive contava fra le 4 e le 500 mila persone.

Che il mondo sappia che lo Stato Islamico non rappresenta alcuna religione, ma rappresenta il male.

Storia, magistra vitae – Codevigo

Esistono fatti che non si possono contestare. Al massimo si possono giudicare.

Ma come ho già detto in “Storia, magistra vitae – introduzione”, noi siamo un popolo che non ricorda. O ricorda solo quello che fa comodo ricordare.

Eppure la mia generazione dovrebbe ricordare. Non certo la seconda guerra mondiale, ma quantomeno gli anni di piombo, anche perché fu un periodo abbastanza lungo (compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni ottanta), in cui si verificò un’estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nell’attuazione della lotta armata e in atti di terrorismo.

Italiani contro italiani.

Ma non era la prima volta che accadeva.

Facciamo un passo indietro. Alla fine della prima guerra mondiale, per la precisione.

All’indomani della prima guerra mondiale il Regno d’Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale precaria e difficile. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650.000 caduti e circa 1.500.000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell’Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.

Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti più importanti dell’Interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita a un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un piccolo gruppo di reduci e intellettuali interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari, si radunò in un locale di Piazza San Sepolcro a Milano, dando vita ai Fasci di Combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista.

Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d’ogni arma confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità e avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei fasci di combattimento le neonate squadre d’azione si scontrarono con i socialisti e condussero l’assalto all’Avanti! (un quotidiano politico socialista di cui lo stesso Mussolini era stato direttore), devastandone la sede: l’insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia.

Dal punto di vista organizzativo, al “gruppo di Milano” si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell’appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono più determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell’olio di ricino. In questo clima di violenze alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini.

Forte dell’appoggio della base, Mussolini decise di agire: il momento pareva propizio e così un forte contingente di 50.000 squadristi venne radunato nell’alto Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale. Era il 28 ottobre 1922. Lo stesso giorno, a compimento della marcia su Roma, il re incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo dopo che Luigi Facta si dimise.

In vista delle elezioni del 6 aprile 1924 Mussolini fece approvare una nuova legge elettorale (legge Acerbo) che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno il 25% dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 64,9% dei voti.

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando i risultati delle elezioni. Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso.

Mussolini, ben presto si fece chiamare Duce (dal latino dux, cioè “capo, guida”) e rafforzò il suo potere. Dichiarò che ogni altro partito e associazione erano illegali, ed eliminò ogni forma di libertà (di stampa, di espressione, di associazione). Gli oppositori del fascismo furono imprigionati o mandati al confino in luoghi sperduti. Ogni voce di dissenso fu fatta tacere.

Nelle scuole divenne obbligatorio l’insegnamento delle nozioni della cultura fascista, e tutti i giovani furono organizzati in associazioni di stampo militare. Mussolini promosse poi una forte propaganda attraverso la radio e i giornali.

Nel 1929 Mussolini e papa Pio XI firmarono i Patti Lateranensi, così il governo riconobbe il cattolicesimo come religione di Stato. Per cercare di rimettere in sesto l’economia italiana, Mussolini mise dei limiti alle merci che si potevano importare dall’estero, favorendo la produzione interna.

Promosse l’agricoltura e avviò la bonifica di zone paludose, come l’Agro Pontino. Nel 1936, spinto dal desiderio di fare dell’Italia una potenza coloniale, Mussolini decise di conquistare l’Etiopia. Nello stesso anno strinse un patto di alleanza con Adolf Hitler: l’Asse Roma-Berlino. Per avvicinarsi alla politica dei nazisti tedeschi, nel 1938 vennero emanate in Italia le leggi razziali contro gli ebrei.

Nel 1939 Mussolini decise di stringere ancora di più la sua alleanza con Hitler, perché era convinto che, al suo fianco, l’Italia avrebbe potuto diventare una grande potenza. Firmò quindi con la Germania nazista il Patto d’Acciaio, che prevedeva aiuto reciproco in caso di guerra.

Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini fu colto di sorpresa, e decise di non entrare in guerra. Poi però, accorgendosi dei rapidi successi riportati da Hitler, temette di rimanere escluso dai benefici della vittoria e, il 10 giugno 1940, dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia, a fianco della Germania.

La guerra, contrariamente alle speranze del Duce, non finì in pochi mesi. Anzi, si protrasse per tre lunghi anni, durante i quali l’esercito italiano subì dure sconfitte in Grecia e in Africa, oltre che gravi perdite in Russia.

Poi arrivò il 1943. Per alcuni fu la fine della guerra, per altri, come ho già raccontato in “Storia, magistra vitae – Marocchinate”, fu l’inizio di altre sofferenze.

I cosiddetti “congiurati” del Gran Consiglio del Fascismo votarono la sfiducia a Mussolini il 25 luglio di quell’anno, illudendosi che sacrificando il duce si sarebbe arrivati ad una rapida soluzione dei problemi; il re, e Badoglio, successore di Mussolini quale Capo del Governo, si illusero che avrebbero potuto fare marcia indietro con i tedeschi senza per questo pagarne il dazio; chi aderì alla Repubblica Sociale Italiana, regime esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi, si illuse di difendere l’onore della Patria; i partigiani si illusero di sostituire la dittatura fascista con quella del proletariato, trovandosi poi invece a dover sostenere l’occupante (non il liberatore) americano; il popolo italiano si illuse che la guerra era finita.

Quella notte tra il 24 e il 25 luglio del ’43 Mussolini accettò la deliberazione del Gran Consiglio che gli imponeva di rimettere tutti i poteri al re: ma Vittorio Emanuele III, il cui unico scopo era salvare sé stesso, lo fece arrestare quando Mussolini si presentò per formalizzare la cessione dei poteri.

Tutti i poteri furono affidati ai vertici dell’esercito che instaurarono una dittatura militare con a capo il Maresciallo d’Italia Badoglio. Del nuovo esecutivo nessun esponente politico ne faceva parte in quanto i partiti rimanevano fuori legge al pari del partito fascista nel frattempo sciolto.

Il nuovo governo si affrettò a rassicurare l’alleato tedesco circa la fedeltà dell’Italia e il proseguimento della guerra e nel contempo avviò segreti contatti con gli angloamericani per passare armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica illusione di uscire indenni da una guerra che volgeva al peggio.

L’8 settembre 1943 arrivò l’annuncio di Badoglio che chiamò armistizio quello che in realtà fu pazzia: nel volgere di 24 ore i tedeschi divennero improvvisamente nemici e gli invasori americani alleati.

Chi non crede alle mie parole, lo vada a vedere in film pluripremiato di Luigi Comencini, “Tutti a casa”, nel quale uno sbigottito Alberto Sordi arriva a dire: “Signor Colonnello, i tedeschi si sono alleati con gli americani”, a dimostrazione della confusione e dello sgomento che quella decisione creò.

Decisione che servì soprattutto a scatenare l’ira vendicativa di Hitler.

Con il rovesciamento del fronte e il passaggio dell’Italia dalla parte degli angloamericani (che faceva presagire una rapida e vittoriosa conclusione del conflitto), si riorganizzarono i vecchi partiti che seppero, soprattutto quello comunista che aveva mantenuto una sua struttura clandestina, cogliere al volo quella insperata opportunità di tornare ad essere protagonisti della politica italiana.

La guerra invece continuò per altri 18 mesi e nel conflitto tra eserciti si inserirono i partigiani, alcuni smaniosi di ricostruirsi una verginità politica dopo essersi affermati grazie al regime, altri per attribuirsi delle onorificenze da spendere al tavolo della spartizione del potere alla fine del conflitto. E fu guerra civile.

E a fronte delle stragi perpetrate dai nazisti, come quella di Marzabotto e quella di Sant’Anna di Stazzema, i partigiani decisero che era arrivata ora di rendere pan per focaccia.

Codevigo è stata teatro involontario di uno di quegli episodi: quella che dal 29 aprile al 15 maggio del 1945 ha segnato una pagina dolorosa della nostra storia nazionale. Una pagina a lungo nascosta.

Cosa successe in quei giorni del 1945?

L’Ottava armata britannica attraversò il Po e marciava verso nord per ricacciare i tedeschi oltre confine. Aggregato agli inglesi c’era anche il Gruppo di combattimento “Cremona”, che faceva parte del Regio Esercito e fiancheggiava gli alleati.

C’erano anche i partigiani, quelli della 28ª brigata garibaldina “Mario Gordini”, sotto il comando di Arrigo Boldrini, mitico capo dalle superiori capacità organizzative. È importante sapere che sia gli effettivi del “Cremona” sia i partigiani erano tutti originari del ravennate. Arrivarono a Codevigo il 29 aprile: liberatori ma anche, com’era comprensibile, giustizieri.

Due esempi valgano per dare l’idea di come vennero “giustiziati” i condannati: Corinna Doardo, maestra elementare, fu prelevata dai partigiani che la sottoposero a sevizie tali che il medico accertò che solo un orecchio era rimasto intatto; dopodichè la fucilarono e abbandonarono il cadavere nudo nel cimitero.

Mario Bubola, figlio del podestà del paese, fu prelevato da casa e poi torturato. Tentarono di tagliarli il collo con del filo spinato; gli fu tagliata la lingua, infilatagli poi nel taschino della giacca, gli furono tagliati i testicoli che gli furono messi in bocca.

 Ma questo fu solo l’inizio: l’eliminazione, purtroppo “fisiologica” dei fascisti locali fu il primo passo di una resa dei conti che partiva da lontano. Soldati del Regio Esercito e partigiani erano tutti di Ravenna e dintorni, e avevano parecchi conti in sospeso. Appresero che camicie nere e formazioni repubblichine provenienti da Ravenna e provincia erano fuggite davanti all’avanzata alleata e poi si erano arrese ai CLN locali.

Probabilmente avevano degli elenchi precisi, con nomi e cognomi dei tre gruppi di fascisti: la Guardia Nazionale Repubblicana e la brigata nera del presidio di Candiana, la Guardia Nazionale Repubblicana dei presidi di Bussolengo e Pescantina, nel Veronese. Andarono a prenderseli.

I partigiani di Boldrini si presentarono ai compagni che custodivano i fascisti e se li fecero consegnare: promisero che li avrebbero portati a Ravenna per processarli, li caricarono sui camion e se li portarono via. Non arrivarono mai a Ravenna, non ci fu mai alcun processo: l’ultima fermata fu Codevigo.

Vennero ammazzati in luoghi diversi: nei campi, sugli argini del Brenta e del Bacchiglione, dentro a qualche casa colonica. I corpi furono abbandonati, o buttati in fiume. Erano tanti, e tutti senza documenti. La vendetta partigiana è stata una vendetta scientifica: cercata, voluta, programmata, eseguita. Tra gli uccisi, come al solito, c’era di tutto: chi era vissuto di ideali e chi questi ideali aveva tradotto in potere, soprusi, violenze. I ravennati del “Cremona” e di Boldrini ricordavano bene le gesta degli squadristi e dei fascisti ravennati come loro: stupri, omicidi, spedizioni punitive compiuti nella provincia di Ravenna per anni e anni, dagli albori del Fascio di combattimento fino agli ultimi tempi.

Una resa dei conti, violenze da lavare con il sangue e la rabbia di chi ha subìto ed ora vince.

Una ridda di cifre false, supposizioni, esagerazioni. In realtà gli uccisi furono 136. Di questi 18 erano di Codevigo, Pontelongo, Correzzola, Piove di Sacco almeno 64 residenti in provincia di Ravenna, e sugli altri non c’è certezza perché non sempre è stata possibile l’identificazione.

Ma lo stesso accadde a Oderzo, a Concordia, a Pescarenico, a Monte Manfrei, a Cadibona, a Rovetta, a Lovere, a Schio e in mille altri posti, dove non furono uccisi senza processo solo quelli che nel ventennio si erano macchiati di delitti, ma anche chi veniva semplicemente segnalato come collaborazionista o che si era consegnato per chiarire la propria posizione.

Come Jolanda Crivelli. Ausiliaria della Saf (Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana), Jolanda Crivelli aveva solo 20 anni ed era la giovanissima vedova di un ufficiale del Battaglione M, ucciso a Bologna durante la guerra civile, in un agguato. Il 26 aprile Jolanda Crivelli raggiunse Cesena, la sua città natale, per tornare dalla madre, che viveva sola. Immediatamente, come capitava in quei terribili giorni, fu riconosciuta e additata da suoi concittadini ad alcuni partigiani comunisti: ”È una fascista, moglie di fascista!”. Percossa a sangue, torturata, violentata, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto a tutti come ammonimento per tutti i fascisti. Poi fu permesso alla madre di seppellirla.

Ma noi siamo un popolo che deve dimenticare.

Storia, magistra vitae – Marocchinate

Come avevo concluso in “Storia, magistra vitae – introduzione”, mi piacerebbe parlare di un paio di episodi accaduti durante il periodo che va dal 1943 al 1945. Prima però, un breve cenno a cosa era accaduto prima.

Negli anni ’30 del secolo scorso si verificò una crisi economico-finanziaria senza precedenti: se gli stati europei avessero avuto una visione globale con cui affrontare il problema, la questione sarebbe forse rimasta confinata negli USA, ma l’affannosa ricerca della sicurezza e l’affiorare di elementi di destabilizzazione interni all’Europa spinsero gli stati a chiudersi a riccio.

Così quando nel ‘29 si registrò un arresto del flusso dei crediti a lungo termine dagli USA, in Germania si verificò un’impennata inflazionistica e una crisi produttiva: per fronteggiare la situazione, Heinrich Brüning, allora cancelliere tedesco, avviò una politica di restrizioni finanziarie, che spinse i socialisti all’opposizione. L’asse della politica tedesca si spostò verso destra, ma a trarne vantaggio non fu il governo bensì l’opposizione più estremistica, rappresentata dal Partito nazionalsocialista di Hitler. Questo partito, che in precedenza aveva avuto un peso politico trascurabile, nelle elezioni del ‘30 ottenne più di 100 seggi.

Lasciati a sé stessi, i paesi europei affrontarono la crisi ciascuno secondo il proprio assetto politico e finanziario. Alcuni paesi, come la Francia furono meno colpiti; altri, come la G.B., si rifugiarono nel protezionismo; in Italia, il governo Mussolini avviò la nazionalizzazione delle industrie in crisi e i primi passi della politica autarchica.

L’avvento di Hitler al potere segnò il trionfo in Germania della volontà di rivincita e del progetto di recupero di antichi disegni di dominazione.

Hitler era nato in Austria, in un ambiente intriso di antisemitismo e pangermanesimo. Le sue idee divennero esplicite nel “Mein Kampf”; i 2 volumi furono dettati da Hitler durante la detenzione in carcere alla quale fu sottoposto in seguito alla partecipazione ad un fallito colpo di stato a Monaco.

È’ stato troppo facile, dopo la guerra, attribuire a un uomo solo la responsabilità della catastrofe. Fino al ‘39, infatti, Hitler fu aiutato, tollerato, blandito, nel suo disegno, da personalità che poi sarebbero divenute esponenti della cultura democratica.

Mentre Hitler, senza clamore, si riappropriava di territori di confine, ci furono due fatti che destabilizzarono una situazione già di per sé esplosiva: la conquista italiana dell’Etiopia e la guerra civile spagnola.

Questi due fatti procurarono una spaccatura tra i paesi europei e portarono alla conseguenza che si formarono due schieramenti: da una parte GB e Francia, dall’altra Germania e Italia (nonostante Mussolini avesse, nel ’33, convinto tutti ad aderire ad un trattato, mai ratificato formalmente, tra le quattro superpotenze).

Sabato 12 marzo 1938, Hitler invase l’Austria e senza sparare un colpo, ne prese possesso (la famosa anschluss, annessione).

Personalmente faccio partire la seconda guerra mondiale da questo episodio e non dall’invasione della Polonia, avvenuta nel 1939.

Così come l’inizio, anche la fine può avere due date di riferimento. Una è l’8 settembre del ’43, annuncio dell’armistizio da parte di Badoglio, l’altra è il 15 agosto del ’45, giorno della resa del Giappone dopo lo sgancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Già, il 29 aprile (e non il 25, che, come tutti sanno, è una data simbolica), giorno della resa della Germania, non fu l’ultimo giorno di guerra. Anzi, a dirla tutta, in Italia la fine della guerra va indicata con la data del 2 maggio ’45, giorno stabilito il 29 aprile, in realtà, con un trattato di resa.

Non sto qui a narrare le nefandezze della seconda guerra mondiale, che portarono alla morte più di 40 milioni di persone. Né come questo avvenne, con campi di sterminio e rastrellamenti di persone inermi; la seconda guerra mondiale è e resterà una delle pagine più brutte della millenaria storia dell’umanità.

Quello che voglio raccontare oggi è un episodio avvenuto durante il periodo che viene chiamato da alcuni come “guerra di liberazione d’Italia” e da altri come “guerra civile italiana”, perché vide lo scontro, oltre che tra italiani e tedeschi, che arretravano da sud verso nord, anche tra italiani e italiani. Prima però, voglio parlare di uno scrittore italiano.

Alberto Pincherle, vero cognome di Moravia, nacque nella capitale il 28 novembre 1907 dall’unione tra Carlo Pincherle, un benestante ebreo veneziano, e Teresa Iginia De Marsanich, cattolica, anconetana e di estrazione sociale decisamente più umile.

All’età di soli nove anni, nel 1916, il piccolo Alberto si ammalò gravemente di tubercolosi ossea, da cui guarirà definitivamente solo verso la maggiore età, e non senza strascichi. La malattia lo costrinse a letto per cinque lunghi anni, due dei quali trascorsi nel sanatorio dell’Istituto Codivilla di Cortina D’Ampezzo.

Il riposo e l’immobilità forzata crearono però l’occasione per il giovane Moravia di potersi dedicare molto a lungo alla lettura, e trova particolare ispirazione in Dostoevskij. Durante il ricovero all’Istituto Codivilla Moravia ampliò la sua conoscenza delle lingue, aggiungendo alla padronanza del francese quella dell’inglese e del tedesco.

A soli 18 anni scrisse “Gli indifferenti”, che ebbe un notevole successo e gli aprì le porte dei migliori ambienti letterari romani. Per le sue origini ebraiche però, dovette aspettare la fine della seconda guerra mondiale per ricominciare a scrivere senza essere censurato.

Dopo “La romana” e soprattutto in seguito dell’importante esperienza dei “Racconti romani” che avvicinarono lo scrittore alla corrente neorealista, Moravia ambientò il romanzo ”La ciociara” nella Roma delle fasi conclusive del secondo conflitto mondiale.

Le protagoniste sono due donne: Cesira, vedova, gestisce con la figlia Rosetta un piccolo negozio e, negli anni della guerra, si dedica anche alla borsa nera; il tutto per garantire alla figlia un futuro economicamente migliore.

Sfollate dopo il settembre 1943, le due donne si dirigono verso Vallecorsa, in Ciociaria, ma il loro treno s’arresto presso Fondi; qui le due protagoniste entrano in contatto con i contadini del posto, che le soccorrono e le ospitano.

Poi, nel paesino di Sant’Eufemia, Cesira e Rosetta conoscono, tra gli altri, Michele, giovane intellettuale comunista fortemente critico non solo della dittatura fascista, ormai allo sfascio, ma pure della mentalità generale degli sfollati, intenti solo a godersi la momentanea pace e non affatto interessati alle sorti future del paese.

Nel mentre, la linea del fronte avanza, ed aumentano i bombardamenti (in uno di questi Tommasino, negoziante del paese, impazzisce di paura e muore poco dopo) e i rastrellamenti dei nazifascisti, così da costringere Michele e le due donne a rifugiarsi in montagna, e ad incontrare molte difficoltà per procurarsi da mangiare.

 A partire dallo sbarco alleato ad Anzio del gennaio del 1944 la situazione precipita: Michele è sequestrato da soldati tedeschi in fuga per far loro da guida (si apprenderà in seguito che verrà ucciso dopo aver provato a difendere dei contadini), mentre Cesira e la figlia sono nuovamente sfollate, e, al ritorno a Vallecorsa, dei soldati alleati di passaggio violentano Rosetta.

Il ritorno a Fondi (accompagnate da Clorindo, un commerciante che ha dato loro un passaggio) modifica i rapporti tra madre e figlia, dato che Rosetta trascorre spesso le sue serate con Clorindo, già sposato.

Il capitolo conclusivo del romanzo vede le due donne tornare a Roma, su cui Cesira proietta, ricordando le parole e gli insegnamenti di Michele, il proprio desiderio di una vita futura serena e libera dalle sofferenze della guerra.

Questi fatti in realtà, sono quasi autobiografici, in quanto Moravia e sua moglie, Elsa Morante, si trovarono sul serio nelle condizioni descritte nel romanzo. Dovettero scappare (Moravia era ebreo, ricordate?), rifugiarsi, nascondersi ed assistere a quello che accadde durante la liberazione.

La liberazione in Italia partì da Sud verso Nord e mentre gli “alleati” avanzavano, i tedeschi arretravano, lasciando una scia di sangue sul loro cammino. La campagna alleata, guidata prima dal generale Dwight Eisenhower e poi dal generale Harold Alexander, fu caratterizzata da una serie di sbarchi e da sanguinose battaglie di logoramento lungo le successive linee difensive approntate dall’esercito tedesco.

Le truppe alleate, costituite da contingenti provenienti da molteplici nazioni, furono ostacolate dall’aspro territorio appenninico, dalle difficoltà climatiche e dalla tenace resistenza tedesca che provocarono forti perdite e il lento avanzamento del fronte. Roma non venne liberata fino al 4 giugno 1944 mentre la Linea Gotica (che andava lungo gli appennini da Massa Carrara a Pesaro) fu superata solo nell’aprile 1945, quando l’offensiva finale alleata permise di raggiungere la pianura Padana e il 2 maggio 1945 costrinse alla resa le forze tedesche in Italia.

Alla campagna d’Italia presero parte anche alcuni reparti della Repubblica Sociale Italiana che combatterono a fianco dei tedeschi e le formazioni del Corpo Italiano di Liberazione che invece combatterono insieme agli eserciti alleati.

Nel 1942, gli americani sbarcarono ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa si arresero senza sparare un colpo. Il generale francese Charles De Gaulle attinse a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni.

Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di “goumiers” (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin.

Quello che accadde in quei giorni ha dell’inverosimile.

Gli alleati, grazie all’aiuto dei “goumiers”, sfondarono la “linea Gustav”, che si estendeva dalla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, fino a Ortona, comune costiero in provincia di Chieti, passando per Cassino, nel frusinate, le Mainarde, gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo e la Majella.

La linea cedette nel maggio del 1944 costringendo i tedeschi sulla linea successiva, la Adolf Hitler. La seconda linea era posta a circa 10 km dalla precedente ed aveva il compito di contenere eventuali cedimenti della linea Gustav. La Linea Hitler cedette alla fine di quel terribile maggio del 1944.

Per incentivare i combattenti allo sfondamento della Gustav il generale Alphonse Juin promise ai “goumiers” 50 ore di libertà. Secondo alcune fonti (mai verificate, in verità) il generale Juin pronunciò il seguente discorso, che apparve su dei volantini tradotti in francese ed in arabo:

“Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete.”

In quelle 50 ore (che in realtà furono molti giorni) accadde ogni misfatto che l’essere umano sia in grado di compiere: i marocchini saccheggiarono paesi e borghi, perpetrarono violenze fisiche e sessuali sulla popolazione inerme. Tra i paesi colpiti vi fu il comune d’Esperia. Il sindaco affermò che oltre 700 donne furono stuprate ed alcune di loro morirono in seguito alle violenze riportate durante i forzati atti sessuali. Molte di queste donne subirono lo stupro alla presenza dei mariti, o dei genitori quando si trattava di bambine. Molti uomini furono uccisi perché tentarono con ogni mezzo di difendere le proprie donne, o bambine quando si trattava di padri di famiglia. Il parroco del paese nel disperato tentativo di difendere le donne fu catturato, legato ad un palo e sodomizzato per due giorni sino al sopraggiungere della morte, probabilmente tanto sperata in quei dolorosi momenti.

Le violenze in realtà iniziarono in Sicilia subito dopo lo sbarco del ‘43 e proseguirono nel Lazio ed in Toscana sino allo spostamento della guarnigione marocchina in Provenza. Gli stessi soldati furono impiegati nell’aprile del ‘45 in Germania, dove avvennero eventi analoghi con violenze su donne e bambine.

Ma mentre in Sicilia la popolazione riuscì ad impedire certe efferatezze, ed in Provenza non si registrarono casi simili, nella ciociaria accadde di tutto.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila. Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un’interrogazione parlamentare sulle cosiddette “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime di violenze.

E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio d’infamia della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree rese letali dalla povertà e dalle scarse condizioni d’igiene.

Il Vaticano chiese e ottenne che i Goumiers non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, nella cui provincia i reparti maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Nei libri di scuola tutto questo non appare, come dimenticati sono gli eventi relativi alle Pasque Piemontesi, al Sacro Macello, alla strage dei bimbi della scuola di Gorla ed altri eventi dolorosi che non rispettano il politically correct.

Non dobbiamo offendere i liberatori. Non possiamo parlare male degli alleati, chiunque essi siano. Ma siamo tenuti a ricordare sempre, a ricordare tutto.