Super Sic

Quando si lavora per le Forze Armate o per le Forze dell’Ordine può capitare di essere trasferiti anche contro la propria volontà; uno dei motivi per cui andai via dall’Esercito nel 2000 è stato proprio per quello: il Comando mi voleva trasferire ma io mi trovavo bene in Emilia Romagna e decisi che era giunto il momento di smettere di servire la Patria in Armi.

Rimasi così in Romagna, a Forlì, terra di Sangiovese, piadina e motori.

Il motore, che nel resto d’Italia indica il solo propulsore, in Romagna indica l’intero veicolo, tant’è vero che motocicletta si dice ’e mutòr.

Al maschile. Mentre in diciannove regioni e mezza i biker si fanno un giro con la propria passione, la propria amante, la propria fanciulla, in Romagna ’e mutòr è maschio, è come un fratello. Non è un’amante da conquistare o sedurre, è il fratello con cui fanno la lotta, con cui si scazzottano e con cui giocano. Quello che li capisce quando si devono sfogare, quello con cui andare all’avventura.

Loro non hanno un rapporto di coppia con la moto, hanno un legame di sangue, un qualcosa che li unisce e di cui si fidano. Ecco perché si affezionano al loro motore, lo coccolano, lo curano. Perché è uno di famiglia.

In Romagna, poi, le strade sembrano fatte apposta, c’è il Muraglione, c’è via Maggio, e tantissimi raduni, dal Mototopa di Durazzanino al famoso e purtroppo famigerato Mototagliatella a Predappio.

Ed ecco perché ci sono così tanti piloti di mutòr che vengono da quella regione.

Ad uno di loro sono particolarmente legato, anche se non sono mai stato un grande appassionato di moto (sì, l’ho avuta, ma molti anni prima), per un motivo particolare.

Proprio nel 2000 conobbi un ragazzo appassionato di moto, ed anche bravino, a dire il vero, al quale piaceva correre in pista. Lo accompagnai un paio di volte durante le sue “gare” ed anche a vedere qualche gara di un certo livello agonistico.

Incominciai a seguire le gare, che negli anni precedenti avevano visto vincere campioni poi affermatisi a livello internazionale, come Stefano Perugini (campione italiano nel ‘93), Paolo Casoli (‘95, ‘96, ‘97, ‘99), un certo Valentino Rossi (‘95), Marco Melandri (‘97) e Manuel Poggiali (‘98).

Non vidi la gara del 2000, anno in cui vinse Andrea Dovizioso, ma c’ero nel 2001. Il “Campionato Europeo Velocità” quell’anno lo vinse, anche se nella tappa italiana non arrivò primo, Marco Simoncelli.

Nato a Cattolica, quand’era ancora provincia di Forlì, Marco crebbe a Coriano, paesino vicino Rimini, dove iniziò a correre con le minimoto a 7 anni, vincendo un campionato italiano di categoria a 12.

Nel 2002 fu campione europeo classe 125 e debuttò nel Motomondiale in classe 125 nel Gran Premio della Repubblica Ceca col team Aprilia. Nel 2003 corse la stagione completa. Nel 2004 vennero fuori le sue incredibili doti sul bagnato: in queste condizioni arrivarono la prima pole e la prima vittoria in carriera a Jerez de la Frontera.

Nel 2005 vinse di nuovo nel difficile tracciato di Jerez e salì sei volte sul podio, chiudendo la stagione al 5º posto con 177 punti e realizzando anche una pole position in Spagna.

Nel 2006 passò alla 250 con la Gilera RSV 250; finì 10º con 92 punti, miglior piazzamento un 6º posto in Cina. Il 2007 sembrò un anno fotocopia: 10º posto con 97 punti, migliori risultati due sesti posti. Ma il Sic non ebbe più a disposizione la moto ufficiale.

Nel 2008, ancora con una moto non ufficiale, vinse al Mugello e poi in Catalogna. Ricevuta una moto evoluta, vinse al Sachsenring con ben 10″ di vantaggio su Mika Kallio, poi a Motegi e a Phillip Island. Col 3º posto a Sepang diventò campione del mondo della 250, per poi vincere di nuovo a Valencia.

Nel 2009 restò nelle 250; stravinse sotto la pioggia in Francia, ma al Mugello, ancora sul bagnato, venne bruciato dal riccionese Mattia Pasini dopo un duello entusiasmante. Il Sic si rifece al Sachsenring e poi a Brno, dove questa volta Pasini dovette cedere, e ancora a Indianapolis. Perse punti preziosi cadendo a Misano, ma poi infilò due vittorie consecutive in Portogallo e in Australia. In Malesia nemmeno il fotofinish bastò a capire se il secondo era lui o Barbera, ma lo spagnolo si aggiudicò la piazza d’onore per via del giro più veloce. A Valencia Marco però cadde e finì il campionato al terzo posto, dietro Aoyama e Barbera.

In quel 2009 il Sic provò anche la Superbike con l’Aprilia RSV4, sostituendo a Imola l’infortunato Shinya Nakano. In gara 1 cadde, ma in gara 2 arrivò terzo dopo una bella rimonta, davanti al compagno di squadra Max Biaggi.

Il 2010 è l’anno dell’esordio in MotoGP con la Honda RC212V del team San Carlo Honda Gresini; suo compagno di squadra era Marco Melandri. Finì la stagione all’8º posto con 125 punti; miglior risultato, un 4º posto in Portogallo.

Nel 2011 rimase nello stesso team, ma con Hiroshi Aoyama. Iniziò con due quinti posti, in Qatar e Francia, e due pole position, Catalogna e Olanda. Nella seconda gara in Spagna cadde dopo 11 giri mentre era in testa. In Repubblica Ceca arrivò terzo, il suo primo podio in MotoGp; a Misano 4º, in Australia arrivò 2°.

Poi, il 23 ottobre del 2011, quello che non si può dimenticare.

Non si può dimenticare quel maledetto 23 ottobre, quel Gran Premio della Malesia, quel secondo giro, quella curva 11. Quella caduta assurda, che invece di accompagnarlo fuori pista come sarebbe normale lo trascinò invece dall’altra parte, fra la selva delle ruote.

Se ne andò così Marco Simoncelli.

Il 2 novembre 2011 il consiglio di amministrazione di Santamonica S.p.A. decise di intitolare a Marco Simoncelli il circuito di Misano; il cambio di denominazione fu ufficializzato il 9 giugno 2012, in occasione del Gran Premio di Superbike di San Marino.

Il 30 maggio 2014 Marco Simoncelli è stato inserito nella Hall of Fame del motociclismo, ricevendo il riconoscimento postumo di MotoGP Legend, e l’8 settembre 2016 è stato deciso il ritiro del suo numero di gara: il 58 resterà per sempre suo.

Come resterà sempre mio, ogni anno, il 23 ottobre, giorno del mio compleanno, il suo ricordo.

Brezza leggera che sale dal mare verso i monti

Keanu Charles Reeves è nato a Beirut, in Libano, il 2 settembre 1964. Suo padre, Samuel Nowlin Reeves Jr., un geologo statunitense di origini inglesi, hawaiane, cinesi, irlandesi, portoghesi, olandesi, italiane e francesi (!!!), abbandonò la moglie, Patricia Taylor, ballerina e costumista inglese, e il figlio, quando questo aveva tre anni, anche se sporadicamente faceva ritorno. Poi, quando Keanu aveva 13 anni, dopo aver passato la serata seduto con il figlio in veranda, senza peraltro dire nulla, sparì completamente per 10 anni.

Il nome (pronunciato “chi-anu”, secondo la fonetica italiana) è la forma abbreviata dell’hawaiano Keaweaheulu, che significa “brezza leggera che sale (dal mare verso i monti).

Keanu, come la sorella Kim, nata in Australia nel 1966, era dislessico, ma ciò non ne inficiò il rendimento scolastico. Nonostante questo, veniva isolato dai compagni e, pur essendo il portiere della squadra di hockey del college De La Salle di Toronto, in Canada, cambiò spesso istituto, fino ad interrompere gli studi prima del diploma.

La madre lavorava come costumista per Alice Cooper, Dolly Parton e altri, mentre Keanu, per mantenersi, lavorava come affilatore di pattini da ghiaccio, boscaiolo e per un anno fu dipendente di un negozio di pasta.

Reeves suscitò l’attenzione della critica nel 1986 per il film “I ragazzi del fiume”, e ottenne il suo primo ruolo da protagonista, sempre nel 1986, nei film sul mondo dell’hockey “Spalle larghe”, con Rob Lowe, e in “Giustizia violenta” con Kiefer Sutherland e Joe Spano. Il primo successo fu il film Bill & Ted’s Excellent Adventure, del 1989, seguito (sull’onda del successo) da Bill & Ted’s Bogus Journey (1991).

Il suo lavoro spaziò da parti in piccoli film indipendenti come “Belli e dannati” di Gus Van Sant, dove interpretava un ragazzo che si prostituiva vendendosi sia a uomini sia a donne, a “Point Break”, dove interpretava un poliziotto infiltrato, fino al ruolo di Neo, protagonista della trilogia cult di “Matrix”.

Per il ruolo di Neo, in realtà, era stato inizialmente scelto Brandon Lee. In seguito alla morte di Lee, il personaggio era stato offerto a Johnny Depp e poi a Will Smith, ma entrambi rifiutarono e la scelta ricadde su Keanu Reeves.

Nel 1991, durante le riprese di “Belli e dannati” (titolo originale “My Own private Idaho”), strinse una profonda amicizia con il co-protagonista River Phoenix, che, ancora ragazzino, grazie ad intense interpretazioni in film come “Stand by Me – Ricordo di un’estate”, “Mosquito Coast”, “Nikita – Spie senza volto”, “Vivere in fuga” (che gli valse a soli diciassette anni una nomination al Premio Oscar come miglior attore non protagonista) e “Indiana Jones e l’ultima crociata”, era stato notato sia dal pubblico che dalla critica: proprio per l’interpretazione nel film “Belli e dannati”, River vinse due importanti premi, la Coppa Volpi come migliore attore ed un Independent Spirit Award.

Durante le riprese del film molti attori fecero uso di droghe pesanti e due di loro, tra cui River Phoenix e Rodney Harvey, finirono nel tunnel della tossicodipendenza. River non ne uscì, fino a morirne, di overdose, nel 1993.

Keanu ne soffrì molto, ma dovette uscirne in fretta per le insinuazioni che tra i due ci fosse qualcosa di più di un’amicizia. Addirittura nel 1994 si era sparsa la voce di un ipotetico, ma falso, matrimonio segreto con il produttore discografico David Geffen: nonostante le numerose smentite, tali pettegolezzi continuarono a persistere fino alla fine degli anni novanta, facendogli rischiare, a quei tempi, la prosecuzione della carriera.

Nel 1998 la sua strada si incrociò con quella di Jennifer Maria Syme, conosciuta ad un party. I due si innamorarono e presto Jennifer rimase incinta. Lei era assistente di produzione a Hollywood, e aveva avuto una particina in “Lost Highway” di David Lynch.

Purtroppo il destino ancora una volta volle dare un colpo alla vita di Keanu: la piccola che aspettavano, Ava Archer Syme-Reeves, nacque morta. Jennifer lasciò Keanu e entrò in depressione post parto: iniziò ad abusare di droghe fino a che, il 2 aprile del 2001, di ritorno da una festa a casa di Marilyn Manson, sbandò con la sua Jeep Grand Cherokee e prese in pieno una fila di auto parcheggiate. Fu sbalzata fuori dal veicolo e morì sul colpo.

Keanu venne scritturato per parecchi film di successo: prestò il suo volto incarnandosi (o, meglio, reincarnandosi) nel Siddharta del notevolissimo “Piccolo Buddha” di Bertolucci e prima ancora era stato scelto da Francis Ford Coppola per “Dracula di Bram Stoker”, poi per l’action movie “Speed” ed era stato l’anima perduta (o meglio venduta) dell’avvocato Kevin Lomax in “L’avvocato del diavolo”.

Nel frattempo alla sorella Kim era stata diagnosticata una forma di leucemia e Keanu aveva amorevolmente sostenuto la sorella durante la malattia: creò un fondo per la lotta della terribile malattia con una parte dei guadagni ottenuti da “Matrix”, pur non volendo mai pubblicizzare la cosa.

Mentre girava il film “La casa sul lago del tempo” sentì per caso la discussione di due guardarobiere: una delle due piangeva perché avrebbe perso la casa se non avesse pagato 20.000 dollari. Lo stesso giorno, Keanu trasferì la somma di denaro necessario nel conto bancario della donna.

Keanu è tra le poche star ad abitare in un modesto appartamento e non in una di quelle case da 40 stanze, anche se comunque ha una discreta collezione di auto e di moto.

Nel 2010 alcune sue foto fecero il giro del mondo. Per il suo compleanno, Keanu entrò in una pasticceria e si comprò un muffin con una candela sopra e lo mangiò proprio davanti alla pasticceria, offrendo anche un caffè alle persone che si fermavano a parlare con lui. Era solo il suo modo di festeggiare il compleanno insieme alle persone comuni.

Esistono 50.000 senzatetto nella zona di Los Angeles. La maggior parte delle persone ci passa vicino ed è come se nemmeno le vedesse. Ma non Keanu. Nel settembre del 1997, Keanu, passò una mattinata insieme a un senzatetto, parlandoci, raccontando, insomma trattandolo come un suo amico.

La maggior parte delle star quando fanno un gesto caritatevole lo dichiarano a tutti i mass media. Keanu Reeves non ha mai dichiarato di fare beneficenza semplicemente perché lo fa per i suoi principi morali e non per apparire migliore agli occhi dei fan.

Quest’uomo, nonostante i colpi che gli sono stati inferti dalla vita, ha una cosa che molte persone stanno dimenticando di avere: L’UMANITÀ.

Feriae Augusti

Come ho raccontato in “Si fa presto a dire cipolla”, da ragazzino ero spesso a Roccaforzata, in provincia di Taranto. Lì si festeggiava, il giovedì dopo Pasqua, la “Madonna della Camera”, con processione annessa. Un’altra tradizione che ricordo era del 15 agosto, ma non lì, bensì nel luogo in cui eravamo spesso in villeggiatura, cioè Santa Maria di Castellabate, un paese di circa 4.000 abitanti in provincia di Salerno. Lì veniva festeggiata la patrona del luogo, cioè la Madonna, nella sua denominazione locale di “Santa Maria a Mare”, il cui santuario si trova nella vicina Castellabate (località in cui sono stati girati i film “Benvenuti al Nord” e “Benvenuti al Sud”, con Claudio Bisio e Alessandro Siani).

La scelta di dedicare il tempio di culto a S.Maria a Mare è dovuta al fatto che a quel tempo tra la gente del posto vi erano numerose famiglie giunte da Maiori con l’emigrazione del XVIII secolo che portò molti pescatori amalfitani nel territorio di Castellabate. Questi ultimi, molto legati alle loro tradizioni ed origini, portarono con sé la devozione per Santa Maria a Mare, alla quale intitolarono anche la chiesa del loro paese natale.

Ma a proposito, da dove nasce il ferragosto? Facciamo un passo indietro e come sempre, vediamo l’origine di questa festività.

Ferragosto si festeggia solo in Italia, e ricorre il 15 agosto, ed oggi è dedicata all’Assunzione di Maria Vergine, ma pochi sanno che la ricorrenza è pagana. Nel 18 a.C., infatti, Ottaviano fu proclamato Augusto, quindi venerabile e sacro, dal Senato. In questa occasione l’imperatore dichiarò tutto il mese di agosto Feriae Augusti, le vacanze di Augusto, visto che questo includeva molte feste religiose, la più importante delle quali era la festa di Diana, che cadeva il 13. Il termine Augusto derivava dalla denominazione della Grande Madre siriana Atargatis, detta “l’Augusta”, cioè la più grande, la più sacra, la Dea con la corona turrita che si ergeva in piedi poggiando su due leoni.

Sembra che nel 21 a.C. le Feriae Augusti mutarono nome in Feriae Augustales, riunendo in un unico festeggiamento tutte le feste del mese. Da allora i raccolti sarebbero stati dedicati all’imperatore quale garante degli approvvigionamenti, non solo dei romani in genere, ma dei poveri che ricevevano gratis il grano e l’olio.

Le feste poste tra il 15 e il 21 agosto si celebravano in Roma in onore del Dio arcaico Consus, Dio delle messi, protettore dei raccolti e quindi dei granai e degli approvvigionamenti. Come divinità della terra, ad esso era consacrato un tempio ipogeo, sotterraneo, dell’VIII sec. a.C., in cui si lasciava entrare la luce solo in questo periodo e nei Consualia di dicembre, quando ricorreva di nuovo la sua festa.

In quella occasione avvenne il ratto delle donne sabine, e sin dai tempi di Romolo si festeggiava anche quell’evento, forse perché Roma aveva assunto delle vergini (questo è però meno credibile), più probabilmente perché il costume delle sabine era molto più libero di quello delle romane, tanto è vero che per accettare la pace scrissero delle leggi a cui i romani dovevano sottostare se volevano che esse restassero in territorio romano. Il trattato diceva che i romani avrebbero dovuto avere un comportamento rispettoso e ossequioso nei confronti delle sabine, tipo non far portare loro pesi, cedere loro il passo, non insultarle e così via.

Ma la Dea Opi, anche detta Ops o Openconsiva era in realtà l’antica Dea Madre Consiva, Dea primigenia e sabina, introdotta a Roma da Tito Tazio. La Dea era collegata alla natura e fece un figlio senza avere marito e rimanendo Vergine (come tutte le Dee Madri), poi la Dea sposò il figlio e regnò con lui, e anche questa era la prassi che proseguiva con la morte e rinascita annuale del figlio in quanto vegetazione che discendeva dalla madre e a lei ritornava.

Successivamente da divinità italica divenne romana, però associata nel culto a Saturno e a Conso, di cui era sposa, ma il Dio usurpò il suo posto, diventando la principale divinità della natura e delle messi.

Tuttavia il culto della Dea si protrasse e alla sua protezione venne affidato il grano mietuto e riposto nei granai. Le furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l’altro nel Foro, e in suo onore si celebravano le feste tradizionali degli Opiconsivia il 25 agosto.

A Roma Ops aveva inoltre un sacrario nella Regia, vicino alla casa delle Vestali ed alla domus publica nel Foro romano; vi potevano accedere solamente il pontefice massimo e le Vestali. Secondo una tradizione riportata da Macrobio proprio in Ops Consiva, ma la questione era controversa, poteva essere riconosciuta la divinità tutelare segreta di Roma. Doveva restare segreta per impedire che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta.

Come dicevo, a Roma in agosto si concentravano molte feste con relative celebrazioni, di cui la più importante era quella di Diana sull’Aventino. Diana era una Dea importantissima e molto seguita, ma non tanto nell’Urbe quanto nelle campagne di tutto il suolo italico.

Nelle campagne Diana imperava come Dea dei campi coltivati e dei boschi, nonché delle erbe selvatiche non solo mangerecce ma salutari, per cui veniva adorata anche come Dea della salute, per le erbe e le sorgenti tra cui le acque curative, ma soprattutto come Dea Maga. Ne seppe qualcosa la chiesa che vide il suo culto protrarsi per oltre 1000 anni dalla proibizione dei culti pagani, per questo condannò al rogo le streghe, perché i segreti della cura delle erbe e della magia facevano capo a Diana e venivano trasmessi in linea femminile da madre a figlia.

Prova ne sia che Paracelso, quando nel XVI sec. volle riscoprire la medicina, ormai distrutta dalla religione cristiana che aveva abolito scuole e sapere, andò per le campagne a chiedere alle donne, che gli rivelarono, almeno in parte, erbe e magie. Paracelso riconobbe la sapienza di alcune figure femminili che furono basilari per la sua conoscenza medica e non solo. Per lui la donna era la matrix (matrice), nel visibile e invisibile mondo, che nasconde in sé il segreto della natura. Mentre secondo la tradizione, a partire da Ippocrate, e pure per i greci, la donna è solo il recipiente che raccoglie il seme, per Paracelso il sentimento della donna incinta è decisivo per l’aspetto animico del figlio.

Nella festa di Diana Aventina il mondo guariva dai malanimi e dalle ingiustizie, cosicché servi e padroni si recavano insieme al tempio sull’Aventino e poi nei boschi per un sano picnic ante litteram. Ragion per cui questa fu la divinità più da temere per i cristiani, perché era la Dea dei pagus, cioè dei villaggi, e il paganesimo fu molto più duro da estirpare che non la religione ufficiale romana delle città.

Ma vediamo quali erano i giorni di festa del mese di agosto:

  • 1 agosto – – TEMPLUM MARTIS ULTORIS, festa dedicata a Mars Ultor, il cui tempio era nel Forum Augusti, costruito da Augusto dopo la battaglia di Filippi.
  • 1 agosto – TEMPLUM SPEI, in onore della Dea Spes, la Speranza. Anniversario della dedicatio del tempio.
  • 5 agosto – TEMPLUM SALUTIS, in onore di Salus, Dea della salute e della prosperità privata e pubblica. Nel 311 a.C. C. Iunius Bubulcus aveva promesso alla Dea un tempio sul colle   Quirinalis.
  • 9 agosto – TEMPLUM SOLIS INDIGETIS, prima festa in onore del Dio Sol Indiges.
  • 12 agosto – LYCHNAPSIA, in onore della Dea egizia Iside.
  • 12 agosto – TEMPLUM VENERIS VICTRICIS in onore di Venus Victrix, Venere Vittoriosa.
  • 12 agosto – TEMPLUM HERCULIS INVICTI in onore di Hercules Invictus.
  • 12 agosto – TEMPLUM HERMETIS INVICTI in onore di Hermes Invictus, Ermete che dona la vittoria.
  • 12 agosto – TEMPLUM HONORIS, VIRTUTIS, FELICITATI in onore degli Dei Honor, Virtus et Felicitas, (Onore, Virtù e Felicità).
  • 13 agosto – Festa di DIANA AVENTINA (ne parliamo più avanti).
  • 13 agosto – I VERTUMNALIA, dedicati al dio Vortumno (Vertumnus o Vortumnus), Dio già etrusco delle stagioni, colui che faceva maturare i frutti.
  • 13 agosto – HERCULES VICTOR per l’anniversario del tempio dedicato al dio Ercole Vittorioso (Hercules Victor).
  • 13 agosto – FLORALIA, per l’anniversario del tempio dedicato alla Dea Flora.
  • 13 agosto – CASTOR ET POLLUX, per l’anniversario del tempio dedicato a Castore e Polluce. I “Dioscuri” che decisero le sorti della battaglia del Lago Regillo (496 a.C.) annunciandone la vittoria contro i Latini nel Foro.
  • 17 agosto – i PORTUNALIA, con la quale si festeggiava Portuno (Portunus o Portumnus), Dio dei porti e delle porte, contemporaneamente a Giano (Ianus), il Dio bifronte che guardava al passato e al futuro.
  • 19 e 20 agosto – i VINALIA RUSTICA, festa del vino in onore di Giove (Iuppiter), dove si richiedeva la protezione dell’uva in via di maturazione.
  • 19 agosto – VENUS, per l’anniversario del tempio dedicato alla Dea Venere.
  • 21 agosto – CONSUALIA, dedicate a Conso (Consus), Dio dei raccolti.
  • 23 agosto – i VOLCANALIA, dedicati a Vulcano (Vulcanus), Dio del fuoco, fabbricante di armi e fulmini.
  • 24 agosto – MUNDUS PATENS, la prima festa degli Dei inferi. Nel comitium esisteva una apertura che metteva in comunicazione con il mondo infernale. L’apertura era chiusa dal lapis manalis. Tre volte l’anno il lapis veniva sollevato.
  • 25 agosto – OPICONSIVIA, per festeggiare la dea Opis Consiva, dove Opis era una antica dea romana protettrice dell’abbondanza e dell’agricoltura, alla quale veniva dato l’attributo Consiva che significa “che semina, che pianta”, alla sua protezione era affidato il grano mietuto e riposto nei granai.
  • 27 agosto – i VOLTURNALIA, in onore del dio Volturno (in latino Vulturnus), padre della ninfa Giuturna (Iuturna), patrona della sorgente che alimentava il “lacus Iuturnae”, nel Foro.
  • 28 agosto – TEMPLUM SOLIS ET LUNAE IN CIRCO MAXIMO, per la dedicatio del Tempio del Sole e della Luna.
  • 28 agosto – le VICTORIAE, festa della Dea Vittoria, la Nike greca.
  • 30 agosto – MUNDUS PATENS, in onore dei defunti.

Oltre a questi templi tutti aperti per le Feriae Auguste, il sacerdote del Dio Quirino offriva un sacrificio su un altare nel tempio ipogeo che si trovava sotto al Circo massimo. Naturalmente per tutto il mese non si lavorava e spesso invece si banchettava davanti ai templi a spese dello stato.

Così Cesare Augusto donò al popolo romano un mese di ferie; ad agosto il lavoro dei campi era finito, per cui andava bene ai contadini, e a Roma erano quasi tutti giorni di festa e con quello dell’incoronazione di Ottaviano facevano 26 giorni non lavorativi, tanto valeva dichiarare festa per tutto il mese, e così fece Ottaviano, tra il plauso popolare.

Come si è arrivati a festeggiare l’Assunta il 15 agosto?

Maria, madre di Dio, non è stata molto ricordata nei Vangeli: sparisce con la discesa dello Spirito Santo, ma nei vangeli apocrifi si parla di lei con il Transito della Beata Vergine Maria attribuito a Giuseppe d’Arimatea e nel VI secolo la Dormizione della Santa Madre ad opera di S. Giovanni il Teologo.

Il culto dell’Assunzione incomincia a diffondersi soltanto tra il IV e il V secolo. A Gerusalemme si cominciò a celebrarla all’inizio del VI secolo nella chiesa costruita sui Getsemani, dove si narrava che Maria fosse stata sepolta. L’imperatore Maurizio ordinò che la celebrazione venisse estesa a tutto l’Impero e, verso il Mille diventò una ricorrenza in cui si osserva il riposo. Chiamata Dormizione, non era chiaro a quale riposo alludesse: a volte si parlava di corpo incorrotto, in altre di un corpo che veniva avvolto dalla luce e assunto in cielo dagli angeli.

Morta o addormentata? Il dibattito continuò per secoli, finché, nel 1950, Pio XII confermò che l’Assunzione è un fatto divinamente rivelato, ad opera dello Spirito Santo.

Ma il Ferragosto, come dicevo, è una festa antichissima, che, come molte altre feste divenute in seguito cristiane, ha origini pagane, la più importante delle quali cadeva il 13 ed era dedicata a Diana, patrona del legno, delle fasi della luna e della maternità. La festa si celebrava nel tempio dedicato alla dea ed era una delle poche occasioni in cui i romani, padroni e schiavi, si mescolavano liberamente.

Diana era festeggiata a Roma, in Grecia come Athena e nel vicino Oriente nello stesso periodo era festeggiata un’altra Grande Madre, la siriana Atargatis, conosciuta come dea Siria, considerata protettrice della fertilità e dei lavori dei campi. Oltre a Diana, le Feriae erano una festa dedicata a Vertumno, dio delle stagioni e della maturazione dei raccolti; a Conso, dio dei campi e a Opi dea della fertilità. In breve, le Feriae erano una celebrazione della fertilità e della maternità e, come molte altre feste, erano di derivazione orientale. Con il cristianesimo le prerogative di Diana passarono poi alla Vergine Maria, la cui solennità cominciò ad essere celebrata in luogo di quella di Diana: vergine come Diana, mentre la Dea portava il corno lunare sui capelli, la Madonna lo calpestava ponendolo sotto ai piedi insieme al simbolo dell’antico serpente, il simbolo della Grande Madre, anch’esso demonizzato.

In ogni caso, la tradizione di agosto come mese delle Feriae è rimasta, per questo fabbriche e negozi restano ancor oggi «chiusi per ferie» fino alla fine di agosto, anche se nessuno si ricorda più dell’imperatore che le istituì per autocelebrarsi.

Col cristianesimo tutte le feste pagane vennero abolite, con grande dispiacere del popolo, soprattutto per la festa al tempio di Diana Aventina. Per sedare il malcontento, ma pure per evitare che la gente si recasse all’Aventino, con tutto che il tempio era stato distrutto, nel VI sec. la Chiesa decretò nel 15 di agosto la festa della Dormizione di Maria vergine, con relativa assunzione in cielo. Però non era ancora l’Assunzione di Maria.

Dal rinascimento le feste furono decretate obbligatorie da decreti pontifici. La Dormitio, ovvero il sonno di Maria, era da intendersi come passaggio alla vita eterna tramite la sua assunzione in cielo insieme al suo corpo. Nulla di nuovo, accadde anche a Semele, nel mito greco, una Dea luna poi declassata a donna, amante di Giove e madre di Dioniso, assunta in cielo con anima e corpo al momento della sua morte, cioè un attimo prima.

Durante il mese di agosto si svolgono tuttora numerose sagre paesane e corse di cavalli. Una di queste, il Palio di Siena, ha luogo ancora oggi tradizionalmente il 16 agosto. E si chiama Palio dell’Assunta, per l’appunto, per la calendarizzazione dell’ascensione della Madonna al Cielo.

Tuttavia il Ferragosto non era veramente il Ferragosto che festeggiamo oggi, prima del Fascismo. Per dire, lo sapevate che il piatto tradizionale del Ferragosto, prima del 1925, era il piccione arrosto? Comunque, una volta salito al potere, il regime decise di organizzare, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari.

Di suo ci mise i treni popolari di Ferragosto con prezzi fortemente scontati. Questo permise anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata al periodo tra il 13 – 15 agosto e poteva essere acquistata in due formule: la gita di un sol giorno, nel raggio di circa 50 – 100 km; e la gita dei tre giorni a 100 – 200 km di distanza massima.

Durante queste gite la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di recarsi in villeggiatura al mare, in montagna e nelle città d’arte. Poiché che le gite non prevedevano il vitto, però, nacque anche la collegata tradizione del pranzo al sacco. Per la tradizionale grigliata di Ferragosto, bisognerà attendere il boom degli anni ’50.

In Lombardia e Piemonte, fino ai primi decenni del XX secolo, era usanza dei datori di lavoro “dare il ferragosto” (in lombardo dà el faravóst) che consisteva nel donare emolumenti in denaro o in beni commestibili ai dipendenti, in modo che potessero trascorrere lietamente il giorno di Ferragosto con le loro famiglie. Nei cantieri edili, verso la fine di luglio, veniva fissato dai muratori un grande ramo d’albero sulla parte più elevata del fabbricato in costruzione, detta “pianta del faravóst”, che serviva scherzosamente a rammentare all’impresario l’imminente esborso della tradizionale mancia, da cui è poi nato il famoso “albero della cuccagna”.

Quindi, ogni volta che festeggiate qualcosa, pensate a quanti anni ci sono voluti per radicare nella tradizione popolare quella festa. E in Italia le tradizioni popolari sono quelle cose che mantengono vivo lo spirito di un popolo.

Il mio precedente lavoro mi ha portato a viaggiare per tutta l’Italia e sono venuto così in contatto con il ricchissimo patrimonio di tradizioni, riti e costumi che caratterizza il nostro paese. Credo che le nostre memorie e quelle delle persone più anziane che ci circondano abbiano oggi un valore di testimonianza, documentino mondi in alcuni casi ormai scomparsi, in altri contaminati da altre forme di partecipazione che li hanno mutati per sempre, ma che comunque vanno mantenuti vivi, per un’identità nazionale che tutto il mondo ci invidia.

Buon ferragosto, dunque!

Dimenticàti

Pensate ad un forte attaccante argentino che abbia segnato tanti goal nel Monaco (la squadra del Principato, quella con l’accento sulla o, non l’omonima di Baviera). A tutti viene in mente David Trezeguet: nato a Rouen, in Francia, da genitori argentini, aveva il padre, Jorge Ernesto, che era stato calciatore e che verso la fine degli anni ‘70 aveva militato per tre stagioni nelle file del Rouen; una volta terminato l’ingaggio, aveva fatto ritorno con la famiglia in Argentina.

Cresciuto a Florida, in provincia di Buenos Aires, David iniziò ben presto a giocare a calcio seguendo le orme paterne. Riuscì ad entrare nella squadra giovanile del Platense e, all’età di 16 anni, esordì in prima squadra nel campionato argentino. Tornò in Francia nel 1995, all’età di 18 anni, a seguito del suo acquisto da parte del Monaco.

Partito dalle giovanili, si fece ben presto notare dal tecnico dei monegaschi nonché ex nazionale francese, Jean Tigana, il quale lo fece esordire in prima squadra a far coppia d’attacco con un altro giovane prospetto, Thierry Henry. Nella stagione 1999-2000 si fregiò da protagonista del titolo nazionale, bissando quello vinto da rincalzo tre anni prima, segnando in totale 52 gol con la formazione del Principato.

Poi Trezeguet passò alla Juventus, con cui praticamente chiuse la carriera, giocandoci per dieci anni, ma non è di lui che parlavo all’inizio.

Tutti i tifosi italiani hanno presente quel giocatore fortissimo nella squadra di club che però non viene mai convocato in nazionale: mi vengono in mente Furino (3 presenze nell’Italia), oppure Beccalossi, Bonini (che però era sammarinese e di presenze nella sua nazionale ne fece 19, ma solo perché non convocato da quella Italiana) o Brio (va bene, non era proprio fortissimo, ma era comunque un difensore centrale di valore), che rimediarono zero convocazioni.

Certo, giocare da difensore centrale mentre in nazionale c’erano Cannavaro e Nesta non era proprio il massimo per poter aspirare ad una convocazione, ma c’è a chi è andata peggio, potendo aspirare ad essere convocato da ben due nazionali, per la doppia cittadinanza, e non rimediare neanche una convocazione, né da una, né dall’altra.

E non parlo di schiappe, ma di giocatori di un certo livello. Ma facciamo un salto al 1948…

Delio Onnis nacque a Giuliano di Roma nel 1948 e dovette emigrare ben presto in Argentina dato che il paese italiano si stava risollevando piano piano dalla guerra con enormi strascichi sull’economia del lavoro e non.

I suoi genitori, originari di un piccolo paese sardo, Nurallao, presero il piccolo Delio e partirono alla volta del Sudamerica dove entrò a far parte delle giovanili dell’Almagro dopo qualche anno passato sui più piccoli campi di provincia.

Con la maglia del Tricolor mise a segno 11 gol in 18 partite ad appena 16 anni di età, il che gli valse la chiamata del Gimnasia La Plata fermamente deciso a metterlo sotto contratto, vedendo in lui la gallina dalle uova d’oro.

Erano anni bui quelli, ma con la ristrutturazione dei campionati ed il progressivo inserimento di Delio, la squadra biancoblu arrivò ad aggiudicarsi il torneo Promocional del 1967 (primo anno di Delio nel Gimnasia) e la semifinale (persa contro il Rosario Central) del torneo Nacional nel 1970. Delio era parte integrante della Barredora (la spazzatrice), ossia il soprannome del Gimnasia in quegli anni, una squadra che schierava, tra gli altri, il portiere Hugo Orlando Gatti.

La tifoseria di La Plata era incantata dalla potenza del suo nuovo bomber, ben deciso ad iscrivere il proprio nome nella storia del club più vecchio d’Argentina. I tifosi arrivarono a soprannominarlo El Tano, in onore dei suoi natali; nell’arco dei numerosi anni passati in Argentina, ne ottenne anche la cittadinanza.

La svolta nella carriera calcistica di Delio arrivò nel 1971 a seguito di un curioso quanto insolito fatto.

La dirigenza dello Stade Reims sbarcò in Argentina ben decisa a mettere sotto contratto Alfredo “El Mono” Obberti, attaccante del Newell’s Old Boys; al momento della firma, però, la moglie si oppose al trasferimento in Francia, cosicché i dirigenti della squadra transalpina dirottarono la loro attenzione su El Tano, decisamente sorpreso per la scelta di puntare su di lui e farne possibilmente il degno successore di Raymond Kopa.

C’era molto scetticismo nelle Ardenne per il curioso trasferimento; perché se da una parte Delio aveva segnato con una certa costanza, dall’altra c’erano tutte le perplessità su come un calciatore “argentino” potesse far bene nel più complesso calcio europeo.

Tutti i dubbi vennero spazzati via sin da subito; Delio non era certo il prototipo dell’attaccante elegante, ma fu talmente efficace che nella prima stagione mise a segno 22 gol contribuendo notevolmente alla salvezza; mentre nella stagione successiva ne mise a segno 17, col Reims classificatosi ottavo e protagonista di un campionato assolutamente tranquillo. L’unico neo fu quello di non aver vinto, con la maglia de les Rouges et Blancs, la classifica cannonieri, letteralmente dominata dallo jugoslavo Josip Skoblar.

A questo punto il piccolo club delle Ardenne non potè che cedere alle lusinghiere avances del Monaco, che, nella persona del presidente Henri Orengo, ben deciso a ricostruire una squadra d’alta classifica, tesserò Delio nel 1973 dando inizio ad un sodalizio che sarebbe durato ben 7 stagioni.

A conferma di quanto fatto in precedenza, Delio rincarò la dose segnando grappoli di gol che gli valsero il titolo di capocannoniere nella stagione 1974/1975. Le aspettative dei dirigenti monegaschi non furono però a pieno rispettate con la squadra che non poteva prescindere solamente dai gol della forte punta italo-argentina. Un lento declino portò la formazione del Principe Ranieri alla retrocessione al termine della stagione 1975/1976, nonostante i 29 gol di Delio.

Come se non bastasse il passaggio alla cadetteria, Delio vide nascere una rivalità con Carlos Bianchi, nuova stella dello Stade Reims e successivamente passato al Paris Saint Germain. Le preferenze furono quasi tutte per il futuro allenatore del Boca Juniors e della Roma che conquistò il titolo di miglior goleador per ben 5 volte; oltre a questo disponeva di maggior grazia nei movimenti, cosa abbastanza “strana” nella Francia degli anni 70.

Tutte queste critiche non scalfirono minimamente l’orgoglio di Delio che, risalito nella massima serie, fu protagonista nella spettacolare cavalcata che portò i monegaschi alla conquista del titolo da neopromossi. Furono ancora 29 i gol dell’italo-argentino che aveva in Christian Dalger un ottimo compagno d’attacco con i due che si completavano e si capivano a meraviglia.

Nel 1980 lasciò il Principato con la vittoria della Coppa di Francia conquistata grazie al 3-1 rifilato all’Orleans e dove Delio ebbe il merito di siglare il gol finale al minuto 66. Dopo aver siglato 157 gol in 232 partite decise di sbarcare al Tours con cui conquistò altre tre volte il titolo di capocannoniere per poi chiudere la carriera con la maglia del Tolone.

Purtroppo non fu mai considerato dalla nazionale argentina che in quegli anni gli preferì sempre Bianchi e successivamente la coppia Kempes – Luque; l’Italia invece aveva regole ferree sul tesseramento dei calciatori (che sarebbero state abolite solo nel 1980) che imponevano ai commissari tecnici delle nazionali di convocare i soli calciatori italiani militanti nel campionato italiano e al contempo proibivano ai club di acquistare calciatori provenienti da federazioni estere; per tale motivo negli anni settanta fallirono i tentativi, da parte di Cagliari prima e Napoli poi, di portarlo in Serie A.

Ma dalla sua ci saranno sempre quei 299 gol a ricordare Delio Onnis come uno dei più prolifici attaccanti della storia del calcio, nonché massimo goleador della storia del campionato francese.

Mamma mia!

Capita ogni tanto di vedere un bel programma, in TV, specie se riporta alla memoria ricordi di quando si era giovani. Rai 5, canale generalista nato nel 2010 dalle ceneri di Rai Extra, mette in onda trasmissioni di musica, teatro e cultura e quasi ogni sera documentari legati al mondo della musica. Bella la serie “Rock Legends”. L’altra sera, durante il solito zapping, ho rivisto volentieri la storia di un gruppo che è stato molto famoso durante la mia infanzia (sono del ’68).

Tutto nacque nel 1971, quando un giovane svedese e sua moglie formarono un gruppo assieme ad un amico e alla sua fidanzata. Benny era un membro di una band rock/pop svedese molto popolare, dove suonava le tastiere. Nello stesso momento Björn aveva fondato un gruppo. I due si incontrarono per la prima volta nel 1966 intraprendendo subito una stretta collaborazione musicale. Agnetha era già molto nota ed era un autentico fenomeno della musica pop. Aveva vinto una gara di giovani talenti nel 1967 ma era balzata alla popolarità dopo aver interpretato il ruolo di Maria Maddalena nella versione svedese del musical Jesus Christ Superstar. Durante un concerto aveva avuto modo di conoscere e innamorarsi di Björn. Le loro nozze, celebrate nel 1971, vennero subito definite “il matrimonio dell’anno”. Il tassello mancante nel mosaico giunse con l’arrivo di Anni-Frid. Nel 1967 aveva partecipato e vinto un concorso per giovani talenti. Proprio durante quella notte si celebrava in Svezia il cambio del senso di guida automobilistico (dalla guida sinistra si passò alla guida destra) e la televisione nazionale aveva messo in cantiere una serie di grandi show per convincere la gente a restare in casa il più possibile e moderare il traffico. Non passerà comunque molto tempo prima del suo incontro con Benny. I due si innamorarono e Benny invitò Anni-Frid a cantare le parti vocali di supporto, insieme ad Agnetha, nell’album Lycka, prodotto con la collaborazione del manager Stig Anderson, dando al gruppo il nome di “Björn & Benny”.

E’ a partire dal 1972, con la pubblicazione del loro primo singolo in lingua inglese, “People Need Love”, che anche le due ragazze vedranno i loro nomi comparire nelle copertine del gruppo. Il progetto tenterà il lancio su grande scala nei primi mesi del 1973 con la pubblicazione del loro primo album “Ring Ring”, firmato a nome “Björn & Benny, Agnetha & Frida”, un disco che mette in mostra la bravura e le potenzialità dei due compositori (e cantanti, soprattutto nei primi album) e delle due vocalist (più dotata vocalmente Agnetha, più animale da palcoscenico Frida), ma che seppur piacevole denota ancora la mancanza di una personalità ben definita e suona spesso acerbo e ingenuo.

La title track però è infatti talmente orecchiabile e leggera al punto giusto da far presa su un pubblico piuttosto vasto; i quattro vorrebbero utilizzare “Ring Ring” per rappresentare la Svezia all’edizione 1973 dell’Eurofestival ma non arrivano oltre il terzo posto della selezione nazionale. Nel giro di poche settimane, però, il pezzo riscuoterà interesse persino oltre i confini scandinavi e trainerà l’album a vendite di tutto rispetto nell’Europa centrale. Un successo inaspettato che porterà i quattro alla decisione di continuare a lavorare insieme in pianta stabile e di cambiare il loro nome nella più semplice ed efficace sigla ABBA (acronimo per Agnetha, Björn, Benny, Anni-Frid).

I quattro decidono quindi di giocare nuovamente la carta Eurofestival, stavolta consapevoli di avere al loro arco una freccia potentissima, che difficilmente potrebbe venir scartata: il brano che li lancerà con prepotenza nel panorama pop mondiale. L’irresistibile “Waterloo”, squillante cavalcata glam-rock, stavolta passa le selezioni e vince trionfalmente la manifestazione del ‘74 colpendo subito l’attenzione degli spettatori grazie all’insolita metafora (la resa di Napoleone di fronte ai britannici come quella davanti a un amore che nasce) e all’orecchiabilissima melodia cantata da Agnetha e Frida. E stavolta gli ABBA riescono a farsi valere anche al di fuori dei confini scandinavi e mitteleuropei, raggiungendo la prima posizione in Gran Bretagna e, ancora più inaspettatamente per un gruppo svedese, la sesta posizione negli Stati Uniti.

L’album in realtà non è niente di eccezionale, tranne la suddetta “Waterloo” e “Honey Honey”, e neanche il successivo riesce ad entusiasmare, dando ai più l’impressione che gli ABBA siano un fuoco di paglia.

Hanno però ancora diverse frecce al loro arco, perché il terzo e omonimo album, pubblicato anch’esso nella primavera del ’75, si rivelerà molto più solido dei primi due e, soprattutto, ricco di brani memorabili che li trasformeranno in superstar. I due singoli in primis, ovvero la corale ballata “SOS” e la micidiale filastrocca honky-tonk di “Mamma Mia” li riporteranno in vetta alla classifica inglese. Per cavalcare l’onda degli ultimi due singoli, gli ABBA decidono di pubblicare immediatamente (e prematuramente) una raccolta degli estratti dai loro tre album, “Greatest Hits”, e contemporaneamente un nuovo singolo, la versione inglese di un brano che Björn e Benny avevano scritto per un album solista di Frida in lingua svedese. “Fernando”, destinata a diventare uno dei loro pezzi più ricordati, è un’acustica e malinconica ballata che narra il nostalgico incontro di due ex-soldati anni dopo la rivoluzione messicana; diverse e articolate saranno nel corso degli anni le disquisizioni critiche sulla presunta perfezione melodica di “Fernando”. Nonostante l’insolito tema trattato, singolo e raccolta schizzano al numero uno delle chart inglesi e nel resto del mondo.

Gli ABBA sono ormai il gruppo del momento, sono sulla bocca di tutti, non possono permettersi di sbagliare e non lo faranno. Realizzato a fine 1976, “Arrival” li consacrerà, infatti, come la pop-band più popolare e amata dai tempi dei Beatles, e rimarrà negli anni a venire come il loro album più celebrato e riuscito. Pur non troppo distante dal precedente “ABBA”, il nuovo lavoro risulta subito più omogeneo, meno sfilacciato e incentrato maggiormente su un pop-rock levigato e mai sbracato che rende subito evidente la veloce maturazione in sede produttiva di Björn e Benny e l’affiatamento vocale di Agnetha e Frida, che qui rasenta la perfezione.

L’album sforna una manciata di singoli epocali come l’ammaliante cabaret di “Money, Money, Money” e, soprattutto, la numero uno “Knowing Me, Knowing You”, forse il loro pezzo più bello della prima fase di carriera, un’impetuosa e amara ballata d’amore che lascia di stucco per l’articolatissimo ritornello che si arrampica vertiginosamente per poi sciogliersi su un assolo glam. Ma il pezzo che, facendo un occhiolino alla neonata musica dance, spicca su tutti è “Dancing Queen”, il loro brano in assoluto più famoso. Sinuosa, ballabile, ammiccante, orecchiabilissima, “Dancing Queen” dominerà le classifiche internazionali, raggiungendo il primo posto su ambo le sponde dell’Atlantico e trainando l’album a un successo persino maggiore di quello preventivato.

Dopo un tour trionfale che li porterà in giro per l’Europa e l’Australia (dove verranno accolti da folle oceaniche in visibilio) e le cui performance verranno utilizzate come ossatura per il curioso e inutile lungometraggio divistico “ABBA: The Movie”, sarà subito la volta di un nuovo disco, intitolato semplicemente ABBA: The Album, in parte colonna sonora del quasi omonimo film.

Björn e Benny sperimentano ancora e si lanciano in progetti sempre più arditi: col singolo seguente, un altro dei loro brani più ricordati, l’irresistibile marcetta propulsiva di “Take A Chance On Me”, melodia immediata e strepitosi intrecci vocali, stavolta dal retrogusto jodel, raggiungono l’ennesima prima posizione in Uk e terzo posto negli Usa (dove le vendite complessive supereranno persino quelle di “Dancing Queen”).

L’isteria attorno al loro nome però non accenna a diminuire ed è anzi ulteriormente alimentata dal clamore attorno all’atteso matrimonio tra Benny e Anni-Frid. L’album successivo, “Voulez-Vous”, ha i suoi punti di forza nella title track e in “Chiquitita”, tentativo, nemmeno così distante dalla completa riuscita, di scrivere una nuova “Fernando”, questa volta pensata però per la squillante ugola di Agnetha.

Nella seconda metà del ’79 gli ABBA s’imbarcano nuovamente in un tour sold-out, stavolta in giro per l’Europa, il Nord America e, dopo una pausa piuttosto lunga per le registrazioni di un nuovo album, in Giappone. Contemporaneamente viene pubblicata anche la loro seconda raccolta ufficiale, Greatest Hits Vol.2, trainata dal nuovissimo pezzo “Gimme! Gimme! Gimme! (A Man After Midnight)”, probabilmente la loro hit disco più riuscita e ricordata, che tornerà a far parlare di sé ben ventisei anni dopo quando Madonna ne campionerà, col benestare di Björn e Benny, la sua peculiare linea di synth per costruire la base di “Hung Up”, uno dei suoi singoli più venduti.

A dicembre del ’79 i riflettori sono puntati su un inaspettato colpo di scena: Agnetha e Björn inoltrano le pratiche di divorzio.

L’avvenimento, che per qualsiasi altro gruppo avrebbe probabilmente significato la fine, fu invece utilizzato dagli ABBA a loro vantaggio mediatico, non soltanto decidendo di andare avanti come se niente fosse e dimostrando una freddissima determinazione nel tenere ben separati gli affari lavorativi da quelli privati ma, anzi, mettendo questi ultimi a servizio del successo discografico. È l’estate 1980 quando “The Winner Takes It All” viene lanciata: una galoppante ballata in cui Agnetha, con tono affranto e rassegnato, si sfoga delle delusioni, delle gelosie e dei ricordi infranti conseguenti alla fine di una relazione. La mia preferita degli ABBA, per la cronaca, anche se quando uscì avevo 12 anni e i miei interessi erano quanto di più lontano ci possa essere dal romanticismo e dalle delusioni amorose.

Björn nega si tratti di un pezzo autobiografico, ma l’occasione mediatica è troppo ghiotta per non pubblicizzare il singolo in questo modo e così, grazie a un misto di voyeuristica pornografia e apprezzamento per l’innegabile bellezza del pezzo, il pubblico tributa al brano un consenso enorme, con tanto di numero uno in Gran Bretagna e top ten negli Stati Uniti. L’attesa per il nuovo album diventa quindi spasmodica, sono milioni le copie vendute solo tramite pre-ordine.

Variegato, colorato, impeccabilmente prodotto (con le prime incursioni in territori synth-pop) e destinato a diventare il loro disco di studio più venduto, “Super Trouper” può essere considerato la summa stilistica degli ABBA, quello che li riporta al pop più sbarazzino degli esordi, seppur affrontato con più maturità ma senza rinunciare alla loro proverbiale patina pacchiana.

Nei primi mesi del 1981, anche Benny e Frida misero la parola fine sul loro matrimonio. E stavolta la situazione non proprio idilliaca e rilassata si rifletterà anche sulle atmosfere della nuova musica prodotta ma, incredibilmente, non sulla sua qualità. “The Visitors” si presenta, infatti, come il tassello anomalo della loro discografia, quello più serio e maturo, che non si pone come fine ultimo quello di far divertire l’ascoltatore, ma di stupirlo con sonorità sofisticate e moderne. “The Visitors” è anche il loro unico lavoro in cui non sono presenti brani interamente cantati all’unisono ma in cui i pezzi sono affrontati come se ogni membro del gruppo fosse un solista. “One Of Us” sarà l’unica hit estratta dall’album e l’ultimo loro singolo a conquistare la top ten inglese (tre settimane in terza posizione).

Fu quella la fine del gruppo, anche se continuarono ogni tanto a sfornare qualche “Greatest Hits”. Sono tantissimi e insospettabili i musicisti di diversa estrazione che nel corso degli anni hanno stupito eleggendo gli svedesi quale loro band preferita: John Lennon, Pete Townsend, Lemmy, Elvis Costello, Joy Ramone, Debbie Harry e finanche Noel Gallagher hanno tutti più volte espresso sincera ammirazione per loro. Mike Oldfield, Sisters Of Mercy, Portishead, Sinéad O’Connor, Joe Jackson e John Grant hanno persino reinterpretato loro canzoni, e Bono volle Björn e Benny a duettare con gli U2 sulle note di “Dancing Queen” in una tappa svedese dello “Zoo TV”.

Fama destinata a diventare mito quando nel 1999 debutterà a Londra il musical “Mamma Mia!” scritto da Catherine Johnson con la supervisione di Björn e Benny (inizialmente non del tutto convinti della pièce) e prodotto anche dalla Lyngstad, in cui i classici degli ABBA saranno incastrati per creare una storia inedita. Tradotto in più di dieci lingue, replicato ininterrottamente in tutto il mondo, diventerà uno dei musical di maggior successo mai realizzati e la cui celebrazione culminerà con la trasposizione cinematografica, dallo stesso titolo, nel 2008. La storia d’amore ambientata in un’isola greca non ha niente a che vedere con l’estetica del gruppo e con le atmosfere glam-pop della loro musica eppure nessuno sembra farci caso. Segno che le canzoni degli ABBA sono ormai percepite dal pubblico come indipendenti dai loro interpreti e facenti definitivamente parte della tradizione popolare: sicuramente una lusinga per i loro autori e una ulteriore fonte di sdegno per i detrattori, tanti quanti i loro ammiratori.

Kitsch, leziosi, stucchevoli, fuori tempo massimo, disimpegnati, goffi e malvestiti. Sono solo alcune delle tante critiche che vengono spesso rivolte agli ABBA e alla loro musica. Giudizi in genere più che leciti e difficilmente confutabili che vanno però a cozzare davanti agli impeccabili intrecci vocali del quartetto svedese, alla minuziosa cesellatura degli arrangiamenti e all’innegabile maestria nel confezionare melodie perfette, semplici da ricordare eppure di complessa scrittura (lezione mutuata tanto da Bacharach quanto dai Beatles). Hanno venduto oltre 350 milioni di dischi in tutto il mondo, con una costante vendita ogni anno: solo Elvis Presley, i Beatles, Madonna e Michael Jackson hanno superato tali quote nel panorama musicale mondiale, e scusate se è poco…