Uomini coraggiosi

Nella vita dell’umanità ci sono state persone che hanno fatto numero e persone che hanno fatto la differenza, sia in positivo, sia in negativo. Ci sono anche persone che avrebbero potuto fare la differenza, ma che per una serie di eventi, non l’hanno fatta.

Nel 2001 uscì nelle sale un film (il terzo) di Sean Penn, con Jack Nicholson. Il titolo è “La promessa (The pledge)”. Non voglio “spoilerare” (il verbo “spoilerare” è formato per derivazione dal termine spoiler, preesistente in italiano, con l’aggiunta del suffisso -are, e non dal corrispondente verbo inglese to spoil, che avrebbe dato origine a spoilare, ed ha il significato di “dare un’informazione che mira a rovinare la fruizione di un film, un libro e simili rivelando la trama, la conclusione, l’effetto sorpresa, eccetera a chi partecipa a un newsgroup, a una mailing list, a una chat”; è possibile evitarlo facilmente con circonlocuzioni quali “Tizio ha svelato il finale del film” o “Caio ha rivelato lo snodo cruciale del romanzo”), quindi guardatevelo.

Ambientato nella provincia americana del Nevada, è un film classico, esteticamente a basso costo, nonostante vanti un grandissimo cast, che ha la sua forza nell’attesa. Un’attesa che serve a costruire e far crescere un personaggio, che lentamente sembra perdere la ragione e le persone che gli stanno vicino. Un film poliziesco dove non succede nulla, neanche in un finale tra i più atipici per il genere a cui fa riferimento. Si tratta di una pellicola che vive di situazioni, di atmosfere, di tempi narrativi e a questo livello Sean Penn costruisce un mondo normale, incentrato su un personaggio ordinario, che ha chiaramente ragione, ma che non viene capito dal mondo circostante. E questo lo porterà a un isolamento, a una lotta faccia a faccia tra un uomo e un’ombra, ma soprattutto lo spingerà oltre fino a farlo trovare di fronte alla più incontrastabile delle forze: il destino. E proprio il destino la chiave del film. Il destino segnerà il finale, aprirà una serie di punti interrogativi a cui non sarà facile rispondere, ma soprattutto lascerà lo spettatore con qualcosa dentro, una sorta di riflessione su toni e tematiche da interiorizzare.

Ci sono state persone che, nella storia dell’umanità, hanno dovuto piegarsi a un destino crudele.

Charles Butler McVay III nacque il 30 luglio 1898 a Ephrata, in Pennsylvania, Stati Uniti. Suo padre, l’Ammiraglio Charles Butler McVay Jr, aveva comandato la Yankton, una delle 16 navi che avevano partecipato alla “Great White Fleet” tra il 1907 e il 1908. Laureatosi presso l’Accademia Navale degli Stati Uniti nel 1920, ricoprì vari incarichi, dirigendo anche il “Joint Intelligence Committee” del “Combined Chiefs of Staff” (una sorta di Stato Maggiore di tutti gli Stati Maggiori delle Forze Armate) a Washington.

Nel 1944 prese il comando della USS Indianapolis e lì si compì il suo destino e quello dei 1.196 uomini di equipaggio.

La Seconda Guerra Mondiale aveva preso ormai una certa direzione e gli “alleati” stavano, pezzo dopo pezzo, smontando il dominio che la cosiddetta “Asse” aveva faticosamente e con il prezzo di milioni di morti, costruito.

Nonostante questo, gli indomiti giapponesi, pur sapendo dei piani degli Stati Uniti riguardo l’uso dell’atomica per porre fine alla guerra, continuavano a battagliare, come per esempio nella famosa “Battaglia di Iwo Jima”, che si svolse durante la guerra nel Pacifico nell’omonima isola giapponese tra le forze statunitensi al comando dell’ammiraglio Raymond Spruance e le truppe dell’esercito imperiale giapponese al comando del generale Tadamichi Kuribayashi, coadiuvate da reparti della marina guidati dal contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru.

L’Ammiraglio Spruance dirigeva le operazioni proprio dal ponte di comando della Indianapolis, che abbatté agli ordini di McVay sette aerei giapponesi prima di essere colpita da un kamikaze a fine marzo del ’45, quando ormai la battaglia era finita.

McVay portò la propria nave in California per le riparazioni e al termine delle stesse ebbe l’ordine di trasportare del materiale (l’involucro e la carica di uranio della prima bomba atomica) a Tinian, base americana del Pacifico dove si stava preparando l’attacco finale al Giappone.

Consegnata la bomba, il 26 luglio ripartì dal porto in direzione di Leyte nelle Filippine per unirsi alla task force dell’ammiraglio McCormick, senza alcuna scorta nonostante il rischio di un attacco subacqueo fosse riportato ancora come non lieve. Lungo la rotta prescelta tra le tre possibili, chiamata in codice “Peddie”, era in agguato il sommergibile giapponese I-58, con a bordo anche dei siluri umani Kaiten (siluri con un membro di equipaggio che doveva compiere un attacco suicida). La nave procedeva alla velocità di 17 nodi e senza zigzagare, in quanto gli ordini erano di “zigzagare a discrezione in base anche alle condizioni meteo”, e non veniva richiesto di mantenere una elevata velocità. Il comandante giapponese Mochitsura Hashimoto non era però entusiasta dell’uso dei Kaiten e optò per l’attacco convenzionale, lanciando una salva di siluri. Due di questi siluri centrarono la fiancata dell’Indianapolis causando l’interruzione dell’energia elettrica e l’allagamento della nave che iniziò a sbandare.

A questo punto iniziarono una “serie di sfortunati eventi”…

Abbiamo detto della mancanza della scorta: in realtà McVay aveva richiesto un cacciatorpediniere di scorta, ma la priorità in quei giorni era di scortare le navi verso Okinawa o di raccogliere i superstiti e tutto sommato quella zona del Pacifico era ritenuta abbastanza tranquilla. Pesa anche il fatto che i cacciatorpedinieri avevano in genere dei sistemi sonar per rilevare i sottomarini nemici, ma la Indianapolis quel sistema non lo aveva, quindi la somma delle due cose orientò verso quella che fu una decisione sciagurata.

Inoltre, la settimana prima, il 24 luglio, il cacciatorpediniere Underhill era stato affondato proprio da quelle parti da un sottomarino giapponese, ma McVoy non ne era stato informato. Ufficialmente perché l’informazione era classificata. In pratica gli dissero solo di stare attento e di “zigzagare a discrezione”…

Appena colpita, dalla Indianapolis partirono tre messaggi di SOS. Digressione: tutti pensano che SOS sia l’acronimo per “Save Our Souls”, ma in realtà quella frase fu usata quattro anni dopo l’invenzione dell’alfabeto Morse, in occasione dell’affondamento del Titanic. SOS era un segnale facile da ricordare, da trasmettere e da leggere (tre-punti-tre-linee-tre-punti). In Italia, nella prima metà del ‘900, sotto la spinta italianizzatrice fascista SOS fu invece tradotto in “Soccorso Occorre Subito”. Fine digressione.

Che fine fecero le tre richieste di aiuto dell’Indianapolis? Assurdo, ma vero: la stazione che ricevette la prima richiesta, ipotizzò che si trattasse di una falsa richiesta di aiuto mandata dai giapponesi per infliggere danni agli eventuali soccorritori; la seconda richiesta di aiuto andò inevasa, in quanto il comandante della stazione aveva detto ai suoi uomini di non disturbarlo per nessun motivo; la terza, arrivò ad una piccola stazione, il cui unico operatore era ubriaco e dormiva…

In realtà, la prima cosa che fece McVay una volta salvo, fu chiedere con insistenza perché la loro richiesta di aiuto non fosse stata presa in considerazione e la prima risposta che gli fu data fu che in quella zona si era sotto “silenzio radio”, cosa poi rivelatasi falsa.

Così la USS Indianapolis, il suo Comandante McVay e il suo equipaggio furono mandati allo sbaraglio.

Il mancato arrivo dell’unità del 31 luglio venne ignorato per ben due giorni dal controllo traffico di Leyte. Nel frattempo i circa 900 naufraghi che erano riusciti ad abbandonare la nave, su un totale di 1196 uomini di equipaggio, avevano iniziato la loro lotta per la sopravvivenza contro la mancanza di giubbetti di salvataggio, la disidratazione, che fece impazzire molti uomini, e gli attacchi da parte di squali. Nelle prime ore del 31 luglio vennero lanciati dei razzi di segnalazione, che furono visti dall’equipaggio di un C-54 da trasporto dell’Army Air Corps in rotta da Manila a Guam, e classificati dal comandante Richard G. Le Francis come una “battaglia navale”, ma la segnalazione venne ignorata dai suoi superiori che gli risposero di “non preoccuparsi perché era un problema della marina”.

Dopo l’abbandono della nave, molti membri dell’equipaggio sotto la guida degli ufficiali e dei sottufficiali presenti avevano organizzato in più gruppi i battellini di salvataggio e i relitti galleggianti per darsi aiuto reciproco, e molti feriti vennero raccolti. Le razioni di emergenza e le riserve d’acqua, dove presenti, vennero distribuite all’inizio in modo controllato e razionato. Gli effetti della disidratazione portarono molti uomini ad impazzire e ad allontanarsi a nuoto dai battelli, verso la morte per annegamento o per gli attacchi degli squali. Alcuni di un gruppo si immersero vaneggiando di aver trovato una cisterna di acqua potabile e contagiando altri con una isteria collettiva e molti trovarono la morte immergendosi in seguito a questa situazione.

A rendere ancora più tragica la vicenda si deve aggiungere il fatto che, nel disperato tentativo di rallentare l’affondamento dell’unità, si decise di chiudere alcuni boccaporti interni alla nave per rallentare il flusso dell’acqua da un compartimento all’altro; dato che non c’era molto tempo a disposizione non tutti i marinai fecero in tempo ad evacuare i locali che furono sigillati e vennero così sacrificati volontariamente dai loro compagni che chiusero i boccaporti.

I naufraghi vennero ignorati fin quando un velivolo Lockheed B-34 Ventura della squadriglia VPB-152 della US Navy, comandato dal tenente Wilbur C. Gwinn, in normale volo di pattugliamento alle ore 10:25 del 2 agosto non notò delle chiazze di nafta e, mentre si accingeva ad un attacco con bombe di profondità verso un presunto sottomarino, vide i superstiti. A quel punto abortì l’attacco e lanciò delle zattere gonfiabili dotate di boe sonar, che i naufraghi non furono però in grado di azionare, e trasmettendo subito alla base di Peleliu un rapporto di avvistamento. Un idrovolante PBY Catalina del VPB-23 del comandante Adrian Marks, con nominativo di chiamata Playmate 2, venne caricato di materiale di soccorso ed inviato alla ricerca dei superstiti, poiché si riteneva che i circa trenta uomini che erano stati avvistati inizialmente potessero appartenere all’equipaggio di una nave affondata. Nel frattempo le stime del comandante Gwinn a seguito di una ricerca più accurata erano salite a 150 naufraghi. A questo punto la segnalazione aveva raggiunto anche il comando avanzato delle Filippine, che chiese informazioni sulle eventuali unità disperse al centro di controllo traffico a Leyte; la risposta fu che tre navi erano in ritardo, ed una di esse era l’Indianapolis. Anche l’ammiraglio McCormick rispose che la nave non aveva raggiunto direttamente il suo task group. Pur non essendoci ancora la certezza dell’identificazione della nave, vennero ordinate ricerche a vasto raggio e sette unità navali iniziarono a pattugliare l’area.

L’idrovolante comandato da Marks sorvolò lungo il percorso il cacciatorpediniere Cecil J. Doyle, che venne allertato e si diresse autonomamente per decisione del proprio comandante verso il luogo del rilevamento; Marks, dopo aver lanciato le zattere di salvataggio, decise di ammarare per fornire rifugio al maggior numero possibile di naufraghi (alla fine saranno 56). In questo modo danneggiò irreparabilmente il velivolo, ma riuscì a far salire diverse decine di uomini nella carlinga e sulle ali, oltre che a raccogliere i battelli attorno all’aereo. Quando la USS Doyle raggiunse in piena notte il luogo del rilevamento, si fermò a distanza di sicurezza per non rischiare la vita degli uomini in mare ed accese il proprio proiettore, rendendosi identificabile e mettendosi in pericolo per poter dare un riferimento ai naufraghi, molti dei quali si resero conto in questo modo dell’arrivo dei soccorsi. Un gruppo di altre unità venne immediatamente inviato da Ulithi sul luogo, tra cui i cacciatorpediniere Ralph Talbot, veterano della battaglia di Guadalcanal, Helm e Madison, cui poi si aggiunsero il caccia di scorta USS Dufilho, i trasporti veloci USS Bassett e, il 3 agosto, la USS Ringness dalle Filippine.

La ricerca proseguì fino all’8 agosto, ma dei marinai che avevano abbandonato la nave, solo 316 su 1196 vennero recuperati; 154 dalla USS Bassett in quattro ore di ricerca e 39 dalla Ringness, 24 dalla Ralph Talbot, mentre la Dufilho dopo aver recuperato un superstite rilevò un forte contatto sonar a circa 800m e si dedicò alla caccia antisommergibile e poi alla vigilanza mentre le altre navi procedevano col recupero. Tra i superstiti vi fu anche il comandante Charles Butler Mc Vay III, figlio dell’ammiraglio McVay; quest’ultimo aveva un pessimo rapporto col figlio e non lo supportò mai, né durante le differenti fasi del processo, né dopo. Nel novembre del 1945, McVay venne sottoposto a corte marziale, unico tra i 700 comandanti di navi statunitensi affondate durante il conflitto, e giudicato colpevole di aver “messo a rischio la nave rinunciando a zigzagare”. In realtà, il comandante giapponese testimoniò dopo la guerra che la cosa non avrebbe fatto alcuna differenza. Inoltre, fatto che venne tenuto segreto fino al 1990, le intercettazioni avevano rivelato la presenza di un sottomarino operante con certezza nell’area.

McVay fu scelto come “capro espiatorio” da parte della US Navy, forse per distogliere l’opinione pubblica da tutti gli errori procedurali che erano stati commessi. Alla fine, nel 1946, l’ammiraglio Chester Nimitz annullò la sentenza di condanna e prosciolse McVay rimettendolo in servizio attivo, con la carriera però ormai finita.

In un nevoso pomeriggio del novembre 1968, dopo oltre vent’anni trascorsi a chiedersi del perché di un destino così beffardo, tormentato dalle telefonate dei parenti delle vittime del naufragio, Charles Butler McVay III fece la doccia e la barba. Stirò la sua alta uniforme e la indossò, dopo aver pulito accuratamente la pistola di ordinanza. Andò sulla veranda di casa, quella casa ormai da tempo vuota (la moglie era morta di tumore sette anni prima) e, tenendo in mano un giocattolo che gli era stato regalato da un marinaio ad inizio carriera, si mise la pistola in bocca e tirò il grilletto.

Nell’ottobre 2000, il Congresso degli Stati Uniti pose fine alla questione approvando una risoluzione secondo la quale sullo stato di servizio del capitano McVay dovesse essere riportato che “egli era prosciolto dalle accuse per la perdita della USS Indianapolis”.

 

“Io non avrei esitato a servire sotto di lui ancora una volta. Il suo trattamento da parte della Marina è stato imperdonabile e vergognoso.”

Dalla dichiarazione presentata a settembre 1999 alla audizione del Senato da Florian Stamm, sopravvissuto della USS Indianapolis.

Pattie, George e Eric

“Layla e Majnun”, nota anche come “Il Folle e Layla” è una classica storia araba di un amore contrastato. È basata sulla storia vera di un giovane chiamato Qays ibn al-Mulawwaḥ, originario del nord della Penisola araba durante il periodo omayyade nel VII secolo. In una versione, egli passa la giovinezza con Layla, sorvegliandone i greggi. In un’altra versione, dopo aver visto Layla, se ne innamora perdutamente. In entrambe le varianti in ogni caso impazzisce quando il padre gli impedisce di sposarla; perciò venne chiamato “Majnun -e Layla”, ovvero “Il pazzo di Layla”.

Un’altra variante del racconto vuole che Layla e Majnun si siano incontrati a scuola. Majnun si innamora di Layla e viene da lei distratto. Il maestro picchia Majnun in quanto concentra le sue attenzioni su Layla e non sull’attività scolastica. Ma avviene qualcosa di magico. Majnun viene colpito ma è Layla a sanguinare per le sue ferite. La notizia diffusasi causa un litigio fra le due famiglie. Separati nell’infanzia, Layla e Majnun si incontrano di nuovo in gioventù. Tabrez, il fratello di Layla, non vuole che lei infanghi il nome della famiglia sposando Majnun. Tabrez e Majnun litigano; pazzo di Layla, Majnun uccide Tabrez. Majnun viene arrestato dopo che la notizia raggiunge il villaggio e quivi condannato alla lapidazione. Layla non può sopportarlo e acconsente di sposare un altro uomo in cambio della salvezza di Majnun, che viene esiliato. Layla si sposa, anche se resta legata sentimentalmente a Majnu. Comprendendo ciò, suo marito cavalca nel deserto alla ricerca di Majnun, e lo sfida a un duello mortale. Nello stesso istante in cui il marito di Layla trafigge con la spada il cuore di Majnun, Layla cade a terra in casa sua. Layla e Majnun vengono sepolti uno accanto all’altra e il marito di lei ed entrambi i padri pregano per loro. Il mito vuole che Layla e Majnun si incontrino di nuovo in paradiso, dove si ameranno per sempre.

La grande popolarità della leggenda ha influenzato la letteratura mediorientale, specialmente gli scrittori Sufi, per i quali il nome Layla si riferisce al concetto dell’Amato. La storia originale viene riportata anche nello scritto mistico “Le sette valli di Bahá’u’lláh”. Etimologicamente Layla deriva dal termine ebraico e arabo per “notte” e si pensa significhi “colui che lavora di notte”. È un’apparente allusione al fatto che l’amore dei due protagonisti è nascosto e tenuto segreto. Nella lingua persiana e araba, il termine Majnun significa “pazzo”. Oltre che in questo uso creativo del linguaggio, il racconto ha contribuito al gergo popolare almeno in un altro modo, ispirando il modo di dire turco “sentirsi come Layla”, ovvero essere completamente storditi, come ci si aspetta sia una persona che è letteralmente pazza per amore.

Il poema epico fu tradotto in inglese da Isaac D’Israeli nei primi anni del 1800, permettendo a un ampio pubblico di apprezzarlo. E qui finisce l’epica e inizia la storia. O meglio, la musica. Ma andiamo in ordine.

Patricia Anne Boyd, detta Pattie, nacque a Taunton, Somerset, da Colin Ian Boyd Langdon e Diana Frances Drysdale nel marzo del ‘44. Maggiore di quattro figli, visse a Nairobi, in Kenya, dal 1948 al 1953, dopo che suo padre aveva dato le dimissioni dalla Royal Air Force a seguito di un infortunio grave come pilota durante la Seconda Guerra Mondiale. Diana e Colin divorziarono nel 1952, e la donna tornò in Inghilterra, con i suoi quattro figli, dopo il suo secondo matrimonio, avvenuto nel febbraio 1953 in Tanganica (oggi Tanzania).

Pattie frequentò la scuola fino al 1961, poi si trasferì a Londra nel 1962, e ottenne il primo lavoro da Elizabeth Arden, nota azienda di cosmetici, come volto per la pubblicità di uno shampoo. Un cliente che lavorava per una rivista di moda le chiese se avesse pensato a diventare una modella. E da lì Pattie iniziò la sua carriera nel campo della moda.

Patricia iniziò la sua carriera di modella nel 1962, ma fu rifiutata da molti fotografi che si lamentavano del suo look “non idoneo” e dei suoi denti, dicendole: “Le modelle non assomigliano a dei criceti”. Tempo dopo però un’agenzia la ingaggiò e Patricia fece la modella soprattutto a Londra, New York e Parigi (per Mary Quant, l’agenzia che la lanciò nel mondo della moda) e fu fotografata da famosi fotografi come David Bailey e Terence Donovan.

Pattie, che nel 1964 aveva solo 19 anni, conobbe George Harrison durante le riprese del film “A Hard Day’s Night”, per il quale era stata presa per fare da studentessa fan dei Beatles. All’epoca lei era fidanzata con Eric Swayne, noto fotografo di moda dell’epoca, che frequentò per circa un anno e così dovette rifiutare un primo appuntamento col Beatle, ma in compenso disse che era l’uomo più bello che lei avesse mai visto in vita sua. Una delle prime cose che George disse a Patricia fu “Ti sposeresti con me?”, frase che i Beatles all’epoca dicevano ad ogni bella ragazza. Pattie rise a allora George disse “Bè, se allora non vuoi sposarmi, verresti con me a cena?”. Un paio di giorni dopo, quando lei fu richiamata per girare di nuovo nel film, George le chiese nuovamente di uscire e stavolta lei accettò, avendo interrotto la relazione con Swayne. Il loro primo appuntamento fu nel Garrick Club a Covent Garden, in compagnia del manager dei Beatles, Brian Epstein. Da quel giorno divennero una coppia e si sposarono nel 1966. George le dedicò una delle più belle canzoni della storia del rock, “Something”.

Il loro rapporto che all’inizio sembrava perfetto, da coppia invidiata per la loro bellezza e la loro apparente felicità, si fece invece sempre più complicato. Durante il viaggio in India dei Beatles con le loro compagne (che all’epoca erano Cynthia Powell, moglie di John Lennon e madre di Julian, Jane Asher, compagna di Paul McCartney, Maureen Cox, moglie di Ringo Starr e appunto Patricia Boyd) con i Beach Boys e Mia Farrow, Harrison scoprì la religione indiana, l’arte della meditazione ed ebbe una forte relazione con il Maharishi, mistico e filosofo indiano nonché guru, fondatore della tecnica conosciuta come meditazione trascendentale e del movimento ad essa relativo.

Per George divenne una vera e propria ossessione: questo amore per la religione indiana rese George molto intrattabile. Non fu solo questo a minare definitivamente la loro relazione: durante la Beatlemania, quando i Beatles erano un grandissimo fenomeno, George (come d’altronde anche gli altri componenti del gruppo) non fece a meno delle droghe, dell’abuso di alcool e ebbe relazioni con svariate ragazze, tra cui proprio Maureen Cox e, pare, Krissy Findlay, moglie di Ron Wood dei Rolling Stones. Quando Patricia lo venne a sapere si sentì veramente ferita, non tanto da lui ma dall’amica: iniziarono così anche i tradimenti da parte sua, che includono anche il cantante dei Rolling Stones Mick Jagger e il Beatle John Lennon, che da sempre avevano mostrato un certo interesse per quella bella ragazza magra, bionda e sempre sorridente.

La loro relazione era praticamente alla fine, quando all’improvviso entrò nella loro storia Eric Clapton. I Beatles in generale erano grandi amici di Clapton, ma in particolare lo era George. I due si conobbero ad una festa nel ’68. Eric iniziò a frequentare spesso la casa di George e Patricia, e lui perse la testa per la moglie dell’amico; si trattava di una vera e propria ossessione, tanto che Clapton arrivò a fingere un flirt con la sorella di Pattie, Paula, per conquistarla e cercare di avvicinarsi sempre più a lei.

Alla fine scrisse una canzone d’amore dedicata a lei, la celeberrima Layla, di cui riporto il testo alla fine di questo racconto. Patricia all’inizio non cedette anche se era stata rapita da questa dedica d’amore. La brutta situazione di George però si ripeté anche dopo la fine dei Beatles e Pattie, una volta per tutte stanca e smarrita, decise di lasciarlo e andare da Eric nel ’74. Dopo il loro matrimonio Eric le scrisse una nuova canzone, anche questa molto famosa, “Wonderful Tonight”.

La vita con Clapton però era diversa da quella che si aspettava. La dipendenza del musicista dall’alcool era per Pattie motivo di delusione. Il fatto di non essere riuscita ad avere un figlio da lui era motivo di ulteriore frustrazione. Eric si divertiva con altre donne ed era spesso ubriaco. Pattie quindi decise nel 1989 di sancire ufficialmente con un divorzio la separazione dal cantante e chitarrista.

Tuttavia, George non provò rancore nei confronti dell’amico, Eric Clapton; anzi, egli fu presente al matrimonio di Clapton con Pattie Boyd e i musicisti rimasero molto uniti fino alla morte di Harrison, tanto che nel 1991, dopo che Clapton e la Boyd avevano divorziato, fecero ancora un tour insieme e che lo stesso Clapton suonò al Concert for George, a un anno dalla morte dell’amico. Fu lo stesso Clapton a organizzare il concerto.

Ma questa, è un’altra storia…

“Layla”, Derek and the Dominos, “Layla and Other Assorted Love Songs”, 1970

Cosa farai quando ti sentirai sola

senza nessuno ad aspettare al tuo fianco?

Sei scappata e ti sei nascosta per troppo tempo

Lo sai, è solo a causa del tuo stupido orgoglio.

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Ho provato a consolarti

Quando il tuo vecchio uomo ti ha abbandonata

Come uno sciocco, mi sono innamorato di te

Hai girato il mio intero mondo sottosopra

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Prendiamo il meglio da questa situazione

Prima che io finalmente diventi matto

Ti prego non dire che non troveremo mai una via

E che il mio amore è vano

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Nina Simone

Tra tutti gli anni che ricordo con piacere, ce ne sono due che amo particolarmente: il 1982 e il 1987. Il primo legato a ricordi sportivi (era l’anno dei mondiali spagnoli) ed emotivi (uscivo dall’infanzia ed entravo nell’adolescenza, e non aggiungo altro), mentre il secondo è stato un anno fenomenale per altri motivi.

Nel 1987 uscirono “The Joshua Tree” degli U2, “Sign o’ the times” di Prince, “Appetite for destruction” dei Guns ‘n’ Roses, “Bad” di Michael Jackson, “Faith” di George Michael, “Nothing like the sun” di Sting e molti altri album bellissimi, ma soprattutto la Chanel, casa di moda parigina fondata all’inizio del ventesimo secolo da Coco Chanel, specializzata nei beni di lusso, per pubblicizzare il suo celeberrimo profumo “Chanel N° 5” scelse come testimonial Carol Bouquet e come colonna sonora una canzone di trent’anni prima, “My baby just cares for me”.

“My Baby Just Cares for Me” è una canzone scritta da Walter Donaldson  con le parole di Gus Kahn, composta nel 1930 in occasione della versione cinematografica omonima del musical del 1928 “Whoopee!”. Il brano è principalmente conosciuto nella versione interpretata da Nina Simone nel 1958, che registrò il brano per il suo album di debutto “Little Girl Blue”; la canzone rimase relativamente sconosciuta fino al 1987, appunto, quando fu scelta per quella pubblicità. In seguito alla grande popolarità degli spot fu realizzato un video musicale realizzato con la tecnica claymation prodotto dalla Aardman Animations (quelli di “Galline in fuga” e “Shawn the sheep”).

Quindi la versione di Nina Simone era una cover: altre versioni erano state registrate, anche in precedenza, da Nat King Cole, Amanda Lear, Mel Tormé, Mary Wells, Alex Chilton e Frank Sinatra ed altre ne sarebbero state realizzate in seguito, ad esempio da George Michael. Ma la sua versione è senza dubbio quella che è rimasta di più nella memoria collettiva.

Nata il 21 febbraio 1933 a Tryon, nella North Carolina, Eunice Kathleen Waymon era la sesta di otto figli. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età, a tre anni e a cantare nel coro della chiesa e grazie all’interesse dei genitori, si creò un repertorio classico che comprendeva Brahms e Beethoven: il suo sogno allora era diventare la prima grande pianista afro-americana.

Era così dotata che il suo insegnante istituì una fondazione, a cui partecipò tutta la comunità di colore locale, per pagarle l’iscrizione alla “Juilliard School of Music” di New York, dove ebbe modo di perfezionarsi e lavorare con altri artisti. Purtroppo i fondi finirono e Nina dovette trasferirsi a Philadelphia con la famiglia, dove provò ad iscriversi al “Curtis Institute of Music”: fu respinta in quanto nera e quindi dovette allontanarsi dalla musica classica. Iniziò così a suonare gli standard americani, il jazz e il blues nei locali di Atlantic City negli anni ‘50.

La prima sera di lavoro al “Midtown Bar and Grill” di Atlantic City, nel luglio del ’54, suonò al pianoforte musica gospel e classica senza aprire bocca. La sera seguente il proprietario del locale, Harry Seward, le disse: “O canti o cambi lavoro”. Iniziò così la sua carriera, sulle orme di Billie Holliday, di cantante di pianobar. Prese il nome d’arte unendo la parola spagnola “niña” (bambina, come la chiamavano allora, cioè “baby girl”) e il nome della sua attrice preferita, Simone Signoret.

Nina iniziò a pubblicare dischi dalla fine degli anni ’50 sotto l’etichetta Bethlehem, con il primo album del 1957 “Plain Gold Ring”, caratterizzato, oltre che dalla già citata “My baby just cares for me”, dalla title track “Little girl blue” e da “I loves you, Porgy”, di George e Ira Gershwin, tratto dal musical “Porgy and Bess”.

Nel 1960 il singolo “Ain’t Got No, I Got Life” raggiunse la seconda posizione nel Regno Unito, la prima in Olanda per 6 settimane e la decima nelle Fiandre in Belgio. Lavorò per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, iniziò a lavorare stabilmente con la Philips. Pur cambiando spesso casa discografica, pubblicò “The Amazing Nina Simone” (1959), “Nina Simone Sings Ellington!” (1962), “Wild Is the Wind” (1966) e “Silk and Soul” (1967), che le diedero un discreto successo di pubblico, anche grazie a qualche cover qua e là, come ad esempio “The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan” e “Here Comes the Sun” dei Beatles.

Alla fine degli anni ’60 lasciò in modo polemico gli Stati Uniti, accusando governo e CIA dello scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Girò il mondo, visse in Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, in Olanda e in Svizzera. Proprio a causa della polemica con il governo, faceva fatica a pubblicare altri album.

Però era molto nota, sia nell’ambiente soul (la chiamavano “La sacerdotessa del soul”, ma a lei non piaceva essere etichettata, anzi, asseriva di fare molto più musica folk di quanta ne facesse di jazz e soul) sia in quello della lotta per i diritti civili, ed era molto amica sia di Malcom X che di Martin Luther King.

Diverse canzoni testimoniavano questo impegno nel sociale, a partire da “Mississipi Goddamm”, scritta per reazione all’omicidio di quattro ragazze in un attentato dinamitardo a sfondo razziale presso Birmingham, eseguita in pubblico la prima volta alla Carnegie Hall nel 1964 e il cui linguaggio esplicito di protesta le valse il fatto di non essere trasmessa da diverse stazioni radio. L’interpretazione di “Pirate Jenny”, canzone tratta da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e registrata per la prima volta per l’album “In Concert”, faceva della sguattera protagonista del racconto l’evidente metafora di una donna che invitava alla rappresaglia contro il razzismo. In “Four Women”, Nina Simone esprimeva nel ritratto di quattro donne afroamericane il conflitto interiore a cui la donna nera era soggetta nella società del suo tempo.

Quando Chanel usò “My baby just cares for me” per quello spot, le nuove generazioni scoprirono la sua musica e lei si trasformò in una’icona del jazz, anche se proprio in quell’occasione capì come era stata superficiale in passato (dal punto di vista imprenditoriale, almeno). Infatti, sull’onda del successo dello spot, la canzone balzò nei primi posti delle classifiche di Olanda, Francia e Inghilterra, ma quando Nina cercò di monetizzare recuperando le royalties delle vendite, si rese conto che trent’anni prima aveva ceduto i diritti alla sua casa discografica del tempo. Dopo una lunga battaglia in tribunale, le furono riconosciuti solo i diritti legati all’uso del brano nella pubblicità (non il massimo, ma neanche quisquilie).

Negli anni seguenti mantenne uno zoccolo duro di fan che riempivano le sale dove teneva concerti; partecipò, tra le altre, alla festa per l’80° compleanno di Nelson Mandela e al Guinness Blues Festival di Dublino, in Irlanda. Il critico del “New York Times” Jon Pareles una volta disse “C’è ancora molta forza nella sua voce” e che i suoi spettacoli erano caratterizzati da “un suono dolce, una personalità forte e un repertorio che esalta entrambi”. Ha ispirato numerose artiste, tra cui Aretha Franklin, Laura Nyro, Joni Mitchell, Lauryn Hill e Meshell Ndegeocello.

Una bella versione della sua vita è stata ripresa nel film “Nina”, del 2016, interpretato da Zoe Saldana. Molti suoi brani sono stati utilizzati nelle colonne sonore; quello che preferisco è “Sinnerman”: viene usato nella scena del museo di “Gioco a due”, film del ’99 con Pierce Brosnan e Rene Russo, in “Inland Empire” di David Lynch e in “Cellular”, film del 2004 con Kim Basinger. È stato utilizzato inoltre in vari telefilm (tra cui Sherlock , Chuck, Person of Interest e Scrubs – Medici ai primi ferri) e una versione dance-remix è parte della colonna sonora del film Miami Vice del 2006.

Nina Simone morì il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet, in Francia, per le complicanze dovute a un tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia. Seguendo le sue volontà, venne cremata e le sue ceneri furono sparse in vari luoghi dell’Africa, terra d’origine dei suoi antenati.

Furia e arena

L’uomo, nell’arco della sua esistenza, ha sostanzialmente modificato tutto l’ambiente circostante (in modo irreparabile, potrebbe pensare qualcuno, ma non è così). Consideriamo le foreste.

Una volta, agli albori della storia, l’Europa era coperta di un’immensa foresta primigenia, dove le sparse radure dovevano sembrare delle isolette in un oceano di verde.

Fino al primo secolo Avanti Cristo, la selva Ercinia si estendeva dal Reno verso oriente per un’immensa e sconosciuta distanza; alcuni Germani, interrogati da Cesare, avevano viaggiato per due mesi attraverso di essa senza trovarne la fine. Quattro secoli più tardi fu visitata dall’imperatore Giuliano, e la solitudine, l’oscurità e il silenzio della foresta, sembra facessero una profonda impressione sul suo sensibile temperamento; egli dichiarò che non conosceva nulla di simile in tutto l’Impero romano.

In Inghilterra le selve del Kent, del Surrey e del Sussex sono i resti della grande foresta di Anderida che ricopriva tutto il sud-est dell’isola. A ovest sembra che si estendesse fino ad unirsi con un’altra foresta che andava dall’Hampshire al Devon. Nel regno di Enrico II i cittadini di Londra andavano ancora a caccia al toro selvatico e al cinghiale nella selva di Hampstead. Sin sotto gli ultimi Plantageneti, le foreste regali ammontavano a sessantotto. Nella foresta di Arden si diceva che fino ai tempi moderni uno scoiattolo potesse andare da un albero all’altro per tutta la lunghezza del Warwickshire.

Fino al secolo IV a.c., Roma era divisa dall’Etruria centrale dalla temuta foresta del Cimino che Livio paragonava alle selve della Germania.

Oltre a edificare intere città distruggendo quelle immense foreste, l’umanità ha fatto anche cose buone. E non parlo delle meraviglie architettoniche come le Piramidi o il Taj Mahal.

Ad esempio, il tasso di mortalità nei paesi industrializzati è sceso drasticamente nel secolo scorso: se nell’era pre-industriale si viveva in media 30 anni, oggi, un uomo che vive in Giappone ha una speranza di vita di 72. E soprattutto la mortalità è diminuita di 200 volte fra i 10 e i 20 anni, che è davvero molto. E questo grazie all’aumentata accessibilità alle cure mediche, che una volta erano veramente per pochi e allo stile di vita tutto sommato agiato che conduciamo.

L’uomo ha inventato anche l’arte. L’arte, per come noi la intendiamo, è abbastanza recente. Più o meno nel periodo denominato “Illuminismo”, si sciolse il vincolo che c’era stato fino ad allora tra arte e artigianato.

Tanto è vero che l’etimologia della parola arte deriva dalla radice ar- che in sanscrito significava “andare verso”, e, in senso traslato, “adattare”, “fare”, “produrre”. Questa radice la si ritrova nel latino ars, artis. Originariamente, quindi la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, la capacità di fare armonicamente, in maniera adatta.

La tendenza a considerare opere d’arte le tragedie di Sofocle, le cantate di Bach o i dipinti di Leonardo induce a trascurare dati importanti quali il valore politico delle rappresentazioni teatrali nell’antica Grecia, la funzione religiosa e sociale della musica, il ruolo della committenza e dei collaboratori nella pittura rinascimentale. Non si tratta di ridimensionare la qualità del lavoro degli artisti, ma di interpretare correttamente i documenti del passato: se l’apprezzamento delle loro opere si basa oggi su criteri come indipendenza e originalità, ciò non significa che fu sempre così.

Guardare i dipinti del Rinascimento isolati, oppure leggere i componimenti di Shakespeare nelle antologie o ascoltare le Passioni di Bach in un auditorium per concerti sono azioni che rinforzano l’impressione fasulla secondo la quale, nel passato, la gente condivideva il nostro concetto di arte come regno delle opere autonome destinate alla contemplazione estetica.

Ovviamente quella concezione di arte si è evoluta attestandosi sempre più su posizioni di ricerca e di sperimentazione formale, mentre l’arte pura “assimilava” una serie incredibile di fenomeni, dalla fotografia al cinema al jazz.

Anche lo sport, in alcuni suoi gesti, è assimilabile all’arte.

A chi non è mai capitato di rimanere a bocca aperta davanti a certe performance sportive, come il passante lungolinea di Ivan Lendl o la falcata impressionante di Carl Lewis?

La storia dell’attività fisica comincia praticamente con quella del genere umano. Fin dalla comparsa delle prime civiltà le attività ginniche e sportive hanno sempre avuto un ruolo in primo piano. Solo in epoca moderna lo sport ha assunto valenza culturale e sociale ancora maggiore. Lo sport è diventato fenomeno di massa con rilevanti conseguenze in campo economico, sociale ed educativo, mentre in età preistorica l’attività fisica era strettamente legata alla sopravvivenza e gli uomini dovevano essere scattanti, efficienti, pronti ed atletici. Anche le danze rituali contribuivano a mantenere in allenamento ed in esercizio il corpo.

E assieme allo sport, come dicevo fenomeno di massa, è aumentata la risonanza di certi gesti, soprattutto quelli esecrabili. Mi riferisco alla violenza che fa da contorno a certi eventi sportivi.

Cosa induce un individuo a comportarsi con violenza nella cornice di un evento sportivo? Già nell’antichità, durante i giochi dei gladiatori, si verificavano gravi scontri e aggressioni; per molti versi, quindi, la violenza negli stadi di oggi rappresenta qualcosa di simile a ciò che accadeva in passato.

È come se la razionalità venisse soppiantata dalle emozioni che prendono l’avvento al di là del controllo del soggetto. La violenza tra tifoserie ricorda tristemente la guerra: combattere nel nome di valori, norme e ragioni. Ma perché un uomo dovrebbe prendersi ”così a cuore” una causa sportiva quasi si trattasse di vivere o morire per la patria?

Perché entrambe le situazioni fanno leva sul sentimento di identità, cioè sul bisogno di identificarsi ed esprimersi seguendo certi valori. Tutti noi abbiamo bisogno di costruire una nostra identità a partire dal contesto in cui ci troviamo. C’è chi emerge e diventa un leader, un punto di riferimento della folla, e chi segue il leader. E, nonostante l’essere umano possa contare su di una razionalità di gran lunga più sviluppata se paragonata a quella degli altri mammiferi, la ricerca di emozioni rappresenta il sale della vita.

C’è chi allora da una parte vive con equilibrio la vita, ricercando forme espressive basate sul rispetto altrui, e chi tende a vivere sfogando la propria aggressività in un certo ambito piuttosto che in un altro.

Come è possibile allora costruire una società più sana ed emotivamente equilibrata? Attraverso l’educazione alla compassione, al rispetto, all’altruismo e alla gestione della propria emotività. A volte però, quello che accade, succede proprio per colpa di chi queste cose dovrebbe controllarle. Torniamo indietro di qualche anno.

Liverpool-Nottingham Forest, il 15 aprile 1989, si giocava in campo neutro. Il Liverpool e il Nottingham erano due delle squadre inglesi più forti, in quel periodo: l’anno prima erano rispettivamente arrivate prima e terza, e nella stagione in corso Liverpool era secondo appena dietro all’Arsenal (che quell’anno vinse il campionato per la prima volta in 28 anni, battendo proprio il Liverpool per 2-0 all’ultima giornata). All’epoca il Nottingham, che è stato fondato nel 1865 ed è una delle squadre di calcio più antiche del mondo, non vinceva la FA Cup da quarant’anni esatti (né l’avrebbe più vinta: da molti anni gioca in Premiership, la Serie B inglese, senza grandi ambizioni).

Come per tutte le partite importanti, allo stadio erano previste molte migliaia di tifosi, dell’una e dell’altra squadra. Verso le due e mezza del pomeriggio, circa mezz’ora prima dell’inizio della partita, migliaia di tifosi del Liverpool stavano ancora aspettando di entrare allo stadio nei due settori della curva a loro riservati, il numero 3 e il numero 4. Ai due settori, che più tardi si scoprì potevano contenere solo 1600 persone, si accedeva tramite alcuni tornelli.

Attorno alle tre meno un quarto la curva era stata riempita per intero, ma la maggior parte dei tifosi del Liverpool era rimasta fuori dallo stadio. Alle 14.52, visto che la situazione non si sbloccava, la polizia decise di aprire un cancello che di solito serviva a fare uscire i tifosi dallo stadio, il cosiddetto “Gate C”: secondo le testimonianze, moltissimi tifosi – senza che nessuno gli controllasse il biglietto – si riversarono nel tunnel che dal Gate C portava ai settori 3 e 4 e schiacciarono le persone che avevano già preso posto in piedi, spingendole verso il basso e contro la recinzione che separava gli spalti dal campo.

In pochi minuti, un totale di circa 3000 persone occupò i settori 3 e 4. In molti provarono quindi a scavalcare le recinzioni laterali, che confinavano con i settori 1 e 5, oppure a entrare direttamente in campo scavalcando la recinzione nella parte più bassa dei due settori.

A un certo punto crollò una transenna che separava la parte superiore dalla parte inferiore di un settore: molta gente precipitò addosso a quelli che stavano sotto. A circa sei minuti dall’inizio della partita, alle 15:06, un poliziotto entrò in campo e ordinò all’arbitro di sospendere la partita, mentre moltissimi tentavano ancora di scappare dai due settori arrampicandosi sulle recinzioni. I tifosi si accorsero che molti di loro erano feriti e improvvisarono delle barelle staccando alcuni cartelloni pubblicitari. Nonostante ci fossero molte ambulanze sul posto i soccorsi tardarono ad arrivare: troppa gente occupava il loro tragitto. Quel pomeriggio morirono schiacciate e soffocate 95 persone, un’altra nel 1993 dopo anni di coma; centinaia di persone rimasero invece ferite.

Per la cronaca sportiva, la partita fu ripetuta il 7 maggio all’Old Trafford di Manchester: vinse per 3-1 il Liverpool, che quindici giorni dopo si aggiudicò la FA Cup, battendo i cugini dell’Everton nella finale di Wembley.

Subito dopo la strage, la Camera dei lord affidò a lord Peter Taylor il compito di indagare sulle cause dell’accaduto, che redasse un rapporto, detto appunto “Taylor report”. In quel documento, oltre a stabilire con precisione le cause della tragedia, si intendeva ridisegnare le norme di sicurezza negli stadi inglesi.

Nell’agosto 1989 fu pubblicato un primo rapporto interim, cui fece seguito quello definitivo, pubblicato nel gennaio 1990.

Tra le riforme più importanti introdotte dal rapporto vi è l’obbligo per tutti gli stadi di prevedere soli posti a sedere da riservare a tutti gli spettatori muniti di biglietto. La Football League inglese e la Football League scozzese imposero l’obbligo per tutti i club di prima e seconda divisione di dotarsi di impianti con soli posti a sedere.

Alcuni club avevano iniziato a modernizzare i propri stadi ancor prima dell’introduzione della regola. Il St. Johnstone, per esempio, aveva dato il via alla costruzione del McDiarmid Park, che aprì i battenti in tempo per la stagione 1989-90.

Fino ad allora gli spettatori erano costretti a stazionare in piedi e in spazi ristretti. In realtà Il rapporto Taylor non affermava che i posti in piedi fossero intrinsecamente un fattore di rischio, ma il governo stabilì che da quel momento in poi gli stadi a norma sarebbero stati quelli aventi unicamente posti a sedere. L’associazione Stand Up Sit Down conduce, a tal proposito, una campagna per giungere ad un compromesso, concedendo ad alcuni tifosi la possibilità di stare in piedi, anche in una zona con posti a sedere.

Tuttavia il processo che seguì non contribuì a far piena luce sui fatti e soprattutto sulle responsabilità dell’accaduto, anche se fu chiaro che le cause del disastro andavano ricercate soprattutto nella disorganizzazione e nella leggerezza con cui la polizia aveva proceduto ad aprire il Gate C.

In questo contesto di poca chiarezza, per più di vent’anni i sostenitori del Liverpool presenti quel giorno all’Hillsborough Stadium (sia i morti che i sopravvissuti) furono ingiustamente considerati come i responsabili della strage; versione dei fatti immediatamente cavalcata dalla stampa tabloid britannica – il Sun su tutti – che dopo la tragedia titolò in prima pagina perfino di presunti atti di depredazione dei tifosi degli Scousers (l’accento scouse è fortemente distintivo e suona completamente diverso da quello delle vicine regioni del Cheshire e del Lancashire. Gli abitanti di Liverpool sono detti in inglese Liverpudlians ma spesso nel linguaggio colloquiale sono definiti Scousers), nei confronti dei cadaveri all’interno dell’impianto. Il giorno dell’uscita di quel numero del Sun i tifosi del Liverpool indirono un boicottaggio che dura ancora oggi.

Solo nel settembre del 2012 – a seguito di una nuova inchiesta dell’Hillsborough Independent Panel, commissione presieduta dal vescovo di Liverpool – il governo inglese, per voce del premier David Cameron, ha ufficialmente riconosciuto le colpe della polizia di South Yorkshire e scagionato definitivamente la tifoseria dei Reds («non sono stati la causa del disastro»), chiedendo pubblicamente scusa ai parenti delle vittime per la «doppia ingiustizia: l’incapacità di proteggere le vite dei loro cari e l’imperdonabile attesa per arrivare alla verità». L’inchiesta del Panel ha svelato che – a differenza delle versioni ufficiali precedentemente date alla stampa – alle 15:15 di quel pomeriggio, 59 delle 96 vittime erano ancora in vita, e 41 di esse avrebbero potuto essere salvate se fossero stati prestati loro soccorsi tempestivi.

Dal nuovo lavoro d’indagine è inoltre emerso che la polizia di South Yorkshire avrebbe “indirizzato” i media britannici verso una versione dei fatti diversa da quanto realmente accaduto, modificando sostanzialmente a loro favore anche 164 testimonianze di chi era presente allo stadio, con l’intento di assolvere poliziotti e soccorritori dalle loro colpe e manchevolezze. In definitiva, la polizia di South Yorkshire mentì, e la tragedia venne strumentalizzata per orientare favorevolmente l’opinione pubblica britannica verso una stretta repressiva nei confronti degli hooligan, portata avanti dal governo dell’allora primo ministro Margaret Thatcher e avallata dalle conclusioni del rapporto Taylor. A seguito di questi nuovi fatti, nel dicembre dello stesso anno il presidente dell’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra e Galles ha annullato il verdetto della precedente inchiesta del 1989, disponendo una nuova indagine sulla strage.

I tifosi dei Reds ricordano annualmente i 96 morti, con una commemorazione molto toccante che ha luogo ogni 15 aprile nella curva Kop dello stadio di Anfield. Qui l’orologio è sempre fermo alle 15:06, ora del fischio di sospensione di quella tragica partita.

Il cane a sei zampe

Leggere e scrivere storie è un esercizio interessante, soprattutto se queste storie portano da qualche parte. Ma non sempre è così.

Ho scritto un bel po’ di biografie, in questo blog: In “Nei panni degli altri”, parlo del caso dello smemorato di Collegno; in “Offuscati” di Santa Chiara e del suo rapporto con la fede in un mondo maschilista; in “Un genio italiano” di Ettore Majorana e della sua misteriosa scomparsa; in “Il mostro e il detective” delle indagini di Giuseppe Dosi sul caso Girolimoni; in “La vita comincia a…” di King Camp Gillette e della sua perseveranza; in “Personalità magnetiche” dell’inventiva di Nikolas Tesla; in “La grande bellezza” del genio di Ipazia di Alessandria e di Marie Curie; in “Personalità elettrizzanti” di Benjamin Franklin e della sua creatività sia come inventore che come statista; in “Tutto è relativo” dell’unicità di Albert Einstein; in “L’ultima lettera” della fine prematura di un genio matematico come Évariste Galois; in “Imitation game, missione enigma” dei problemi che attraversarono la vita seppur geniale di Alan Turing; in “Personalità forti” dell’autorevolezza di Isaac Newton.

In “Personalità abiurate” dei problemi di Galileo Galilei con la Chiesa; in “La solitudine dei numeri primi” della prolificità da matematico di Eulero; in “Personalità informatiche” della sottovalutata “Ada Lovelace”; in “Nomen non tamen omen” della sfortunata parabola calcistica di Andrea Fortunato; in “La strana storia di Bob Geldolf, Paula Yates e Michael Hutchence” delle vicissitudini di alcune rockstar; in “Dora Musumeci” della grande jazzista Dora Musumeci; in “Personalità evolute” delle scoperte e dei viaggi di Charles Darwin; in “Personalità radioattive” ho ripreso a parlare della più grande scienziata di tutti i tempi, Marie Curie; in “Personalità piratesche” della vita per mare di Francis Drake; in “Personalità oscure” della scienziata Vera Rubin e della sua scoperte; in “Personalità drammatiche” delle opere dello scrittore Anton Čechov; infine in “Personalità lunatiche” dell’ultimo uomo mai stato sulla luna, cioè Eugene Cernan.

Oggi scriverò di un noto imprenditore italiano e del mistero della sua morte.

Sono le 18:57 del 27 ottobre 1962, siamo a Bascapè, piccolo centro nel nord-est della provincia di Pavia. Piove, anzi, c’è un forte temporale. Il contadino Mario Ronchi, mentre si sta preparando per tornare a casa, sente un rumore, come di un’esplosione, nel cielo. Vede un piccolo aereo, un piccolo bimotore, precipitare. L’aereo era diretto a Linate, aeroporto di Milano, e muoiono tutti gli occupanti: il pilota Irnerio Bertuzzi, il giornalista statunitense William McHale e l’imprenditore italiano Enrico Mattei.

Enrico Mattei nacque ad Acqualagna, in quella che è ora la provincia di Pesaro-Urbino, il 29 aprile 1906. Figlio di un maresciallo dei carabinieri in pensione, nel 1919 si trasferì con la famiglia a Matelica nel maceratese. Giovanissimo iniziò a lavorare nella conceria Fiore come fattorino, e in breve tempo mostrò le doti che possedeva. A poco più di vent’anni venne nominato direttore della conceria.

Alla fine degli anni Venti lasciò le Marche per trasferirsi a Milano, dove venne assunto come venditore dall’industria chimica Max Mayer. Nel 1931 decise di mettersi in proprio: fondò un’azienda specializzata nella produzione di oli industriali, con solo due operai, ma nel giro di pochi anni, l’impresa era lanciata e Mattei era divenuto un manager di grande successo.

Mattei fu iscritto al partito fascista, ma non fu mai molto attivo. Quello che è certo è che dopo il 1943 Mattei fu un partigiano e scalò molto in fretta le gerarchie della Resistenza. Divenne in poco tempo uno dei capitani generali delle formazioni partigiane vicine alla Democrazia Cristiana e il rappresentante della DC presso il CLN-AI (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, il coordinamento dei partigiani che poi divenne una sorta di governo provvisorio dell’Italia del nord appena liberata). Per il suo servizio partigiano gli venne conferita dal generale Mark Clark la Bronze Star, quarta decorazione in ordine di importanza dell’esercito americano.

Quasi tutti i dirigenti della Resistenza, finita la guerra, furono ricompensati dai loro partiti con un posto in parlamento, in un’amministrazione locale o in un ente pubblico. In questa assegnazione Mattei non fu molto fortunato: venne nominato commissario dell’Agenzia generale italiana petroli (AGIP), un vecchio carrozzone di epoca fascista che possedeva una manciata di concessioni per esplorazioni petrolifere che non avevano fruttato niente sia in Italia che all’estero. Persino durante il fascismo era ritenuto un ente inutile, tanto da aver ricevuto il soprannome “Agenzia gerarchi in pensione”.

L’ordine che il commissario Mattei aveva ricevuto era quella di liquidare l’AGIP, cioè venderne le strutture e le concessioni al miglior offerente liberando lo stato da un peso inutile. Mattei non lo fece: a quanto pare alcune esplorazioni sismiche compiute durante la guerra avevano lasciato il sospetto che in alcune zone della Lombardia potessero esserci giacimenti di gas o petrolio. Era abbastanza per solleticare la fantasia di Mattei che dal 1945 al 1948 non fece altro che battersi per cercare di tenere in vita l’AGIP.

Ebbe successo: nel 1948 finì l’epoca del commissariamento e Mattei venne nominato vice-presidente dell’AGIP. Le esplorazioni rivelarono che nel sottosuolo del lodigiano non c’era petrolio (se non pochissimo, a Cortemaggiore in provincia di Piacenza), ma c’era il metano e sembrava che ce ne fosse moltissimo. Per Mattei e per l’AGIP fu un successo: non solo avevano trovato una fonte energetica a basso costo, ma ora quelle fonti energetiche si trovavano nelle mani “sicure” di un ente pubblico italiano e non un privato inglese o americano. Grazie a questi successi, Mattei riuscì a far istituire l’Ente Nazionale Idrocarburi, di cui l’AGIP sarà una delle colonne portanti. Era il 1953 e nasceva l’ENI.

All’inizio degli anni Cinquanta l’Agip aveva immesso sul mercato una benzina interamente lavorata in Italia; Mattei volle che ad ogni nuovo prodotto fosse associata un’immagine pubblicitaria che lo rendesse riconoscibile. Rifondò l’ufficio pubblicità e lanciò il nuovo prodotto con una campagna pubblicitaria in stile moderno, indicendo un concorso per l’immagine pubblicitaria dei prodotti di punta della compagnia.

Furono stanziati 10 milioni di lire come premio per i vincitori. Per il cartellone principale, Giuseppe Guzzi, pittore milanese che lavorava nel ramo pubblicità di Olivetti, presentò il disegno di un drago-cane nero a sei zampe che sputava una grossa fiamma rossa (in realtà opera dello scultore varesino Luigi Broggini, che era stato maestro di Guzzi).

Pare che il disegno di Guzzi non fosse arrivato primo, ma addirittura terzo, e che lo stesso Mattei avesse chiuso la questione con la frase: “È questo. Basta. Non si discute…”

Il drago-cane era rivolto in avanti, ed emetteva la fiamma in avanti. Poteva sembrare che avesse l’intenzione di bruciare qualcuno. Lo stesso Mattei lo considerò “aggressivo”, per cui la posizione della testa, e di conseguenza la fiammata, furono corrette all’indietro, anche se così la postura del cane non apparve del tutto naturale.

Il cane a sei zampe divenne immediatamente il marchio dell’Eni.

Non si può capire chi era Mattei e cosa fece se non si tiene presente che cos’era l’Italia in quegli anni. Quando venne creata l’ENI circa il 50% dei lavoratori italiani – poco meno di 10 milioni di persone – era impiegato nell’agricoltura. Non c’erano infrastrutture e le poche che erano state costruite prima della guerra erano state distrutte o bombardate.

Enrico Mattei faceva parte di una particolare generazione di manager pubblici che tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni ’60 dettero con le loro imprese un contributo fondamentale a cambiare questa situazione e a rendere l’Italia un paese moderno e industrializzato. Mattei fu il simbolo di questa generazione (Oscar Sinigaglia fu una figura simile nel campo della siderurgia) dalle caratteristiche molto particolari.

Il problema delle industrie pubbliche è che il loro proprietario, cioè il controllore che deve assicurarsi che i manager facciano i suoi interessi, è l’intera popolazione, che esercita il suo controllo tramite la mediazione della politica. Questo controllo non è molto efficace e le imprese pubbliche vengono spesso utilizzate per fare gli interessi più della politica che della popolazione.

In un certo senso fu un caso, dovuto alla guerra, all’impulso morale della Resistenza e alla voglia di ricostruire, a far sì che i manager come Mattei non solo fecero il loro lavoro, ma lo fecero bene. Quando la generazione di Mattei scomparve, i partiti e la politica scelsero per sostituirli manager di calibro ben diverso, l’industria pubblica perse competitività ed efficienza, creando tutte quelle storture di cui è piena la storia degli anni sessanta e settanta.

Mattei dimostrò quanto fosse facile per un manager di un’impresa pubblica liberarsi anche del tenue controllo a cui lo sottoponevano i politici. Come diceva lui stesso: “Uso i partiti politici come un taxi”, nel senso che usava un partito per uno scopo, pagava la “corsa” e poi ne sceglieva un altro. Il denaro con cui poteva permettersi tutti questi passaggi derivava dalle rendite di cui l’ENI godeva grazie al monopolio sul metano e sul petrolio della pianura padana. Rendite con le quali aveva costruito enormi fondi neri.

Comprata l’acquiescenza dei politici, Mattei procedeva a modernizzare l’Italia rapidamente e con poca democrazia. Ci sono parecchi racconti di piccoli paesi che si svegliarono una mattina trovando i campi sventrati dagli operai ENI che avevano scavato i canali dove impiantare i metanodotti. All’epoca non c’era nemmeno il tempo di organizzare un comitato civico per fermare i lavori. Mattei collegò tutta l’Italia con i suoi gasdotti, distribuì quasi ovunque i benzinai AGIP e impiantò i primi grandi poli petrolchimici, come quello di Ravenna.

Sotto Mattei, l’ENI operò anche all’estero, dove entrò in competizione con le grandi multinazionali del petrolio anglo-americane che allora dominavano il mercato. Mattei strinse rapporti con il Marocco, la Libia, la Giordania e l’Algeria, che si stava rendendo indipendente dalla Francia. Oltre agli oleodotti e alle concessioni per l’esplorazione petrolifera, Mattei fece anche altro.

Uno dei progetti fu la fondazione del quotidiano Il Giorno, creato con i soldi dell’ENI e per supportarne le battaglie politiche. Il Giorno era un’impresa che non c’entrava nulla con il core business dell’ENI, distolse energie e denaro dalla missione principale della società, ma fu anche uno dei giornali più moderni del paese e contribuì a cambiare il mondo della stampa italiana.

Nei primi anni ’60 i conti dell’ENI peggiorarono a causa dei salvataggi che la società aveva compiuto e di alcuni investimenti sbagliati. Nel 1962, ad esempio, l’indebitamento della società aumentò e non vennero prodotti utili, cioè guadagni. Il 27 ottobre del 1962 alle 16,57, Mattei decollò da Catania per tornare a Milano su un bimotore Morane Saulnier, della flotta dell’ENI. A bordo, oltre al pilota, c’era anche un giornalista americano.

Alle 18,57, mentre si trovavano sopra Bascapé, in fase di discesa verso l’aeroporto di Linate, dall’aereo arrivò l’ultima comunicazione: “Raggiunto duemila piedi”, poi più nulla. La prima inchiesta ordinata dal ministro della difesa Giulio Andreotti imputò l’incidente a un errore del pilota: con una virata avrebbe perso il controllo dell’aereo facendolo precipitare.

La spiegazione non soddisfece il fratello di Mattei, che fece denuncia contro ignoti. Anche un’inchiesta della magistratura stabilì che l’aereo si era schiantato a terra quando ancora era integro, quindi non poteva essere esploso in volo. Allo stesso risultato è arrivata un’altra inchiesta, conclusa nel 1997.

Le indagini svolte dall’Aeronautica militare italiana e dalla Procura di Pavia sull’ipotesi di attentato, si chiusero inizialmente con un’archiviazione “perché il fatto non sussiste”. In seguito, nel 1997, il ritrovamento di reperti che potevano ora essere analizzati con nuove tecnologie, fece riaprire le indagini giudiziarie. Queste stavolta si chiusero con l’ammissione che l’aereo “venne dolosamente abbattuto”, senza però poterne scoprire né i mandanti, né gli esecutori. In particolare, un’analisi metallografica dell’anello d’oro e dell’orologio indossati da Mattei, predisposta dal perito prof. Donato Firrao (professore ordinario di Metallurgia e dal 2005 preside della Prima Facoltà di Ingegneria presso il Politecnico di Torino), dimostrò che gli occupanti dell’aereo furono soggetti a una deflagrazione.

Vennero infatti ritrovati segni di esposizione a esplosione su parti del relitto, sull’anello e sull’orologio di Mattei. Vennero poi alla luce testimonianze, all’epoca quasi ignorate, di persone che avevano visto esplodere in volo l’aereo, come se vi fosse una bomba a bordo, mentre schegge metalliche e tracce di esplosivo, in particolare tritolo, furono rinvenute, dopo la riesumazione del 1995, sul corpo di Mattei e delle altre due vittime ma anche in un pezzo dell’aereo conservato intatto da un dipendente ENI. Queste prove tendono a far considerare l’incidente come un omicidio premeditato, con alta probabilità attuato mediante il posizionamento di una carica esplosiva nell’abitacolo, collegata al carrello o alle luci di atterraggio.

Il giudice delle indagini preliminari di Pavia, Fabio Lambertucci, nel 2005 accolse la richiesta di archiviazione della Procura di Pavia, giunta alla certezza che il Presidente dell’Eni era morto a causa di un attentato. La richiesta era stata presentata dall’allora sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia. Secondo la procura di Pavia l’aereo sul quale viaggiava Mattei precipitò a causa di un sabotaggio reso possibile da complicità di esponenti dell’Eni e dei servizi segreti italiani. Ma per la procura non fu possibile raccogliere le prove e trovare i mandanti e per questo motivo richiese l’archiviazione. Sempre secondo la procura, venne inserita una bomba posta dietro al cruscotto dell’apparecchio che si sarebbe attivata durante la fase iniziale di atterraggio, attivata forse dall’accensione delle luci di atterraggio o dall’apertura del carrello o dai flap.

Il sostituto procuratore Vincenzo Calia, che aveva riaperto il caso, sulla base delle sue risultanze si spinse ad affermare che “l’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”.

L’onorevole Oronzo Reale ha affermato che il mandante dell’omicidio di Mattei era stato il suo ex braccio destro all’ENI Eugenio Cefis, che pochi mesi prima era stato costretto alle dimissioni dallo stesso Mattei quando questi si sarebbe reso conto che Cefis era manovrato dalla CIA. Pochi giorni dopo l’attentato Cefis fu reintegrato nell’ENI come vicepresidente e successivamente ne divenne presidente stesso. Cefis non fu mai incriminato ufficialmente.

Secondo molti osservatori, la vicenda di Mattei non si concluse con la sua morte, anzi avrebbe avuto echi e conseguenze di variegata natura, nell’immediato come a lungo termine.

Innanzitutto va detto che l’incidente di Bascapé impedì di perfezionare un accordo di produzione con l’Algeria, indubbiamente un legame in potenza contrastante con gli interessi delle sette sorelle. Inoltre, alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l’inchiesta sull’incidente morirono in circostanze misteriose.

Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film dei primi anni settanta su Enrico Mattei, materiale ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell’incontro previsto con Rosi, De Mauro scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei e suggeriva che anche l’incidente di Bascapé fosse stato un “favore” reso dalla mafia a ignoti, forse stranieri.

Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.

Una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio, in cui adombrava la figura di Cefis. Pasolini si interessò molto alla figura di Mattei, ma anche e soprattutto al mistero della sua morte. Il romanzo fu incompiuto a causa dell’omicidio dello scrittore, avvenuto il 2 novembre 1975.

Il 7 agosto 2012, una sentenza della Corte D’Assise di Palermo dichiara che l’omicidio De Mauro è stato voluto da “mandanti occulti”, a causa di ciò che il giornalista aveva scoperto riguardo alla natura dolosa dell’incidente in cui era stato vittima Enrico Mattei. La Corte d’Assise d’Appello e la Corte di Cassazione hanno successivamente messo in dubbio tale ricostruzione, dichiarandola al più “verosimile”.

Avendo la nuova indagine giudiziaria iniziata nel 1997 e conclusa nel 2005 dimostrato che si trattò di un attentato, sono stati avanzati numerosi moventi e sospetti tra i più reputati “operatori” del settore che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla morte di Mattei.

A parte il citato Eugenio Cefis, in primo luogo ci sono le cosiddette sette sorelle del petrolio: l’unico concorrente in grado di metterle in difficoltà le aveva costrette a rivedere tutti gli accordi, compresi quelli già correnti, dopo il suo ingresso in questo terribile mercato. Le perdite (in realtà, i minori introiti) ascrivibili a Mattei superavano il bilancio medio di uno Stato medio, una cifra che poteva pertanto rappresentare grossi interessi economici. La tradizionale vicinanza delle sette sorelle con il governo degli Stati Uniti, non consente di escludere che organizzazioni come la CIA possano aver giocato un loro ruolo.

La CIA, impegnata in una fase cruciale della guerra fredda, esattamente nei giorni in cui si chiudeva la crisi dei missili di Cuba, avrebbe avuto quindi anche altre buone ragioni per eliminare Mattei, che con la Russia aveva allestito una linea commerciale (rompendo l’embargo politico): oltre a dare un monito a chi avesse inteso fare affari con Mosca, avrebbe potuto inviare con l’attentato un’espressiva ingiunzione anche alla stessa capitale sovietica, impegnata nel braccio di ferro missilistico, disturbandola nel suo approvvigionamento finanziario-energetico.

Su altri versanti, dalla Francia l’OAS (organizzazione terroristica francese, che operò nel biennio 1961-62 in Algeria e in Francia) aveva buoni motivi per frapporsi all’evoluzione politica algerina cui tanto Mattei andava contribuendo. Intanto la morte di Mattei impedì il perfezionamento di un importante accordo con l’Algeria. Inoltre venne meno una voce che ispirava alla popolazione come ai notabili locali la frattura con Parigi, facendo loro intravedere spiragli di beneficio derivabili dall’eventuale gestione diretta delle risorse petrolifere, al momento condizionate, se non proprio governate, dalla Francia.

Occorre notare che a più riprese sono state formulate ipotesi riguardanti anche eventuali moventi interni, italiani, autoctoni. Nel 1962 Mattei non era solo l’ago della bilancia del potere italiano, era proprio il potere; era il titolare monarchico di uno Stato interno allo Stato, che quantunque agente per conto dello Stato, era antitetico allo Stato in quanto lo controllava e lo surrogava.

Con la sua morte terminò una fase della politica economica italiana e, come dichiarò Giorgio Ruffolo, politico e giornalista italiano, ministro dell’Ambiente nel governo Craxi, l’industria pubblica perse ogni idea chiara di quale dovesse essere il suo ruolo nell’ambito di un’economia mista. E le conseguenze le vediamo ancora oggi, a 55 anni dalla morte.