Bilanci di precisione

Fine anno, tempo di bilanci. A parte l’invasione nei mass media delle solite cose (chi ha fatto cosa, cosa ha fatto chi) e dei soliti consigli di giornalisti impenitenti (non comprate i regali l’ultimo giorno), c’è una tradizione natalizia che personalmente adoro.

Ma faccio un passo indietro.

1985: il professore di Latino e Greco ritenne di farmi approfondire le materie… rimandandomi a settembre, così da tenermi impegnato per tutta l’estate. Il buon Claudio Ferone non era nel torto, quando mi diceva che io non sapevo niente di latino e greco, ma apprezzava anche il fatto che io sapessi di non sapere. Tant’è vero che in seconda liceo mi fece scegliere in quale delle due materie avrei voluto il “bonus” e mi rimandò solo in greco. Materia che paradossalmente conosco meglio del latino, ma per un altro motivo che richiede una piccola, solita, digressione.

Dopo la colonizzazione del Mar Egeo, tra l’VIII ed il VII secolo a.C., genti di stirpe greca comparvero nella parte meridionale dell’Italia nell’ambito di un flusso migratorio originato da singole città della comunità greca, motivato sia dall’interesse per lo sviluppo delle attività commerciali, che da tensioni sociali dovute all’incremento della popolazione a cui la magra produzione agricola non riusciva a dare sostentamento. Fu così che gente originaria di Calcide ed Eretria, sull’isola di Eubea, fondò, nel 770 a.C. Pitechusa (l’attuale isola di Ischia), il più antico stanziamento greco in Italia. A seguire, Kymai (Cuma), Rhegion (Reggio Calabria) e Zancle (Messina). Poi giunsero gli Achei a dar vita a Sybaris (Sibari) nel 720 e Kroton (Crotone) nel 710.

Ma c’era una famosa città greca in difficoltà. Alla prese con l’estenuante conflitto con i Messeni (820-743 a.C.), Sparta dovette fare i conti con un grave calo demografico dovuto al protrarsi delle ostilità, al quale decise di far fronte con un programma di ripopolamento della città. Il geografo Strabone (I sec. a.C.), ci riporta in proposito due versioni: nella prima cita Eforo di Cuma Eolide, secondo il quale dal fronte furono rimandati nella città lacedemone cinquanta giovani, fra quelli svincolati dal giuramento di rientrare a Sparta solo a conquista di Messene avvenuta (svincolati in quanto ancora minorenni all’epoca del giuramento di inizio del conflitto). Nella seconda cita  Antioco di Siracusa (V sec. a.C.), secondo il quale il ripopolamento fu opera degli spartani che si rifiutarono di partecipare alla spedizione militare, motivo del loro declassamento a “iloti”.

Indipendentemente da come sia andata, i figli generati da queste unioni irregolari furono estromessi dalla spartizione delle terre sottratte ai messeni al termine della guerra e chiamati “Parteni”, letteralmente “figli di vergini”, laddove per vergini erano intese le nubili, o le donne che recuperavano lo status di nubili a seguito dell’annullamento del matrimonio con gli spartani renitenti alla guerra. Questo fu il motivo della congiura ordita dai Parteni ai danni dello Stato, a circa vent’anni dalla conclusione della guerra messenica, e guidata da Fàlanto,

Fàlanto sbarca con i coloni spartani a Satyrion, l’attuale Saturo, probabile antico insediamento miceneo risalente al XIV. E’ la fondazione di Taranto (ktísis), siamo nel 706 a.C..

Un’altra leggenda, complementare, racconta della nascita della città risalendo a circa 2000 anni prima di Cristo, ad opera di Taras, uno dei figli di Poseidone. Taras sarebbe giunto in questa regione con una flotta, approdando presso un corso d’acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome: il fiume Tara. Sempre secondo questa leggenda, Taras avrebbe edificato una città che egli dedicò a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo. Un giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi.

Comunque, io sono nato a Taranto e con il senno di poi ho compreso la mia maggiore familiarità con il greco. No, non è il DNA… È che molte delle frasi dialettali tarantine hanno una costruzione sintattica e logica simile a quella greca (non scendo in particolari, tranquilli).

Ma torniamo a quell’estate. Mi presento alla Scuola della Nunziatella per gli esami di riparazione. Scritti, bene. Orale di latino, bene. Avevo però accumulato un pò di tensione e decido, con un compagno di sventure di quella sessione di cercare un pò di svago per le vie di Napoli.
Pizza da “Brandi” e passeggiata nei dintorni. Ad un certo punto vedo un cinema. Entriamo.

La trama era questa: Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) è un agente di cambio di beni di consumo di successo, nonché esponente della Filadelfia “bene”. La sua vita trascorre tranquilla tra il lavoro, le partite ditennis al circolo e le serate con la fidanzata. Il lavoro di broker presso la società Duke & Duke gli permette di vivere in una splendida casa e di godere dei servigi del maggiordomo Coleman. Billie Ray Valentine (Eddie Murphy) è invece uno straccione, che mendica elemosina per strada simulando di aver perso le gambe e la vista durante la guerra del Vietnam. Le vite dei due si incrociano casualmente, quando Billie Ray viene arrestato a causa di un equivoco: in seguito ad uno scontro fortuito, Louis crede di essere aggredito dallo stesso e spaventato chiede l’intervento dei poliziotti.

L’episodio alimenta uno scambio di opinioni tra i proprietari della società finanziaria per la quale lavora Louis, i fratelli Mortimer e Randolph Duke, tanto ricchi quanto avari. Questi, infatti, sono in disaccordo sulle motivazioni che spingono un uomo alla criminalità; da una parte Mortimer sostiene che alcune persone siano geneticamente predisposte alla delinquenza o al successo dalla nascita, mentre il fratello Randolph è convinto che sia l’ambiente nel quale si vive a determinare l’agire e le abitudini, sia positive che negative, di un individuo. Per verificare le proprie posizioni i Duke decidono, a fronte di una scommessa, di fare un esperimento: pongono Billie Ray Valentine in una posizione privilegiata, con un lavoro e una casa prestigiosi, e fanno in modo che Louis venga arrestato, con la complicità di un influente funzionario governativo (a patti con i Duke), Clarence Beeks, per spaccio di droga (polvere d’angelo) e perda tutto ciò che ha ottenuto nella vita: amici, fidanzata, conto in banca, lavoro e casa.

Billie Ray, nella sua nuova vita, scopre di avere un talento innato per la gestione finanziaria degli scambi di beni di consumo, riuscendo a conquistare anche una prima pagina su un importante giornale economico; messo ulteriormente alla prova sulla sua onestà da Mortimer Duke, che fa cadere di proposito una mazzetta di banconote sul pavimento, si comporta brillantemente restituendo ai fratelli l’intera cifra. Louis, convinto di essere stato incastrato dalla persona che ha preso il suo posto alla Duke & Duke, cerca un riscatto agli occhi dei Duke e una vendetta nei confronti di Valentine.

L’unica a venire in aiuto del malcapitato Louis è Ophelia (Jamie Lee Curtis) , una giovane prostituta che era stata pagata da Beeks per screditare maggiormente Louis di fronte alla sua ragazza. La disperazione (unita alla collera e al risentimento di essere stato abbandonato e messo da parte da quelli che credeva amici fedeli su cui poteva contare) spinge però Louis ad azioni drastiche con il risultato di un patetico tentativo di incastrare Billie Ray riempiendo il suo ufficio di ogni tipo di droga durante la festa prenatalizia della società finanziaria. Messo con le spalle al muro e di fronte alla possibilità di finire nuovamente in carcere, si apre una via di fuga tra le guardie di sicurezza, Valentine, i Duke e gli invitati alla festa impugnando una pistola e decretando così la vittoria di Randolph nella scommessa fatta con il fratello. Subito dopo l’accaduto però, Billie Ray, nascostosi in bagno per fumare marijuana, casualmente assiste al pagamento della posta in palio tra i Duke (un solo dollaro) e capisce cosa sia realmente accaduto. Immediatamente si mette alla ricerca di Louis che, ormai ubriaco, tenta di suicidarsi prima in strada, sparandosi un colpo in testa (ma non riuscendoci in quanto la pistola si inceppa), poi nell’appartamento di Ophelia, dove nel frattempo viveva, con un’overdose di barbiturici.

Ripresosi dallo shock, grazie anche all’intervento di Billie Ray che giunge a casa di Ophelia in tempo per salvargli la vita, Louis si risveglia nel letto della sua villa e vedendo il maggiordomo Coleman è convinto di aver avuto un terribile incubo. La presenza di Valentine, però, fa sì che egli immediatamente scopra l’amara realtà: i Duke, scommettendo un dollaro, avevano rovinato la sua vita scambiandola con quella di Valentine e si preparavano a rimandare in strada lo stesso Billie Ray ma senza rimettere lui al suo posto come previsto inizialmente in quanto, dopo la tremenda scena alla festa, i Duke decidono di liberarsene definitivamente.

In breve le due vittime del sadismo sociologico dei fratelli Duke scoprono che i due proprietari della Duke & Duke sono complici dell’influente funzionario governativo Beeks (lo stesso che aveva incastrato Louis e aveva detto ad Ophelia di baciarlo), decidono di vendicarsi e colpirli: durante la festa di Capodanno che si svolge sul treno diretto a New York si occupano di Beeks che viene imbavagliato, travestito da gorilla e rinchiuso in una gabbia con all’interno un vero gorilla che s’innamora del Beeks travestito. I due Duke avevano pagato Beeks non solo per incastrare Louis, ma anche per ottenere in anteprima delle informazioni sui raccolti di arance e sfruttarli in una speculazione su un prodotto di consumo (il succo di arancia congelato). Billy Ray e Louis pensano quindi di sfruttare a loro favore la situazione e nello stesso tempo colpire i Duke nella cosa alla quale tengono di più: il portafoglio; per riuscirci ottengono da Ophelia e Coleman tutti i loro risparmi. Portata a termine la loro vendetta e ridotti sul lastrico i fratelli Duke (Randolph Duke, in seguito al tracollo finanziario, ha un attacco cardiaco che lo riduce in fin di vita), Winthorpe e Billie Ray si godranno una meritata vacanza ai Tropici, insieme a Ophelia, ormai redenta, che diventerà la nuova fidanzata di Winthorpe, e Coleman, che dismetterà per sempre i panni del maggiordomo.

Ora, questo film, che si intitola “Una poltrona per due” è uno dei miei tre preferiti con “The Blues Brothers” (con Aykroyd) e “Beverly Hills Cop” (con Murphy) ed insieme a “Febbre da cavallo” è un film che vedo da allora almeno una volta l’anno. Ma mentre per gli altri devo affidarmi ai DVD, per “Una poltrona per due” non devo fare altro che aspettare la Vigilia di Natale, sintonizzarmi su Italia Uno e, dopo aver ascoltato le rimostranze della parentela che non ama evidentemente il film quanto me, godermi questo piccolo capolavoro.

Fonti:
http://www.vivitaranto.eu/ViviTaranto/Storia_di_Taranto.html

Primo potere

Ieri mi hanno fatto ricordare un monologo che avevo riposto in un cassetto della memoria e, come si dice, rimosso dai ricordi coscienti.
Nel 1976 il genio di Sidney Lumet vinse 4 Oscar con un film che avrebbe fatto epoca, “Quinto Potere”.

Nel film si narra di Howard Beale, commentatore televisivo stanco e sfiduciato della UBS di Los Angeles, un’importante rete nazionale appena acquistata da un’altra società, che viene licenziato con un preavviso di due settimane, dopo undici anni di presenza sui teleschermi. L’indice di gradimento della sua trasmissione è sceso troppo. Tuttavia, prima di congedarsi e senza preavvertire colleghi e superiori, Beale annuncia il proprio suicidio in diretta, che avrà luogo, dice, fra una settimana. Scoppia uno scandalo: Beale viene costretto a smentire il suo sensazionale annuncio il giorno dopo, durante una trasmissione in cui rivela ai telespettatori, con un linguaggio piuttosto grave, il proprio licenziamento. Diana Christensen, giovane e rampante responsabile dei programmi (fra i quali tuttavia non sono inclusi i notiziari) fiuta l’affarone; Frank Hackett, proconsole dei nuovi padroni nella UBS, l’appoggia, mentre Max Schumacher, amico e superiore diretto di Howard, perde il posto per essersi rifiutato di accettare il massacro intellettuale del medesimo. In un rivoluzionario giornale-spettacolo, messo insieme cinicamente da Diana, sotto la cui direzione sono passate anche le trasmissioni di cronaca, il presentatore diventa l’ascoltatissimo “pazzo profeta dell’etere” (ma in inglese mad può anche significare “incazzato”, in riferimento alle stesse parole che aveva proferito in precedenza).

Le sue feroci critiche, mentre entusiasmano il pubblico, allarmano i vertici e il presidente della UBS, Arthur Jensen, con il quale il subordinato Hackett ha uno stretto legame, induce il divo a propagandare la sottomissione al sistema. L’UBS, che aveva visto le sue sorti brillantemente risollevatesi grazie all’alto share di ascolto raggiunto dalla trasmissione, un po’ pazzoide e di stampo anarchico-rivoluzionario, di Howard, subisce un nuovo, lento declino; ma Jensen, che ha personalmente convinto Howard a cambiare indirizzo, non recede dalla linea: Howard deve continuare il suo show, anche se calano gli ascolti. Diana, Frank e gli altri responsabili della rete decidono che l’unica possibilità di salvezza per l’UBS sta a questo punto nell’eliminazione fisica di Howard, della quale incaricano alcuni componenti di un gruppo terroristico specializzato in rapine e rapimenti, che erano stati scritturati dalla stessa Diana per fornire alla rete le riprese in diretta dei loro assalti. Durante il suo show, due killer del gruppo sparano ad Howard uccidendolo.

Il commento finale è affidato alla voce fuori campo, che ha sempre, discretamente, accompagnato le vicende del film: «Questa è la storia di Howard Beale, il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto.» Il film è una feroce parodia del mondo della televisione, dei cui artefici espone il cinismo e la totale mancanza di sensibilità morale. Bersaglio particolare è Diana Christensen, talmente calata nel mondo irreale della TV e nelle sue mire di carrierista, da arrivare a sproloquiare di palinsesti e di prospettive delle prossime trasmissioni persino durante i frenetici ma brevissimi amplessi con il suo maturo amante, uno stralunato ed irriconoscibile William Holden, il cui personaggio, Max Schumacher, ha nel film l’unica funzione di porre in maggior risalto il cinismo e la TV-dipendenza di Diana. Il commento finale della voce fuori campo, di cui si è detto, sdrammatizza la situazione, conferendo all’ultimo momento alla vicenda un’aura di presa in giro.

Ma la parte che ritengo faccia riflettere un po’ di più è uno dei monologhi di Beale, in cui incita le persone a prendere coscienza della situazione in cui vivono.

Lo riporto per intero, poi faremo un gioco…

«Non serve dirvi che le cose vanno male, tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi. Molti non hanno un lavoro, e chi ce l’ha vive con la paura di perderlo. Il potere d’acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo, i negozianti hanno il fucile nascosto sotto il banco, i teppisti scorrazzano per le strade e non c’è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine. Sappiamo che l’aria ormai è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro telecronista locale ci dice che oggi ci sono stati 15 omicidi e 63 reati di violenza come se tutto questo fosse normale, sappiamo che le cose vanno male, più che male. È la follia, è come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma… ma lasciatemi tranquillo!” Be’, io non vi lascerò tranquilli. Io voglio che voi vi incazziate. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore, perché non saprei cosa dirvi di scrivere: io non so cosa fare per combattere la crisi e l’inflazione e i russi e la violenza per le strade. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi. Dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!” Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l’apriate e vi affacciate tutti ed urliate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”. Voglio che vi alziate in questo istante. Alzatevi, andate alla finestra, apritela, mettete fuori la testa e urlate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Le cose devono cambiare, ma prima vi dovete incazzare. Dovete dire: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Allora penseremo a cosa fare per combattere la crisi, l’inflazione e la crisi energetica, ma Cristo alzatevi dalle vostre sedie, andate alla finestra, mettete fuori la testa e ditelo, gridatelo: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”.»

Ora, il gioco.

Sostituite la parola “dollaro” con “euro”, la parola “tostapane” con “smartphone” e la parola “bicicletta” con “auto”. Poi “russi”… vabbè, lasciate russi…

Ora rileggete.

Cambiare tutto per non cambiare nulla?

Austerità

Ho sentito negli ultimi anni un abuso della parola austerity, soprattutto in tema di politica economica.
Io ho compiuto una scelta grazie all’austerity, che di tutte le scelte azzeccate (poche) della mia vita, è stata la migliore…Ma vi spiego com’è andata…
Il termine austerity ha indicato un periodo della storia a cavallo tra il 1973 ed il 1974, durante il quale molti governi dei Paesi occidentali, compreso quello italiano, furono costretti ad emanare disposizioni volte al drastico contenimento del consumo energetico, in seguito alla crisi petrolifera del 1973. Alcuni fattori politico-economici internazionali che determinarono la crisi furono l’aumento dei costi di trasporto petrolifero dipendente dalla chiusura del Canale di Suez, diventato impraticabile con le guerre arabo-israeliane tra il 1967 ed il 1973 tanto che le petroliere dovevano circumnavigare il continente africano; l’aumento delle royalty dei paesi mediorientali produttori di greggio; l’embargo petrolifero da questi a danno di Europa e USA, alleati di Israele, a seguito della sconfitta egiziana, dopo l’attacco allo Stato ebraico nell’ottobre 1973, meglio noto come la Guerra dello Yom Kippur.
In Italia dalla domenica 2 dicembre del 1973 fu imposto il divieto assoluto di circolazione dei mezzi privati, pena pesanti sanzioni amministrative fino ad un milione di lire.
Fece scalpore l’attrice sex symbol Sylva Koscina, passeggera di un’automobile che aveva tentato di violare il divieto. Anni dopo questo episodio fece quasi tenerezza in confronto all’utilizzo di un’ambulanza da parte di un politico per evitare il traffico (vero, Selva?).
Per gli spostamenti domenicali i cittadini ripiegarono sul trasporto pubblico, bus turistici e sull’uso della bicicletta. Erano bandite le insegne luminose animate e di grandi dimensioni. I cinema chiudevano alle 22.
Le trasmissioni televisive RAI, allora monopolio statale, terminavano alle 22.45. Il telegiornale serale del Programma Nazionale fu anticipato dalle 20.30 alle 20. Ora, tenete a mente questo…
Le misure varate, immediatamente esecutive, ebbero un impatto tangibile sul modo di vita degli italiani. Fu varata una campagna per la sensibilizzazione dei cittadini all’impiego di isolanti per coibentare le abitazioni e di termostati, con limiti di temperatura e di periodi di accensione degli impianti di riscaldamento. La crisi sensibilizzò il pubblico sull’eventualità non troppo remota dell’esaurimento delle risorse energetiche, al punto da paventare un ritorno alla civiltà preindustriale, stimolando la fantasia di scrittori e cineasti come testimoniato dalla commedia fantasy “Conviene far bene l’amore”, di Pasquale Festa Campanile, interpretata da Gigi Proietti e Christian De Sica.
Il film narra come in un prossimo futuro, in un mondo privo di risorse energetiche e tornato ad un’epoca preindustriale – il cavallo e la bicicletta quali unici mezzi di locomozione, il gas unica fonte di illuminazione – un eccentrico scienziato, Enrico Coppola, idea un apparecchio che ricava energia elettrica dai rapporti sessuali, sperimentandolo in una corsia dell’antico Policlinico romano.
Il giovane prestante Daniele e la procace Francesca vengono ricoverati inspiegabilmente in una stessa stanza, avendo subito incidenti procurati dallo stesso Nobili. Una volta sviluppatasi attrazione tra i due l’esperimento ha successo e delle antiche lampadine emanano dopo decenni la luce.
Al fine di ripetere l’esperimento a conferma delle teorie, segue un esilarante tentativo di far ricongiungere le due cavie involontarie, dal momento che la giovane assistente Piera non dispone della sensualità sufficiente onde sviluppare energia apprezzabile.
L’invenzione viene in seguito rubata ma al ricercatore spetta la soddisfazione di rivedere un mondo tornato ai fasti del secolo XX, nonostante la nuova forma di sfruttamento che priverà le masse dell’ultimo piacere concesso, appunto quello sessuale.
Ma quelli della mia generazione ricordano quel periodo per un altro motivo.
Ricordate quello che vi dicevo sugli orari televisivi?
Per quasi un ventennio un bambino che cresceva in Italia aveva una sola abitudine in comune con tutti gli altri bimbi italiani (dall’alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, direbbe qualcuno) : il Carosello.
Carosello è stato un programma televisivo italiano andato in onda sul Programma Nazionale e poi sulla Rete 1 della Rai dal 3 febbraio 1957 (ma originariamente era stato previsto per il 1º gennaio) al 1º gennaio 1977.
Veniva trasmesso quotidianamente dalle 20:50 alle 21:00, tranne il Venerdì Santo e il 2 novembre.
Ricordate ora? Per effetto dell’austerity, che spinse la Rai ad anticipare tutti i programmi della serata a partire dal Telegiornale, dal 2 dicembre 1973 fu trasmesso alle 20:30.
Ma noi avevamo il nostro ritmo “circadiano” ormai impostato di default su “a nanna dopo il carosello!”. Quei venti minuti in più li passavamo svegli nel letto a fantasticare.
Qualche tempo prima ero stato in visita nella caserma dove faceva servizio un cugino di mia madre e ne ero rimasto talmente affascinato che avevo detto al nostro accompagnatore (un Capitano magro e con degli occhiali di corno, che parlava con accento napoletano) che sarebbe stato un mio desiderio compiere il percorso di mio cugino (di secondo grado).
In quei venti minuti giornalieri trascorsi a pensare in attesa del sonno maturai la decisione di frequentare una scuola che mi permettesse di entrare in quella caserma, quindi dopo le medie frequentai il classico e a sedici anni entrai alla Scuola Militare Nunziatella, esperienza che ancora oggi, a trent’anni di distanza, segna la mia vita in modo positivo.
E tutto questo grazie all’austerity!!!
P.s.: Quando divenni allievo, quel Capitano c’era ancora ed era Maggiore. Quindi un po’ di merito va anche all’allora Capitano Cortese!

 

 

Fonti:

D.L.23 novembre 1973, n. 741 (pubblicato in G.U. 26 novembre, n. 304), convertito in legge 842/1973

Pasquale Festa Campanile, Conviene far bene l’amore, Bompiani, Milano 1975

A. Grasso, Storia della televisione italiana, Garzanti Libri