Generazioni

Ho più volte, sia in privato, sia su queste pagine, spiegato che l’astrologia non è una scienza, ma vera e propria fuffa ad uso e consumo dei creduloni. La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. La frase “questa affermazione è fuffa” viene usata quando una certa asserzione è giustificata con argomentazioni vaghe, inconsistenti, o comunque non valide razionalmente.

Una “scienza” deve argomentare le proprie conclusioni e poiché l’astrologia se ne guarda bene, la conclusione è che non solo non è scienza, ma è perlopiù inventata di sana pianta. Affermazioni vaghe, buone solo per chi le legge e le interpreta.

In questo senso, si può citare anche l’esempio classico della famosa sentenza dell’oracolo riferita dalla “Cronaca di fra Alberico” (XIII secolo): “ibis redibis non morieris in bello”, dove basta spostare una virgola per ottenere una predizione comunque esatta (“andrai, ritornerai, non morirai in guerra” e “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”).

Oggi conosciamo le distanze che separano la Terra dalle stelle e siamo anche in grado di misurare la quantità di radiazione che da esse ci arriva. Sulla base di questi dati è semplice dimostrare che gli astri non possono avere alcun effetto sugli esseri umani. Le distanze, infatti, sono talmente grandi che gli effetti fisici di fenomeni quali la gravitazione e la radiazione sono, rispetto alla Terra, del tutto trascurabili. Gli unici corpi celesti che influiscono realmente sul nostro pianeta sono il Sole e la Luna: pensate alla radiazione solare che permette la vita sulla Terra o alla forza gravitazionale della Luna che produce il fenomeno delle maree.

L’astrologia poteva avere una giustificazione secoli fa quando non si sapeva assolutamente nulla del cielo e delle stelle, quando si ignorava cosa fossero e a che distanza si trovassero. Era, allora, lecito pensare che tutti gli astri potessero avere una qualche influenza sulla Terra, come accade nel caso del Sole e della Luna.

Suddividere i caratteri delle persone in base alla data di nascita è un’operazione che, oltre ad essere inutile, comporta un alto tasso di imprecisione. Conosco almeno 3 persone nate nel mio stesso giorno, mese ed anno e vi assicuro che siamo tutti uno diverso dall’altro. Il discorso cambia (non molto, non sto parlando di dati scientifici neanche qui) quando si parla di confronto tra generazioni.

In genere parliamo di generazioni per schematizzare i sogni, le aspirazioni, i modi di pensare e di agire di categorie di persone accomunate dal fatto di essere nate in un determinato periodo. L’età, infatti, insieme al sesso ed alle condizioni economiche, è uno dei fattori che consentono immediatamente e semplicemente di fornire indizi utili per classificazioni di carattere generale.

Il fatto di essere nati in un certo momento storico, infatti, influenza in maniera determinante il proprio modo di pensare, di agire, di comunicare ed incide in maniera rilevante sulle abitudini, sui ricordi e sui gusti della persona vita natural durante. Ogni generazione ha i suoi film cult, i suoi libri, i suoi giochi, i suoi campioni, le sue musiche, i suoi miti e le sue aspirazioni.

Naturalmente si tratta di generalizzazioni, che vanno prese con le molle ma che ci aiutano a costruire dei modelli utili per le nostre finalità (siano esse scientifiche, sociali, o marchettare). Ovviamente le generazioni sono etichette ampie alle quali vengono attribuite una serie di caratteristiche, che non soddisfanno tutti quelli a cui dovrebbero riferirsi.

Il termine “generazione” ha una valenza prevalentemente sociologica: indica cioè un determinato gruppo di persone che sono vissute nello stesso arco di tempo e che hanno assistito a determinati eventi storici. Ciò implica che questo gruppo di persone abbia un riferimento culturale comune che determina anche una serie di tratti comportamentali simili. Si tratta chiaramente di un gruppo che può essere individuato solo a posteriori. Ed è proprio questo “a posteriori” che rende complicato fare i conti con le generazioni.

Il concetto di generazione però ha una storia molto antica. Come dimostra l’etimologia latina del termine, già romani e greci si interrogavano su che cosa fosse una generazione, e ne fornivano diverse spiegazioni: poteva indicare sia una stirpe familiare sia un gruppo di individui che condividono una serie di prospettive ed eventi comuni.

È però solo con il positivismo e la nascita ufficiale della sociologia che il termine acquisisce una validità in qualche modo scientifica. La primissima sociologia di Comte utilizzava ad esempio un approccio quantitativo alla definizione. Isidore Marie Auguste François Xavier Comte (1798–1857), è stato un filosofo e sociologo francese e con Henri de Saint-Simon (1760-1825) viene considerato il fondatore della sociologia.

Per parlare di una generazione, secondo lui, era necessario stabilire quale fosse la sua durata standard, e utilizzarla poi come unità di misura per lo studio dei cambiamenti sociali. In modo un po’ più grezzo, questo accadeva già nella Grecia antica, dove la durata di una generazione veniva intesa come il lasso di tempo che intercorreva tra la nascita dei genitori e la nascita dei loro figli: il che, tradotto in termini più moderni, significa all’incirca un periodo di 20-25 anni.

Nonostante sia certamente interessante provare a capire quanto possa durare una generazione è evidente che stabilirne una durata standard non ha molto senso, perché contraddice il concetto stesso di generazione, che varia al variare degli eventi storici che influenzano la società. Ci sono generazioni che durano poco, perché alcuni eventi hanno il potere di essere degli spartiacque netti tra diverse fasi storiche, e altre generazioni che invece durano di più.

Si è sempre parlato delle generazioni, come dicevo, in una chiave sociologica anche quando la sociologia ancora non esisteva. Ma l’autore che più di tutti ha lavorato a formulare una definizione rigorosa del termine è stato Karl Mannheim, sociologo tedesco di inizio ‘900. Nel 1928 Mannheim propone di considerare le generazioni in analogia alla situazione di classe: se la situazione di classe è un’etichetta che accomuna i destini individuali, la generazione si presenta invece come un’etichetta trasversale alle singole classi, che accomuna il destino generale di un gruppo di soggetti. Mannheim è anche il primo a rendersi conto di quanto i bordi di un’etichetta possano risultare stretti a qualcuno o essere sfumabili. Sosteneva infatti che per far parte di una generazione non era sufficiente essere nati nello stesso periodo di tempo: occorreva anche che si creasse un nesso umano concreto, una prospettiva comune, appunto. Un nesso generazionale.

Vediamo i periodi generazionali più noti, secondo studi americani (ovvio che quando si è negli anni di confine si può far parte di una generazione o della precedente/successiva):

  • La “Lost Generation”, come diceva Hemingway: il termine è usato per riferirsi alla generazione, in realtà un gruppo, che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale.

 

  • La “Beat Generation”, dal 1918 al 1928: nell’immediato dopoguerra sono i primi a spingere verso una cultura più aperta, più libera, e a scuotere i vecchi schemi sociali, a partire dalla California di Jack Kerouac.

Miti: Marlon Brando, James Dean, Elvis Presley, la Harley-Davidson.

  • La “Generazione silenziosa”, nati tra il 1929 e il 1946: il termine è stato creato dal giornalista Tom Brokaw per definire la generazione che crebbe durante la Grande Depressione e che andò poi combattere durante la Seconda Guerra Mondiale.

Miti: Frank Sinatra, il benessere, la famiglia.

  • La generazione dei “Baby Boomers”, dal 1946 al 1964: inizia quando quelli della generazione precedente tornano a casa dalla guerra e iniziano a fare figli, moltissimi figli, contribuendo così a un grosso sviluppo demografico. È la generazione che ha modellato il mondo come lo conosciamo: la generazione “on the road”, quella delle rivoluzioni culturali, del pacifismo e del femminismo, dei grandi raduni e del rock.

Peculiarità:

  • Forte orientamento al lavoro, alla carriera, all’impegno politico e civile;
  • Indipendenza;
  • Istruzione medio alta;
  • Concretezza;
  • Importanti disponibilità economiche;
  • Ricoprono posizioni di prestigio.

Miti: Bob Dylan, i Beatles, i Led Zeppelin, Mary Quant.

  • La “Generazione X”, dal 1965 al 1983: a un certo punto però si iniziano a fare meno figli, si va verso la fine della Guerra Fredda e verso la Caduta del Muro di Berlino. È la migliore (scherzo: è la mia). È la generazione dei cartoni animati, delle sale giochi e dei primi videogames, dei primi computer, delle televisioni commerciali e dei primi oggetti portatili (walkman, telefonini).

Peculiarità:

  • Ambizione;
  • Autosufficienza;
  • Apertura al dialogo e tolleranza nei riguardi delle differenze;
  • Flessibilità;
  • Lavora per vivere e non vive per lavorare;
  • È disposta a cambiare lavoro;
  • Ha una discreta conoscenza del computer.

Miti: il grunge, i Nirvana, i film del festival di Lollapalooza.

  • All’interno di questa generazione sta prendendo piede una sotto-generazione, dovuta al fatto che un numero sempre crescente di persone non vi si riconosce. Sono gli “Xennial”, ovvero le leve nate tra il 1977 e il 1983, che hanno conosciuto e vissuto nell’infanzia in modalità predigitale con tutto il corollario che ne consegue: telefoni fissi, biblioteche al posto di Wikipedia, televisione al posto di YouTube, lettere e cartoline al posto di mail, niente smartphone, niente social network. Durante l’adolescenza, o prima giovinezza, hanno assistito allo switch epocale dato dall’avvento democratico del cellulare e dell’introduzione fissa di internet nel quotidiano. E si sono adeguati, essendo ancora molto giovani e flessibili. Una micro-generazione di mezzo che avrebbe vissuto un’esperienza pressoché irripetibile che ha conferito alla loro personalità un dinamismo e una lucidità che le due generazioni fra cui si incastonano non possederebbero, stando agli studiosi.

 

  • La “Generazione Y” o “Millennial”, dal 1984 al 1994: Sono i figli delle nuove tecnologie, coloro che sono eternamente connessi, coloro che restano più tempo a casa, quelli abituati a vivere in un mondo liquido e precario, caratterizzato dalla morte delle ideologie.

Peculiarità:

  • Ricettivi;
  • Aperti;
  • Poco interessati alla politica;
  • Pigri;
  • Attenti all’immagine ed alla gloria;
  • Tolleranti;
  • Lasciano la casa in tarda età e non tagliano il cordone ombelicale.

Miti: iPod, You Tube, i cellulari con macchina fotografica, i Simpson.

  • La definizione “Generazione Z”, abbraccia i nati dal 1995.

Sono i figli della Rete, dei tablet, degli smartphone.

Peculiarità:

  • Sono iperconnessi;
  • Sono multimediali;
  • Sono autonomi;
  • Mirano alla rapidità più che all’accuratezza;
  • Sono attenti ai problemi globali;
  • Riescono a gestire il flusso continuo di informazioni.

Quindi, ricapitolando:

 

Nome Periodo di riferimento Macro generazioni
Generazione perduta 1899-1917 Nonni del mondo moderno
Beat Generation 1918-1928
Generazione silenziosa 1929-1946 Padri del mondo moderno
Baby Boomers 1946-1964
X 1965-1976 Trasformazione digitale
Xennial 1977-1983
Millennial 1984-1994 Nativi digitali
Z 1995-2010
Alpha 2011-2020 (circa) Futuro

Ovviamente questo giochetto può non valere per chiunque di voi, e proprio perché è un giochetto, proviamo ad immaginare: come sarà la prossima generazione?

Intanto, non hanno mai visto un mondo senza tecnologie e senza accesso a qualsiasi tipo di informazione. Le loro mani toccano un tablet prima di una penna, e con le immagini, da subito, apprendono e parlano. Per questa generazione ogni pensiero e azione è immediatamente condivisibile e trasferibile. Imparano a condividere foto prima che a parlare.

I più grandi sono a scuola da quest’anno. Stanno cominciando ad avere un’idea di quello che accade oltre la porta di casa vedendo in tv la pressione del Sud del mondo che fugge da guerre ovunque, oppure è in cerca di una vita migliore e che arriva sotto casa dal mare o attraverso le frontiere. La famiglia non è più solo di genere differente ma anche dello stesso sesso. A tavola sentono parlare di terrorismo, questa è la prima generazione a “‘vedere” dal vivo oppure in tv “l’uomo nero” presente nell’immaginario dei genitori o dei nonni.

Gli studiosi osservano con attenzione questa generazione, è la più veloce tra tutte ad avere accesso alle informazioni, già a 3 anni sa come cercarle e come utilizzarle, oggi a 4 anni un bambino può comprendere concetti semplici, scrivere e molti sanno già leggere. Solo 10 anni fa, in molte parti del mondo, ai bambini in età prescolare, si parlava – e a volte ancora oggi – con un linguaggio spesso incomprensibile, oggi in prima elementare molte maestre osservano una capacità di eloquio superiore alle generazioni precedenti.

Ma la cosa più importante è che il 65% dei bambini che iniziano le elementari quest’anno, farà un lavoro che oggi non esiste.

In realtà, chi saranno gli Alpha? Non si sa cosa saranno, ma si sa di certo cosa sono.

Di certo sono una nostra responsabilità, perché saranno (e sono, come testimoniato dal piccolo emulo di “The Flash” che si aggira nella mia casa) i nostri figli. E probabilmente faranno quello che fanno tutti i figli, che per un po’ rifiutano ciò che sono stati i loro padri e poi – a un certo punto – si rendono conto di non essere molto diversi da loro. Sperando che facciano meno errori di noi nel trattar male quella che è la nostra “casa comune” o, come la chiamava San Francesco “sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”.

Rim-esta

Caro duca, mi sono messo in testa
di rendere famose le mie gesta
con una cosa strana e poco mesta,
di fare in modo sia quasi una festa,
tenga la mente quantomeno desta
(tanto che non finisca in una cesta)
anzi da risultar alquanto lesta
seppur ti può parer un poco pesta:
andiamo avanti con la lancia in resta
e se partiam in quarta, oppur in sesta,
rendiamo omaggio alla divina Vesta!

La dinamica

Tempo fa avevo annunciato in “Introduzione alla fisica” della volontà di occuparmi in maniera più organica e ordinata di fisica, ma dopo un anno ancora non ci sono riuscito. Il tempo libero scarseggia e siccome questo di scrivere è un hobby, mi piacerebbe rimanesse tale (almeno per ora, Marcello, non ti preoccupare).

In tutti i modi, oggi proverò a riprendere da dove avevo interrotto e ricomincio parlando di dinamica.

Fin ad ora ci siamo limitati ad osservare il moto (nel precedente articolo “La cinematica”) e a discuterne varie caratteristiche introducendo quantità come la velocità e l’accelerazione che ci aiuteranno nella comprensione delle cose che seguiranno.

La dinamica è il ramo della meccanica che si occupa dello studio del moto dei corpi e delle sue cause o, in termini più concreti, delle circostanze che lo determinano e lo modificano. Lo studio completo della meccanica comprende anche la statica e la cinematica: la dinamica si differenzia dalla prima che studia le configurazioni di equilibrio meccanico, dalla seconda che studia, in astratto, tutti i moti concepibili ma non si occupa di determinare quali moti possono avvenire in un determinato contesto sperimentale.

Secondo l’intuizione fondamentale di Galileo e Newton, le forze non sono la causa del moto, ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero un’accelerazione. Questa intuizione equivale ad affermare la relatività del movimento; un osservatore può determinare il suo stato di quiete o di moto solo relativamente ad altri corpi (o altri osservatori). Per questo è possibile parlare delle cause che variano il moto, ma non delle cause del moto.

Lo studio della dinamica si conduce innanzitutto riferendosi a un’entità astratta, dotata di massa ma con dimensioni trascurabili: il punto materiale. Tutte le leggi riferite al punto materiale possono essere poi estese ai corpi reali (dotati di massa e di dimensioni finite) interpretati come sistemi di punti materiali; se ci si occupa di corpi nei quali le distanze relative tra i punti costituenti il sistema non variano nel tempo, si parla di “dinamica dei corpi rigidi”; in caso contrario si parla di “dinamica dei corpi deformabili”.

Come accennavo, Galileo Galilei (1564 – 1642) ed Isaac Newton (1642 – 1727) furono fautori di una vera e propria rivoluzione. E come avrete notato, l’anno di nascita di Newton è anche l’anno di morte di Galilei. Cosa significa? Assolutamente nulla, ma mi andava di scriverlo…

Prima di Galileo la conoscenza dei fenomeni naturali era essenzialmente legata all’osservazione diretta; da Galileo in poi l’osservazione si integrò con la sperimentazione. Prima di Galileo gli strumenti erano pochi, usati per alcune misure matematiche e astronomiche o più spesso impiegati per soddisfare bisogni quotidiani; da Galileo in poi gli strumenti diventarono ineliminabili ausili per ampliare le conoscenze scientifiche.

Prima di Newton la cultura scientifica non esisteva neppure, perché era ferma alle visioni aristoteliche, cioè che la sfera terrena era composta da 4 elementi (terra, aria, acqua, fuoco) mentre quelle celesti erano fatte di un solo, quinto elemento (l’etere, perfetto ed incorruttibile). Sulla terra i quattro elementi tendevano a ritornare nel luogo che gli competeva (il cielo compete al fuoco ed all’aria, mentre il suolo compete alla terra ed all’acqua); quindi la terra e l’acqua tendevano a cadere (per ritornare al suolo) mentre l’aria ed il fuoco tendevano a risalire (per ritornare al cielo).

Newton però fissò delle leggi e delle regole precise; cerchiamo prima di capire cosa sia la dinamica e come arrivare a quelle leggi.

Tutti noi abbiamo sperimentato il fatto che per ”mettere in moto” un oggetto occorre effettuare uno ”sforzo”. Infatti nell’accezione comune la forza è legata ad un’azione muscolare: tutti sappiamo anche che dobbiamo esercitare una grande forza per spingere una macchina, ma che probabilmente non siamo in grado di spingere un camion per quanto sforzo possiamo esercitare. Dunque in qualche modo il moto ha a che fare con la quantità di materia e con lo sforzo che si esercita.

Dato che per far muovere un corpo è necessario esercitare uno sforzo, si è pensato per lungo tempo che per far viaggiare un corpo con velocità costante occorresse una forza. D’altra parte questa osservazione non spiega perché per smuovere un corpo occorra uno sforzo muscolare (o una forza) molto superiore. Analogamente, per fermare un corpo in movimento occorre uno sforzo superiore a quello necessario per mantenerlo in moto. La spiegazione odierna è che occorre considerare tutti gli effetti a cui è sottoposto un corpo in movimento.

Infatti consideriamo una palla con una superficie molto liscia che rotoli su una superficie anch’essa molto liscia. Se la mettiamo in movimento con una spinta essa continuerà a rotolare per un bel tratto, ma alla fine si fermerà. Nella vecchia teoria dell’impetus, la spiegazione era che la palla perdeva lentamente la forza (l’impetus) che le era stata applicata. Questa nozione persiste tutt’oggi come nozione di senso comune e deriva da una sorta di identificazione tra lavoro effettuato e forza applicata. In ogni caso, se ripetiamo l’esperienza precedente della palla su una superficie più ruvida, stando attenti a fornirle uguale spinta, si vedrà che la palla effettuerà un percorso più breve. Questo ci suggerisce che siano le irregolarità della superficie ad ostacolare il moto. Ovviamente queste irregolarità non sono completamente eliminabili. Anche se studiassimo il moto all’interno di una camera a vuoto, qualche piccolo effetto di resistenza al moto sarebbe sempre presente, visto che anche con le migliori tecniche a nostra disposizione una piccola quantità di aria rimane sempre presente (circa 108 atomi/cm3 nel vuoto migliore).

Possiamo però pensare ad una situazione idealizzata, come abbiamo fatto nel caso della caduta dei gravi nel precedente “paragrafo”, dove si ipotizza la possibilità di avere superfici perfettamente lisce e/o ambienti completamente privi di gas. Le esperienze precedenti suggeriscono che in queste condizioni, una volta messo in moto un corpo, e nessun’altra forza applicata, il corpo continui nello stato di moto che aveva al momento in cui la forza applicata è cessata. L’affermazione che il corpo rimane nel suo stato di moto significa che se possiede una certa velocità e quando cessa la forza, questo continuerà a mantenerla. Se il corpo era inizialmente in quiete con nessuna forza applicata, il corpo rimarrà in quiete. Questo è il contenuto della prima legge di Newton che per altro era già nota a Galileo ed a Cartesio.

  1. Il principio di inerzia o primo principio della dinamica: Se su un corpo non agiscono forze o agisce un sistema di forze in equilibrio, il corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.

Per “sistema di forze in equilibrio” si intende un insieme di forze la cui somma vettoriale sia nulla (se spingo un oggetto da due lati opposti, è ovvio che non si muova).

Questa legge non ci dice molto nei riguardi di una definizione quantitativa della forza, però ce ne descrive gli effetti qualitativi. Per esempio, ci dice che la presenza di una forza sarà connessa con un’accelerazione non nulla ed in questo senso ci dà una sorta di definizione operativa della forza stessa. Cioè ci dice che l’effetto di una forza è quello di produrre una variazione di velocità. Questa variazione di velocità è detta appunto accelerazione.

In termini “tecnici” (o, meglio, differenziali), l’accelerazione è la derivata rispetto al tempo del vettore velocità, così come la velocità è la derivata del vettore posizione rispetto al tempo. Per quello, essendo la derivata di una derivata, l’accelerazione si esprime in metri al secondo per secondo.

Ci sono molte applicazioni della prima legge di Newton. Basti pensare ad esempio a cosa succede quando andiamo in automobile. Avete mai osservato il comportamento di una bibita in auto quando si passa dallo stato di riposo (auto ferma) allo stato di moto? La bibita, che è a riposo, ”tende” a rimanere nel suo stato di riposo e se il bicchiere è pieno fino all’orlo, il liquido si rovescia. Viceversa, quando un’auto frena, la bibita ”tende” a preservare il suo stato di moto con la stessa velocità, e nuovamente si rovescia. Quindi non bevete bibite mentre accompagnate i vostri amici alle guide per prendere la patente.

 La stessa cosa succede all’autista dell’auto. Quando frena, subisce l’effetto della propria inerzia. Infatti tenderà a mantenere il proprio moto. Sarà la cintura di sicurezza ad applicare su di lui una forza tale da farlo fermare insieme alla sua auto.

Ma cos’è l’inerzia? Possiamo definirla come la tendenza naturale dei corpi a ”resistere” alle variazioni del loro stato di moto.

In realtà il concetto di inerzia, fu introdotto da Galileo, che ipotizzò l’esistenza di una forza, detta forza d’attrito, come responsabile dell’arresto del moto degli oggetti. Le sue esperienze si servivano di piani inclinati posti uno di fronte all’altro. Galileo osservò che una pallina scendeva da un piano inclinato e saliva sull’altro arrivando circa alla stessa altezza. Cambiando inclinazione di uno dei piani inclinati, osservò che ancora la pallina raggiungeva la stessa altezza di partenza, quindi percorrendo spazi maggiori. Ipotizzò che le piccole differenze nelle quote raggiunte fossero dovute alla presenza di una forza di attrito e concluse che nel caso ideale in cui l’attrito fosse completamente eliminato la pallina raggiungerebbe esattamente la stessa altezza. Questo significa che riducendo sempre più l’inclinazione di un piano inclinato, la pallina percorrerà distanze sempre maggiori, fino ad arrivare al caso in cui, in assenza di attrito, la pallina continua nel suo stato di moto a velocità costante.

Abbiamo detto che l’inerzia è la tendenza di un oggetto a resistere alle variazioni del suo stato di moto. Ma cosa intendiamo con ”il suo stato di moto”? Lo stato di moto di un oggetto è definito dalla sua velocità. Quindi possiamo dire che l’inerzia di un corpo è la sua tendenza a resistere alle variazioni di velocità. Inoltre, come abbiamo imparato, le variazioni di velocità sono legate all’accelerazione. Quindi l’inerzia di un corpo è la sua tendenza a resistere all’accelerazione.

Nell’enunciato della prima legge di Newton, si dice che se la forza totale che agisce su un corpo è nulla, allora l’accelerazione a cui è soggetto il corpo è nulla. La forza totale è la risultante di tutte le forze che agiscono sul corpo. Se la risultante è nulla, significa che tali forze si fanno equilibrio. Quindi la prima legge di Newton afferma che “se le forze che agiscono su un corpo non sono in equilibrio, allora il corpo subirà un’accelerazione”.

La relazione esistente tra forza e accelerazione è contenuta nella seconda legge di Newton. Più precisamente la seconda legge di Newton dà una relazione tra tre quantità: massa, forza ed accelerazione. Mentre abbiamo dato una definizione operativa di accelerazione, dobbiamo ancora definire le altre due quantità. Ma leggiamoci prima la seconda legge.

2. La legge fondamentale della dinamica o secondo principio della dinamica: Se su un corpo agisce una forza o un sistema di forze, la forza risultante applicata al corpo possiede direzione e verso della sua accelerazione e, in modulo, è direttamente proporzionale al modulo la sua accelerazione.

La costante di proporzionalità tra queste due grandezze è la massa, detta in questo caso “massa inerziale”, grandezza specifica di ciascun corpo. Questa legge può essere enunciata mediante l’equazione

F=ma

dove F è la risultante delle forze agenti sul corpo, m la massa dello stesso, e a l’accelerazione cui è soggetto.

In pratica il moto accelerato si produce solo tramite l’applicazione di una forza, l’accelerazione prodotta su di un corpo da una data forza è proporzionale alla forza stessa e la costante di proporzionalità è detta massa del corpo.

Possiamo adesso usare la seconda legge di Newton per fissare delle convenienti unità di misura per le forze e definire poi la massa. Andiamo a Gaithersburg, nel Maryland, presso il National Institute of Standards and Technology e trafughiamo nottetempo la massa campione di platino iridio (di cui avevamo già parlato): applicandogli una forza tale da produrre un’accelerazione di 1 m/sec2, diremo che la forza ha un valore di 1 Newton, abbreviato 1 N. In questo modo possiamo tarare i nostri dinamometri assegnando ad ogni forza, determinata precedentemente in relazione ad un peso campione, un valore in Newton. Dalla equazione vediamo che l’unità di forza è uguale all’unità di massa per l’unità di accelerazione, ovvero

1 N = 1 Kg m/sec2

A questo punto, usando un apparecchio del tipo mostrato in figura che segue,

dinamometro

possiamo misurare la massa di un corpo, semplicemente misurando l’accelerazione del corpo e la forza ad esso applicata usando un dinamometro. Si può inoltre verificare che le masse si sommano. Cioè la stessa forza applicata ad una massa doppia, produce un’accelerazione pari alla metà.

Ricordiamo l’esperimento di Galileo che realizzò dalla Torre di Pisa, in cui asseriva che tutti gli oggetti in caduta libera subiscono la stessa accelerazione, indipendentemente dalla loro massa. Consideriamo il moto di un sasso con una massa di 10 Kg e quello di una massa di 1 K. Sul sasso di 10 Kg agisce una forza 10 volte maggiore della forza che agisce sul sasso di 1 Kg e l’accelerazione dei due sassi è la stessa: l’accelerazione di gravità (9,8 m/s2).

Quindi possiamo dire che la forza di gravità è proporzionale alla massa e costante per tutti gli oggetti: spesso il peso di un corpo non viene espresso in N ma in Kgp (chilogrammo peso). Ricordiamo che il Kgp è l’intensità della forza peso a cui è soggetta la massa di un Kg. Quindi, ad esempio, 1 Kg di pane pesa 1 Kgp, cioè 9,8 Newton (e io 872,2, ma non ditelo a mia moglie altrimenti mi mette a dieta).

Il panorama della dinamica è completato dalla terza legge di Newton. Abbiamo dato una definizione operativa di forza dall’analisi di situazioni di equilibrio (definizione statica di forza). Possiamo però considerare una definizione più generale di forza come l’effetto su di un oggetto che deriva dalla sua interazione con un altro oggetto. Ogni volta che c’è interazione tra due oggetti, c’è una forza che agisce su ciascuno di essi. Quando l’interazione cessa i due oggetti non sono più sottoposti a forza. Per semplicità, tutte le forze (interazioni) tra oggetti, possono essere divise in due categorie: forze di contatto e forze che risultano da interazioni a distanza. Le forze di contatto sono tipi di forza tra due corpi che sono effettivamente a contatto. Questo è ad esempio il caso delle forze di attrito, delle forze di reazione di superfici di appoggio, delle forze di resistenza dell’aria ecc. Le forze di azione a distanza sono tipi di forza in cui i due oggetti interagenti non sono a contatto fisico, come ad esempio nel caso della forza gravitazionale (il sole e i pianeti si attraggono nonostante siano separati spazialmente, anche nel caso in cui un oggetto non tocca il suolo, è attratto dalla forza gravitazionale), oppure il caso della forza elettrica (i protoni nel nucleo atomico attraggono gli elettroni), le forze magnetiche (due calamite si attraggono o si respingono anche se sono separate da una distanza di qualche centimetro).

Quindi ne risulta:

3. Il principio di azione-reazione o terzo principio della dinamica: Se due corpi interagiscono tra loro, si sviluppano due forze, dette comunemente azione e reazione: come grandezze vettoriali sono uguali in modulo e direzione, ma opposte in verso.

Questa affermazione significa che in ogni interazione, c’è una coppia di forze che agisce sui due oggetti interagenti. Tale coppia è formata dalla forza di azione e da quella di reazione (uguali in modulo, con la stessa direzione ma verso opposto).

Attenzione, le forze di azione e reazione non si fanno equilibrio, perché sono applicate a oggetti diversi! Esiste una grande quantità di situazioni in cui due forze uguali ed opposte agiscono sullo stesso oggetto, annullandosi a vicenda cosicché non si avrà alcuna accelerazione (o addirittura nessun moto). Questo non riguarda il terzo principio della dinamica (terza legge di Newton), ma piuttosto un caso di equilibrio tra forze.

Chi ha familiarità con le piccole imbarcazioni sa bene che prima di saltare da una barca verso il molo di attracco, è opportuno legare prima la barca al molo e afferrare una presa sul molo prima di saltare. Altrimenti, quando saltate, la barca “magicamente” si allontana dal molo, facendovi fallire il salto, oppure spingendo la barca fuori dalla vostra portata. Tutto questo è dovuto alla terza legge di Newton: quando le gambe spingono il vostro corpo verso il molo, esse esercitano anche sulla barca una forza uguale e in verso opposto, e questa forza spinge via la barca dal molo (c’è un esempio anche nel film “Passengers” quando Chris Pratt, alla deriva nello spazio, spinge verso un reattore un oggetto e automaticamente viene spinto nella direzione opposta).

Un esempio più sottile è fornito dalla bicicletta. È ben noto che stare in equilibrio su una bicicletta da fermo è quasi impossibile, mentre su una bicicletta in moto è piuttosto facile. Perché?

Diversi principi sono all’opera in questo caso. Supponete di sedervi su una bicicletta che stia ferma, e vi accorgete che si sta inclinando verso sinistra. Che cosa fate? La tendenza naturale è quella di inclinarvi verso destra, per controbilanciare quell’inclinazione mediante il vostro peso. Ma muovendo la parte superiore del vostro corpo verso destra, secondo la terza legge di Newton, state in realtà spingendo la bicicletta ad inclinarsi ancora di più verso sinistra. Forse dovreste inclinarvi verso sinistra per spingere la bicicletta indietro? Potrebbe funzionare per una frazione di secondo, ma a quel punto voi avete perso del tutto l’equilibrio. Non c’è modo!

Su una bicicletta in movimento, l’equilibrio è mantenuto mediante un meccanismo completamente diverso. Ruotando leggermente il manubrio a destra o a sinistra, voi impartite una certa rotazione alla ruota anteriore (“momento angolare”) per ruotare la bicicletta attorno al suo asse maggiore, la direzione di marcia della bicicletta. In questo modo il ciclista può controbilanciare ogni tendenza della bicicletta a cadere da un lato o dall’altro, senza innescare il circolo vizioso di azione e reazione.

Per scoraggiare i ladri, alcune biciclette montano un antifurto che blocca il manubrio in una posizione fissa. Se la posizione del manubrio è bloccata nella direzione in avanti, la bicicletta può essere condotta a mano da una persona che cammina, ma non può essere montata, poiché il ciclista non potrebbe mantenere l’equilibrio.

Le leggi di Newton sono state introdotte qui nel modo tradizionale, mediante i concetti di massa e di forza (in realtà Newton formulò la seconda legge in termini di quantità di moto, non di accelerazione). Ernst Waldfried Josef Wenzel Mach (1838 – 1916), fisico austriaco, tra l’altro scopritore di un rapporto tra la velocità di un oggetto in moto in un fluido e la velocità del suono nel fluido considerato, detto “numero di Mach”, cercò di evitare nuovi concetti e formulò le leggi fisiche soltanto in termini di ciò che può essere osservato e misurato. Egli sostenne che le leggi di Newton si potevano riassumere tutte in questa unica legge:

“Quando due oggetti di dimensioni trascurabili (in linguaggio tecnico “punti materiali”, nda) interagiscono tra loro, essi accelerano in direzioni opposte, e il rapporto delle loro accelerazioni è sempre lo stesso”.

Rileggete questa formulazione quante volte volete: non c’è alcuna menzione di forza, né di massa, ma soltanto di accelerazione, che può essere misurata. Quando una pistola agisce su un proiettile, un razzo sui suoi gas di scarico, il Sole sulla Terra (e nella scala della distanza che li separa, Terra e Sole possono essere considerati masse puntiformi), le accelerazioni sono sempre dirette in verso opposto.

Il lavoro di Mach venne ritenuto importantissimo da Einstein, e quest’ultimo lo usò per dare le fondamenta alla relatività generale. Il tutto, partendo da una mela caduta in testa a Newton! La prossima volta approfondirò un po’ di concetti espressi in questo articolo, sperando sempre di fare cosa utile anche a te, giovane lettore. Vedremo chi era Keplero e come usò le formulazioni di Newton per farci orientare su questa nostra piccola Terra.

Pattie, George e Eric

“Layla e Majnun”, nota anche come “Il Folle e Layla” è una classica storia araba di un amore contrastato. È basata sulla storia vera di un giovane chiamato Qays ibn al-Mulawwaḥ, originario del nord della Penisola araba durante il periodo omayyade nel VII secolo. In una versione, egli passa la giovinezza con Layla, sorvegliandone i greggi. In un’altra versione, dopo aver visto Layla, se ne innamora perdutamente. In entrambe le varianti in ogni caso impazzisce quando il padre gli impedisce di sposarla; perciò venne chiamato “Majnun -e Layla”, ovvero “Il pazzo di Layla”.

Un’altra variante del racconto vuole che Layla e Majnun si siano incontrati a scuola. Majnun si innamora di Layla e viene da lei distratto. Il maestro picchia Majnun in quanto concentra le sue attenzioni su Layla e non sull’attività scolastica. Ma avviene qualcosa di magico. Majnun viene colpito ma è Layla a sanguinare per le sue ferite. La notizia diffusasi causa un litigio fra le due famiglie. Separati nell’infanzia, Layla e Majnun si incontrano di nuovo in gioventù. Tabrez, il fratello di Layla, non vuole che lei infanghi il nome della famiglia sposando Majnun. Tabrez e Majnun litigano; pazzo di Layla, Majnun uccide Tabrez. Majnun viene arrestato dopo che la notizia raggiunge il villaggio e quivi condannato alla lapidazione. Layla non può sopportarlo e acconsente di sposare un altro uomo in cambio della salvezza di Majnun, che viene esiliato. Layla si sposa, anche se resta legata sentimentalmente a Majnu. Comprendendo ciò, suo marito cavalca nel deserto alla ricerca di Majnun, e lo sfida a un duello mortale. Nello stesso istante in cui il marito di Layla trafigge con la spada il cuore di Majnun, Layla cade a terra in casa sua. Layla e Majnun vengono sepolti uno accanto all’altra e il marito di lei ed entrambi i padri pregano per loro. Il mito vuole che Layla e Majnun si incontrino di nuovo in paradiso, dove si ameranno per sempre.

La grande popolarità della leggenda ha influenzato la letteratura mediorientale, specialmente gli scrittori Sufi, per i quali il nome Layla si riferisce al concetto dell’Amato. La storia originale viene riportata anche nello scritto mistico “Le sette valli di Bahá’u’lláh”. Etimologicamente Layla deriva dal termine ebraico e arabo per “notte” e si pensa significhi “colui che lavora di notte”. È un’apparente allusione al fatto che l’amore dei due protagonisti è nascosto e tenuto segreto. Nella lingua persiana e araba, il termine Majnun significa “pazzo”. Oltre che in questo uso creativo del linguaggio, il racconto ha contribuito al gergo popolare almeno in un altro modo, ispirando il modo di dire turco “sentirsi come Layla”, ovvero essere completamente storditi, come ci si aspetta sia una persona che è letteralmente pazza per amore.

Il poema epico fu tradotto in inglese da Isaac D’Israeli nei primi anni del 1800, permettendo a un ampio pubblico di apprezzarlo. E qui finisce l’epica e inizia la storia. O meglio, la musica. Ma andiamo in ordine.

Patricia Anne Boyd, detta Pattie, nacque a Taunton, Somerset, da Colin Ian Boyd Langdon e Diana Frances Drysdale nel marzo del ‘44. Maggiore di quattro figli, visse a Nairobi, in Kenya, dal 1948 al 1953, dopo che suo padre aveva dato le dimissioni dalla Royal Air Force a seguito di un infortunio grave come pilota durante la Seconda Guerra Mondiale. Diana e Colin divorziarono nel 1952, e la donna tornò in Inghilterra, con i suoi quattro figli, dopo il suo secondo matrimonio, avvenuto nel febbraio 1953 in Tanganica (oggi Tanzania).

Pattie frequentò la scuola fino al 1961, poi si trasferì a Londra nel 1962, e ottenne il primo lavoro da Elizabeth Arden, nota azienda di cosmetici, come volto per la pubblicità di uno shampoo. Un cliente che lavorava per una rivista di moda le chiese se avesse pensato a diventare una modella. E da lì Pattie iniziò la sua carriera nel campo della moda.

Patricia iniziò la sua carriera di modella nel 1962, ma fu rifiutata da molti fotografi che si lamentavano del suo look “non idoneo” e dei suoi denti, dicendole: “Le modelle non assomigliano a dei criceti”. Tempo dopo però un’agenzia la ingaggiò e Patricia fece la modella soprattutto a Londra, New York e Parigi (per Mary Quant, l’agenzia che la lanciò nel mondo della moda) e fu fotografata da famosi fotografi come David Bailey e Terence Donovan.

Pattie, che nel 1964 aveva solo 19 anni, conobbe George Harrison durante le riprese del film “A Hard Day’s Night”, per il quale era stata presa per fare da studentessa fan dei Beatles. All’epoca lei era fidanzata con Eric Swayne, noto fotografo di moda dell’epoca, che frequentò per circa un anno e così dovette rifiutare un primo appuntamento col Beatle, ma in compenso disse che era l’uomo più bello che lei avesse mai visto in vita sua. Una delle prime cose che George disse a Patricia fu “Ti sposeresti con me?”, frase che i Beatles all’epoca dicevano ad ogni bella ragazza. Pattie rise a allora George disse “Bè, se allora non vuoi sposarmi, verresti con me a cena?”. Un paio di giorni dopo, quando lei fu richiamata per girare di nuovo nel film, George le chiese nuovamente di uscire e stavolta lei accettò, avendo interrotto la relazione con Swayne. Il loro primo appuntamento fu nel Garrick Club a Covent Garden, in compagnia del manager dei Beatles, Brian Epstein. Da quel giorno divennero una coppia e si sposarono nel 1966. George le dedicò una delle più belle canzoni della storia del rock, “Something”.

Il loro rapporto che all’inizio sembrava perfetto, da coppia invidiata per la loro bellezza e la loro apparente felicità, si fece invece sempre più complicato. Durante il viaggio in India dei Beatles con le loro compagne (che all’epoca erano Cynthia Powell, moglie di John Lennon e madre di Julian, Jane Asher, compagna di Paul McCartney, Maureen Cox, moglie di Ringo Starr e appunto Patricia Boyd) con i Beach Boys e Mia Farrow, Harrison scoprì la religione indiana, l’arte della meditazione ed ebbe una forte relazione con il Maharishi, mistico e filosofo indiano nonché guru, fondatore della tecnica conosciuta come meditazione trascendentale e del movimento ad essa relativo.

Per George divenne una vera e propria ossessione: questo amore per la religione indiana rese George molto intrattabile. Non fu solo questo a minare definitivamente la loro relazione: durante la Beatlemania, quando i Beatles erano un grandissimo fenomeno, George (come d’altronde anche gli altri componenti del gruppo) non fece a meno delle droghe, dell’abuso di alcool e ebbe relazioni con svariate ragazze, tra cui proprio Maureen Cox e, pare, Krissy Findlay, moglie di Ron Wood dei Rolling Stones. Quando Patricia lo venne a sapere si sentì veramente ferita, non tanto da lui ma dall’amica: iniziarono così anche i tradimenti da parte sua, che includono anche il cantante dei Rolling Stones Mick Jagger e il Beatle John Lennon, che da sempre avevano mostrato un certo interesse per quella bella ragazza magra, bionda e sempre sorridente.

La loro relazione era praticamente alla fine, quando all’improvviso entrò nella loro storia Eric Clapton. I Beatles in generale erano grandi amici di Clapton, ma in particolare lo era George. I due si conobbero ad una festa nel ’68. Eric iniziò a frequentare spesso la casa di George e Patricia, e lui perse la testa per la moglie dell’amico; si trattava di una vera e propria ossessione, tanto che Clapton arrivò a fingere un flirt con la sorella di Pattie, Paula, per conquistarla e cercare di avvicinarsi sempre più a lei.

Alla fine scrisse una canzone d’amore dedicata a lei, la celeberrima Layla, di cui riporto il testo alla fine di questo racconto. Patricia all’inizio non cedette anche se era stata rapita da questa dedica d’amore. La brutta situazione di George però si ripeté anche dopo la fine dei Beatles e Pattie, una volta per tutte stanca e smarrita, decise di lasciarlo e andare da Eric nel ’74. Dopo il loro matrimonio Eric le scrisse una nuova canzone, anche questa molto famosa, “Wonderful Tonight”.

La vita con Clapton però era diversa da quella che si aspettava. La dipendenza del musicista dall’alcool era per Pattie motivo di delusione. Il fatto di non essere riuscita ad avere un figlio da lui era motivo di ulteriore frustrazione. Eric si divertiva con altre donne ed era spesso ubriaco. Pattie quindi decise nel 1989 di sancire ufficialmente con un divorzio la separazione dal cantante e chitarrista.

Tuttavia, George non provò rancore nei confronti dell’amico, Eric Clapton; anzi, egli fu presente al matrimonio di Clapton con Pattie Boyd e i musicisti rimasero molto uniti fino alla morte di Harrison, tanto che nel 1991, dopo che Clapton e la Boyd avevano divorziato, fecero ancora un tour insieme e che lo stesso Clapton suonò al Concert for George, a un anno dalla morte dell’amico. Fu lo stesso Clapton a organizzare il concerto.

Ma questa, è un’altra storia…

“Layla”, Derek and the Dominos, “Layla and Other Assorted Love Songs”, 1970

Cosa farai quando ti sentirai sola

senza nessuno ad aspettare al tuo fianco?

Sei scappata e ti sei nascosta per troppo tempo

Lo sai, è solo a causa del tuo stupido orgoglio.

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Ho provato a consolarti

Quando il tuo vecchio uomo ti ha abbandonata

Come uno sciocco, mi sono innamorato di te

Hai girato il mio intero mondo sottosopra

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Prendiamo il meglio da questa situazione

Prima che io finalmente diventi matto

Ti prego non dire che non troveremo mai una via

E che il mio amore è vano

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Layla, mi hai in ginocchio

Layla, sto implorando, tesoro ti prego

Layla, tesoro non vuoi dar pace alla mia mente preoccupata?

Un arduo pendìo

A volte, usando i mezzi pubblici, ci si rende conto di quanto lo spostamento delle persone sia un bel problema. Basta un contrattempo, come uno zaino dimenticato nello scompartimento, e migliaia di persone sono costrette a cambiare mezzo di trasporto, con tutto quel che ne consegue. Lo ha pensato anche l’ideatore di un sito, TRAVIC, che vuol dire TRAffic VIsualization Client (Client per la visualizzazione del traffico), che fornisce la visualizzazione dei movimenti dei dati di transito pubblicati dalle agenzie di trasporto provenienti da tutto il mondo praticamente in tempo reale. È bellissimo (de gustibus, ovviamente), guardatelo.

Un po’ di tempo fa ho parlato di sovrappopolazione riportando un vecchio articolo di Isaac Asimov in “Il futuro dell’umanità” e aggiungendovi poche considerazioni personali. Prendendo spunto da quello che scrisse il noto scienziato russo-americano, vorrei riaffrontare l’argomento.

Il Libro della Genesi (ebraico בראשית bereshìt, “in principio”, dall’incipit; greco Γένεσις ghènesis, “nascita”, “creazione”, “origine”; latino Genesis), comunemente citato come Genesi (femminile), è il primo libro della Torah del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana. Inizia così: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque.”

Poi ad un certo punto dice: “Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove”.

L’uomo, inteso come umanità nel suo complesso, ha preso molto sul serio quelle parole. Guardiamo un po’ di numeri.

Appena due secoli fa “festeggiavamo” il primo miliardo. Da allora, il progresso, la tecnologia e la scienza medica hanno fatto aumentare la qualità e le aspettative di vita, aumentando in modo quasi esponenziale il numero di abitanti sulla Terra: 1,6 miliardi nel 1900, 2,5 miliardi nel 1950, 4 miliardi nel 1974, 6 miliardi nel 1999 e 7,5 miliardi oggi. Praticamente, da quando è nata la mia generazione (sono del ’68) la popolazione mondiale è quasi raddoppiata.

In effetti, anche se la popolazione mondiale è aumentata, la velocità con cui aumenta, detta “tasso di crescita”, si è quasi dimezzato rispetto al massimo raggiunto nel 1964. Nonostante questo, nel 2100 i nostri nipoti saranno quasi 10 miliardi. Guardiamo le tabelle, nelle quali ovviamente le date future sono stime, in questo caso realizzate dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA dal vecchio nome inglese United Nations Fund for Population Activities).

Popolazione

Anni trascorsi

Anno

Miliardi

1800 1
127 1927 2
33 1960 3
14 1974 4
13 1987 5
12 1999 6
12 2011 7
14 2025* 8
18 2043* 9
40 2083* 10

Diminuzione tasso di crescita

Il progresso ha certamente migliorato le condizioni di vita, aumentando la durata della vita media, ma ha anche aumentato il fabbisogno di energia pro-capite. Le emissioni di anidride carbonica sono passate da 3,1 tonnellate equivalenti del 1960 a 5 tonnellate del 2013. Vediamo che significano queste parole che ho appena scritto.

L’anidride carbonica è un gas che si forma nei processi di combustione, dall’unione del carbonio contenuto nei combustibili con 2 atomi di ossigeno presenti nell’aria (la formula chimica è CO2). La produzione in eccesso di anidride carbonica comporta dei danni ambientali in quanto mette in pericolo l’esistenza dell’ozono, uno strato gassoso presente nell’atmosfera che protegge la terra dall’azione nociva dei raggi ultravioletti UV-C provenienti dal sole. Un altro effetto della presenza in eccesso di anidride carbonica è il surriscaldamento climatico (in inglese, “global warming”): durante il giorno la superficie terrestre accumula il calore irraggiato dal sole; nelle ore notturne il calore viene disperso nello spazio. L’eccessiva concentrazione di anidride nell’aria forma invece, una sorta di cappa che impedisce l’espulsione del calore assorbito dalla terra nelle ore diurne.

Le emissioni di CO2 (produzione di anidride carbonica) in eccesso sono una conseguenza dell’attività industriale tipica dei paesi sviluppati: per produrre energia le industrie ricorrono alla combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio). Anche la deforestazione incontrollata è pericolosa per il nostro ecosistema in quanto gli alberi assorbono anidride carbonica e rilasciano nell’atmosfera ossigeno. Tutti noi produciamo anidride carbonica, sia attraverso la nostra respirazione (quantità ininfluente e non dannosa per l’ambiente) sia attraverso i nostri consumi quotidiani:

  • Tenere una lampadina accesa per 4 ore produce 0,2 kg di CO2;
  • Fare una doccia significa espellere nell’aria 1 kg di CO2;
  • Fare un lavaggio in lavastoviglie equivale a farsi una doccia, 1 kg di CO2 nell’aria;
  • Tenere un freezer in attività significa generare 40 gr di CO2 all’ora;
  • Percorrere 10 km con un’auto a benzina (13 km con 1 litro) equivale ad emettere 2 kg di anidride carbonica;
  • Riscaldare un appartamento di 60 m2 contribuisce ad emissioni pari a 20 kg al giorno.

E cos’è la “tonnellata equivalente”? È un’unità di misura che permette di pesare insieme emissioni di gas serra diversi con differenti effetti climalteranti. Ad esempio una tonnellata di metano che ha un potenziale climalterante 21 volte superiore rispetto alla CO2, viene contabilizzata come 21 tonnellate di CO2 equivalente. In questo modo è possibile paragonare tra di loro gas diversi, quando si considera il loro contributo all’effetto serra. Maggiore è il GWP, maggiore il contributo all’effetto serra.

Un’altra definizione! Non ce la posso fare!

Il Global Warming Potential (GWP, in italiano “potenziale di riscaldamento globale”) esprime il contributo all’effetto serra di un gas serra relativamente all’effetto della CO2, il cui potenziale di riferimento è pari a 1. Ogni valore di GWP è calcolato per uno specifico intervallo di tempo (in genere 20, 100 o 500 anni).

I potenziali climalteranti dei vari gas (GWP) sono stati elaborati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Le tonnellate equivalenti si calcolano facendo il prodotto delle tonnellate di gas nell’impianto e il suo GWP.

Torniamo all’uomo e alle sue attività.

Avere più auto, più smartphone e più climatizzatori comporta ovviamente una richiesta di energia maggiore. Ovviamente non tutti i paesi del mondo viaggiano alla stessa velocità, basta pensare che gli U.S.A. producono il 22% delle emissioni totali nel mondo (tra gli altri, la Cina il 18%, l’Unione Europea il 14% e la Russia il 6%). Cosa accadrebbe se tutti adottassero lo stile di vita di queste quattro macroregioni, che da sole producono il 60% dell’inquinamento totale?

Ovviamente numero di abitanti e inquinamento sono quasi sempre correlati, tant’è vero che in alcuni stati, come la Cina, è stata adottata in passato la cosiddetta “politica del figlio unico”, politica di controllo delle nascite attuata dal governo nell’ambito della pianificazione familiare per contrastare il fortissimo incremento demografico del paese, poi abolita nel 2013.

Il dibattito sul controllo delle nascite ha una sua storia.

Thomas Robert Malthus nacque a Rookery, presso Guilford, nel Surrey, in Inghilterra, il 13 febbraio del 1766. Settimo figlio di Henrietta Catherine Graham e di Daniel Malthus, nacque in una famiglia benestante. Suo padre Daniel era un amico personale del filosofo David Hume e aveva contatti con Jean-Jacques Rousseau.

Il giovane Malthus fu educato a casa fino alla sua ammissione al Jesus College (Cambridge) nel 1784. Lì studiò molte materie e vinse premi in declamazione inglese, latina e greca. Si laureò nel 1791 e nel 1797 fu ordinato pastore anglicano.

Osservando le colonie del New England, dove la disponibilità “illimitata” di terra fertile forniva lo scenario ideale per indagare il rapporto tra risorse naturali e demografia, Malthus teorizzò che popolazione umana e disponibilità delle risorse seguano modelli di progressione differenti: geometrica la prima, aritmetica la seconda. Un maggior numero di esseri umani si traduce, proporzionalmente, in una minore disponibilità di risorse per sfamarli. Qualora i mezzi di sussistenza non siano illimitati, scriveva il reverendo, si sarebbero periodicamente verificate carestie con conseguenti guerre ed epidemie.

Convinto di aver individuato una legge naturale, Malthus propose che il governo abolisse i sussidi alle classi più povere, invitasse i giovani a ritardare l’età del matrimonio e si sforzasse di diffondere tra gli strati sociali meno abbienti la coscienza del danno che una prole numerosa recava alle famiglie e all’intera comunità. I rapidi progressi del settore agronomico sconfessarono già nel corso del XIX secolo il suo impopolare principio, che tuttavia ebbe un’influenza decisiva sia su Charles Darwin che su Alfred Wallace nella formulazione della teoria dell’evoluzione. Tuttavia, l’idea malthusiana che i ricchi siano minacciati dalle masse di poveri ha proiettato un’ombra cupa che si allunga fino a oggi.

Negli anni Sessanta la Banca Mondiale e le Nazioni Unite incominciarono a concentrarsi sull’esplosione demografica del cosiddetto Terzo Mondo, ritenendola la principale causa del degrado ambientale, del sottosviluppo economico e dell’instabilità politica di questi paesi. Alcune nazioni industrializzate quali Giappone, Svezia e Regno Unito finanziarono progetti per ridurre i tassi di natalità del Terzo Mondo. Non si trattava di filantropia: secondo Betsy Hartmann, autrice del saggio “Reproductive Rights and Wrongs: The Global Politics of Population Control and Contraceptive Choice”, c’era il timore che le “masse di affamati” minacciassero il capitalismo occidentale e l’accesso alle risorse naturali.

In ambito ecologico, la capacità portante di un ambiente è la capacità delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui. Se in ambienti ridotti o isolati è relativamente semplice stimarne la dimensione, il calcolo della capacità portante dei grandi sistemi è estremamente complesso. Una relazione del 2012 delle Nazioni Unite ha stimato la dimensione massima di popolazione in 65 diversi scenari sostenibili. La dimensione più ricorrente è di otto miliardi di individui, tuttavia l’intervallo varia tra un minimo di due miliardi e uno sconcertante 1024 miliardi. È difficile sbilanciarsi su quale di queste sia la più prossima al valore effettivo. Secondo gli esperti, il fattore determinante sarà il modello che le nostre società sceglieranno di adottare e, in particolare, la quantità di risorse consumate pro capite.

Le incognite riguardano principalmente il compartimento agricolo. Al contrario della popolazione umana, la disponibilità di suolo fertile diminuisce a causa del sovra-sfruttamento e dei cambiamenti climatici. Secondo i dati della FAO, da qui alla fine del secolo la produzione agricola dovrebbe aumentare almeno del 50% per sfamarci tutti, a partire da una modesta area di terreno fertile, che copre solo l’11% della superficie globale della terra. Eppure, l’agricoltura mondiale perde ogni anno 75 miliardi di tonnellate di suolo fertile, l’equivalente di 10 milioni di ettari, a causa di urbanizzazione, erosione e avanzata del deserto e del mare. Altri 20 milioni di ettari vengono abbandonati perché il terreno è troppo degradato per coltivare, in larga misura per colpa delle tecniche agricole intensive. La perdita di fertilità del suolo porta alla riduzione della produzione agricola: un calo del 50% della materia organica porta a un taglio del 25% dei raccolti. Il fenomeno non è uguale dappertutto, ma procede particolarmente veloce proprio nelle aree che avrebbero più bisogno di ampliare le coltivazioni come la Cina, flagellata dalla desertificazione.

Le conseguenze ambientali dell’esplosione demografica non si esauriscono nel consumo di risorse naturali (acqua, suolo, biodiversità) ma sono correlate alla quantità di emissioni di gas serra liberata in atmosfera. La crescita dei consumatori, l’inurbamento della popolazione rurale e la rapida diffusione nel pianeta di standard di vita ad alta emissione di gas serra sono le principali tendenze su cui basare le proiezioni sul destino del pianeta.

L’inurbamento è spesso considerato un fenomeno positivo, accompagnato da miglioramenti dell’istruzione, riduzione dei tassi di natalità, dello sfruttamento di risorse naturali. Tuttavia, esso comporta l’adeguamento a standard di vita con alti consumi e il conseguente aumento dell’inquinamento (come osservato nelle megalopoli asiatiche degli ultimi decenni) con ricadute dirette sulla salute dei cittadini. A livello globale, le emissioni domestiche rappresentano oltre il 60% del totale; un ulteriore 14.5% delle emissioni di CO2 proviene dagli allevamenti, i quali riforniscono principalmente le tavole di europei e nordamericani.

Alcuni ricercatori sono perfino arrivati a stimare “il costo” ambientale di ogni figlio: negli Stati Uniti, ogni fiocco appeso alla porta equivale a 9.441 t.e. di CO2, il 5,4% in più rispetto a quanto avrebbe emesso la donna se nella sua vita avesse deciso di non procreare.

Ma senza le nuove generazioni, che futuro avrebbe la Terra?