Storia magistra vitae – Sigonella

Ottobre 1985.

Io iniziavo il mio secondo anno alla “Scuola Militare Nunziatella”; prima in classifica era “Money for Nothing” dei Dire Straits, ma la hit dell’anno era stata “We are the World”, degli “Usa (United Support of Artists, non Stati Uniti) for Africa”.

La Juventus si avviava, inconsapevole in quel momento, a vincere l’ennesimo scudetto, quello di Roma-Lecce 2 a 3, ed in TV c’erano McGyver e l’A-team. Non esistevano i cellulari, e gli e le adolescenti aspettavano le telefonate stando seduti vicino all’apparecchio.

Lo stipendio medio era alto, un milione e duecentomila lire e questo benessere permetteva al 46% degli italiani di andare in vacanza, perfino in crociera.

Questa è la storia di una di quelle crociere.

Lunedì 7 ottobre 1985, la cosiddetta nave blu, ammiraglia della flotta Lauro, omonima dell’armatore Achille, con a bordo 320 persone di equipaggio e 107 passeggeri, era in acque egiziane (gli altri 670 erano sbarcati al Cairo per fare qualche foto alle piramidi, e sarebbero risaliti a bordo in serata, quando la nave avrebbe fatto rotta per il porto di Ashdod, in Israele).

L’ufficiale di bordo Rosa Nuzzo, 24 anni, fu richiamata da grida provenienti da coperta. Arrivata, vi trovò un marinaio ferito ad una gamba. Il comandante, Gerardo De Rosa, era a pranzo quando la Nuzzo lo chiamò con l’altoparlante chiedendogli di salire in plancia. Quando entrò in cabina di pilotaggio, vide la sua primo ufficiale stranamente pallida e capì appena notò un uomo alle sue spalle.

La crisi era iniziata.

Alle 17 alla Farnesina, sede del Ministero degli Esteri, retto da Giulio Andreotti, nell’allora governo Craxi I, (terzo) governo più longevo (oggi) della Storia della Repubblica Italiana, squillò il telefono. Il Presidente della Repubblica era Francesco Cossiga e il Ministro della Difesa Giovanni Spadolini.

Nel giro di un’ora fu costituita un’unità di crisi, con a capo Andreotti, che ebbe conferma dal governo egiziano che oltre cento persone a bordo di una nave italiana erano tenute in ostaggio. Ancora non c’erano notizie sul perché e sul percome, l’unica certezza era che i sequestratori erano armati.

Al TG della rete nazionale un giovane Enrico Mentana rese pubblica la notizia (prima di molte “maratone” del giornalista milanese). La confusione regnava sovrana; una nave italiana in acque egiziane, con a bordo passeggeri italiani, inglesi, tedeschi e americani: di chi era la responsabilità?

Alle 21, il governo egiziano riuscì a mettersi in contatto con la nave e riferì che a bordo c’erano un numero da 4 a 6 dirottatori pesantemente armati che chiedevano la liberazione di 50 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Andreotti chiamò subito Arafat, capo di al-Fath, che sarebbe poi confluita nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP): quello rispose che non ne sapeva nulla, e a breve anche l’OLP rilasciò una dichiarazione ufficiale di estraneità ai fatti.

Mentre Andreotti raccoglieva i dati dei 600 passeggeri con la collaborazione della Capitaneria di Porto italiana, Spadolini, fatto rientrare in fretta e furia da Milano, si incontrò con l’Ammiraglio Fulvio Martini, capo del SISMI (Servizio informazioni e sicurezza militare), in caso la diplomazia avesse fallito.

Il Comandante del Raggruppamento Subacquei ed Incursori della Marina Militare (Comsubin), Antonio Brustenga, rappresentò subito che c’erano dei problemi logistici: abbordare una nave in movimento, nella notte, in acque straniere, non erano compito semplice. Per questo fece decollare due Breguet Br 1150 Atlantic, velivoli pattugliatori a lungo raggio, dalla base di Sigonella, tra Catania e Siracusa, per cercare la nave.

Gli aerei trovarono subito la nave, che procedeva speditamente verso le acque siriane; proprio la velocità, di circa 20 nodi (quasi 37 km/h), fece comprendere che l’abbordaggio via mare sarebbe stato impossibile. Anche quello via aria sarebbe stato rischioso (basta pensare a ciò che accadde a Sainte Mere Eglise il 6 giugno del ’44) : che fare allora?

Mentre i vertici ragionavano su questa cosa, a Varignano, base della Marina Militare vicino a La Spezia si radunavano gli incursori del Comsubin e da Pisa gli uomini del 9° reggimento “Col Moschin” partivano alla volta di Cipro per riunirsi con i Delta Force americani. A mezzanotte arrivarono a bordo della Fregata “Vittorio Veneto”, già in acque egiziane.

Alle 3 di notte, a Palazzo Chigi, l’ambasciatore americano Maxwell Raab raggiunse Craxi, Andreotti e Spadolini, mentre Arafat informava il governo italiano che aveva mandato due emissari per affiancare il governo egiziano nella trattativa con i dirottatori.

Uno dei due era Muhammad Zaydan, conosciuto col nome di battaglia Abu Abbas, leader dell’FPLP (Fronte per la liberazione della Palestina), una fazione dissidente dell’OLP.

Andreotti, mentre raccoglieva informazioni sui dirottatori, che si seppero essere quattro, imbarcati a Genova sotto falso nome, fu informato che la nave era ormai in acque siriane: cambio di programma, contattare subito Assad, padre dell’attuale presidente della Siria.

Alle 11 del mattino dell’8 ottobre, si riuscì a contattare i dirottatori. Questi chiesero che le trattative venissero condotte dalla Croce Rossa internazionale e dagli ambasciatori di Germania federale, Italia, Stati Uniti e Gran Bretagna. In caso di risposta negativa, avrebbero fatto saltare in aria la nave.

Andreotti chiamò subito Assad e gli chiese la cortesia di far attraccare l’Achille Lauro in porto: Assad acconsentì, a condizione che si fosse tentata la via diplomatica e non il raid. Craxi provò a convincere Rabb, ma questi rifiutò, secondo il principio americano di non trattare con i terroristi. Niente accordo, niente attracco.

Alle 14, sulla nave, i dirottatori non presero bene la notizia. Sulla nave, in sala pranzo, dove erano ammassate taniche di benzina lungo le pareti, fecero radunare gli ostaggi e li divisero per nazionalità. Presero Leon Klinghoffer, americano, 79 anni e sulla sedia a rotelle, in crociera per festeggiare l’anniversario di matrimonio, lo portarono sul ponte e gli spararono due colpi di pistola, uno alla testa e uno al petto, lasciandolo penzolare dalla balaustra. Chiamarono due persone dell’equipaggio e ordinarono loro di buttare il cadavere in mare.

I dirottatori chiamarono il Comandante De Rosa e gli dissero, dandogli il passaporto di Klinghoffer, che se non si fosse aperta una trattativa entro un’ora, avrebbero ucciso un ostaggio ogni tre minuti. Abu Abbas, appena atterrato al Cairo, riuscì a contattarli tramite un ponte radio e li convinse a desistere e a rientrare in acque egiziane.

Sfortuna (di Abu Abbas), un radioamatore sentì la conversazione e uno dei quattro terroristi chiamare l’emissario di Arafat “comandante”.

Alle 2 del mattino del 9 ottobre, Craxi venne informato da Rabb che i Navy Seals erano pronti ad attaccare la nave. In realtà Craxi lo sapeva già, informato da quelli del 9° Col Moschin.

Abu Abbas, alle 9 del mattino, ordinò ai dirottatori di trattare bene i passeggeri, di chiedere scusa all’equipaggio e di arrendersi, e contemporaneamente chiamò la Farnesina per ottenere un salvacondotto per i quattro. Gli americani dissero di no, Andreotti acconsentì, a patto che non ci fossero vittime. Il Comandante De Rosa, capita la situazione, mentì, affermando che a bordo stavano tutti bene.

Non è mai stato chiarito se Craxi sapesse già di Klinghoffer o no. Paolo Guzzanti, giornalista de La Repubblica, riportò che sapeva tutto. Cornelio Brandini, ex assistente di Craxi, disse il contrario. Quale che sia la verità, un rimorchiatore egiziano raggiunse l’Achille Lauro, prelevò i dirottatori e liberò la nave.

Mubarak, da pochi anni presidente egiziano, dichiarò, mentendo, che i dirottatori non erano in Egitto e che non sapeva nulla dell’ostaggio morto. Anche in questo caso un’intercettazione, stavolta della CIA, scoprì le carte: Mubarak sapeva dell’omicidio e i dirottatori erano in una base egiziana a 30 km dal Cairo, con Abu Abbas, a bordo di un Boeing 737 della Egyptair. Appena decollati, vennero intercettati da due F-14 americani decollati dalla portaerei Saratoga.

Il Boeing provò ad atterrare a Tunisi, poi ad Atene, ma su pressione degli Stati Uniti gli venne negato il permesso di atterrare. Ricordo che al telegiornale della sera del 10 ottobre venne trasmesso un messaggio di Reagan ai terroristi: “Potete scappare, ma non potete nascondervi”.

L’unica base raggiungibile dal Boeing era rimasta Sigonella, in cui c’era un’intera base dell’Aeronautica divisa tra Italia e Stati Uniti. Per i dirottatori e Abu Abbas forse sarebbe stato più sicuro atterrare a Denver.

A quel punto entrò in scena un personaggio del quale è stato detto e scritto di tutto, Michael Ledeen (per informazioni andare a leggere anche solo la sua pagina di Wikipedia). Al tempo era consigliere della Casa Bianca e collaboratore del SISMI.

A Craxi Ledeen non piaceva e per un logico motivo, cioè la presenza dell’ambasciatore Rabb e per non delegittimare la figura del diplomatico, rifiutò di rispondergli al telefono, finché, tramite l’assistente di Craxi, l’americano riuscì a parlare con il Presidente del Consiglio.

Ledeen spiegò a Craxi che il Boeing doveva atterrare proprio a Sigonella. Al quesito di Craxi sul perché di quella idea, Ledeen rispose: “Per il vostro clima perfetto, il vostro cibo delizioso e la vostra cultura millenaria”.

Craxi acconsentì, ordinando però di proteggere l’aereo con le armi. Il venerdì 11 ottobre, appena trascorsa la mezzanotte, l’aereo, scortato dai Tomcat, atterrò. Ma gli F-14, volando in formazione, avevano occultato un C-141, aereo da trasporto e un jet, con a bordo i Navy Seals e il loro comandante Steiner, che forzarono la torre di controllo e atterrarono senza autorizzazione.

Il generale Ercolano Annicchiarico, comandante della base, mandò due blindati a scortare il 737, in modo da fargli raggiungere la porzione di base a giurisdizione italiana.

I Carabinieri e i VAM, la Vigilanza dell’Aeronautica Militare, si disposero a cerchio attorno al Boeing armi in pugno.

I Seals, a quel punto, circondarono i militari italiani e crearono un cerchio più ampio, puntando le armi.

Il generale Annicchiarico chiamò i rinforzi: arrivarono due battaglioni dei Carabinieri che si disposero a cerchio attorno agli americani, puntando a loro volta le armi.

Se uno solo di loro avesse fatto fuoco ci sarebbe stata una carneficina.

Con le conseguenze morali e politiche del caso. L’Italia sarebbe passata dalla parte dei terroristi e si sarebbero rotti tutti gli accordi con gli americani.

Ricordiamo che a quel tempo si era ancora in guerra fredda.

O stavi di qua, o stavi di là.

Reagan, tramite Ledeen, parlò con Craxi e chiese la testa di terroristi e mediatori. Craxi chiese di avere pazienza: ok per la galera ai dirottatori, ma non per i mediatori.

Reagan acconsentì, ma Ledeen, che in quel momento faceva l’interprete, fece capire a Craxi che Reagan era irremovibile.

Craxi capì l’inganno di Ledeen e decise di disobbedire: appena i Delta Force si ritirarono, i dirottatori vennero presi dai Carabinieri, mentre Abu Abbas, ancora sull’aereo, chiese di ripartire. Mubarak, intanto, stava trattenendo i passeggeri e la nave, dichiarando che non li avrebbe rilasciati finché Abbas non fosse partito. Ma gli americani, temendo una cosa del genere, impedivano di fatto il decollo del Boeing.

Badini, uomo di fiducia di Craxi, e il capo del SISMI partirono a quel punto alla volta di Sigonella.

Il 737, su ordine di Craxi, decollò alle 16:30 alla volta di Ciampino, Roma. Altro colpo di scena: i due F-14 americani che volevano impedire il volo si ritrovarono circondati da quattro F-104 della nostra Aeronautica. Per fortuna anche in quel caso nessuno sparò per primo.

Abu Abbas e il suo amico atterrarono incolumi all’aeroporto di Ciampino venerdì 11 ottobre, alle 23.10: dagli USA partì una richiesta di arresto ed estradizione, ma Roma la negò.

Alle 18.30 del 12 ottobre, il 737 decollò di nuovo e atterrò a Fiumicino, dove Abbas venne travestito e sistemato su un aereo di linea yugoslavo, che decollò subito per Belgrado. Quando Rabb andò da Andreotti per sapere di Abbas, Andreotti sorrise e allargò le mani.

Gli americani si arrabbiarono molto.

Ma sapevano che fare la guerra all’Italia, sarebbe equivalso a consegnarla alla Russia.

Abu Abbas venne poi catturato nell’aprile del 2003 da un’incursione dei Navy Seals in Iraq. Morì in carcere, di “infarto”, secondo gli americani.

Oggi, dopo 33 anni, abbiamo una classe dirigente in grado di mantenere i nervi saldi di fronte a una crisi del genere?