Un’impresa titanica

I Titani (in greco antico: Τιτάνες, Titánes; singolare: Τιτάν) erano, nella mitologia e nella religione greca, gli dèi più antichi, nati prima degli Olimpi e generati da Urano (Cielo) e Gea (Terra). Da non confondersi con i Teen Titans, supereroi DC Comics amati dal mio piccolo Alessandro.

I Titani venivano solitamente considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore ed ordinatore degli Dèi dell’Olimpo. Tuttavia nell’antichità erano comunque rappresentati uguali agli esseri umani, allo stesso modo degli déi, anziché in forme mostruose come in alcune loro rappresentazioni contemporanee.

L’origine del termine Τιτάνες non è assolutamente certa. Esiodo la faceva discendere, ma in modo del tutto fantasioso, dal termine τιταίνειν (“produrre uno sforzo”, “tendere in alto”) e da τίσις (“vendetta”, “punizione”) collegandoli alla relazione con Urano, loro padre che li avrebbe chiamati così per disprezzo, per odio.

Proprio per questa interpretazione, quando ci si riferisce a un’opera o un’azione che sembra trascendere le forze e le possibilità umane, si dice “sforzo titanico” o “impresa titanica”.

Tempo fa mi sono occupato dell’olio di palma in “Che fatica” e in “Quante fatiche” per cercare di capire se tutto quello che si dice sia o meno vero. Oggi affronto un’altra impresa, questa volta titanica, per cercare di capire se il latte sia o meno buono e utile per l’uomo.

Il tema latte è uno dei più dibattuti in rete: tra chi lo considera un alimento fondamentale al pari delle verdure e della pasta e chi invece, per scelte etiche o salutistiche, non lo beve evidenziando critiche e problemi.

Intanto partiamo, come sempre, da definizioni e caratteristiche.

Il latte è un liquido bianco che viene secreto dalla ghiandola mammaria delle femmine dei mammiferi, che si caratterizzano come distinta classe zoologica anche per questa fondamentale particolarità. È un’emulsione di olio in acqua, con globuli di grasso di dimensioni molto variabili, da 0,1 a oltre 10 μm. Il μm, simbolo del micrometro è un’unità di misura della lunghezza corrispondente a un milionesimo di metro.

Il colore bianco è dovuto al diverso indice di rifrazione dei grassi, dispersi in emulsione grazie alla caseina, rispetto a quello dell’acqua.

A seconda della specie animale, il latte ha diverse componenti di cui la quantità varia considerevolmente; quando si parla di “latte”, in Italia per legge s’intende quello vaccino, mentre la specificazione risulta obbligatoria per le altre varianti: latte bufalino, latte pecorino, latte caprino, latte di asina.

Vediamoli nella seguente tabella.

Composizione dei nutrienti del latte di diversi mammiferi

Specie Acqua % Residuo secco % Proteine % Grasso % Lattosio % Ceneri %
Donna 87,6 12,4 – 12,6 1,1 – 2 3,7 – 4,5 6,4 – 6,8 0,2 – 0,3
Vacca 87,3 12,2 – 12,7 3,1 – 3,4 3,5 – 3,7 4,9 – 4,9 0,7 – 0,7
Bufala 82,3 17,7 – 21,5 5,1 – 5,9 7,5 – 10,4 4,3 – 4,4 0,7 – 0,8
Pecora 83,6 16,3 – 16,4 5,1 – 5,5 4,3 – 6,2 4,2 – 4,6 0,9 – 0,9
Capra 86,8 12 – 13,2 3,1 – 3,8 3,5 – 4 4,6 0,8 – 0,8
Asina 90,1 9,9 – 10,2 1,7 – 1,8 1,2 – 1,4 6,2 – 6,9 0,5 – 0,5
Cavalla 90,6 9,4 – 11 2 – 2,7 1,1 – 1,6 5,9 – 6,1 0,4 – 0,5
Cagna 75,4 20,7 – 24,6 9,5 – 11,2 8,3 – 9,6 3,1 -3,7 0,7 – 1,2
Cammella 86,5 13,5 – 14,4 3,7 – 4 3,1 – 4,9 5,1 – 5,6 0,7 – 0,8

L’introduzione del latte extraspecie nell’alimentazione umana è un fatto cronologicamente piuttosto recente. Dalle origini della nostra specie, datata a circa 200.000 anni fa, la capacità di digerire da adulti il lattosio contenuto nel latte è da riferirsi a una mutazione genetica occorsa nell’uomo in un periodo non posteriore agli ultimi 7.000 anni. Detta mutazione concerne la sintesi e la persistenza di lattasi in età adulta; la lattasi è un enzima deputato alla digestione dello zucchero caratteristico del latte: in termini più tecnici questa proteina è deputata all’idrolisi enzimatica del lattosio in glucosio e galattosio (lattosio + H2O → galattosio + glucosio). Il lattosio è uno zucchero, un disaccaride tipico del latte e dei suoi derivati. In cento grammi di latte vaccino ne troviamo circa 5 grammi, mentre nel latte materno il contenuto percentuale sfiora il 7% in peso.

A causa della relativa vicinanza in termini di tempo della mutazione, la distribuzione tra la popolazione umana non è omogenea ma varia considerevolmente per individuo ed etnia e quindi vi è un’alta percentuale di intolleranti.

L’attività della lattasi è normalmente alta nell’infanzia, anche se possono venire coliche anche agli infanti a causa di deficit temporanei. Dopo i 5/6 anni di età la produzione di lattasi inizia a decrescere individualmente. Le percentuali variano da una persona all’altra e anche tra etnie diverse, come vediamo nella tabella che segue, dalla quale si può concludere che la maggioranza della popolazione mondiale è intollerante al latte.

Etnia % di intolleranza
Caucasici 10-20%
Mediterranei 40-50%
Orientali 90%
Americani Neri

75%

Africani 50%
Aborigeni 85%

Quindi, come si capisce, tranne i caucasici, o europoidi, cioè la popolazione principalmente diffusa non solo in Europa, ma anche in Nord Africa e in parte del Medio Oriente, tutto il resto del mondo non produce in età adulta la lattasi, risultando quindi altamente intollerante al latte in sé.

Non confondiamo però l’intolleranza al lattosio con l’allergia alle proteine del latte. L’intolleranza al lattosio è un problema che non riguarda il sistema immunitario. Dipende dalla incapacità del sistema digerente di digerire completamente il lattosio e di trasformarlo in uno zucchero semplice. L’unico effetto che può dare è quello della diarrea e del mal di pancia, e dipende dalla dose che si assume.

Mangiando poco lattosio non succede assolutamente nulla: per avere una reazione reale è necessario mangiarne in buona quantità. Persone che dicono di avere diarree per il semplice contatto con una goccia di latte non devono indagare la intolleranza al lattosio, ma una possibile infiammazione da cibo dovuta alle proteine del latte vaccino.

L’allergia alle proteine del latte e la reazione infiammatoria al latte invece, dipendono da una reazione del sistema immunitario e possono causare sia una reazione allergica sia tutti i sintomi della infiammazione da cibo, che vanno dal meteorismo all’emicrania, dall’artrite al reflusso, dalla diarrea alla dermatite. Si tratta di una reazione che non dipende dalla dose introdotta nell’organismo. Possono bastare piccole quantità per scatenare la reazione.

Il vero problema nasce dalla terminologia utilizzata. Per anni la gente ha chiamato “intolleranze alimentari” i fenomeni infiammatori da cibo dovuti ad una reazione immunologica ritardata, e infatti per una condizione come la “Gluten sensitivity”, cioè per quella condizione in cui in seguito all’ingestione di glutine si è in presenza di sintomi in buona parte sovrapponibili a quelli della celiachia e della sindrome da colon irritabile (gonfiore, sonnolenza, diarrea, stipsi, dolori addominali, cefalea, depressione, ecc) ma non c’è atrofia dei villi intestinali né risposta autoimmune dell’organismo, si usa ancora oggi la definizione di “intolleranza al glutine non celiaca”.

Per questo il termine di “intolleranza” resta comunque legato, nella memoria, alla reazione immunitaria che genera infiammazione da cibo.

Il termine di “intolleranza al lattosio”, invece, fa riferimento solo all’aspetto digestivo di uno zucchero e non coinvolge minimamente la reazione immunitaria o infiammatoria. Così la confusione è totale e spesso molte persone che ruotano intorno al mondo sanitario, sono incerti sul significato e sulle implicazioni delle diverse terminologie.

Un intollerante al lattosio, può bere tranquillamente del latte delattosato (senza lattosio, quelli cosiddetti ad alta digeribilità) o mangiare formaggi stagionati (in cui il lattosio è stato consumato), ma continuerà ad avere mal di testa o la colite se fosse ipersensibile alle proteine del latte, ben presenti in qualsiasi latticino anche se privo di lattosio.

Per contrastare l’intolleranza al lattosio (quella biochimica digestiva quindi) basta un controllo della dose introdotta o l’uso di enzimi contenenti lattasi, mentre per la guarigione di una reazione dovuta alle proteine del latte serve una corretta individuazione delle reattività alimentari dell’organismo e l’impostazione di una dieta di rotazione che gradualmente consenta il pieno recupero della tolleranza alimentare.

Nella cura dei fenomeni dovuti alla infiammazione da cibo è spesso necessario aiutare l’organismo con una azione antinfiammatoria e facilitare la giusta colonizzazione intestinale con i probiotici più adatti. Aspetti questi che per la sola intolleranza biochimica al lattosio servono poco.

Poiché l’intolleranza al lattosio viene diagnosticata con un semplice test, spesso le persone si fermano a questa diagnosi e ritengono di potere utilizzare proteine del latte prive di lattosio, mentre in molti casi questa intolleranza biochimica si accompagna ad altre reazioni alimentari che vanno indagate correttamente per consentire una impostazione dietetica che aiuti a riprendere una alimentazione ricca e varia e soprattutto rieduchi l’infiammazione dell’intero organismo.

Il problema è che si diffondono sempre di più  diete e modelli alimentari che escludono il latte o altri elementi dalla dieta quotidiana, perché il latte è entrato nel mirino delle “mode alimentari”. Infatti la maggior parte delle diete risentono di un effetto “moda”.

Le  diete “alcaline” molto di moda in questi anni e riprese in decine di libri commerciali consigliano di evitare o limitare drasticamente l’assunzione di latte. La funzione del rene nel controllo dell’equilibrio acido-base modula i cambiamenti di acidità (pH) del sangue attribuibili all’alimentazione che risultano molto contenuti in termini di entità e durata, infatti l’influenza di un cibo sul pH del sangue risulta solamente “potenziale” e in letteratura scientifica si parla di “carico renale acido potenziale” con l’acronimo PRAL (Potential Renal Acid Load). Le evidenze in merito non vietano l’assunzione di latte, che risulta avere un effetto non significativo sul PRAL, ma pongono l’attenzione in primis sull’aumento del consumo di frutta e verdura.

Un’altra scuola di pensiero che bandisce il latte nella dieta è quella vegana. Il libro più conosciuto a livello internazionale in cui si sostiene che il latte, e in particolare le caseine presenti, possano essere cancerogene è  “The China Study”. Il volume è talmente diffuso che l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro ha pubblicato un documento dove chiarisce che “The China Study” è un testo ritenuto inattendibile dalla comunità scientifica, precisando che non ci sono studi a favore di una dieta che elimini totalmente le proteine di origine animale, in particolare i latticini.

Gli esperti di nutrizione della Harvard University hanno eliminato latte e latticini dalla loro guida per un’alimentazione sana Healthy Eating Plate, che si basa esclusivamente sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili e non è stato sottoposta ad alcuna pressione politica o commerciale dalle lobby dell’industria alimentare. L’invito degli scienziati è quello di “moderare il consumo di latte o di altri prodotti lattiero-caseari a massimo 1-2 porzioni al giorno”, con benefici soprattutto per i bambini. Per gli adulti, invece, consumarli non è essenziale, per una serie di motivi.

Per la Healthy Eating Plate, anzi, bisognerebbe sostituire al latte l’acqua potabile durante i pasti. Gli esperti di nutrizione sottolineano, infatti, che a causa dell’alto livello di grassi saturi, il latte e i derivati sono diventati un alimento che sarebbe meglio evitare. E tra i danni che potrebbe causare alla salute delle persone, si annoverano il rischio di cancro della prostata e cancro ovarico.

Come assumere, allora, il calcio? Sicuramente ve lo starete chiedendo in molti. Dalla Harvard University spiegano: “quelle pubblicità che propongono il latte come la risposta alle ossa forti sono quasi inevitabili. Ma bere il latte si traduce davvero in un rafforzamento delle ossa? La fazione pro-latte è convinta che una maggiore assunzione di calcio, in particolare nella forma dei tre bicchieri di latte al giorno attualmente raccomandati, aiuta a prevenire l’osteoporosi, l’indebolimento delle ossa. Ogni anno, l’osteoporosi porta ad oltre 1,5 milioni di fratture, tra cui 300.000 fianchi rotti. D’altra parte, il risultato per coloro che credono che consumare molto latte e altri prodotti caseari saranno scarsi sul tasso di fratture, ma potranno contribuire a problemi come malattie cardiache o cancro alla prostata”.

Le associazioni tra il consumo di latte e prodotti derivati e il rischio di sviluppare un cancro, nella maggior parte dei casi, sono state esaminate in pochi studi e i dati disponibili sono incoerenti e incompleti. Alcuni riscontri esistono, ma sono deboli per puntare il dito contro il latte e i suoi prodotti derivati, tra gli elementi che contraddistinguono la dieta mediterranea. Quando si parla di tumore, si intende uno spettro di oltre duecento malattie, accomunate dalla crescita incontrollata di una particolare linea cellulare. Per il resto, ogni cancro fa storia sé.

Il latte, come tutti i suoi derivati, contiene micronutrienti e composti bioattivi che possono influenzare il rischio di insorgenza (e di progressione) di un tumore. Ma quando si parla delle proprietà benefiche degli alimenti, le semplificazioni vanno evitate. Dimostrare l’effetto di uno di essi, e non della qualità complessiva della dieta, sullo sviluppo dei tumori (considerando che gli effetti possono essere anche opposti, in base agli organi) è oggi quasi impossibile.

Gli studi condotti non sono stati sufficienti a rispondere a questa domanda. Dunque, così come cavoli, pomodori e melanzane – da soli – non fanno miracoli, un bicchiere di latte al giorno non “condanna” nessuno al cancro.

Insomma pare che le evidenze scientifiche non siano poi così evidenti.

Il calcio è sicuramente importante. Ma il consumo del latte (da preferirsi scremato) non è l’unica, o anche non è la migliore, via per assumerlo. Difatti non è così chiaro ed evidente alla scienza che si abbia bisogno del quantitativo di calcio generalmente consigliato e che i prodotti lattiero caseari siano la migliore via per assumerlo per la maggior parte delle persone. Ovviamente non si nega che per i bambini il latte sia una fondamentale risorsa di calcio e vitamina D.

Dobbiamo anche considerare che il latte che noi oggi beviamo (ma vale per tutto quello che ci circonda, dagli alimenti ai vestiti, dalla plastica al cemento) è abbastanza diverso rispetto a quello che bevevano i nostri antenati, il latte che si beve oggi infatti non è un cibo perfettamente naturale. Lo scenario delle vacche da latte che brucano serene nei prati verdi, fa parte di un immaginario collettivo bucolico che in realtà non esiste.

E quindi il latte fa bene? Fa male? Lo dobbiamo bere? Come dico sempre, è l’eccesso che crea guai. Quindi, a meno di allergie (e per questo fate i test), un bicchiere di latte non fa più male di tante altre cose. Quello che fa male, sicuramente, è prendere una posizione senza essere informati!

Furia e arena

L’uomo, nell’arco della sua esistenza, ha sostanzialmente modificato tutto l’ambiente circostante (in modo irreparabile, potrebbe pensare qualcuno, ma non è così). Consideriamo le foreste.

Una volta, agli albori della storia, l’Europa era coperta di un’immensa foresta primigenia, dove le sparse radure dovevano sembrare delle isolette in un oceano di verde.

Fino al primo secolo Avanti Cristo, la selva Ercinia si estendeva dal Reno verso oriente per un’immensa e sconosciuta distanza; alcuni Germani, interrogati da Cesare, avevano viaggiato per due mesi attraverso di essa senza trovarne la fine. Quattro secoli più tardi fu visitata dall’imperatore Giuliano, e la solitudine, l’oscurità e il silenzio della foresta, sembra facessero una profonda impressione sul suo sensibile temperamento; egli dichiarò che non conosceva nulla di simile in tutto l’Impero romano.

In Inghilterra le selve del Kent, del Surrey e del Sussex sono i resti della grande foresta di Anderida che ricopriva tutto il sud-est dell’isola. A ovest sembra che si estendesse fino ad unirsi con un’altra foresta che andava dall’Hampshire al Devon. Nel regno di Enrico II i cittadini di Londra andavano ancora a caccia al toro selvatico e al cinghiale nella selva di Hampstead. Sin sotto gli ultimi Plantageneti, le foreste regali ammontavano a sessantotto. Nella foresta di Arden si diceva che fino ai tempi moderni uno scoiattolo potesse andare da un albero all’altro per tutta la lunghezza del Warwickshire.

Fino al secolo IV a.c., Roma era divisa dall’Etruria centrale dalla temuta foresta del Cimino che Livio paragonava alle selve della Germania.

Oltre a edificare intere città distruggendo quelle immense foreste, l’umanità ha fatto anche cose buone. E non parlo delle meraviglie architettoniche come le Piramidi o il Taj Mahal.

Ad esempio, il tasso di mortalità nei paesi industrializzati è sceso drasticamente nel secolo scorso: se nell’era pre-industriale si viveva in media 30 anni, oggi, un uomo che vive in Giappone ha una speranza di vita di 72. E soprattutto la mortalità è diminuita di 200 volte fra i 10 e i 20 anni, che è davvero molto. E questo grazie all’aumentata accessibilità alle cure mediche, che una volta erano veramente per pochi e allo stile di vita tutto sommato agiato che conduciamo.

L’uomo ha inventato anche l’arte. L’arte, per come noi la intendiamo, è abbastanza recente. Più o meno nel periodo denominato “Illuminismo”, si sciolse il vincolo che c’era stato fino ad allora tra arte e artigianato.

Tanto è vero che l’etimologia della parola arte deriva dalla radice ar- che in sanscrito significava “andare verso”, e, in senso traslato, “adattare”, “fare”, “produrre”. Questa radice la si ritrova nel latino ars, artis. Originariamente, quindi la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, la capacità di fare armonicamente, in maniera adatta.

La tendenza a considerare opere d’arte le tragedie di Sofocle, le cantate di Bach o i dipinti di Leonardo induce a trascurare dati importanti quali il valore politico delle rappresentazioni teatrali nell’antica Grecia, la funzione religiosa e sociale della musica, il ruolo della committenza e dei collaboratori nella pittura rinascimentale. Non si tratta di ridimensionare la qualità del lavoro degli artisti, ma di interpretare correttamente i documenti del passato: se l’apprezzamento delle loro opere si basa oggi su criteri come indipendenza e originalità, ciò non significa che fu sempre così.

Guardare i dipinti del Rinascimento isolati, oppure leggere i componimenti di Shakespeare nelle antologie o ascoltare le Passioni di Bach in un auditorium per concerti sono azioni che rinforzano l’impressione fasulla secondo la quale, nel passato, la gente condivideva il nostro concetto di arte come regno delle opere autonome destinate alla contemplazione estetica.

Ovviamente quella concezione di arte si è evoluta attestandosi sempre più su posizioni di ricerca e di sperimentazione formale, mentre l’arte pura “assimilava” una serie incredibile di fenomeni, dalla fotografia al cinema al jazz.

Anche lo sport, in alcuni suoi gesti, è assimilabile all’arte.

A chi non è mai capitato di rimanere a bocca aperta davanti a certe performance sportive, come il passante lungolinea di Ivan Lendl o la falcata impressionante di Carl Lewis?

La storia dell’attività fisica comincia praticamente con quella del genere umano. Fin dalla comparsa delle prime civiltà le attività ginniche e sportive hanno sempre avuto un ruolo in primo piano. Solo in epoca moderna lo sport ha assunto valenza culturale e sociale ancora maggiore. Lo sport è diventato fenomeno di massa con rilevanti conseguenze in campo economico, sociale ed educativo, mentre in età preistorica l’attività fisica era strettamente legata alla sopravvivenza e gli uomini dovevano essere scattanti, efficienti, pronti ed atletici. Anche le danze rituali contribuivano a mantenere in allenamento ed in esercizio il corpo.

E assieme allo sport, come dicevo fenomeno di massa, è aumentata la risonanza di certi gesti, soprattutto quelli esecrabili. Mi riferisco alla violenza che fa da contorno a certi eventi sportivi.

Cosa induce un individuo a comportarsi con violenza nella cornice di un evento sportivo? Già nell’antichità, durante i giochi dei gladiatori, si verificavano gravi scontri e aggressioni; per molti versi, quindi, la violenza negli stadi di oggi rappresenta qualcosa di simile a ciò che accadeva in passato.

È come se la razionalità venisse soppiantata dalle emozioni che prendono l’avvento al di là del controllo del soggetto. La violenza tra tifoserie ricorda tristemente la guerra: combattere nel nome di valori, norme e ragioni. Ma perché un uomo dovrebbe prendersi ”così a cuore” una causa sportiva quasi si trattasse di vivere o morire per la patria?

Perché entrambe le situazioni fanno leva sul sentimento di identità, cioè sul bisogno di identificarsi ed esprimersi seguendo certi valori. Tutti noi abbiamo bisogno di costruire una nostra identità a partire dal contesto in cui ci troviamo. C’è chi emerge e diventa un leader, un punto di riferimento della folla, e chi segue il leader. E, nonostante l’essere umano possa contare su di una razionalità di gran lunga più sviluppata se paragonata a quella degli altri mammiferi, la ricerca di emozioni rappresenta il sale della vita.

C’è chi allora da una parte vive con equilibrio la vita, ricercando forme espressive basate sul rispetto altrui, e chi tende a vivere sfogando la propria aggressività in un certo ambito piuttosto che in un altro.

Come è possibile allora costruire una società più sana ed emotivamente equilibrata? Attraverso l’educazione alla compassione, al rispetto, all’altruismo e alla gestione della propria emotività. A volte però, quello che accade, succede proprio per colpa di chi queste cose dovrebbe controllarle. Torniamo indietro di qualche anno.

Liverpool-Nottingham Forest, il 15 aprile 1989, si giocava in campo neutro. Il Liverpool e il Nottingham erano due delle squadre inglesi più forti, in quel periodo: l’anno prima erano rispettivamente arrivate prima e terza, e nella stagione in corso Liverpool era secondo appena dietro all’Arsenal (che quell’anno vinse il campionato per la prima volta in 28 anni, battendo proprio il Liverpool per 2-0 all’ultima giornata). All’epoca il Nottingham, che è stato fondato nel 1865 ed è una delle squadre di calcio più antiche del mondo, non vinceva la FA Cup da quarant’anni esatti (né l’avrebbe più vinta: da molti anni gioca in Premiership, la Serie B inglese, senza grandi ambizioni).

Come per tutte le partite importanti, allo stadio erano previste molte migliaia di tifosi, dell’una e dell’altra squadra. Verso le due e mezza del pomeriggio, circa mezz’ora prima dell’inizio della partita, migliaia di tifosi del Liverpool stavano ancora aspettando di entrare allo stadio nei due settori della curva a loro riservati, il numero 3 e il numero 4. Ai due settori, che più tardi si scoprì potevano contenere solo 1600 persone, si accedeva tramite alcuni tornelli.

Attorno alle tre meno un quarto la curva era stata riempita per intero, ma la maggior parte dei tifosi del Liverpool era rimasta fuori dallo stadio. Alle 14.52, visto che la situazione non si sbloccava, la polizia decise di aprire un cancello che di solito serviva a fare uscire i tifosi dallo stadio, il cosiddetto “Gate C”: secondo le testimonianze, moltissimi tifosi – senza che nessuno gli controllasse il biglietto – si riversarono nel tunnel che dal Gate C portava ai settori 3 e 4 e schiacciarono le persone che avevano già preso posto in piedi, spingendole verso il basso e contro la recinzione che separava gli spalti dal campo.

In pochi minuti, un totale di circa 3000 persone occupò i settori 3 e 4. In molti provarono quindi a scavalcare le recinzioni laterali, che confinavano con i settori 1 e 5, oppure a entrare direttamente in campo scavalcando la recinzione nella parte più bassa dei due settori.

A un certo punto crollò una transenna che separava la parte superiore dalla parte inferiore di un settore: molta gente precipitò addosso a quelli che stavano sotto. A circa sei minuti dall’inizio della partita, alle 15:06, un poliziotto entrò in campo e ordinò all’arbitro di sospendere la partita, mentre moltissimi tentavano ancora di scappare dai due settori arrampicandosi sulle recinzioni. I tifosi si accorsero che molti di loro erano feriti e improvvisarono delle barelle staccando alcuni cartelloni pubblicitari. Nonostante ci fossero molte ambulanze sul posto i soccorsi tardarono ad arrivare: troppa gente occupava il loro tragitto. Quel pomeriggio morirono schiacciate e soffocate 95 persone, un’altra nel 1993 dopo anni di coma; centinaia di persone rimasero invece ferite.

Per la cronaca sportiva, la partita fu ripetuta il 7 maggio all’Old Trafford di Manchester: vinse per 3-1 il Liverpool, che quindici giorni dopo si aggiudicò la FA Cup, battendo i cugini dell’Everton nella finale di Wembley.

Subito dopo la strage, la Camera dei lord affidò a lord Peter Taylor il compito di indagare sulle cause dell’accaduto, che redasse un rapporto, detto appunto “Taylor report”. In quel documento, oltre a stabilire con precisione le cause della tragedia, si intendeva ridisegnare le norme di sicurezza negli stadi inglesi.

Nell’agosto 1989 fu pubblicato un primo rapporto interim, cui fece seguito quello definitivo, pubblicato nel gennaio 1990.

Tra le riforme più importanti introdotte dal rapporto vi è l’obbligo per tutti gli stadi di prevedere soli posti a sedere da riservare a tutti gli spettatori muniti di biglietto. La Football League inglese e la Football League scozzese imposero l’obbligo per tutti i club di prima e seconda divisione di dotarsi di impianti con soli posti a sedere.

Alcuni club avevano iniziato a modernizzare i propri stadi ancor prima dell’introduzione della regola. Il St. Johnstone, per esempio, aveva dato il via alla costruzione del McDiarmid Park, che aprì i battenti in tempo per la stagione 1989-90.

Fino ad allora gli spettatori erano costretti a stazionare in piedi e in spazi ristretti. In realtà Il rapporto Taylor non affermava che i posti in piedi fossero intrinsecamente un fattore di rischio, ma il governo stabilì che da quel momento in poi gli stadi a norma sarebbero stati quelli aventi unicamente posti a sedere. L’associazione Stand Up Sit Down conduce, a tal proposito, una campagna per giungere ad un compromesso, concedendo ad alcuni tifosi la possibilità di stare in piedi, anche in una zona con posti a sedere.

Tuttavia il processo che seguì non contribuì a far piena luce sui fatti e soprattutto sulle responsabilità dell’accaduto, anche se fu chiaro che le cause del disastro andavano ricercate soprattutto nella disorganizzazione e nella leggerezza con cui la polizia aveva proceduto ad aprire il Gate C.

In questo contesto di poca chiarezza, per più di vent’anni i sostenitori del Liverpool presenti quel giorno all’Hillsborough Stadium (sia i morti che i sopravvissuti) furono ingiustamente considerati come i responsabili della strage; versione dei fatti immediatamente cavalcata dalla stampa tabloid britannica – il Sun su tutti – che dopo la tragedia titolò in prima pagina perfino di presunti atti di depredazione dei tifosi degli Scousers (l’accento scouse è fortemente distintivo e suona completamente diverso da quello delle vicine regioni del Cheshire e del Lancashire. Gli abitanti di Liverpool sono detti in inglese Liverpudlians ma spesso nel linguaggio colloquiale sono definiti Scousers), nei confronti dei cadaveri all’interno dell’impianto. Il giorno dell’uscita di quel numero del Sun i tifosi del Liverpool indirono un boicottaggio che dura ancora oggi.

Solo nel settembre del 2012 – a seguito di una nuova inchiesta dell’Hillsborough Independent Panel, commissione presieduta dal vescovo di Liverpool – il governo inglese, per voce del premier David Cameron, ha ufficialmente riconosciuto le colpe della polizia di South Yorkshire e scagionato definitivamente la tifoseria dei Reds («non sono stati la causa del disastro»), chiedendo pubblicamente scusa ai parenti delle vittime per la «doppia ingiustizia: l’incapacità di proteggere le vite dei loro cari e l’imperdonabile attesa per arrivare alla verità». L’inchiesta del Panel ha svelato che – a differenza delle versioni ufficiali precedentemente date alla stampa – alle 15:15 di quel pomeriggio, 59 delle 96 vittime erano ancora in vita, e 41 di esse avrebbero potuto essere salvate se fossero stati prestati loro soccorsi tempestivi.

Dal nuovo lavoro d’indagine è inoltre emerso che la polizia di South Yorkshire avrebbe “indirizzato” i media britannici verso una versione dei fatti diversa da quanto realmente accaduto, modificando sostanzialmente a loro favore anche 164 testimonianze di chi era presente allo stadio, con l’intento di assolvere poliziotti e soccorritori dalle loro colpe e manchevolezze. In definitiva, la polizia di South Yorkshire mentì, e la tragedia venne strumentalizzata per orientare favorevolmente l’opinione pubblica britannica verso una stretta repressiva nei confronti degli hooligan, portata avanti dal governo dell’allora primo ministro Margaret Thatcher e avallata dalle conclusioni del rapporto Taylor. A seguito di questi nuovi fatti, nel dicembre dello stesso anno il presidente dell’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra e Galles ha annullato il verdetto della precedente inchiesta del 1989, disponendo una nuova indagine sulla strage.

I tifosi dei Reds ricordano annualmente i 96 morti, con una commemorazione molto toccante che ha luogo ogni 15 aprile nella curva Kop dello stadio di Anfield. Qui l’orologio è sempre fermo alle 15:06, ora del fischio di sospensione di quella tragica partita.

La punizione al contrario

Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince – Gary Lineker

Piaccia o non piaccia, il festival della canzone italiana, più noto come Festival di Sanremo, è lì, e occupa praticamente il palinsesto televisivo della prima settimana di febbraio. L’ultima edizione, la 67a, come le recenti passate, ha visto anche una massiccia presenza sul web. Non c’è ormai programma televisivo che non abbia la propria pagina internet, il profilo social e così via. Ed è quindi un’occasione di visibilità, tant’è che molti cantanti, una volta sulla cresta dell’onda ed ora in declino, fanno a spallate per esserci.

In questa edizione, come ormai nelle ultime, non c’è stata solo la coppia di conduttori ma anche un ospite fisso, che in questo caso è stato un noto “comico” genovese (no, non quello che ha fondato un partito…). Una sua frase mi ha particolarmente colpito.

“Siamo sempre a rimpiangere il passato, in ogni epoca. In qualsiasi epoca uno viva pensa sempre che ce ne sia stata una migliore prima. Oggi rimpiangiamo gli anni ’80, negli anni ’80 si rimpiangevano i ’60, prima la Belle Époque, il Neo Gotico e prima ancora il Rinascimento…”.

Ed in effetti anche io faccio parte di quelli che ogni tanto pensa “ai miei tempi…”. Su alcune cose oggettivamente ho torto, e me ne rendo conto, ma la nostalgia non si chiamerebbe così se non fosse nostalgica…

Ad esempio, recentemente sono stato in uno stadio del nord Italia con il mio amico Roberto e posso sicuramente affermare che ai miei tempi… le cose erano sicuramente peggiori!!!

A volte (quasi sempre) andavamo in treno e quasi sempre i treni erano chiamati “speciali”. Non so cosa abbiano di speciale treni notturni con otto posti per scompartimento, condizioni igieniche precarie e rumori, freddo e tutto il campionario di schifezze che si possono immaginare. Allo stadio sedevamo su gradinate senza seggiolini, quasi sempre sotto la pioggia, poiché non c’erano coperture, rischiando l’ipotermia più di una volta. E la compagnia non è che fosse delle migliori, non esistevano tessere del tifoso, D.A.SPO. (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e posti nominativi…

Da appassionato sopportavo e avrei sopportato anche di più, avessi potuto.

Ma non sempre si può essere presenti. Ad esempio, sarei andato volentieri ad assistere al Campionato mondiale di calcio del 1974 organizzato in Germania Ovest, ma avevo solo 6 anni e mi affacciavo solo allora al mondo del calcio. In quegli anni fu inventato il “calcio totale” dall’Olanda.

Calcio totale (totaalvoetbal in olandese) è l’espressione con cui nel calcio si definisce quello stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è subito sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere inalterata la propria disposizione tattica. Secondo questo schema di gioco nessun giocatore è ancorato al proprio ruolo e nel corso della partita chiunque può operare indifferentemente come attaccante, centrocampista o difensore.

In quegli anni il calcio totale trovò attuabilità grazie alla consacrazione del fuoriclasse olandese Johan Cruijff che, benché venisse schierato solitamente come centravanti, si muoveva in ogni gara a tutto campo a seconda dello sviluppo delle singole azioni, cercando sempre la posizione dove avrebbe potuto essere più pericoloso. I compagni si adattavano ai suoi movimenti, scambiandosi di posizione in maniera regolare in modo che i ruoli fossero comunque tutti coperti, anche se non sempre dalla stessa persona.

Parlare dell’Olanda oggi a chi non la visse allora in diretta, è come tentare di spiegare perché Citizen Kane (Quarto potere) di Orson Welles è considerato il film più rivoluzionario della storia del cinema. Perché adesso si gioca a zona anche negli amatori, la squadra concentrata in 30 metri è un’ovvietà, gli attaccanti che non pressano e aspettano la palla in area non esistono più, mentre espressioni come “terzini d’attacco” o “sovrapposizioni sulle fasce” sembreranno tautologie a un bambino di una qualsiasi scuola calcio di periferia. Ma tutto ha inizio lì, con la grande Olanda.

Vi assicuro che era impossibile non innamorarsi del calcio guardando una partita dell’Olanda. Ricordo che alcuni dei miei compagni di giochi tifavano orange proprio per quello.

Il mondiale non fu in realtà uno dei più belli, per tutta una serie di motivi.

La contestazione studentesca si era spostata dalle aule alle fabbriche e alcune nazioni dovevano affrontare la prima grande recessione del dopoguerra. In Germania e in Italia esisteva il fenomeno del terrorismo interno e il massacro di Monaco di Baviera avvenuto durante le Olimpiadi estive del 1972 aveva scosso tutto il mondo sportivo di allora.

Ma il motivo per cui quei mondiali sarebbero diventati memorabili stanno tutti in un gesto che con lo sport aveva poco a che fare.

L’autore fu Joseph Mwepu Ilunga, (1949 – 2015), calciatore della Repubblica Democratica del Congo, in passato conosciuta come Zaire.

Lo si ricorda per un episodio particolare: durante la partita contro il Brasile, ultima del Gruppo B, all’85º minuto, sul risultato di 3-0 per i Brasiliani, era stata assegnata una punizione proprio ai sudamericani che avrebbe dovuto battere Rivelino; al momento del tiro, Mwepu uscì dalla barriera calciando via il pallone, venendo poi ammonito dall’arbitro.

La partita finì 3-0 e gli africani tornarono a casa senza punti per via della sconfitta col Brasile, con la Scozia (2-0) e con la Jugoslavia (9-0). Questo gesto venne considerato estremamente comico e purtroppo lo è tuttora, complice la visibilità che YouTube ha dato in questi ultimi anni al fatto.

Cosa c’era però dietro quel gesto a prima vista folle?

Facciamo un salto in Zaire qualche anno indietro per capirlo.

Il 1967 fu l’anno di fondazione del Movimento Popolare della Rivoluzione, il partito politico congolese presieduto da Joseph-Désiré Mobutu, poi noto come Mobutu Sese Seko Koko Ngbendu Wa Za Banga (“Mobutu il guerriero onnipotente che, per la sua infinita e inflessibile volontà di vittoria, andrà di conquista in conquista lasciando il fuoco sulla sua scia”). Salito al potere nel 1960, in piena guerra fredda, grazie a un colpo di stato sostenuto dal Belgio e dalla CIA contro il governo di Patrice Lumumba, che a sua volta si era insediato democraticamente dopo anni di dominazione belga, Mobutu rimase al potere fino al 1997, grazie a dei simulacri di votazione che gli garantivano a ogni tornata il 99,9% dei consensi.

 Oltre a eliminare le origini belghe dal suo nome e vietare i vestiti occidentali, in attuazione del suo programma di “autenticità africana”, nel 1971 Mobutu dette alla sua nazione, la Repubblica Democratica del Congo, il nome di Zaire, che deriva dal modo in cui a volte i portoghesi chiamavano il fiume Congo, adattamento delle parole congolesi “nzere” o “nzadi”, cioè “il fiume che inghiotte tutti i fiumi”, idronimo che ben si addice alla sete di potere del dittatore.

 Nonostante le grandi ricchezze naturali del paese, compresi rame, oro e diamanti, la maggior parte della popolazione zairese continuava a vivere in estrema povertà, mentre Mobutu se la spassava nella sua villa, godendosi un patrimonio che crebbe fino a circa 5 miliardi di dollari (alcune fonti dicono 15).

Nel marzo del 1974 lo Zaire trionfò in Coppa d’Africa, e aveva già in tasca il pass per giocarsi i Mondiali di Germania Ovest dell’estate seguente, grazie al 3-0 sul Marocco nella sfida decisiva della fase di qualificazione. “Quando ci siamo qualificati per la fase finale Mobutu ci ha dato il benvenuto a casa sua e ha regalato a ognuno di noi un’automobile e una casa” ricordò Mwepu. “I generali di Mobutu erano così gelosi dei regali che egli dovette comprare anche a loro una macchina a testa, per tenerseli buoni”. Lo Zaire sarebbe stata la prima compagine dell’Africa subsahariana a prendere parte alla rassegna iridata. Non la prima africana in assoluto: dopo il debutto dell’Egitto già a Italia ’34, a Messico ’70 aveva ben figurato il Marocco allenato dal macedone Blagoja Vidinić, che nel ’74 sedeva proprio sulla panchina dello Zaire.

Il sorteggio dei gruppi della prima fase del torneo aveva riservato allo Zaire tre avversarie di tutto rispetto: Scozia, Jugoslavia e, appunto, Brasile. Con gli scozzesi era arrivata una sconfitta per 2-0 (Lorimer e Jordan, futuro milanista, i marcatori). Il dramma si sarebbe materializzato nella seconda gara, quella contro gli jugoslavi, connazionali del commissario tecnico dei “Leopardi”: la disfatta per 9-0 aveva provocato la terribile reazione del dittatore africano, proprio come aveva testimoniato Mwepu alla televisione inglese: “Pensavamo che saremmo diventati ricchi, appena tornati in Africa, ma dopo la prima sconfitta venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9-0 con la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto dal Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa”

Nel 2002 Mwepu ha ricordato con rabbia quei momenti: “Avevamo l’erronea convinzione che saremmo tornati dalla Coppa del Mondo milionari, invece siamo tornati a casa senza un centesimo in tasca. Prima della partita contro la Jugoslavia abbiamo saputo che non saremmo stati pagati, così abbiamo rifiutato di giocare”. Nell’estate 2014 ha aggiunto: “Avevamo passato due mesi lontani dalle nostre famiglie, senza i mezzi di comunicazione moderni. E loro si prendono i nostri soldi? Fino a due ore prima del calcio d’inizio non avevamo nemmeno intenzione di giocare. Poi ci furono minacce. Ci dissero che se non avessimo giocato ci avrebbero mandato in prigione, così siamo scesi in campo, ma abbiamo sabotato la partita: un po’ come uno sciopero”.

Per diversi anni si è pensato che Mwepu non conoscesse il regolamento, ipotesi alimentata dalla voce secondo cui i colonizzatori belgi, nell’insegnare il calcio agli abitanti dello Zaire, avevano spiegato che se un calcio di punizione non fosse stato battuto entro tre secondi dal fischio dell’arbitro, la palla tornava a essere giocabile da entrambe le squadre. Eppure, nei filmati reperibili in rete, pare che Ilunga inizi a scattare nell’istante successivo al fischio.

 In realtà, quel gesto affondava le sue radici nei giorni tra la partita contro la Jugoslavia e quella contro il Brasile, quando il ritiro dello Zaire fu avvolto dal caos. Senza alcuno stimolo economico, molti giocatori avrebbero voluto ancora una volta non presentarsi all’incontro per evitare una seconda umiliazione. Intanto Mobutu, furioso per il deprimente 0-9 contro gli slavi, decise di intervenire direttamente, come ha ricordato Mwepu nell’intervista del 2002: “Dopo la partita, Mobutu inviò le guardie presidenziali per minacciarci. Chiusero fuori dall’hotel tutti i giornalisti e ci dissero che se avessimo perso con più di tre gol di scarto contro il Brasile, nessuno sarebbe stato in grado di tornare a casa”.

Mwepu, insieme al pallone cercava di allontanare la paura, voleva soltanto far scorrere il cronometro, perché anche una manciata di secondi avrebbe potuto indirizzare il suo destino e quello dei suoi compagni su sentieri ben diversi. Qualche altro brivido percorse la schiena dei “leopardi” dopo quella punizione, ma la quarta rete non arrivò mai.

Il ritorno a casa dei “leopardi”, dopo le 3 sconfitte e i 14 gol subiti a fronte di zero reti realizzate, fu molto duro. La figuraccia in mondovisione li aveva resi persone poco gradite al Potere, che smise di finanziare la Nazionale e sottopose a vessazioni soprattutto i giocatori più famosi. Ma questa, è un’altra storia.

 

 

 

 

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=G6aKnshmPjU

Sliding Doors

«Diciamo che ci capiti di uccidere accidentalmente un topo di qui. Ciò significa che tutte le famiglie discendenti da questo topo verranno distrutte, giusto?» «Giusto». «E tutte le famiglie delle famiglie delle famiglie discendenti da quello specifico topo. Schiacciando il primo, lei cancella la successiva dozzina, poi un migliaio, un milione, un miliardo di topi possibili». «Così, sono morti» disse Eckels. «E allora?» «E allora?» sbuffò Travis, ma senza irritarsi. «Cosa dice delle volpi che hanno bisogno di quei topi per sopravvivere? Per mancanza di dieci topi una volpe muore. Per mancanza di dieci volpi un leone muore di fame. Per mancanza d’un leone, ogni genere d’insetti, avvoltoi, infiniti miliardi di forme di vita vengono scagliate nel caos e nella distruzione. Alla fine, tutto si riduce a questo: cinquantanove milioni di anni più tardi, un cavernicolo, uno di una dozzina nel mondo intero ,va a caccia di cinghiali selvaggi o di tigri dai denti a sciabola per procurarsi del cibo. Ma lei, amico, ha calpestato tutte le tigri di quella regione. Calpestando un singolo sorcio. Così il cavernicolo muore di fame. E quel cavernicolo, la prego di osservare, non è un qualsiasi uomo sacrificabile, no! Egli rappresenta un’intera nazione futura. Dai suoi lombi sarebbero sorti dieci figli. Dai loro lombi, cento figli, e così avanti fino alla fondazione d’una civiltà. Distrugga questo singolo uomo, e lei distruggerà una razza, un popolo, un’intera storia della vita. È paragonabile all’uccisione di qualcuno dei nipoti di Adamo. Il suo piede che schiaccia quel singolo topo, potrebbe dare inizio a un terremoto, i cui effetti potrebbero scuotere la nostra terra e i nostri destini lungo il fiume del tempo, fino alle loro stesse fondamenta. Con la morte di quel singolo cavernicolo, un miliardo di altri non ancora nati verranno strangolati nell’utero. Forse Roma non sorgerà mai sui suoi sette colli. Forse l’Europa resterà per sempre una cupa foresta, e soltanto l’Asia diverrà ricca e brulicante. Calpesti un topo, e frantumerà le piramidi. Calpesti un topo, e lei lascerà la sua impronta, simile a un Grand Canyon, attraverso l’eternità. La regina Elisabetta potrebbe non essere mai nata. Washington potrebbe non attraversare mai il Delaware, potrebbero non essere mai nati gli Stati Uniti. Così, faccia attenzione. Rimanga sul sentiero. Non scenda mai! » (A Sound of Thunder, Ray Bradbury, 1952)

A chi non è mai capitato di pensare: “E se quel giorno avessi scelto una strada piuttosto che un’altra…”? Qualunque cosa facciamo, sappiamo che il tempo ha una sola direzione (a meno di subire l’effetto Čerenkov, ma per noi umani sarebbe difficile…) e sappiamo che questa va dal passato al futuro.

Ci sono vari modi per denominare un paradosso che si creerebbe se potessimo tornare indietro nel tempo e cambiare un avvenimento della nostra vita. Uno di questi è effetto farfalla. L’effetto farfalla si basa sull’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

L’espressione si ritiene sia stata ispirata da uno dei più celebri racconti fantascientifici di Ray Bradbury, Rumore di tuono (A Sound of Thunder – 1952): nell’anno 2055 si organizzano dei safari nel tempo, per cacciatori che cercano emozioni fuori dal tempo e dall’ordinario. Una spedizione però finisce male: un cacciatore spaventato scappa dalla piattaforma in metallo antigravità camminando qualche passo sulla terra di milioni di anni fa. Questo evento apparentemente insignificante causa nel futuro cambiamenti radicali, come il cambiamento del presidente appena eletto o della lingua: la targa di presentazione della ditta di viaggi nel tempo cambia e con lei anche l’inglese parlato da un socio della ditta. Il cacciatore così controlla sotto la suola della sua scarpa, e vi trova una bellissima farfalla preistorica, morta. Per una piccola morte, eventi a catena a effetto domino hanno cambiato per sempre il futuro.

“Rumore di tuono” è una difesa profondamente sentita di ogni forma di vita e di rapporti reciproci fra tutte le creature. Tornare indietro nel tempo, in sé e per sé, minaccia di creare un paradosso, e nessuno l’ha descritto altrettanto bene o con uguale forza di quanto abbia fatto Ray Bradbury in questa storia. Questa è la storia di Ray Bradbury che preferisco fra tutte quelle che ha scritto e che io ho letto.

Alan Turing, in un saggio del 1950, anticipava questo concetto:

“Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.” (Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950).

A conti fatti, perciò, una singola azione può determinare imprevedibilmente il futuro: nella metafora della farfalla s’immagina che un semplice movimento di molecole d’aria generato dal battito d’ali dell’insetto possa causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano.

Edward Lorenz fu il primo ad analizzare l’effetto farfalla in uno scritto del 1963 preparato per la New York Academy of Sciences. Secondo tale documento, “un meteorologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre”. In discorsi e scritti successivi, Lorenz usò la più poetica farfalla, forse ispirato dal diagramma generato dagli attrattori di Lorenz, che somigliano proprio a tale insetto, o forse influenzato dai precedenti letterari (anche se mancano prove a supporto). “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” fu il titolo di una conferenza tenuta da Lorenz nel 1972.

L’altro giorno leggevo che Gigi Riva aveva pubblicato un libro e pensando fosse il calciatore, sono andato a comprarlo. In effetti, non si tratta di “Rombo di Tuono” (strano vero? Il soprannome che fu dato all’attaccante del Cagliari e della nazionale da Gianni Brera assomiglia al titolo del racconto di Bradbury…), ma del caporedattore centrale de “L’Espresso”, che ha scritto “L’ultimo rigore di Faruk” per la Sellerio editore.

E chi è Faruk? E perché si apre un paradosso? Torniamo indietro al 1990, mondiali di calcio in Italia…

Il campionato mondiale di calcio 1990 o Coppa del Mondo FIFA del 1990 (noto anche come Italia ’90) è stata la quattordicesima edizione del campionato mondiale di calcio per squadre nazionali maggiori maschili organizzato dalla FIFA. Si svolse in Italia dall’8 giugno all’8 luglio 1990 a 56 anni di distanza dal Mondiale organizzato in Italia nel 1934 e vinto dagli azzurri di Vittorio Pozzo.

Nelle qualificazioni, il Brasile rischiò l’eliminazione; cadde la Francia, reduce da due semifinali mondiali consecutive, superata da Scozia e Jugoslavia, con il neo commissario tecnico Platini che non riuscì a far qualificare i transalpini. Fuori anche la Polonia, che, con la fine dell’era-Boniek, si ritrovò eliminata da Inghilterra e Svezia. La favorita numero uno fu indicata proprio nell’Italia, forte della positiva impressione destata agli Europei del 1988 e, soprattutto, padrona di casa, mentre in seconda fila si ritrovarono una nutrita pattuglia di nazionali i cui giocatori erano in Serie A, come l’Argentina di Maradona, fresco scudettato con il Napoli, la Germania Occidentale del “Kaiser” Beckenbauer, basata sul trio interista Matthäus-Klinsmann-Brehme e sul duo romanista Völler-Berthold, nonché i Paesi Bassi del trittico rossonero van Basten-Gullit-Rijkaard, che tornava ai Mondiali a dodici anni dalla finale persa in Argentina e forte del titolo europeo conquistato due anni prima.

La nazionale che stupiva di più però, soprattutto per il talento dei giocatori presenti, era la Jugoslavia. “Se voi avete Baggio, noi di Baggio ne abbiamo sei”, provoca Ivica Osim, il selezionatore di una nazionale soprannominata il Brasile d’Europa per come sapeva vincere e incantare. Aveva tutto per conquistare la coppa del mondo.

Prima di continuare a parlare del mondiale, tocca ricordare, soprattutto a te, giovane lettore, che cos’era la Jugoslavia.

Quelli per la Jugoslavia non erano giorni qualsiasi. Nella terra dei sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito, Tito non c’era più e tutto il resto rischiava di crollare rovinosamente su se stesso. La crisi economica non aiutava, in Slovenia e Croazia la smania d’indipendenza montava e Belgrado ormai era il simbolo di un legame divenuto catena. La Jugoslavia è stata un’entità politica e storica che, passando per diversi assetti istituzionali, ha amministrato il territorio della Penisola balcanica occidentale nel corso del XX secolo.

Durante la seconda guerra mondiale, fu costituito il Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia che il 29 novembre 1943 decise di ricostituire uno Stato all’interno dei confini del vecchio regno, con l’aggiunta del Litorale sloveno e dell’Istria, che fu denominato Democrazia Federale di Jugoslavia in attesa che, con un referendum, il popolo scegliesse se ripristinare la monarchia o creare una repubblica. Josip Broz Tito fu nominato primo ministro. Finita la guerra e liberati i territori dall’occupazione nazifascista, furono indette elezioni in cui la Lega dei Comunisti di Jugoslavia ottenne la maggioranza dei voti. Il 29 novembre 1945 la monarchia fu definitivamente abolita e nacque la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, nome che mantenne fino al 1963 quando fu denominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Il maresciallo Tito, capo del governo, iniziò una politica di alleanza con l’Unione Sovietica e instaurò un regime di stampo socialista retto dalla Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Dopo il 1948 iniziò un progressivo allontanamento da Stalin, per poter governare liberamente l’economia del proprio paese e farla sviluppare. Dopo diversi dissidi con Mosca sulla politica estera e su quella interna, nel 1948 la Jugoslavia fu espulsa dal Cominform e ne restò fuori per sempre, uscendo definitivamente dall’orbita d’influenza sovietica.

La Jugoslavia di Tito rimase un paese a economia pianificata, anche se nel 1950 Tito inaugurò una politica di autogestione dei lavoratori che fu alla base del sistema produttivo jugoslavo. Sul piano internazionale, Tito fondò nel 1956, col presidente egiziano Nasser e il primo ministro indiano Nehru, il Movimento dei paesi non allineati, criticò l’invasione della Cecoslovacchia e dell’Ungheria da parte degli eserciti del Patto di Varsavia e si propose come mediatore nel conflitto arabo-israeliano. La politica interna fu caratterizzata da un forte accentramento del potere vòlto a stroncare ogni sussulto nazionalista e ogni riforma a livello locale, anche se, col passare degli anni, in Jugoslavia si fecero timidi passi verso un’economia più liberale, fino alla costituzione del 1974 che concesse larghissime autonomie alle repubbliche federate.

Il maresciallo Tito morì il 4 maggio 1980. Nel frattempo, la situazione economica si andava deteriorando, alimentando il divario tra le repubbliche di Slovenia e Croazia più ricche e il resto del paese. Questa separazione economica iniziò a diventare uno stimolo verso una volontà indipendentista ispirata dai dirigenti politici locali.

Si sa, però, il calcio unisce i popoli. E fino al 1990, la nazionale era motivo di unione tra tutti gli abitanti della penisola balcanica. Fino a quei quarti di finale…

Il 30 giugno 1990, quarti di finale dei mondiali, Argentina contro Jugoslavia. In quella nazionale c’erano sette giocatori di origine croata; quattro serbi; due montenegrini; uno sloveno e sei di origine bosniaca.

Prima della partita con l’Argentina, Stojkovic aveva segnato entrambi i gol nel 2-1 con la Spagna di Butragueno, il secondo una punizione perfetta a tempo ormai scaduto. Dragan Stojkovic per alcuni era il “Maradona dell’Est” ma il suo vero soprannome era “Piksi”, per via del cartone animato che da piccolo voleva vedere a tutti i costi interrompendo le partite sotto casa. Nell’estate del 1990 Stojkovic aveva già fatto impazzire il Milan con la maglia della Stella Rossa agli ottavi di finale di Coppa Campioni ed era stato acquistato dall’Olympique Marsiglia in cui c’erano Waddle, Papin, Abedì Pelé e Cantona. Aveva venticinque anni ed era pressoché impossibile togliergli la palla. Contro l’Argentina giocò come secondo attaccante al fianco di Vujovic, libero, però, di andare più o meno dove voleva.

La prima occasione fu per la Jugoslavia con un esterno d’immensa classe di Susic per Jozic, che di collo davanti a Goicoechea sparò alto. Due minuti dopo Maradona rispose con un esterno al volo dalla fascia con cui provò a scavalcare i centrali jugoslavi e servire Caniggia a due metri dalla porta, ma Spasic ci arrivò di testa. Ad ogni modo dopo mezzora Sabanadzovic fu espulso per aver inseguito Maradona e avergli dato almeno un altro calcio prima di quello che gli era valso il secondo giallo (era già stato ammonito perché non aveva rispettato la distanza in barriera…). Anche Stojkovic aveva fatto ammonire il suo uomo, Serrizuela, con una piroetta e più avanti avrebbe fatto ammonire Olarticoechea, ma da quel momento in poi la partita si giocò 11 contro 10. Nonostante ciò la squadra migliore in campo era sicuramente la Jugoslavia.

Torniamo alla cronaca: Stojkovic saltò secco Ruggeri sulla fascia e mise dentro per Susic che però controllò male. Dall’altra parte una bella azione corale argentina a metà secondo tempo mandò al tiro Ruggeri per quella che fu la loro prima vera occasione. La palla gol più limpida di tutta la partita, però, fu quella terminata sui piedi del subentrato Savicevic nel primo tempo supplementare. Stojkovic entrò in area e fintò verso l’interno per poi bruciare Simon sull’esterno, arrivò sul fondo a tutta velocità e tirò il freno a mano sulla linea mandando Simon in scivolata fuori dal campo. A quel punto servì rasoterra Savicevic che aveva tagliato sul primo palo ma che era messo male col corpo e che calciò alto.

Niente di fatto, rigori. I calciatori bevevano acqua stremati in mezzo al campo. La gente tratteneva il fiato e il tecnico Osim abbracciò i suoi ragazzi uno per uno prima di andarsene negli spogliatoi: “Io ho finito, ora tocca a voi. Buona fortuna”.

Serrizuela, destro di collo alla sinistra di Ivkovic, spiazzato. 1 a 0.

Stojkovic andò sul dischetto. Un paio di palleggi e poi sistemò la palla con cura. Destro potente a incrociare e traversa. Dragan tornò a centrocampo coprendosi la faccia con la maglia. Il commentatore americano disse: “Se c’è un giocatore che non meritava di sbagliare il rigore era Stojkovic.”

Burruchaga, eroe della finale del 1986. Tiro simile a quello del 10 jugoslavo, ma qualche centimetro più in basso. Gol. 2 a 0.

Il biondo Prosinecki, con la sua aria da tedesco, impassibile, incrociò il destro spiazzando il portiere argentino e tenne viva la Jugoslavia. 2 a 1.

 Sul dischetto stava arrivando Maradona. Un po’ in ombra quel giorno, forse anche un po’ ammaccato dalle botte brasiliane di qualche giorno prima e dalla razione slava di giornata. Rincorsa e piattone sinistro, ad aprire. Ne uscì fuori un rigore da dilettante, debole e poco angolato. Ivkovic, addirittura, lo bloccò. Diego se ne andò scuotendo la testa, con quel passo deciso e il petto gonfio, ma con l’espressione contrariata, come a dire: “com’è possibile? Io sono Diego!”.

Savicevic non si scompose, accarezzò la barbetta e di piatto sinistro spiazzò il portiere. 2 a 2.

Toccava a Troglio. Portiere a sinistra, palla a destra, ma sul palo.

Hadžibegić sistemò la sfera e si allontanò per la rincorsa. Ma il fiscale arbitro fermò tutto e corse verso il centrocampo. No no, caro Faruk. Non tocca a te. Io qui ho scritto: numero 7; tocca a Brnovic. Ecco allora Dragolijub, centrocampista del Metz, che si avviò corricchiando verso l’area, diede il cinque al suo compagno, sistemò il pallone, si girò, contò i passi, si rigirò e calciò. Angolato ma debole. Goicoechea intuì e parò.

Dezotti, centravanti della Cremonese ed ex Lazio poteva riportare avanti l’Albiceleste. Lunga rincorsa. Gol. 3 a 2.

Ecco il nostro Faruk, Hadžibegić. Il pallone pesa mille chili. Sembrava che Faruk facesse quasi fatica a metterlo sul dischetto del rigore, per quello che era il penalty decisivo.

Faruk tirò all’angolo ma sbagliò. La Jugoslavia fu eliminata.

Due anni dopo, la Nazionale fu cancellata con un fax arrivato mentre la squadra era in ritiro per un’amichevole. Non poteva esserci più spazio per il pallone. Stragi, bombardamenti, fosse comuni, cecchini che sparavano dai tetti degli hotel, vendette, duecentomila morti. Per i libri di storia, tutto questo sarebbe accaduto comunque: come può un rigore cambiare il destino di un popolo?

Faruk Hadžibegić il 25 marzo 1992, dopo quell’amichevole (con l’Olanda), chiuse così: “Ragazzi, sapete quanto io sia attaccato a questa maglia. L’ho difesa contro tutto e tutti. È stato il mio sogno di bambino che si è avverato. Ho tenuto duro sino adesso. Siamo arrivati fin qui, ci aspetterebbe il campionato europeo. Ma non posso più giocare in queste condizioni. Ora che la mia città, la mia gente, sono bombardate. Ora che la guerra è arrivata nella mia Sarajevo. Io sono il capitano, io mi assumo la responsabilità di sciogliere la squadra. Perché la nazionale di calcio jugoslava non esiste più”.

Ma se Faruk quel rigore lo avesse segnato?

Nomen non tamen omen

Non ho mai parlato di calcio su queste pagine, se si esclude una critica al fatto che in Italia si parli più di calcio che di scienza in “Carbonaro di calcio”. Faccio un eccezione, perché ieri, 25 Aprile, giorno del 5° scudetto consecutivo della Juventus, ricorreva il 21° anniversario dalla scomparsa di Andrea Fortunato. Ma tutti, sia i festeggianti, sia gli anti festeggianti (di cui parlerò dopo), erano troppo impegnati per ricordarselo.

Andrea Fortunato nacque a Salerno il 26 Luglio 1971, da una benestante famiglia della borghesia salernitana – padre cardiologo, madre bibliotecaria, fratello avvocato e sorella laureata in lingue. Poté intraprendere la carriera agonistica solo dopo la promessa fatta ai genitori di proseguire gli studi, «perché nel calcio non si sa mai», diplomandosi in ragioneria nell’eventualità di una mancata affermazione come giocatore. Inizialmente utilizzato in gioventù come centrocampista sulla zona sinistra del campo, durante i trascorsi tra gli “Allievi” del Como l’allenatore Rustignoli lo arretrò stabilmente in difesa, sempre sulla medesima fascia. Si espresse al meglio come terzino fluidificante, in quello che divenne il suo ruolo naturale – «sul campo era come se avesse una prateria, che percorreva con volate lunghe», ricordò Giovanni Trapattoni –; ciò nonostante poteva all’occorrenza essere impiegato con profitto anche in altre posizioni della retroguardia quali centrale di difesa o libero, fino a essere avanzato come mediano a centrocampo. Dopo Como, Genoa e Pisa, nell’estate del 1993, voluto dal tecnico bianconero Giovanni Trapattoni, passò alla Juventus per 12 miliardi di lire, nell’ambito di corposo ricambio generazionale che vide arrivare sotto la Mole, tra gli altri, anche Sergio Porrini e il diciottenne Alessandro Del Piero. Giunto alla Vecchia Signora con la pesante etichetta di “erede” di Antonio Cabrini – lui stesso puntualizzò subito: «…e non paragonatemi a Cabrini, per favore. Ne ho di strada da fare! Lui è fra quelli cui mi piacerebbe somigliare […] Era un giocatore unico, inimitabile. Questi paragoni sono una sciagura, anche se piacciono tanto ai tifosi. Sperare di emularlo mi sembra quasi impossibile» –, impiegò poco tempo per superare gli iniziali problemi dovuti all’impatto con una cosiddetta big.

Sotto la guida del Trap divenne immediatamente titolare fisso nella squadra per cui tifava da bambino, prendendo parte a 27 partite del torneo 1993-1994 e trovando anche, il 12 dicembre, quella che rimarrà l’unica sua marcatura in maglia bianconera, segnando il gol della bandiera juventino alla Lazio nella trasferta capitolina persa 1-3. L’annata risultò fin lì molto positiva, sul piano personale, per il terzino, il quale tuttavia in primavera incappò in un improvviso rallentamento fisico che ne minò pesantemente le prestazioni: i giornali scrissero che «Andrea è stanco, irriconoscibile in campo, lui che è sempre stato un concentrato esplosivo di energia; fatica a recuperare, è tormentato da una febbriciattola allarmante». La cosa risultò per molto tempo inspiegabile. La situazione precipitò il 20 maggio 1994, al termine di un campionato chiuso dalla Juventus al secondo posto, quando, nel corso di un’amichevole col Tortona, Fortunato fu costretto ad abbandonare il campo all’intervallo con le parole: «mi sento sfinito». È a questo punto che il dottor Riccardo Agricola, medico sociale del club, decise di sottoporre il giocatore a una serie di approfondite analisi presso l’ospedale “Molinette” di Torino. L’esito dei controlli fu il peggiore possibile: ad Andrea venne diagnosticata una forma di leucemia linfoide acuta. Lo spogliatoio e la tifoseria si strinsero immediatamente attorno al giovane terzino, e proprio dai gruppi organizzati bianconeri giunsero le scuse per quanto riservatogli nel periodo in cui le condizioni atletiche del ragazzo crollarono, ma di cui nessuno conosceva ancora la causa.

Non potendo ricevere un trapianto totale di midollo osseo per la mancanza di un donatore compatibile, nelle settimane seguenti venne trasferito al centro specializzato del policlinico “Silvestrini” di Perugia dove si tentò un’altra strada: oltre a trattamenti di chemioterapia, venne sottoposto a un parziale trapianto di cellule sane opportunamente “lavorate”, provenienti dalla sorella Paola prima e dal papà Giuseppe poi; è in questo periodo che si rafforzarono i legami con Fabrizio Ravanelli, il quale mise a disposizione la sua casa perugina (e la vicinanza della sua famiglia) affinché Fortunato potesse seguire più agevolmente le cure, e con Gianluca Vialli, in contatto quasi giornaliero con l’amico. Le cellule della sorella vennero rigettate nel ferragosto del ’94, mentre quelle del padre attecchirono aumentando la fiducia riguardo a una totale guarigione, anche grazie ai trattamenti seguenti che ne migliorarono il fisico. Già in ottobre il ragazzo riuscì a lasciare la sua camera d’ospedale per iniziare la riabilitazione: controllato in regime di day hospital, ricominciò anche con gli allenamenti grazie all’ospitalità del Perugia e, tra l’ottimismo generale, nel febbraio del 1995 si recò dapprima a casa a festeggiare la laurea della sorella, e poi a Genova per abbracciare i compagni juventini impegnati in trasferta contro la Sampdoria. Ma quando tutto sembrava volgere verso il meglio, un improvviso abbassamento delle difese immunitarie, causato da una polmonite, lo stroncò, togliendogli la vita giovanissimo il tardo pomeriggio del 25 aprile: «a 23 anni era già il terzino sinistro titolare della Juventus e aveva debuttato in Nazionale. Uno di quelli che guardi alla tivù o sui giornali e pensi: “Ha tutto”. E anche: “Non gli si può togliere niente”. Invece gli si può togliere tutto: prima il gioco, poi la vita (Gabriele Romagnoli, Andrea Fortunato ha perso l’ultima partita, in La Stampa, 26 aprile 1995)».

Ora, di fronte a storie come queste, di un ragazzo che muore a 23 anni, tutti gli altri discorsi sanno di vuoto assoluto. Soprattutto perché in Italia c’è il brutto vizio di tifare contro, non per la squadra preferita, ma contro quella odiata. Ma questo accade dappertutto o solo in Italia? Se il Bayern Monaco va in finale di Coppa dei Campioni (non dico, né dirò mai Cèmpions Lìg), tutta la Germania tifa per il Bayern o quelli di Amburgo e Stoccarda tifano per la squadra spagnola o inglese avversaria? Io credo che sia un fenomeno soprattutto italiano.

Perché l’Italia è l’Italia. Nel bene e nel male. E’ fatta di venti Regioni, molte delle quali non sanno dove si trovi l’altra (escluse quelle del gioco dei pacchi, s’intende). E’ fatta di squadre, di stadi, che si sfottono dalla mattina alla sera e che durante la settimana non pensano ad altro che alla partita della domenica. Perché questo succede solo nel calcio e non negli altri sport? Sarebbe riduttivo pensare che ventidue ragazzi che danno calci ad un pallone siano intrinsecamente portatori di qualcosa di peggiore di una partita di basket, di una corsa dei 100 metri piani o di un match di pallavolo. Forse perchè il calcio coinvolge numeri assai maggiori di tutti gli altri sport messi insieme. E questo accresce le possibilità: di guadagno, di visibilità, ma anche di divisone, di litigio, di tensioni. Perché si tifa contro? Semplice: per non vedere l’altro esultare. E in Italia la sublimazione di questo sentimento è l’antijuventinismo. L’antijuventinismo è frutto di una sottocultura tutta italiana nella quale il riconoscimento del successo altrui è l’esercizio più complicato di tutti. Non ne è vittima solamente la Juventus, anche se ne rappresenta uno degli esempi mediaticamente più lampanti, ma anche altri club sportivi, così come politici o industriali. Dell’antijuventinismo si trovano le prime tracce negli Anni 30, all’epoca del quinquennio d’oro. Vincere cinque scudetti di seguito proprio nel momento storico in cui nel Paese si sviluppavano impetuosamente i mass media ha creato contemporaneamente due fenomeni: il diffondersi del tifo juventino e il suo naturale anticorpo. Da lì in poi ci sono stati alti e bassi, ma l’antijuventinismo è sempre esistito, si è evoluto e adesso che la Juventus cerca di emulare quell’incredibile filotto riecheggia nell’esplosione dei nuovi media. Nel frattempo l’antijuventinismo ha perfino varcato i confini del calcio assumendo sfumature politiche («Sono contro la Juventus perché è la squadra dei padroni che sfruttano gli operai», come se gli altri club fossero società di mutuo soccorso o appartenessero a filantropi), si è consolidato sul credo fondamentale se non proprio fondamentalista che «la Juve ruba».

Dall’altra parte della barricata, in compenso, l’antijuventinismo ha sviluppato vere e proprie leggende metropolitane e una sindrome da assediamento che ha reso paranoica una parte del popolo bianconero. Certo alcune sfumature farsesche di Calciopoli hanno giustamente alimentato quella sensazione, ma è buffo leggere – soprattutto online – accuse a giornalisti o personaggi tutt’altro che antijuventini se non addirittura proprio juventini. E soprattutto l’elaborazione di complessi teoremi complottisti che Dan Brown è un bambino delle elementari. In definitiva, l’antijuventinismo esiste, ma questo non ha impedito alla Juventus di continuare a esistere e vincere. Anzi, solo la caduta in disgrazia della Juventus potrebbe estinguere l’antijuventinismo e quindi i tifosi bianconeri devono guardarsi bene dall’augurarsene la scomparsa. Se le cose non trascendono (e purtroppo qualche volta succede) in fondo può essere vissuta come una spina di una profumatissima rosa.

Un ultimo pensiero, citazione di un pensiero di un noto torinese: “La Torino del calcio è una città maledetta, e chissà se il fatto di essere al centro del cosiddetto ‘triangolo della magia nera’ non c’entri qualcosa… Il Torino con Superga, Meroni, Ferrini, i tre pali di Amsterdam, la sfiga come condizione di vita; la Juventus con l’Heysel, Scirea, Fortunato, e le finali perse di Coppa dei Campioni… ed entrambe un titolo revocato.” Non credo alla fortuna e alla sfortuna, ma certe volte…

Intanto voglio ricordare Andrea, mio quasi-coetaneo, che ora non è qui a festeggiare con i suoi amici l’ennesimo scudetto della propria squadra del cuore…