Chiù PIL per tutti!

In genere non mi occupo di politica, ma quando leggo qualcosa che non mi convince mi informo e uso questo mezzo per informare chi mi legge.

È capitato tutto nella settimana di ferragosto, come ogni anno noiosa: caldo opprimente, incendi, programmazione televisiva nulla, zanzare a go-go. Una senatrice del Movimento 5 Stelle, Barbara Lezzi, per ravvivare la settimana ha deciso di postare un video nel quale affermava una cosa a prima vista strana: secondo lei, la crescita tendenziale del PIL superiore alle attese dell’1,5%, è dovuto in parte (per l’1,2%) al maggiore consumo di energia, certificato dall’ISTAT.

Intanto, prima di continuare, vediamo queste due sigle: PIL e ISTAT.

Il prodotto interno lordo, per brevità PIL, è un indicatore economico, ovvero uno strumento usato da economisti, investitori, banche e governi per misurare l’andamento dell’economia di un paese.

Più semplicemente il PIL è un numero calcolato sommando il valore di mercato di tutti i beni e servizi prodotti da un determinato stato in un determinato periodo di tempo.

Per calcolarlo vanno sommati quattro elementi principali:

  • i consumi;
  • la spesa pubblica;
  • gli investimenti;
  • le esportazioni nette.

I consumi includono beni non durevoli, come ad esempio il latte e le uova, i beni durevoli, come le automobili, e i servizi di privati, come per esempio il barbiere o il meccanico.

La spesa pubblica comprende, tra gli altri, la spesa militare, le opere civili, come ospedali e autostrade e il costo dei dipendenti pubblici, escluse le pensioni.

Gli investimenti, invece, sono quelli fatti dalle imprese, le case acquistate dai cittadini e tutto quello che le fabbriche hanno prodotto in un anno ma che sarà venduto in quello successivo (le cosiddette scorte).

Le esportazioni nette sono la differenza tra il costo dei prodotti che esportiamo all’estero ed il costo dei prodotti che invece importiamo.

In aggiunta a questi beni e servizi ce ne sono altri non registrati, come il lavoro nero (certo!), la compravendita di beni usati, le attività illegali di ogni genere (e dai!) e l’autoconsumo, cioè quei prodotti o servizi che potrebbero essere anche acquistati ma che le persone scelgono di farsi in casa (per esempio il pane, ma una volta ci si faceva anche la biancheria intima, in casa).

Il termine lordo indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti, ovvero al naturale deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (prodotto interno netto).

Il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare il benessere di una collettività nazionale e il suo livello di sviluppo o progresso.

L’ISTAT, ovvero L’Istituto nazionale di statistica è un ente di ricerca pubblico italiano, le cui attività comprendono:

  • censimenti sulla popolazione;
  • censimenti sull’industria, sui servizi e sull’agricoltura;
  • indagini campionarie sulle famiglie (consumi, forze di lavoro, aspetti della vita quotidiana, salute, sicurezza, tempo libero, famiglia e soggetti sociali, uso del tempo, ecc.);
  • numerose indagini economiche (contabilità nazionale, prezzi, commercio estero, istituzioni, imprese, occupazione, ecc.).

Fu istituito come Istituto Centrale di Statistica nel 1926 (legge 9 luglio 1926, n. 1162), durante il Fascismo, per raccogliere, in forma organizzata, alcuni dati essenziali riguardanti lo Stato. È stato in seguito riorganizzato, con il decreto legislativo 6 settembre 1989, n. 322 che ha istituito il Sistema Statistico Nazionale (SISTAN) e ha dettato norme sui compiti e l’organizzazione dell’ISTAT, cambiandone tra l’altro la denominazione in Istituto nazionale di statistica.

Dicevamo, la giovane senatrice affermava inoltre che il maggior consumo del mese di giugno è stato causato dal caldo eccezionale, e che quindi gli italiani, per raffreddare case, uffici, surgelati (la catena del freddo) e per alimentare mezzi con aria condizionata accesa hanno, inconsapevolmente, causato un aumento del PIL (del 9,6% secondo la senatrice, del 9,8% nella realtà).

In effetti, confrontando giugno 2017 con lo stesso mese dell’anno scorso, il dato è quello.

Ma la dichiarazione della senatrice Lezzi ha suscitato più che altro ilarità (da parte di molti addetti ai lavori) o sdegno (da parte degli “indignati” di professione), e i suoi detrattori hanno controbattuto dicendo “se il caldo fa crescere il PIL, l’Africa è ricchissima”. Eppure, con questa battuta, hanno dimostrato che, se pur la Lezzi non era completamente nel giusto, loro lo erano di meno.

Facciamo un esempio.

In base a quello che ho spiegato prima, se ci si fa un vestito su misura, si fa aumentare il PIL; lo stesso se si accende l’aria condizionata. In entrambi gli esempi, perché ci sia un aumento di PIL, si dovrà consumare di più di quanto si è consumato per fare la stessa cosa l’anno precedente. Se invece il vestito lo compro confezionato, non necessariamente il PIL varierà (lo spiego dopo).

Ovviamente l’energia ha a che fare con la produzione industriale, tanto è vero che l’ISTAT inserisce l’Energia, ovvero Carburanti, Luce e Gas, come una componente della Produzione industriale complessiva.

Anche perché il moto perpetuo, cioè la produzione di energia a costo zero, non è stato ancora inventato.

Il bollettino ISTAT del giugno 2017 sulla Produzione Industriale dice: “A giugno 2017 l’indice destagionalizzato della produzione industriale registra un incremento dell’1,1% rispetto a maggio. Nella media del trimestre aprile-giugno 2017 la produzione è aumentata dell’1,1% nei confronti dei tre mesi precedenti.

Corretto per gli effetti di calendario, a giugno 2017 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 5,3% (i giorni lavorativi sono stati 21 come a giugno 2016). Nella media dei primi sei mesi dell’anno la produzione è aumentata del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’indice destagionalizzato mensile registra variazioni congiunturali positive nei raggruppamenti dell’energia (+5,7%), dei beni intermedi e dei beni di consumo (entrambi +1,3%); segna invece una variazione negativa il comparto dei beni strumentali (-0,3%).

In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a giugno 2017 una crescita significativa per l’energia (+9,8%); aumentano in misura rilevante anche i beni di consumo (+5,6%), i beni strumentali (+5,1%) e i beni intermedi (+4,0%).

Per quanto riguarda i settori di attività economica, a giugno 2017 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+18,5%), della fabbricazione di mezzi di trasporto (+13,6%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+12,1%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+10,8%). L’unico settore che registra una diminuzione è quello dell’industria del legno, della carta e stampa (-1,1%)”.

Avete letto? Quello che ho evidenziato è quello che ci interessa.

Intanto, un punto a favore della Senatrice, che almeno sapeva che l’Energia è una componente della Produzione Industriale complessiva.

Ma qualcuno potrebbe obiettare: “In quel trimestre non c’entrano nulla i condizionatori perché i due settori che hanno trainato questa crescita sono i Farmaceutici (+18,6%), e Mezzi di Trasporto (+13,5%), che sono cresciuti più dell’Energia”.

Il contributo di un settore alla crescita del PIL è determinato in realtà non tanto dalla sua crescita percentuale, ma da questa per il peso relativo del settore. Infatti, nel bollettino del mese di giugno, è la stessa Istat a indicare che il contributo dell’Energia alla crescita eguaglia tutta la produzione industriale di Beni Durevoli, di cui i prodotti farmaceutici sono una parte esigua.

I detrattori potrebbero a questo punto replicare: “Certo, ma la Produzione industriale, cioè la quantità di beni prodotti dalle fabbriche, non dipende dai consumi elettrici: vuol dire non capire la differenza tra consumi da una parte e prodotti dall’altra”.

Che il settore Energetico contribuisca alla Produzione industriale è assodato. È altrettanto evidente che tutta l’Industria consuma Energia per produrre. Relativamente alla differenza tra Consumi e Produzione a fini PIL, facciamo un esempio.

Se preparo una pizza per mangiarla in casa, il contributo che do al PIL è in parte alla voce Energia e in parte alla voce Industria Alimentare (gli ingredienti per fare la pizza); se invece sono un pizzaiolo e faccio la pizza per venderla, il contributo è al netto dei costi intermedi. E non importa se la venderò o meno (ai fini del PIL, almeno). Perché? Perché se la vendo, variano i consumi, se non la vendo, variano le scorte. Per questo, come dicevo prima, in teoria l’acquisto di un vestito confezionato non fa necessariamente aumentare il PIL.

E in entrambi i casi della pizza, una volta prodotta ha fatto aumentare il PIL. Chiaro che, se non viene acquistata, il pizzaiolo non ne produce più e così facendo genera una variazione negativa nel periodo successivo.

Ora chiediamoci: sarà vero che tenendo accesi i condizionatori facciamo crescere il PIL?

Il PIL, come dicevamo è un indicatore. Abbiamo indicatori in casa? Certo! Il termometro, per esempio. Se voglio evitare di andare al lavoro, metto il termometro sul termosifone e lui indicherà 38°C, ma non per quello io avrò la febbre.

Se proprio vogliamo contestare quello che ha affermato la senatrice Lezzi, possiamo dire che il settore energia contribuisce poco all’aumento del PIL perché buona parte dei nostri consumi in quel settore è importato dall’estero.

Pertanto, a fronte di un valore del settore molto elevato, tra costi delle materie prime e imposte, il contributo di tutto il settore Energetico al PIL è decisamente limitato, intorno al 1,5% (Fonte: Ministero Sviluppo Economico, 2016).

In fondo, la sen. Lezzi ha semplicemente ribadito una banalità. La cosa paradossale è che questa ovvietà è quello che buona parte delle persone ha recepito e condannato come assurdo, anche se non lo è affatto.

Sarebbe bastato ascoltare con attenzione, come alcuni di certo hanno fatto, e non lasciarsi assordare dal pregiudizio, per capire che la senatrice del M5S aveva capito ben poco di quel famigerato bollettino ISTAT. Ma, comunque, qualcosa in più dei tanti che l’hanno attaccata senza capire nemmeno quel poco.

Obtorto collo

Come ho già raccontato altre volte, sono nato a Taranto. Fondata intorno all’ottavo secolo avanti Cristo, la città ha visto vari conquistatori passare dai suoi lidi, dai fondatori Spartani agli Iapigi, dai Romani agli Ostrogoti, dai Bizantini ai Saraceni, e così via.

Una delle caratteristiche di Taranto, perlopiù del suo entroterra, cosa che rappresentava un’attrattiva per i popoli stranieri, ma poi faceva cambiare loro idea (almeno secondo il mio modesto parere) è il caldo afoso che c’è d’estate. Ciò comporta anche un’assenza totale di precipitazioni, e data la carenza di fiumi, porta anche ad una siccità costante durante il periodo estivo (ricordo ancora che si riempivano secchi, vasche e tinozze per conservare l’acqua per cucinare o per lavarsi, quando ero piccolo).

Certo, esistono città e paesi più caldi, ma vi assicuro che d’estate, seduti all’ombra dei “ceratonia siliqua”, i carrubi, si sudava copiosamente anche da fermi. Perché questo? Suppongo che derivi dalla direzione dei venti che arrivano nel Golfo di Taranto. In relazione alla posizione geografica e alla natura del terreno che circonda il nostro Golfo, si hanno dei venti caratteristici, dotati, ciascuno, di una propria fisionomia e, normalmente associati a determinare condizioni di tempo. Questi venti sono di solito chiamati con nomi di origine antica, usati anche per indicare alcune direzioni della Rosa dei Venti.

È il caso del Grecale, del Libeccio e dello Scirocco, i cui nomi sono ancor oggi usati per indicare le posizioni intercardinali Nord-Est, Sud-Ovest e Sud-Est. Essi sono stati introdotti dai naviganti delle antiche Repubbliche marinare per individuare, con riferimento ad una zona centrale a Sud dello Jonio, i venti provenienti rispettivamente dalla Grecia, dalla Libia e dalla Siria. Lo “Scirocco”, probabilmente il vento meridionale più conosciuto, è un vento invernale caldo, umido e polveroso. Quando è particolarmente forte, mantiene le sue caratteristiche di polverosità a lungo, tanto che riesce a trasportare in sospensione la polvere del deserto sino alle nostre regioni.

Il “Libeccio” è un vento che spira da Sud-ovest: nella stagione estiva e, in misura nettamente minore anche nelle altre stagioni, il vento può favonizzarsi (ho già spiegato cosa significa, in “Il destino in una J”) lungo il versante adriatico e sullo Ionio, oltre che sulle coste orientali della Sardegna e su quelle settentrionali della Sicilia. Ciò crea una risalita di aria calda da sud-ovest verso nord-est dal bordo orientale della depressione verso quello occidentale e settentrionale delle aree anticicloniche. Di questo tipo fu la configurazione del 24 luglio 2007 con temperature record sul medio-basso Adriatico e sullo Ionio. Il “Grecale” è un vento mediterraneo che soffia da nord-est: durante l’estate la ventilazione al suolo risulta diffusamente nord-orientale tra il debole e il moderato e contribuisce ad innalzare notevolmente le temperature.

A Taranto tanta e tale è l’importanza dei venti che in una delle piazze principali della città, Piazza Ebalia, vi è una fontana ad essi dedicata. Inaugurata il 4 giugno 1953 in un periodo di piena espansione edilizia del Borgo Nuovo, cosiddetto in contrapposizione a “Taranto Vecchia” (il “Borgo Antico”), deve il suo nome alle otto teste poste ai bordi del cerchio centrale, ognuna delle quali rappresenta uno dei venti che soffiano sulla città, regolandone il clima e la navigazione in mare: Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestrale. Dotata di ventuno getti d’acqua verticali e di un altissimo zampillo centrale, illuminati nelle ore serali da punti luce multicolore, presenta sul bordo esterno della vasca l’iscrizione in latino:

“Et quidem, cum fortiter adversa vela ventis”

“E anche con venti avversi coraggiosamente navigheremo”.

Per la cronaca, nel 1968, nel palazzo prospiciente la fontana vi era la sede di una clinica privata, nella quale il 23 ottobre nacqui io.

Ma il clima, da allora, è cambiato? Quanto sono vere le frasi che sentiamo in tv? Proviamo a ragionarci sopra, come al solito, partendo da un po’ di nozioni e cercando di arrivarne a capo.

Nelle temperature sopra la media di queste settimane si è parlato di riscaldamento globale. Ma siamo sicuri?

Riscaldamento globale significa che la temperatura media del pianeta sale; ed in effetti è salita. Questo significa che globalmente il clima è variato, ma non necessariamente ovunque. Se così fosse, se la temperatura aumentasse ovunque di 1 o 2 gradi sarebbe un vantaggio dal punto di vista economico, perché d’inverno si risparmierebbe il combustibile per il riscaldamento delle case. Ma l’aumento della temperatura media vuol dire che in alcuni posti è aumentata ed in altri (un numero minore di posti, certo) è anche diminuita.

Con l’aumento della temperatura media non farà necessariamente più caldo: in alcune zone si potrebbe avere una piccola glaciazione. Mi spiego: lo scioglimento dei ghiacci dovuto all’aumento della temperatura al polo non farà aumentare di molto il livello dell’acqua, in quanto quei ghiacciai galleggianti già fanno parte della massa totale degli oceani. Ma causerà altri problemi.

Lo scioglimento dei ghiacci artici potrebbe influenzare profondamente il clima del Nord America e dell’Europa in un futuro abbastanza prossimo: il maggior riscaldamento dell’oceano a causa della minor estensione estiva dei ghiacci al Polo Nord determinerà infatti la cessione all’atmosfera di maggiori quantità di calore e di umidità durante l’autunno, implicando piogge autunnali più frequenti e abbondanti sulle vicine regioni del Nord America e dell’Europa.

In parallelo, la minor estensione della calotta artica avrà conseguenze dirette sulla circolazione atmosferica delle alte latitudini, determinando una “estremizzazione” del clima rispetto alla situazione odierna.

A causa del riscaldamento dell’Oceano Artico si ridurrebbe, infatti, anche la differenza di temperatura fra le alte e le medie latitudini, una situazione idonea ad indebolire il circuito delle correnti occidentali che scorrono dal Canada verso l’Europa e più ancora verso est (in direzione del Giappone): l’indebolimento di queste correnti, il “normale” ed attuale spartiacque fra l’aria gelida delle latitudini polari e quella più mite delle zone temperate, spalancherà la discesa di masse d’aria gelida dal Polo verso le basse latitudini (o alla risalita di aree di alta pressione da latitudini sub-tropicali fino ai margini del Circolo Polare), con un significativo incremento dei fenomeni nevosi estremi e di anomali periodi di freddo.

Effettivamente, nonostante l’aumento delle temperature globali nell’ultimo decennio si sono verificati in gran parte dell’emisfero settentrionale inverni con temperature estreme e fenomeni intensi: negli inverni dal 2009 fino al 2011, per esempio, la costa orientale degli Stati Uniti è stata investita da tempeste di neve insolitamente intense, negli ultimi inverni intere aree del Giappone hanno registrato livelli record di neve, mentre in Europa abbiamo registrato inverni miti ma con picchi di temperature particolarmente basse.

Tutto questo renderà il clima meno vivibile per noi. Perché una cosa è avere stagioni normali, una cosa è avere sei mesi in cui non piove e poi un mese in cui piove tutto quel che avrebbe dovuto piovere in sei mesi, e quindi frane, alluvioni, e così via. Il cambiamento climatico sarà soprattutto questo. Nella media farà più caldo, ma i nostri schemi, le stagioni, salteranno. Altro che mezze stagioni, non ci saranno nemmeno più le stagioni.

Ma parlando di scioglimento dei ghiacci, sappiamo che non esistono solo quelli galleggianti del polo Nord. Abbiamo l’Antartide (il polo Sud) e i ghiacciai delle montagne. Anche questi ultimi due si stanno riducendo a fronte dell’aumento delle temperature? E con quali conseguenze?

La recessione o il ritiro dei ghiacciai è il fenomeno idrogeologico per cui la superficie e lo spessore dei ghiacciai terrestri sono generalmente diminuiti rispetto ai valori che avevano nel 1850. Si tratta di un processo che ha influenza sulla disponibilità di acqua fresca per l’irrigazione e per uso domestico, sulle escursioni in montagna, su animali e piante che dipendono dalla fusione del ghiacciaio e, a lungo termine, anche sul livello degli oceani. Studiato dai glaciologi, la coincidenza del ritiro del ghiacciaio con l’aumento di gas serra atmosferici è spesso citata a sostegno probatorio del riscaldamento globale. Le catene montuose di media latitudine come l’Himalaya, le Alpi, le Montagne Rocciose, la Catena delle Cascate e le Ande meridionali, non escluse le vette tropicali isolate come il Kilimangiaro in Africa, stanno mostrando i segni della più grande perdita glaciale.

Tale ritiro, soprattutto nelle regioni artiche e antartiche, potrebbe accelerare il riscaldamento globale per il noto feedback positivo dell’albedo terrestre da parte delle terre e delle parti di oceano che verrebbero esposte alla radiazione solare.

Secondo le ricerche e le verifiche continue, i ghiacciai italiani, in poco più di 50 anni, si sono ridotti di almeno il 30 per cento, con una perdita di circa 150 chilometri quadrati e uno scioglimento praticamente incessante. Conoscere la situazione dei ghiacciai è utile per verificare lo stato generale dell’ecosistema, il cui delicato e perfetto equilibrio viene controllato proprio dalla presenza delle riserve di ghiaccio, che contribuiscono all’armonia del clima e a controllare il livello delle acque oceaniche.

L’Italia, grazie alla morfologia particolare, dispone di importanti catene montuose e di ghiacciai di ampie dimensioni, tra la Valle d’Aosta, il Piemonte e l’Alto Adige, ma anche lungo gli Appennini e nelle regioni centro meridionali. Il ritiro, peraltro irreversibile, dei ghiacciai montani, o addirittura la loro scomparsa, provoca variazioni climatiche consistenti a livello globale, una modifica del paesaggio e dei confini regionali, ma soprattutto uno squilibrio sempre più profondo dell’ecosistema e dell’ambiente naturale. Lo scioglimento dei ghiacciai alpini potrà avere conseguenze negative sul flusso dei fiumi europei e italiani, influenzando il traffico fluviale in Europa e, in Italia, l’agricoltura e la produzione di energia elettrica: questo perché, se il ghiacciaio non è più in grado di alimentare un fiume, non c’è alcun modo di recuperarne le funzioni.

Se attualmente, l’acqua che cade sulla Terra sotto forma di pioggia o di neve viene immagazzinata nei ghiacciai, e rilasciata gradualmente, in un futuro non troppo distante verrà immessa rapidamente nel sistema idrico terrestre, con probabili inondazioni e periodi di siccità. È molto probabile che, nel corso di 30 o 40 anni, i ghiacciai saranno scomparsi totalmente dalla Terra, o comunque ridotti al punto da non poter più garantire alcuna risorsa idrica permanente.

Ma a parte queste belle notizie, vorrei commentare un’ultima cosa: la temperatura percepita.

La temperatura percepita non esiste. O almeno non esiste nei termini in cui viene comunemente intesa.

Esiste un parametro che va correttamente sotto il nome di “indice di calore” o “sensazione termica” e viene abbastanza da lontano. Durante la guerra del Vietnam si era notato come gli equipaggi “scramble”, vale a dire pronti a partire su allarme, che attendevano all’interno degli aerei, erano in qualche caso soggetti a malore per le temperature elevate. In qualche caso, ma non sempre.

Un non meglio identificato Dr. Steadman fece alcuni studi e rilevò come i malori fossero più frequenti in caso di umidità elevata. Il punto è proprio questo, niente di più, niente di meno. Ingenuamente il Dr. Steadman, pensando di avere a che fare con persone di buonsenso, pensò di rendersi utile elaborando un algoritmo, cioè un piccolo calcolo che teneva conto della temperatura e dell’umidità per segnalare se quella temperatura era “pericolosa” o meno.

E pensò che il modo migliore fosse quello di indicare una temperatura “virtuale” che fosse più bassa di quella reale in caso di bassa umidità, per segnalare che si sopportava meglio, o più alta di quella reale, in caso di umidità elevata, per segnalare il maggior pericolo.

Potremmo tradurre in un esempio: ci sono 35 gradi, ma a causa dell’umidità elevata si soffre e si rischiano malessere o malori come se ce ne fossero 38. Attenzione, questo è vero, e se volete chiamare questa “temperatura percepita”, non è corretto ma non è peccato. Però quei 38 gradi dell’esempio, sia chiaro, non esistono.

Da nessuna parte, su nessuna pelle: perché inesattezza, leggerezza e approssimazione, hanno portato all’assunto che “ci sono 35 gradi, ma a causa dell’umidità, la temperatura effettivamente percepita sulla pelle è di 38”. O cose del genere. Questo non è vero, in nessuna maniera. Sulla pelle si sente la temperatura dell’aria, e basta.

Il fenomeno nasce semplicemente dal fatto che il nostro corpo usa l’evaporazione dei liquidi presenti sulla pelle per raffreddarsi, qualora ce ne sia bisogno. Infatti la temperatura del nostro corpo ha limiti abbastanza stretti entro i quali può variare sia verso il basso che verso l’alto. Ma l’evaporazione avviene più e meglio se l’aria è secca, o poco umida: quindi il caldo secco si “sopporta meglio”, come usa dire, ed è vero, perché il nostro corpo ha maggiore facilità a difendersi. Ma se l’aria è più umida, allora l’evaporazione del sudore, che vi ricordo è il mezzo per raffreddare il corpo, avviene con più difficoltà, il calore non viene smaltito e si accumula. Come una macchina con il radiatore che non funziona.

E questo, anche in funzione del tipo di attività fisica svolta, porta disagio, malessere, malore, colpo di calore (anche all’ombra, quindi) in sequenza crescente di gravità. Tutto qui.

Ricordate che qualcosa non diventa vero solo perché lo dicono tutti. Ognuno di noi, autonomamente, dovrebbe essere in grado di capire se ascoltare passivamente le notizie o darsi da fare a capirle.

E, mi raccomando, “quando fa caldo, state in casa, chiudete le imposte, accendete il condizionatore, non uscite nelle ore più calde, bevete tanta acqua e, soprattutto, se proprio dovete uscire, andate nei centri commerciali” (cit.).