Facebook ci fa o ci è?

Altro che neutralità: il social network di Zuckerberg si è trasformato in un potente strumento per l’isolamento sociale.

I recenti mesi sono stati dominati dalla discussione sul ruolo – attivo o passivo – avuto da Facebook nelle elezioni americane, e non solo.

A fine settembre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha twittato il suo j’accuse (“Facebook è sempre stato anti-Trump”), che seguiva di pochi giorni l’annuncio di Mark Zuckerberg riguardo le elezioni in Germania: “Abbiamo lavorato per assicurare la solidità delle elezioni tedesche di questo fine settimana”.

È soprattutto quest’ultima affermazione a meritare la nostra attenzione: come ha scritto Max Read sul New York Magazine, nessuna azienda privata – nessuna Disney, Nestlé, Volkswagen, Shell o IBM – si è mai dovuta occupare della tenuta democratica di un paese occidentale; non è questione di fatturati o influenze politiche: semplicemente, fino a prima di Facebook, un’azienda, per quanto ricca e potente, aveva altre funzioni e priorità.

A rendere Facebook diversa, anche rispetto giganti suoi simili come Google o Amazon, è il suo rapporto con i dati e le informazioni. Con i suoi due miliardi di utenti, le persone accomunate dall’utilizzo di Facebook sono seconde, come numero, soltanto da quelle accomunate dall’essere cristiane. Basta questo, nota Read, a rendere l’idea dei nuovi rischi legati all’azienda.

È possibile usare Facebook per confrontarsi con chi la pensa diversamente o è solo una caccia al like?

Facebook, infatti, non vende oggetti – come Apple, IBM, Huawei o Ford – ma appartiene a quel gruppo d’aziende à la Google che basano il loro business sull’accumulo e la vendita di dati personali.

A differenza di Google, però, è anche il luogo dove due miliardi di persone leggono aggiornamenti sui loro amici e notizie da tutto il mondo. È una piattaforma regolata da un complicato e rigidissimo algoritmo, una meraviglia digitale che Zuckerberg usa come prova della sua neutralità, scrivendo: “Entrambe le parti [politiche, in riferimento alle elezioni Usa del 2016, nda] se la prendono con contenuti e idee che non gli piacciono. Ecco cosa vuol dire amministrare una piattaforma aperta tutti”.

Non è così, anzi: è l’algoritmo stesso a minare alla radici la speranza di una piattaforma davvero neutrale.

Lo chiamano gaming the algorithm e non significa “giocare” con l’algoritmo, ma studiarlo e capirlo appieno al fine di usarlo a proprio favore.

Tale “gioco”, però, è morboso, si basa sui punti deboli di un sistema e permette spesso di trasformare un meccanismo sofisticato in un’arma.

Nel momento in cui il governo americano si trova costretto a indagare riguardo gli annunci pubblicitari su Facebook acquistati da personaggi vicini al Cremlino, e indirizzati a nicchie d’utenti ritenute “interessanti” a livello politico, è chiaro che siamo già molto lontani dalla neutralità percepita da Zuckerberg.

Il quale si complimenta per il fatto di aver ricevuto critiche sia da destra che da sinistra, come se ciò fosse sinonimo di super partes.

Capire Facebook è difficile, ma qui dobbiamo concentrarci su solo uno dei suoi prodotti, il News Feed. Come scrive Alexis Madrigal sull’Atlantic, si tratta di “uno dei prodotti di maggior successo di tutti i tempi. La gente spende ore e ore su Facebook proprio perché il News Feed le mostra le cose con cui vuole interagire”.

È il problema, potremmo dire, della “radicalizzazione da filter bubble”: siccome Facebook sa che un liberal potrebbe reagire male a un contenuto di destra, allora l’algoritmo ha cura di capire chi sono i suoi utenti, e dà loro ciò che vogliono.

Contenuti di destra per chi è di destra, di sinistra per chi è di sinistra; allo scopo di rendere l’esperienza su Facebook il più rassicurante e piacevole possibile e incentivarne l’uso e la permanenza.

Il grafico mostra come la diversità dei contenuti politici postati su Facebook diminuisca mano a mano che intervengono le varie funzioni di filtro.

È in questa reiterazione che si nasconde il pericolo dell’isolamento politico, la creazione di una realtà parallela in cui, per esempio, il sito complottista InfoWars ha lo spazio che nel mondo reale avrebbe la CNN o la BBC.

Allo stesso modo, un giovane liberal che posta contenuti su Bernie Sanders potrebbe ritrovarsi a osservare l’attualità attraverso la lente di un gruppo Facebook come Occupy Democrats, a sua volta isolandosi e generando sul suo feed un loop d’opinioni tutte conformi alle sue.

Il fatto che sia la destra che la sinistra ricevano lo stesso trattamento da parte del News Feed è ciò su cui si basa l’assurda percezione di neutralità di Zuckerberg.

Il Fondatore, insomma, confonde “non sono né di destra né di sinistra” con “non ho nessuna capacità di influenzare il dibattito pubblico”.

Un errore piuttosto ingenuo, che si sbriciola sotto il peso delle prove fornite dalla stessa azienda. Facebook, per esempio, ha spinto due milioni di cittadini statunitensi a registrarsi per il voto alle scorse elezioni e a quella britanniche: basta un banner, un promemoria e un link al posto giusto per il gigante a muovere masse di persone che i partiti storici non riuscirebbero mai a richiamare.

Infine, e questo è un esempio del potere emozionale ancor prima che politico del social network, nel 2014 il social network ha pubblicato i risultati di alcuni “esperimenti” portati avanti nel 2012 su 700mila utenti, i quali venivano bersagliati con post positivi o negativi, per registrarne le conseguenze emozionali.

Seguì un polverone e una serie di accuse al gigante, che si disse “dispiaciuto” ma anche sorpreso dalle reazioni contrariate a questi esperimenti. Ed è forse questo a dover preoccuparci di più: non tanto le capacità vere o presunte di Facebook quanto il distacco emotivo di un colosso da due miliardi di iscritti.

Pietro Minto