Articolo 21

Chi mi conosce o chi è fortunato nel riuscire a capire qualcosa di quello che scrivo su questo blog (non perché sia particolarmente difficile, ma perché lo scrivo male) sa che una delle mie battaglie (perse) tratta della scarsità di divulgazione scientifica in Italia.

L’Italia è una nazione che ha un substrato culturale mostruoso (ne parlerò dopo) che viene però veicolato male, soprattutto dall’informazione. I quotidiani, una volta organi di partito, si nascondono dietro una malcelata “indipendenza”, che in realtà non esiste.

Facciamo qualche esempio raccontando da chi sono gestiti alcuni dei principali giornali a diffusione nazionale:

  • “Corriere della Sera”:

Ha fama di essere un giornale obiettivo e sopra le parti, di avere una linea editoriale anglosassone e indipendente da interessi particolari. L’editore è il gruppo “RCS Media Group” (per esteso, Rizzoli-Corriere della Sera Media Group S.p.A.), ed è quotato in borsa. Se guardiamo chi siede nel CDA troviamo Urbano Cairo, presidente di “Cairo Communication” (La7) e del Torino, Diego Dalla Valle, presidente di Hogan e Tod’s nonché patron della Fiorentina, Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato del gruppo Pirelli, nonché diversi industriali, bancari e immobiliaristi che siedono in CDA di altre aziende. Direttamente o indirettamente sono rappresentati quasi tutti i settori della grande industria italiana, un esempio di come queste grandi aziende italiane siano in realtà collegate tra loro. Oltre al Corriere, appartengono al gruppo RCS una lista di quotidiani, per esempio, la “Gazzetta dello sport”, e di periodici tra cui, per esempio, “Oggi” e “Abitare”.

  • “la Repubblica”:

Questo giornale fa parte del gruppo “GEDI” Gruppo Editoriale. Nel CDA, oltre a “CIR” (Compagnie Industriali Riunite, maggioranza della famiglia De Benedetti) e a “Giovanni Agnelli e C.”, società della famiglia Agnelli, siedono figure di primo piano del mondo della finanza, dell’università, dell’imprenditoria e dell’industria italiana che siedono anche in altri CDA. Il gruppo GEDI è anche proprietario de “La Stampa” e de “Il Secolo XIX”, di numerosi periodici, tra cui “l’Espresso” e “Le Scienze”, e di numerosi quotidiani locali, tra cui “Il Piccolo” e “Il Tirreno”, o di radio, come per esempio “Radio DeeJay” e “Radio Capital”.

  • “Il Giornale”:

Fondato da Montanelli nel 1974, fu in seguito acquistato da Berlusconi e tuttora appartiene al gruppo Mondadori ed è controllato dalla famiglia Berlusconi. Nel CDA troviamo i figli e figure rilevanti delle aziende di famiglia o vicine alla famiglia. Con l’ingresso in politica di Berlusconi il Giornale è diventato un giornale politico, con una linea editoriale mirata a sostenere il partito politico dell’editore. Il gruppo Mondadori possiede numerosi periodici, tra cui anche “Panorama”, “Tv Sorrisi e Canzoni”, “Grazia”, “Donna Moderna”, “Chi”, “Focus”, “Geo”, “Starbene” e molti altri.

  • “Libero”:

Quotidiano di destra fondato e diretto da Vittorio Feltri, dal 2001 appartiene a Giampaolo Angelucci, immobiliarista e proprietario di numerose cliniche e strutture sanitarie come il San Raffaele di Roma. Come organo ufficiale del “Movimento Monarchico Italiano” ha ricevuto in passato sovvenzioni dallo Stato (alcune delle quali sono state oggetto di sanzione, però, e dovranno essere restituite).

  • “Avvenire”:

Nato nel 1968 dalla fusione di due giornali, “l’Italia” di Milano e “L’avvenire d’Italia” di Bologna, il giornale è edito e appartiene alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Com’è ovvio è un quotidiano di ispirazione cattolica scritto per i cattolici. Riceve le sovvenzioni statali.

  • “Il Resto del Carlino”:

È uno dei quotidiani più antichi, simbolo di Bologna, ottavo quotidiano nazionale, e insieme alla “Nazione” di Firenze e al “Giorno” di Milano formano la rete QN, Quotidiano Nazionale. Tutti e tre appartengono alla “Poligrafici Editoriale”, a sua volta controllata dal gruppo “MonRif”, guidato da Andrea Riffeser Monti, discendente di Attilio Monti, famoso imprenditore italiano nel campo della raffinazione e alberghiero. Curiosità: perché “il Resto del Carlino” si chiama così? Nel 1885 a Firenze si vendeva un giornale chiamato “Il Resto al sigaro”. Prezzo nelle tabaccherie di 2 centesimi. Un sigaro costava 8 centesimi e quindi per i negozianti era facile collegare la vendita dei due prodotti. Doppio affare in un colpo solo. Un gruppo di amici bolognesi decise di esportare l’idea a Bologna. Allora andavano per la maggiore titoli di giornali scanzonati come “La striglia”. Si scelse dunque “Il Resto …del Carlino”. Il Carlino era stata una moneta dello stato Pontificio coniata dal XIII secolo al 1796. Con l’Unità d’Italia la moneta da 10 centesimi di lire continuava a circolare chiamata Carlino. I puntini di sospensione erano ironici: a Bologna “dare il resto del carlino” significava “regolare i conti”.

  • “Il Messaggero”:

È il più diffuso giornale del centro Italia, il sesto a livello nazionale, di impostazione laica di centro-sinistra, appartiene alla “Caltagirone editore”, di proprietà della famiglia Caltagirone, famosi imprenditori nel campo delle costruzioni, grandi opere, cementifici. Oltre al “Messaggero”, la famiglia Caltagirone possiede anche “il Mattino” di Napoli, “il Gazzettino” di Venezia, il “Nuovo Quotidiano di Puglia”, per dirne alcuni.

  • “Il Sole 24 ore”:

È il più autorevole quotidiano economico italiano, il quarto per diffusione, fondato nel 1865. È edito dal “Gruppo 24 Ore”, di proprietà di Confindustria. La linea editoriale è diretta espressione dei principali gruppi industriali italiani. Nel CDA troviamo diverse figure di spicco dell’industria e della finanza.

  • “Milano Finanza”:

Uno dei quotidiani economici più conosciuti in Italia, tratta esclusivamente di temi economici-finanziari ed è edito da “Class Editori” di Paolo Panerai. Class Editori possiede e pubblica anche “Italia Oggi”, anch’esso noto quotidiano incentrato su temi politico-economici, numerosi periodici incentrati sui temi dell’informazione finanziaria e del lusso come “Capital” e “Class”, numerose Tv, radio, siti web e l’agenzia di stampa “MF-DowJonesNews”. Nel CDA dell’editore siede tra gli altri Maurizio Carfagna, consigliere di amministrazione di Mediobanca.

Quando i giornali sono così, legati a corda doppia ad un gruppo o a un’azienda, come si può dire che siano indipendenti? Quando quasi tutti appartengono a banche, industriali, partiti, imprenditori, assicurazioni e questi hanno interessi in comune e rapporti d’affari come accade nel mercato piccolo e chiuso dell’Italia, come possono i cittadini accedere alle informazioni ed essere certi che esse siano “libere”?

Non solo, ma questa situazione mette a rischio la democrazia, perché senza buona informazione non ci sono cittadini informati, senza i quali non c’è democrazia. Non a caso l’Italia è al 52° posto come libertà di stampa nel mondo, migliore del 77° di un anno fa, ma molto lontano dall’optimum.

Quasi tutto è perduto. Con rammarico si può notare che il giornalismo d’inchiesta, una volta in mano a professionisti (si pensi a “Mauro De Mauro”), è finito nelle mani di “Report”, “Striscia la notizia” e “Le Iene”. E se per il primo, pur con tutte le sue pecche (secondo me a volte pur di aver ragione racconta mezze verità), è comunque gestito da giornalisti di un certo livello, gli altri due sono quasi sempre alla ricerca dello scoop e dell’ascolto.

Ci sono infatti due recenti notizie, una di “Striscia” e una dei “Men in Black de noantri”.

Quella del telegiornale “satirico” di Canale 5 non voglio neanche commentarla, mi sembra una mera ricerca del sensazionalismo (ingresso non autorizzato a Linate con accesso alla pista), mentre quella delle Iene è abbastanza grave.

Secondo loro, in Abruzzo sarebbe in corso un esperimento nucleare segreto capace di mettere a rischio l’intero territorio. Secondo il servizio, dalle viscere del Gran Sasso, dove nel 1982 è stato costruito l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il più grande laboratorio sotterraneo del mondo, potrebbe arrivare la minaccia nucleare. L’inviata de “Le Iene” spiega come la cima più alta dell’Appennino ospiti anche una delle sorgenti d’acqua più pure d’Europa, che offre da bere a mezzo Abruzzo, ed è proprio in queste acque si trovano i laboratori dove molto spesso si fanno esperimenti utilizzando sostanze nocive. L’ultimo in programma, e secondo i comitati locali tenuto nascosto per la sua pericolosità, è il Sox.

A quel punto, vista la quantità di “imprecisioni” dell’articolo, che non riporto, l’Istituto ha dovuto diffondere una nota, che invece riporto integralmente.

Il servizio delle Iene andato in onda ieri sera contiene numerose falsità e poche verità presentate in modo parziale e fazioso. Cercheremo quindi di fare chiarezza su alcuni punti che destano preoccupazione in lei come in molte altre persone che abitano il territorio.

I Laboratori Nazionali Del Gran Sasso – INFN hanno a cuore la sicurezza dell’acqua del Gran Sasso. La sicurezza dell’acqua in particolare, e dell’ambiente in generale, è una condizione necessaria ai Laboratori per svolgere le proprie attività di ricerca. Soprattutto perché i nostri Laboratori sono parte del territorio abruzzese: molti nostri ricercatori e molte delle persone che vi lavorano sono abruzzesi, vivono nel territorio e bevono l’acqua che esce dai loro rubinetti. E l’INFN pone la massima attenzione al rispetto della legge: tutto è fatto nel rispetto delle norme e con le autorizzazioni necessarie. Quindi anche nel caso del nuovo esperimento SOX si è seguito rigorosamente l’iter di legge. L’autorizzazione all’impiego è stata ottenuta da Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero della Salute, Ministero dell’Ambiente, Ministero del Lavoro, Ministero dell’Interno (Protezione Civile) e di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

SOX non è un esperimento nucleare che prevede la manipolazione di atomi, come accade per esempio in una centrale nucleare, ma un esperimento scientifico che usa una sorgente radioattiva sigillata, come quelle che vengono usate, sia pure con una diversa potenza e differenti finalità, negli ospedali delle nostre città per eseguire esami diagnostici e terapie. SOX è infatti un esperimento per lo studio dei neutrini che utilizza 40 grammi di polvere di Cerio 144. Il Cerio 144 produce decadimenti radioattivi spontanei, non reazioni nucleari di fissione. SOX quindi non ha niente a che vedere con un reattore nucleare, non può esplodere, neppure a seguito di azioni deliberate, errori umani o calamità naturali. (Per saperne di più: https://www.lngs.infn.it/it/borexino)

Per garantire lo svolgimento in assoluta sicurezza dell’esperimento, senza nessun rischio per le persone e per l’ambiente, il Cerio 144, è isolato e totalmente schermato. La polvere di Cerio è chiusa e sigillata in una doppia capsula di acciaio, che a sua volta viene poi chiusa all’interno di un contenitore di tungsteno dello spessore di 19 centimetri, del peso di 2,4 tonnellate, realizzato appositamente per SOX con requisiti più alti rispetto agli standard di sicurezza richiesti, e in grado di resistere fino a 1700 °C. La sorgente rimarrà chiusa sotto chiave nel suo alloggiamento inaccessibile, per l’intera durata dell’esperimento, cioè 18 mesi. Il contenitore di tungsteno è indistruttibile: è resistente a impatto, incendio, allagamento e terremoto, secondo studi rigorosi che sono stati svolti come previsto dalla legge e verificati dalle autorità competenti. Quindi, tutti i rischi citati durante la trasmissione, dal terremoto all’atto terroristico, non sono realistici.

SOX, dunque, non rappresenta in alcun modo un rischio, né per la popolazione né per l’ambiente: non implica nessuna dose radioattiva per nessuno, e naturalmente neanche per le persone che lavorano nei laboratori, la dispersione del Cerio è impossibile anche in caso di incidente, la sorgente sarà sempre sorvegliata 24h/24 dal personale che di norma svolge l’attività di sorveglianza nei Laboratori.

Il problema che io ritengo veramente grave è che non solo questo sensazionalismo ha dato adito a un tamtam di notizie catastrofiche di ciò che potrebbe accadere, ma che la giunta della Regione Abruzzo, senza informarsi da alcuno scienziato, ma solo in base a quanto asserito dal servizio, ha intimato lo stop all’esperimento.

Ma perché affidare il giornalismo a mani inesperte e ignoranti? Possibile che non ci sia nessuno, in un’intera redazione, che non conosca la differenza tra decadimento radioattivo e fissione nucleare? Come si fa a pensare che Ricerca Nucleare e Centrale Nucleare possano avere lo stesso significato? È come se si pensasse che l’Olio Vergine è prodotto da olive che non si sono mai accoppiate!

Paradossalmente, però, la scuola italiana è stata sempre fra le migliori del mondo, soprattutto per chi voleva dedicarsi alla scienza. Non per caso giovani italiani brillano in tutti i migliori centri di ricerca del mondo.

Perché abbiamo una cosa che pochi altri paesi al mondo hanno: la cultura umanistica. Studiare Omero, Hegel e Leonardo offriva (perché le cose stanno velocemente cambiando anche lì) a chi poi si dedicava a studi scientifici uno strumento di pensiero più acuminato che passare ore a calcolare, come fanno gli studenti delle scuole scientifiche di punta del nord Europa.

Ovviamente ciò non significa che per essere un ottimo scienziato sia obbligatorio passare per il Liceo italiano, però io credo che sia un aiuto. Mi è capitato a volte di dovermi confrontare su argomenti non prettamente umanistici con persone di formazione molto differente.

Certo, puoi non sapere chi sia Ovidio e avere delle ottime capacità di pensiero, critico o analitico. Ma la visione di insieme unita alla capacità di prevedere e individuare problemi e poi saperli risolvere è chiaramente una cosa tutta italiana, grazie proprio a quel substrato culturale classico.

Purtroppo però, questo substrato non ha la sua controparte scientifica. E nelle scuole la scienza è drammaticamente carente. Come lo è nella società.

L’Italia resta pericolosamente un paese di profonda incultura scientifica, sia confrontato con gli altri paesi europei, dove la scienza è rispettata profondamente, come non lo è da noi, sia forse ancor più confrontato con i paesi emergenti, che vedono nella cultura scientifica la chiave del loro sviluppo.

In Italia, quando si dice la parola “cultura” si pensa a libri, opere liriche e a quadri. Ma quella è in realtà solo una parte. La cultura è l’intero sapere e gli strumenti concettuali di cui si dispone.

Se aziende italiane vendono dappertutto nel mondo, disegnatori italiani guidano lo stile del pianeta, se l’Italia è fra le dieci potenze economiche del mondo, è perché, nonostante la nostra caratteriale auto-disistima, siamo un popolo colto e intelligente. Ma l’incultura scientifica del paese è una nostra debolezza.

E mentre i paesi in via di sviluppo investono in ricerca scientifica e migliorano le università, noi le chiudiamo o affidiamo il compito di riformarle a persone senza cultura. Siamo forse l’unico paese tra quelli industrializzati ad avere un ministro dell’istruzione non laureato, quando poi magari per fare il concorso per bidello richiedono il titolo di studio…

Se pensiamo che la scienza moderna è nata in Italia, nel Rinascimento, grazie ad un uomo di una cultura immensa (non solo scientifica), Galileo Galilei, capiamo da dove veniamo. Le conoscenze che ci permettono di avere la “risonanza magnetica” (da cui però è stata tolta la parola “nucleare”, per non intimorire…) e tutte le scoperte scientifiche che ci permettono di vivere di più e meglio rispetto al passato vengono tutte da quella persona che visse quattrocento anni fa.

Sarebbe bello se in Italia fossimo orgogliosi anche di Galileo, non solo di Caravaggio. Mi piacerebbe che l’Italia si allontanasse dall’idea che la cultura sia solo arte antica, o culto sterile del proprio passato; che l’Italia desse alla cultura e alla cultura scientifica in particolare la dignità che deve avere nella formazione di una persona.

Ma per farlo, servirà un nuovo Copernico che tolga dal centro la visione attuale che abbiamo del passato per sostituirla con una che ci renda finalmente “acculturati”, e quindi liberi.

La dinamica

Tempo fa avevo annunciato in “Introduzione alla fisica” della volontà di occuparmi in maniera più organica e ordinata di fisica, ma dopo un anno ancora non ci sono riuscito. Il tempo libero scarseggia e siccome questo di scrivere è un hobby, mi piacerebbe rimanesse tale (almeno per ora, Marcello, non ti preoccupare).

In tutti i modi, oggi proverò a riprendere da dove avevo interrotto e ricomincio parlando di dinamica.

Fin ad ora ci siamo limitati ad osservare il moto (nel precedente articolo “La cinematica”) e a discuterne varie caratteristiche introducendo quantità come la velocità e l’accelerazione che ci aiuteranno nella comprensione delle cose che seguiranno.

La dinamica è il ramo della meccanica che si occupa dello studio del moto dei corpi e delle sue cause o, in termini più concreti, delle circostanze che lo determinano e lo modificano. Lo studio completo della meccanica comprende anche la statica e la cinematica: la dinamica si differenzia dalla prima che studia le configurazioni di equilibrio meccanico, dalla seconda che studia, in astratto, tutti i moti concepibili ma non si occupa di determinare quali moti possono avvenire in un determinato contesto sperimentale.

Secondo l’intuizione fondamentale di Galileo e Newton, le forze non sono la causa del moto, ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero un’accelerazione. Questa intuizione equivale ad affermare la relatività del movimento; un osservatore può determinare il suo stato di quiete o di moto solo relativamente ad altri corpi (o altri osservatori). Per questo è possibile parlare delle cause che variano il moto, ma non delle cause del moto.

Lo studio della dinamica si conduce innanzitutto riferendosi a un’entità astratta, dotata di massa ma con dimensioni trascurabili: il punto materiale. Tutte le leggi riferite al punto materiale possono essere poi estese ai corpi reali (dotati di massa e di dimensioni finite) interpretati come sistemi di punti materiali; se ci si occupa di corpi nei quali le distanze relative tra i punti costituenti il sistema non variano nel tempo, si parla di “dinamica dei corpi rigidi”; in caso contrario si parla di “dinamica dei corpi deformabili”.

Come accennavo, Galileo Galilei (1564 – 1642) ed Isaac Newton (1642 – 1727) furono fautori di una vera e propria rivoluzione. E come avrete notato, l’anno di nascita di Newton è anche l’anno di morte di Galilei. Cosa significa? Assolutamente nulla, ma mi andava di scriverlo…

Prima di Galileo la conoscenza dei fenomeni naturali era essenzialmente legata all’osservazione diretta; da Galileo in poi l’osservazione si integrò con la sperimentazione. Prima di Galileo gli strumenti erano pochi, usati per alcune misure matematiche e astronomiche o più spesso impiegati per soddisfare bisogni quotidiani; da Galileo in poi gli strumenti diventarono ineliminabili ausili per ampliare le conoscenze scientifiche.

Prima di Newton la cultura scientifica non esisteva neppure, perché era ferma alle visioni aristoteliche, cioè che la sfera terrena era composta da 4 elementi (terra, aria, acqua, fuoco) mentre quelle celesti erano fatte di un solo, quinto elemento (l’etere, perfetto ed incorruttibile). Sulla terra i quattro elementi tendevano a ritornare nel luogo che gli competeva (il cielo compete al fuoco ed all’aria, mentre il suolo compete alla terra ed all’acqua); quindi la terra e l’acqua tendevano a cadere (per ritornare al suolo) mentre l’aria ed il fuoco tendevano a risalire (per ritornare al cielo).

Newton però fissò delle leggi e delle regole precise; cerchiamo prima di capire cosa sia la dinamica e come arrivare a quelle leggi.

Tutti noi abbiamo sperimentato il fatto che per ”mettere in moto” un oggetto occorre effettuare uno ”sforzo”. Infatti nell’accezione comune la forza è legata ad un’azione muscolare: tutti sappiamo anche che dobbiamo esercitare una grande forza per spingere una macchina, ma che probabilmente non siamo in grado di spingere un camion per quanto sforzo possiamo esercitare. Dunque in qualche modo il moto ha a che fare con la quantità di materia e con lo sforzo che si esercita.

Dato che per far muovere un corpo è necessario esercitare uno sforzo, si è pensato per lungo tempo che per far viaggiare un corpo con velocità costante occorresse una forza. D’altra parte questa osservazione non spiega perché per smuovere un corpo occorra uno sforzo muscolare (o una forza) molto superiore. Analogamente, per fermare un corpo in movimento occorre uno sforzo superiore a quello necessario per mantenerlo in moto. La spiegazione odierna è che occorre considerare tutti gli effetti a cui è sottoposto un corpo in movimento.

Infatti consideriamo una palla con una superficie molto liscia che rotoli su una superficie anch’essa molto liscia. Se la mettiamo in movimento con una spinta essa continuerà a rotolare per un bel tratto, ma alla fine si fermerà. Nella vecchia teoria dell’impetus, la spiegazione era che la palla perdeva lentamente la forza (l’impetus) che le era stata applicata. Questa nozione persiste tutt’oggi come nozione di senso comune e deriva da una sorta di identificazione tra lavoro effettuato e forza applicata. In ogni caso, se ripetiamo l’esperienza precedente della palla su una superficie più ruvida, stando attenti a fornirle uguale spinta, si vedrà che la palla effettuerà un percorso più breve. Questo ci suggerisce che siano le irregolarità della superficie ad ostacolare il moto. Ovviamente queste irregolarità non sono completamente eliminabili. Anche se studiassimo il moto all’interno di una camera a vuoto, qualche piccolo effetto di resistenza al moto sarebbe sempre presente, visto che anche con le migliori tecniche a nostra disposizione una piccola quantità di aria rimane sempre presente (circa 108 atomi/cm3 nel vuoto migliore).

Possiamo però pensare ad una situazione idealizzata, come abbiamo fatto nel caso della caduta dei gravi nel precedente “paragrafo”, dove si ipotizza la possibilità di avere superfici perfettamente lisce e/o ambienti completamente privi di gas. Le esperienze precedenti suggeriscono che in queste condizioni, una volta messo in moto un corpo, e nessun’altra forza applicata, il corpo continui nello stato di moto che aveva al momento in cui la forza applicata è cessata. L’affermazione che il corpo rimane nel suo stato di moto significa che se possiede una certa velocità e quando cessa la forza, questo continuerà a mantenerla. Se il corpo era inizialmente in quiete con nessuna forza applicata, il corpo rimarrà in quiete. Questo è il contenuto della prima legge di Newton che per altro era già nota a Galileo ed a Cartesio.

  1. Il principio di inerzia o primo principio della dinamica: Se su un corpo non agiscono forze o agisce un sistema di forze in equilibrio, il corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.

Per “sistema di forze in equilibrio” si intende un insieme di forze la cui somma vettoriale sia nulla (se spingo un oggetto da due lati opposti, è ovvio che non si muova).

Questa legge non ci dice molto nei riguardi di una definizione quantitativa della forza, però ce ne descrive gli effetti qualitativi. Per esempio, ci dice che la presenza di una forza sarà connessa con un’accelerazione non nulla ed in questo senso ci dà una sorta di definizione operativa della forza stessa. Cioè ci dice che l’effetto di una forza è quello di produrre una variazione di velocità. Questa variazione di velocità è detta appunto accelerazione.

In termini “tecnici” (o, meglio, differenziali), l’accelerazione è la derivata rispetto al tempo del vettore velocità, così come la velocità è la derivata del vettore posizione rispetto al tempo. Per quello, essendo la derivata di una derivata, l’accelerazione si esprime in metri al secondo per secondo.

Ci sono molte applicazioni della prima legge di Newton. Basti pensare ad esempio a cosa succede quando andiamo in automobile. Avete mai osservato il comportamento di una bibita in auto quando si passa dallo stato di riposo (auto ferma) allo stato di moto? La bibita, che è a riposo, ”tende” a rimanere nel suo stato di riposo e se il bicchiere è pieno fino all’orlo, il liquido si rovescia. Viceversa, quando un’auto frena, la bibita ”tende” a preservare il suo stato di moto con la stessa velocità, e nuovamente si rovescia. Quindi non bevete bibite mentre accompagnate i vostri amici alle guide per prendere la patente.

 La stessa cosa succede all’autista dell’auto. Quando frena, subisce l’effetto della propria inerzia. Infatti tenderà a mantenere il proprio moto. Sarà la cintura di sicurezza ad applicare su di lui una forza tale da farlo fermare insieme alla sua auto.

Ma cos’è l’inerzia? Possiamo definirla come la tendenza naturale dei corpi a ”resistere” alle variazioni del loro stato di moto.

In realtà il concetto di inerzia, fu introdotto da Galileo, che ipotizzò l’esistenza di una forza, detta forza d’attrito, come responsabile dell’arresto del moto degli oggetti. Le sue esperienze si servivano di piani inclinati posti uno di fronte all’altro. Galileo osservò che una pallina scendeva da un piano inclinato e saliva sull’altro arrivando circa alla stessa altezza. Cambiando inclinazione di uno dei piani inclinati, osservò che ancora la pallina raggiungeva la stessa altezza di partenza, quindi percorrendo spazi maggiori. Ipotizzò che le piccole differenze nelle quote raggiunte fossero dovute alla presenza di una forza di attrito e concluse che nel caso ideale in cui l’attrito fosse completamente eliminato la pallina raggiungerebbe esattamente la stessa altezza. Questo significa che riducendo sempre più l’inclinazione di un piano inclinato, la pallina percorrerà distanze sempre maggiori, fino ad arrivare al caso in cui, in assenza di attrito, la pallina continua nel suo stato di moto a velocità costante.

Abbiamo detto che l’inerzia è la tendenza di un oggetto a resistere alle variazioni del suo stato di moto. Ma cosa intendiamo con ”il suo stato di moto”? Lo stato di moto di un oggetto è definito dalla sua velocità. Quindi possiamo dire che l’inerzia di un corpo è la sua tendenza a resistere alle variazioni di velocità. Inoltre, come abbiamo imparato, le variazioni di velocità sono legate all’accelerazione. Quindi l’inerzia di un corpo è la sua tendenza a resistere all’accelerazione.

Nell’enunciato della prima legge di Newton, si dice che se la forza totale che agisce su un corpo è nulla, allora l’accelerazione a cui è soggetto il corpo è nulla. La forza totale è la risultante di tutte le forze che agiscono sul corpo. Se la risultante è nulla, significa che tali forze si fanno equilibrio. Quindi la prima legge di Newton afferma che “se le forze che agiscono su un corpo non sono in equilibrio, allora il corpo subirà un’accelerazione”.

La relazione esistente tra forza e accelerazione è contenuta nella seconda legge di Newton. Più precisamente la seconda legge di Newton dà una relazione tra tre quantità: massa, forza ed accelerazione. Mentre abbiamo dato una definizione operativa di accelerazione, dobbiamo ancora definire le altre due quantità. Ma leggiamoci prima la seconda legge.

2. La legge fondamentale della dinamica o secondo principio della dinamica: Se su un corpo agisce una forza o un sistema di forze, la forza risultante applicata al corpo possiede direzione e verso della sua accelerazione e, in modulo, è direttamente proporzionale al modulo la sua accelerazione.

La costante di proporzionalità tra queste due grandezze è la massa, detta in questo caso “massa inerziale”, grandezza specifica di ciascun corpo. Questa legge può essere enunciata mediante l’equazione

F=ma

dove F è la risultante delle forze agenti sul corpo, m la massa dello stesso, e a l’accelerazione cui è soggetto.

In pratica il moto accelerato si produce solo tramite l’applicazione di una forza, l’accelerazione prodotta su di un corpo da una data forza è proporzionale alla forza stessa e la costante di proporzionalità è detta massa del corpo.

Possiamo adesso usare la seconda legge di Newton per fissare delle convenienti unità di misura per le forze e definire poi la massa. Andiamo a Gaithersburg, nel Maryland, presso il National Institute of Standards and Technology e trafughiamo nottetempo la massa campione di platino iridio (di cui avevamo già parlato): applicandogli una forza tale da produrre un’accelerazione di 1 m/sec2, diremo che la forza ha un valore di 1 Newton, abbreviato 1 N. In questo modo possiamo tarare i nostri dinamometri assegnando ad ogni forza, determinata precedentemente in relazione ad un peso campione, un valore in Newton. Dalla equazione vediamo che l’unità di forza è uguale all’unità di massa per l’unità di accelerazione, ovvero

1 N = 1 Kg m/sec2

A questo punto, usando un apparecchio del tipo mostrato in figura che segue,

dinamometro

possiamo misurare la massa di un corpo, semplicemente misurando l’accelerazione del corpo e la forza ad esso applicata usando un dinamometro. Si può inoltre verificare che le masse si sommano. Cioè la stessa forza applicata ad una massa doppia, produce un’accelerazione pari alla metà.

Ricordiamo l’esperimento di Galileo che realizzò dalla Torre di Pisa, in cui asseriva che tutti gli oggetti in caduta libera subiscono la stessa accelerazione, indipendentemente dalla loro massa. Consideriamo il moto di un sasso con una massa di 10 Kg e quello di una massa di 1 K. Sul sasso di 10 Kg agisce una forza 10 volte maggiore della forza che agisce sul sasso di 1 Kg e l’accelerazione dei due sassi è la stessa: l’accelerazione di gravità (9,8 m/s2).

Quindi possiamo dire che la forza di gravità è proporzionale alla massa e costante per tutti gli oggetti: spesso il peso di un corpo non viene espresso in N ma in Kgp (chilogrammo peso). Ricordiamo che il Kgp è l’intensità della forza peso a cui è soggetta la massa di un Kg. Quindi, ad esempio, 1 Kg di pane pesa 1 Kgp, cioè 9,8 Newton (e io 872,2, ma non ditelo a mia moglie altrimenti mi mette a dieta).

Il panorama della dinamica è completato dalla terza legge di Newton. Abbiamo dato una definizione operativa di forza dall’analisi di situazioni di equilibrio (definizione statica di forza). Possiamo però considerare una definizione più generale di forza come l’effetto su di un oggetto che deriva dalla sua interazione con un altro oggetto. Ogni volta che c’è interazione tra due oggetti, c’è una forza che agisce su ciascuno di essi. Quando l’interazione cessa i due oggetti non sono più sottoposti a forza. Per semplicità, tutte le forze (interazioni) tra oggetti, possono essere divise in due categorie: forze di contatto e forze che risultano da interazioni a distanza. Le forze di contatto sono tipi di forza tra due corpi che sono effettivamente a contatto. Questo è ad esempio il caso delle forze di attrito, delle forze di reazione di superfici di appoggio, delle forze di resistenza dell’aria ecc. Le forze di azione a distanza sono tipi di forza in cui i due oggetti interagenti non sono a contatto fisico, come ad esempio nel caso della forza gravitazionale (il sole e i pianeti si attraggono nonostante siano separati spazialmente, anche nel caso in cui un oggetto non tocca il suolo, è attratto dalla forza gravitazionale), oppure il caso della forza elettrica (i protoni nel nucleo atomico attraggono gli elettroni), le forze magnetiche (due calamite si attraggono o si respingono anche se sono separate da una distanza di qualche centimetro).

Quindi ne risulta:

3. Il principio di azione-reazione o terzo principio della dinamica: Se due corpi interagiscono tra loro, si sviluppano due forze, dette comunemente azione e reazione: come grandezze vettoriali sono uguali in modulo e direzione, ma opposte in verso.

Questa affermazione significa che in ogni interazione, c’è una coppia di forze che agisce sui due oggetti interagenti. Tale coppia è formata dalla forza di azione e da quella di reazione (uguali in modulo, con la stessa direzione ma verso opposto).

Attenzione, le forze di azione e reazione non si fanno equilibrio, perché sono applicate a oggetti diversi! Esiste una grande quantità di situazioni in cui due forze uguali ed opposte agiscono sullo stesso oggetto, annullandosi a vicenda cosicché non si avrà alcuna accelerazione (o addirittura nessun moto). Questo non riguarda il terzo principio della dinamica (terza legge di Newton), ma piuttosto un caso di equilibrio tra forze.

Chi ha familiarità con le piccole imbarcazioni sa bene che prima di saltare da una barca verso il molo di attracco, è opportuno legare prima la barca al molo e afferrare una presa sul molo prima di saltare. Altrimenti, quando saltate, la barca “magicamente” si allontana dal molo, facendovi fallire il salto, oppure spingendo la barca fuori dalla vostra portata. Tutto questo è dovuto alla terza legge di Newton: quando le gambe spingono il vostro corpo verso il molo, esse esercitano anche sulla barca una forza uguale e in verso opposto, e questa forza spinge via la barca dal molo (c’è un esempio anche nel film “Passengers” quando Chris Pratt, alla deriva nello spazio, spinge verso un reattore un oggetto e automaticamente viene spinto nella direzione opposta).

Un esempio più sottile è fornito dalla bicicletta. È ben noto che stare in equilibrio su una bicicletta da fermo è quasi impossibile, mentre su una bicicletta in moto è piuttosto facile. Perché?

Diversi principi sono all’opera in questo caso. Supponete di sedervi su una bicicletta che stia ferma, e vi accorgete che si sta inclinando verso sinistra. Che cosa fate? La tendenza naturale è quella di inclinarvi verso destra, per controbilanciare quell’inclinazione mediante il vostro peso. Ma muovendo la parte superiore del vostro corpo verso destra, secondo la terza legge di Newton, state in realtà spingendo la bicicletta ad inclinarsi ancora di più verso sinistra. Forse dovreste inclinarvi verso sinistra per spingere la bicicletta indietro? Potrebbe funzionare per una frazione di secondo, ma a quel punto voi avete perso del tutto l’equilibrio. Non c’è modo!

Su una bicicletta in movimento, l’equilibrio è mantenuto mediante un meccanismo completamente diverso. Ruotando leggermente il manubrio a destra o a sinistra, voi impartite una certa rotazione alla ruota anteriore (“momento angolare”) per ruotare la bicicletta attorno al suo asse maggiore, la direzione di marcia della bicicletta. In questo modo il ciclista può controbilanciare ogni tendenza della bicicletta a cadere da un lato o dall’altro, senza innescare il circolo vizioso di azione e reazione.

Per scoraggiare i ladri, alcune biciclette montano un antifurto che blocca il manubrio in una posizione fissa. Se la posizione del manubrio è bloccata nella direzione in avanti, la bicicletta può essere condotta a mano da una persona che cammina, ma non può essere montata, poiché il ciclista non potrebbe mantenere l’equilibrio.

Le leggi di Newton sono state introdotte qui nel modo tradizionale, mediante i concetti di massa e di forza (in realtà Newton formulò la seconda legge in termini di quantità di moto, non di accelerazione). Ernst Waldfried Josef Wenzel Mach (1838 – 1916), fisico austriaco, tra l’altro scopritore di un rapporto tra la velocità di un oggetto in moto in un fluido e la velocità del suono nel fluido considerato, detto “numero di Mach”, cercò di evitare nuovi concetti e formulò le leggi fisiche soltanto in termini di ciò che può essere osservato e misurato. Egli sostenne che le leggi di Newton si potevano riassumere tutte in questa unica legge:

“Quando due oggetti di dimensioni trascurabili (in linguaggio tecnico “punti materiali”, nda) interagiscono tra loro, essi accelerano in direzioni opposte, e il rapporto delle loro accelerazioni è sempre lo stesso”.

Rileggete questa formulazione quante volte volete: non c’è alcuna menzione di forza, né di massa, ma soltanto di accelerazione, che può essere misurata. Quando una pistola agisce su un proiettile, un razzo sui suoi gas di scarico, il Sole sulla Terra (e nella scala della distanza che li separa, Terra e Sole possono essere considerati masse puntiformi), le accelerazioni sono sempre dirette in verso opposto.

Il lavoro di Mach venne ritenuto importantissimo da Einstein, e quest’ultimo lo usò per dare le fondamenta alla relatività generale. Il tutto, partendo da una mela caduta in testa a Newton! La prossima volta approfondirò un po’ di concetti espressi in questo articolo, sperando sempre di fare cosa utile anche a te, giovane lettore. Vedremo chi era Keplero e come vennero usate le sue formulazioni da Newton.

Personalità abiurate

Capita a volte di sentirsi incompresi, ma non perdete tutte le vostre speranze! È successo che i più grandi geni della storia a volte abbiano visto riconosciuto il proprio talento soltanto a distanza di anni; dalla scrittura alla scienza, passando per la pittura, alcune delle più grandi menti universalmente riconosciute hanno avuto difficoltà a farsi strada nel mondo a loro contemporaneo. Ad esempio, Emily Dickinson (1830-1886), grande poetessa; il suo stile semplice e brillante non fu riconosciuto immediatamente in quanto all’epoca era maggiormente in voga un linguaggio ricercato. Qualche anno dopo la sua morte, sua sorella riuscì a pubblicare il primo volume di poesie. Altre trecento vennero ritrovate da sua nipote e pubblicate tra il 1924 e il 1935. In totale la Dickinson scrisse circa 1800 poesie. Oppure uno dei più grandi geni della musica, Johann Sebastian Bach (1685-1750), mentre era in vita divenne noto soprattutto come organista. La fama come compositore arrivò soltanto ottanta anni dopo la sua morte, grazie a Mendelssohn.

C’è un episodio divertente, quasi sicuramente apocrifo, che narra di un Mendelssohn impegnato a comprare la carne al mercato e al quale il macellaio avvolse la spesa in alcuni spartiti usati. Mendelssohn aveva una memoria straordinaria, tanto che si racconta che mentre si stava recando ad un auditorium per eseguire il “Sogno di una notte di mezza estate”, si dimenticò nella carrozza gli spartiti dell’opera ma per nulla demoralizzato dall’inconveniente la riscrisse tutta a memoria. Quando vide quegli spartiti dal macellaio e non ne riconobbe l’aria, trasalì. A quel punto fece delle ricerche e trovò che erano opere di Bach. Mendelssohn ebbe il merito di riportare alla luce la musica di Johann Sebastian Bach, caduta in oblio in quel periodo, in particolare la “Passione secondo Matteo” di cui diresse un’esecuzione nel 1829, con un grande successo che gli permise di guadagnare un’ottima reputazione, e i cui effetti di riscoperta verso la musica bachiana durano tutt’oggi. A tutt’oggi, Bach è considerato uno dei maggiori compositori, non solo della sua epoca, ma di tutti i tempi.

Così accadde anche a Galileo Galilei, tanto che fino alla morte nessuno si rese conto dell’importanza delle sue scoperte. Se non conoscete la sua storia, continuate a leggere!

Galileo Galilei (fisico, astronomo e filosofo italiano) nacque a Pisa il 15 febbraio 1564, primo di sei figli di Vincenzo Galilei, noto musicista e Giulia Ammannati, entrambi appartenenti alla media borghesia. Nel 1574, la famiglia si trasferì a Firenze, dove Galileo ebbe la sua prima educazione formale al monastero camaldolese di Vallombrosa. Avviato dal Padre agli studi di medicina presso l’Università di Pisa nel 1581, cominciò ben presto ad interessarsi alla matematica ed alla fisica. Durante il soggiorno pisano, Galileo studiò la visione aristotelica del mondo, allora unica verità scientifica accettata dalla Chiesa cattolica romana. In un primo momento, Galileo sostenne questo punto di vista, come tutti gli altri intellettuali del suo tempo, ed era sulla buona strada per diventare professore universitario. Tuttavia, a causa di difficoltà finanziarie, Galileo lasciò l’università nel 1585 prima di prendere la laurea.

Durante la sua permanenza a Pisa, protrattasi fino al 1585, Galileo arrivò alla sua prima, personale scoperta, l’isocronismo delle oscillazioni del pendolo. L’isocronismo (dal greco ἴσος, “uguale” e χρόνος, “tempo”) è la caratteristica di un fenomeno che si svolge in un tempo costante. Nel caso del pendolo, si osserva che le oscillazioni di piccola ampiezza si svolgono tutte nello stesso tempo, a prescindere dalla loro ampiezza. Il periodo di oscillazione cresce con la radice quadrata della lunghezza del pendolo e dunque un pendolo lungo oscilla più lentamente di uno corto. Non solo, scrisse anche un piccolo saggio, “La bilancetta”, che anche se venne pubblicato postumo, era già noto nei circoli dell’epoca. Nel saggio, Galileo parlava della costruzione di una bilancia idrostatica per determinare il peso specifico dei solidi ; nel 1589, nonostante non si fosse laureato, grazie alla stima ed alla fama che si era guadagnato presso certe frange del mondo accademico ottenne la cattedra di Matematica all’Università di Pisa, un lavoro che gli assicurò l’indipendenza economica dal padre.  Qui vi rimase per tre anni dedicandosi all’astronomia e ai problemi fondamentali della meccanica, esponendo in alcuni manoscritti (“De Motu”) una teoria che superava la concezione del moto della tradizione aristotelica.

Nel 1592 la repubblica di Venezia gli conferì una cattedra di matematica a Padova, che tenne fino al 1610; durante questo periodo continuò gli studi di meccanica e si occupò della caduta dei gravi che espose nell’opera “Della Scienza Meccanica e delle utilità che si traggono dagli istrumenti di quella”, che fu diffusa, manoscritta e pubblicata in traduzione francese dal Mersenne nel 1634 con il titolo “Les Mèchaniques”. Si occupò inoltre di astronomia e della teoria copernicana, alla quale aderì come dimostrano alcune lettere a Keplero del 1597. Fin da allora, carattere costante della sua opera fu la ricerca di applicazioni pratiche: in una piccola officina, presso la propria casa di Padova, costruì numerosi strumenti matematici (tra i quali un regolo  calcolatore, descritto nell’opuscolo “Le operazioni del compasso geometrico militare”, del 1606); inventò un termometro e costruì calamite, con uno studio accurato delle armature che ne accrescono la potenza. Tuttavia la realizzazione più importante fu quella del cannocchiale che, in realtà, non fu invenzione di Galilei, poiché l’uso delle lenti era stato introdotto già nel medioevo; alla fine del 1500, alcuni vetrai italiani ed artigiani dei Paesi Bassi avevano già fabbricato apparecchi di questo tipo. Inoltre una teoria delle proprietà ottiche, tale da permettere la costruzione di un cannocchiale, era stata già esposta da G.B. Della Porta e da Keplero; Galilei fu tuttavia il primo che si occupò sistematicamente di questo strumento, perfezionandolo, aumentandone il potere d’ingrandimento e soprattutto utilizzandolo per osservazioni astronomiche, che convalidavano il sistema copernicano.

Scoprì i quattro satelliti maggiori di Giove (che denominò “pianeti medicei”), le montagne, i crateri della Luna, e le macchie solari: nel 1610 pubblicò i risultati delle sue osservazioni nel “Sidereus Nuncius” (ragguaglio astronomico), che era stampato a Venezia. L’opera scritta nel misurato e sobrio linguaggio latino, comprensibile allora a tutte le persone colte, suscitò al suo apparire una vera e propria tempesta nell’ambiente accademico. Perché era evidente che l’esistenza di un sistema di pianeti ruotanti attorno a Giove, toglieva alla Terra il privilegio di essere unico centro di ogni moto e, intaccava alla base i principi della fisica aristotelica, già scossi dalle ricerche sul moto dei corpi materiali. Sempre nel 1610 Cosimo de’ Medici gli conferì la carica di “matematico primario dello studio di Pisa” senza obbligo di lezioni né di residenza: poté così trasferirsi a Firenze e dedicarsi completamente alla ricerca. Nel 1610 il Sant’Uffizio condannò la teoria copernicana a favore della vecchia teoria tolemaica: le opere di Copernico furono messe all’Indice e Galilei fu convocato a Roma a giustificare le sue opinioni. La sua posizione fu respinta e fu diffidato dall’occuparsi ancora della teoria eliocentrica. Lo scienziato non abbandonò però le osservazioni astronomiche: studiò il moto e le eclissi dei pianeti medicei nell’intento di dedurne un metodo per determinare la longitudine durante la navigazione. Nel 1623 pubblicò il Saggiatore, mentre nel 1632 (dopo una lunga elaborazione) fu dato alle stampe il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, ove si dimostrava la fondatezza del Sistema Copernicano.

Nel 1633 fu di nuovo convocato dal Sant’Uffizio, ma, questa volta, Galilei fu processato e condannato, e costretto a scegliere tra il carcere a vita e l’abiura delle sue teorie; scelse l’abiura, e la sua condanna fu subito commutata in “relegatione o confine al giardino della Trinità dei Monti” ovvero la sede dell’ambasciata del granduca. Si dice che subito dopo Galileo non abbia potuto fare a meno di sussurrare la frase “eppur si muove” riferendosi alla Terra. Ma non esiste alcuna prova del fatto che lo scienziato abbia pronunciato la storica frase in quel momento, e qualcuno pensa che sia stata inventata solo più tardi per rendere ancora più drammatica quella che fu una delle giornate più nere nella storia della scienza.

Dopo qualche giorno fu trasferito dall’arcivescovo di Siena (un suo amico); mentre nel dicembre dello stesso anno gli fu permesso di alloggiare nella sua villetta di Arcetri, vicina al convento ove vivevano come monache le figlie Livia e Virginia. Visse nella villa per ben sei anni (fino al 1639), in un rigoroso isolamento e dal 1637 quasi cieco. Il 1638 fu l’anno di una delle sue più grandi pubblicazioni, i “Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze” attinenti alla meccanica e i movimenti locali. Gli fu concesso, in seguito, di ospitare in casa un giovane studioso, Vincenzo Viviani e, a partire dall’ottobre del 1641, a lui si aggiungerà il trentenne Evangelista Torricelli. Una compagnia di brevissima durata, di soli tre mesi: l’8 gennaio 1642, infatti, all’età di 78 anni Galileo Galilei moriva.

Nel 1992 S.S. Giovanni Paolo II, che aveva chiesto nel 1979 la revisione del “caso G”, ha ritirato la condanna della Chiesa allo scienziato: anche la chiesa così, dopo secoli dalla sua morte, ha riconosciuto le innumerevoli innovazioni che Galilei ha saputo dare nel campo delle scienze e della matematica.

La fondamentale importanza che la figura di Galileo riveste riguarda il suo ruolo nel recupero del metodo scientifico sviluppato in epoca ellenistica e successivamente quasi dimenticato, grazie al suo attento studio di alcune opere scientifiche, in particolare quelle di Archimede. La sua importanza per la rinascita della scienza in generale, e della fisica in particolare, è riferibile alle scoperte che fece per mezzo di esperimenti, quali, ad esempio, il principio di relatività, la scoperta delle quattro lune principali di Giove, dette appunto satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), il principio di inerzia e che la velocità di caduta dei gravi è la stessa per tutti i corpi, indipendentemente dalla massa o dal materiale. Galileo si interessò inoltre del problema della misura della velocità della luce: egli intuì, infatti, che questa non poteva essere infinita, ma i suoi tentativi per misurarla furono infruttuosi. Riflettendo sui moti lungo i piani inclinati scoprì il problema del tempo minimo nella caduta dei corpi materiali, e studiò varie traiettorie, tra cui la spirale paraboloide e la cicloide. Nell’ambito delle sue ricerche di matematica scoprì la prima proprietà dell’infinito: una parte è uguale al tutto. Inoltre indusse un suo allievo, Bonaventura Cavalieri, a studiare gli indivisibili, intuendo le conseguenze del calcolo infinitesimale nello studio del moto. Sulla questione della matematica come strumento di indagine della natura, scrisse quanto segue: (Opera VI)

“… questo grandissimo libro [della natura] che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri né quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”.

Per Galileo la matematica è quindi il supremo strumento nell’indagine della natura. A tal proposito egli distinse fra qualità primarie dei corpi, oggetto appunto dell’indagine scientifica in quanto ad essi è applicabile il calcolo matematico, e qualità secondarie (ad es. odori, sapori, giudizi di gusto etc.), che invece non possono essere studiate in modo scientifico. Il metodo galileiano si compone di due aspetti principali:

  1. sensata esperienza, ovvero l’esperimento, che può essere compiuto praticamente o solo astrattamente (“esperienze mentali”), ma che deve in ogni caso seguire a una attenta formulazione teorica, ovvero a ipotesi che siano in grado di guidare l’esperienza in modo che essa non fornisca risultati arbitrari;
  2. necessaria dimostrazione, ovvero una analisi matematica e rigorosa dei risultati dell’esperienza, che sia in grado di trarre da questa ogni conseguenza in modo necessario e non opinabile, e che va ulteriormente verificata, con ulteriori esperienze.

Nel corso della sua vita, Galilei propose originalmente alcune invenzioni, utili non solo nello studio delle stelle, ma anche dei corpi in movimento:

  • il piano inclinato per studiare il moto dei corpi;
  • la bilancia idrostatica per misurare la densità dei corpi;
  • una macchina azionata da energia animale per innalzare acqua dai pozzi profondi;
  • il compasso proporzionale per fare calcoli sulla quadratura del cerchio e risolvere problemi di matematica e geometria;
  • il celatone, uno strumento per misurare la longitudine in mare usando i satelliti di Giove;
  • il giovilabio, uno strumento per calcolare la posizione relativa di Terra e Giove;
  • il micrometro;
  • l’elioscopio.

Gli studi dei moti parabolici, pendolari e lungo piani inclinati permisero a Galilei di scoprire l’universalità del moto. Diversi studi con metodi matematici lo portarono a scoprire che, volendo lanciare una palla di cannone il più lontano possibile, l’inclinazione della canna deve essere di 45°. Variando in alto o in basso l’inclinazione, per valori identici, la gittata è la stessa: la traiettoria a 40° e quella a 50° hanno la stessa gittata. Altri studi lo portarono alla scoperta del primo esempio di universalità fisica ovvero il moto: tutti i movimenti dei corpi materiali sono riconducibili ad un’unica sorgente. Esso nasce dalla forza che dà vita al moto e dall’attrito che a esso si oppone. Dalla somma di queste due forze nascono velocità e accelerazioni, con quantità rigorosamente conservate come, ad esempio, la quantità di moto lineare.

Facendo esperimenti col pendolo e col piano inclinato, arrivò alla scoperta del ruolo degli attriti nel moto dei corpi ed alla formulazione del principio di inerzia, poi codificato da Isaac Newton nel primo principio della dinamica: un corpo in moto rettilineo uniforme permane in tale stato in assenza di attrito; o anche, in un sistema senza attriti, un corpo resterà nel suo stato di moto o di quiete se non ci sono forze esterne che su esso intervengono. Galilei scoprì anche il valore dell’accelerazione di gravità (9,80665 m/s2), calcolando tuttavia un valore di poco di poco inferiore a causa delle forze di attrito, allora difficilmente calcolabili.

Galileo ha giocato un ruolo importante nella rivoluzione scientifica e, meritatamente, ha guadagnato il soprannome di “Il padre della scienza moderna.” La scienza gli sarà per sempre debitrice.