Storia, magistra vitae – Jugoslavia

Alcuni cambiamenti sono così lenti che non ce ne accorgiamo, altri sono così veloci che non si accorgono di noi: ad esempio, le attività umane stanno rendendo il cambiamento climatico centosettanta volte più veloce rispetto a come andrebbe se ci fossero le sole forze della Natura. Oppure, pensiamo all’impatto che ha avuto WhatsApp in soli otto anni (sì, è stato inventato solo nel 2009) nel nostro modo di comunicare.

Quando ero da poco nel mondo degli adulti, uno stato ad est dell’Italia cambiò, in modo radicale e nel giro di pochi anni: sto parlando della Jugoslavia.

Vale la pena prima di capire dove si trovava la Jugoslavia, cioè descrivere la regione cosiddetta balcanica: essa si trova nella parte orientale dell’Europa, tagliata dalla catena montuosa dei Balcani (dal turco letteralmente “montagna”). Comprende, procedendo da sud, la Turchia, la Bulgaria, la Romania, la Grecia, l’Albania, la ex Jugoslavia (Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia, Croazia e Slovenia), e a est l’Ungheria. Una molteplicità di stati, staterelli, popoli, religioni, razze differenti divise tra loro da usi e costumi, da catene montuose con scarsi e difficili sbocchi al mare.

Nell’antichità, a partire dal V secolo d.C. quella regione era stata spesso scenario di guerre, sin dall’insediamento dei primi popoli “slavi”. Gli Ungari, gli Slavi e i Macedoni erano guerrieri temuti e conosciuti dai popoli germanici e solo Ottone I di Sassonia nella battaglia di Lechfeld (10 agosto 955) segnò la fine delle incursioni degli Ungari in Europa centrale.

I primi stati indipendenti apparirono comunque tra il VII e il XIII secolo, ma anche una volta costituiti la maggior parte di essi era caratterizzata da instabilità, una situazione tormentata che si protrasse per generazioni all’ombra dell’Impero Bizantino che esercitò la sua notevole influenza fino al suo collasso definitivo e alla sua caduta.

A cavallo tra il XII e il XIII secolo si costituì il primo stato indipendente serbo, ma la denominazione di Impero arrivò soltanto con l’avvento di Dušan che conquistò molta parte della regione balcanica e riuscì a mantenersi autonomo estendendo i propri confini fino alla Turchia e alla Grecia. Impero che in realtà durò poco e dopo la morte dello “Zar e autocrate dei Serbi e dei Romani” (Bασιλες κα ατoκράτωρ Σερβίας κα Pωμανίας), come si era autoproclamato, si dissolse in tanti piccoli pricipati indipendenti.

In quella parte del mondo non c’è mai stata vera pace né tregua. Nel Novecento, la prima grande deflagrazione mondiale (1914-18) prese il via proprio dal cuore della Bosnia Erzegovina, da Sarajevo, con l’assassinio dell’arciduca d’Austria, come ho raccontato in “Destino principe”.

Già negli anni precedenti la Grande Guerra, comunque, i Balcani erano stati al centro di due conflitti: nell’ottobre 1912 la dichiarazione di guerra alla Turchia guerra conclusasi con il Trattato di Londra del dicembre dello stesso anno; nel giugno 1913 nuova guerra nei Balcani, terminata con la pace di Bucarest nell’agosto.

Con l’epilogo della Grande Guerra, il primo dicembre 1918 venne proclamata a Belgrado l’Unione dei Serbo-Croati-Sloveni; sono poi state le assemblee nazionali dei tre stati a deliberare, insieme a quella montenegrina, e il loro scioglimento e la loro confluenza nell’Unione: fu in pratica la nascita della Jugoslavia, una confederazione di stati che veniva però basata più su un’identità politica che etnica con l’intento di ridimensionare se non minimizzare o addirittura negare le diverse nazioni al suo interno.

I decenni che ne seguirono rivelarono la difficile realtà, culminata prima e dopo la Seconda guerra mondiale con la guerra civile che portò al potere il partito comunista. Una guerra civile atroce, quella che si svolse nel territorio dall’Adriatico al Kosovo e al confine con l’Ungheria. Massacri e genocidi si succedettero, intere popolazioni scomparvero nelle foibe. Ci volle l’autorità del Maresciallo Tito per instaurare, tramite un forte governo centralizzato, una confederazione in grado di salvaguardare le libertà nazionali senza ulteriori spargimenti di sangue. Alla fine del 1943 si arrivò alla seconda Jugoslavia costituita in comunità federale di serbi, croati, montenegrini, sloveni e macedoni.

Capo del governo e ministro della difesa dal’45 al ’53, Tito (eletto presidente della repubblica, carica conferitagli poi a vita nel ’63) legò il proprio nome alle tappe fondamentali di quella che venne battezzata la via jugoslava al comunismo: nel 1948 rottura con Stalin, sette anni dopo parziale riconciliazione con l’Urss, emarginazione del revisionista Djilas nel 1954, emancipazione politica economica a partire dal 1966, decentramento avviato nel 1974. Ma soprattutto Tito contribuì enormemente a compattare il paese con il sistema federale, all’autogestione dei lavoratori e alla politica estera di neutralità tra i due blocchi e tra le due grandi Potenze dell’epoca (Usa e Urss).

Il titoismo con tutti i suoi meriti sul piano nazionale e internazionale aveva però il suo tallone d’Achille, in quanto poteva ergersi a baluardo dell’unità della federazione solo in virtù della grande personalità del Maresciallo. Difatti, alla sua morte a Lubiana nel maggio 1980 seguì inevitabile lo sfacelo della sua costruzione.

Pian piano i suoi successori non si rivelarono all’altezza: il socialismo jugoslavo venne travolto dalla crisi economica e, quel che è peggio, riesplosero i nazionalismi che portarono alle divisioni e alle tremende guerre di quei terribili anni.

Dietro alle varie nazioni si profilarono grossi potentati: Croazia e Slovenia erano appoggiate dalla Germania, che così sperava di estendere il suo potere economico. Alle spalle della Serbia l’Urss e dopo il suo disfacimento la Russia; a sostegno dei musulmani della Bosnia si mossero gli stati arabi e in particolare l’Iran.

La guerra vide prima la Serbia di Milosevic contro la Croazia, poi contro la Bosnia, che pure al suo interno aveva una più o meno burrascosa convivenza tra etnie e religioni diverse.

Da Sarajevo cominciarono ad arrivare immagini drammatiche: artiglierie e cecchini colpivano senza sosta in una sorta di tiro al bersaglio continuo. Un orrore che raggiunse il culmine in due episodi che convinsero gli Stati Uniti e la comunità internazionale della necessità di far finire quella guerra di tutti contro tutti: la strage di Markale, il mercato di Sarajevo, nel febbraio 1994 e, soprattutto, il massacro di Srebrenica tra l’11 e il 18 luglio 1995, con ottomila musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladic e centinaia di donne stuprate.

Ma non furono solo quelle le cose che accaddero in quegli anni, ma quello che più mi colpisce è che oggi la maggior parte della popolazione mondiale sia indifferente verso quello che accadde o non sappia come andarono realmente le cose.

Purtroppo in rete si legge di tutto, ma alcuni riescono ad essere ancora “sul pezzo” e riescono ad inquadrare bene la cosa: consiglio la lettura di Christopher Black, uno dei giuristi penali internazionali più noti al mondo. Sul conflitto in Rwanda e su quello nella ex Jugoslavia negli anni ’90, in particolare, Black ha dimostrato davanti ai tribunali “ad hoc” la loro illegittimità dal punto di vista della Carta delle Nazioni Unite e il loro essere meri strumenti di guerra degli Stati Uniti d’America.

Pochi giorni fa il conflitto Jugoslavo e la Corte penale internazionale sono tornati alla ribalta per il suicidio in diretta di Slobodan Praljak, ex militare condannato per crimini di guerra. Ma non tutti sono convinti che il tribunale dell’Aja sia dalla parte della giustizia: attenzione, però, la Corte Penale Internazionale non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, quindi qualche dubbio sulla sua imparzialità ce l’ho anche io.

A distanza di un quarto di secolo l’assedio di Sarajevo e la guerra in Bosnia sono ancora raccontate secondo schemi diversi. Ognuno ha le sue verità, e tra esse è estremamente difficile che si instauri una superficie di contatto.

E come avevo detto in “Storia,magistra vitae – Introduzione”, un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo.