Articolo 21

Chi mi conosce o chi è fortunato nel riuscire a capire qualcosa di quello che scrivo su questo blog (non perché sia particolarmente difficile, ma perché lo scrivo male) sa che una delle mie battaglie (perse) tratta della scarsità di divulgazione scientifica in Italia.

L’Italia è una nazione che ha un substrato culturale mostruoso (ne parlerò dopo) che viene però veicolato male, soprattutto dall’informazione. I quotidiani, una volta organi di partito, si nascondono dietro una malcelata “indipendenza”, che in realtà non esiste.

Facciamo qualche esempio raccontando da chi sono gestiti alcuni dei principali giornali a diffusione nazionale:

  • “Corriere della Sera”:

Ha fama di essere un giornale obiettivo e sopra le parti, di avere una linea editoriale anglosassone e indipendente da interessi particolari. L’editore è il gruppo “RCS Media Group” (per esteso, Rizzoli-Corriere della Sera Media Group S.p.A.), ed è quotato in borsa. Se guardiamo chi siede nel CDA troviamo Urbano Cairo, presidente di “Cairo Communication” (La7) e del Torino, Diego Dalla Valle, presidente di Hogan e Tod’s nonché patron della Fiorentina, Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato del gruppo Pirelli, nonché diversi industriali, bancari e immobiliaristi che siedono in CDA di altre aziende. Direttamente o indirettamente sono rappresentati quasi tutti i settori della grande industria italiana, un esempio di come queste grandi aziende italiane siano in realtà collegate tra loro. Oltre al Corriere, appartengono al gruppo RCS una lista di quotidiani, per esempio, la “Gazzetta dello sport”, e di periodici tra cui, per esempio, “Oggi” e “Abitare”.

  • “la Repubblica”:

Questo giornale fa parte del gruppo “GEDI” Gruppo Editoriale. Nel CDA, oltre a “CIR” (Compagnie Industriali Riunite, maggioranza della famiglia De Benedetti) e a “Giovanni Agnelli e C.”, società della famiglia Agnelli, siedono figure di primo piano del mondo della finanza, dell’università, dell’imprenditoria e dell’industria italiana che siedono anche in altri CDA. Il gruppo GEDI è anche proprietario de “La Stampa” e de “Il Secolo XIX”, di numerosi periodici, tra cui “l’Espresso” e “Le Scienze”, e di numerosi quotidiani locali, tra cui “Il Piccolo” e “Il Tirreno”, o di radio, come per esempio “Radio DeeJay” e “Radio Capital”.

  • “Il Giornale”:

Fondato da Montanelli nel 1974, fu in seguito acquistato da Berlusconi e tuttora appartiene al gruppo Mondadori ed è controllato dalla famiglia Berlusconi. Nel CDA troviamo i figli e figure rilevanti delle aziende di famiglia o vicine alla famiglia. Con l’ingresso in politica di Berlusconi il Giornale è diventato un giornale politico, con una linea editoriale mirata a sostenere il partito politico dell’editore. Il gruppo Mondadori possiede numerosi periodici, tra cui anche “Panorama”, “Tv Sorrisi e Canzoni”, “Grazia”, “Donna Moderna”, “Chi”, “Focus”, “Geo”, “Starbene” e molti altri.

  • “Libero”:

Quotidiano di destra fondato e diretto da Vittorio Feltri, dal 2001 appartiene a Giampaolo Angelucci, immobiliarista e proprietario di numerose cliniche e strutture sanitarie come il San Raffaele di Roma. Come organo ufficiale del “Movimento Monarchico Italiano” ha ricevuto in passato sovvenzioni dallo Stato (alcune delle quali sono state oggetto di sanzione, però, e dovranno essere restituite).

  • “Avvenire”:

Nato nel 1968 dalla fusione di due giornali, “l’Italia” di Milano e “L’avvenire d’Italia” di Bologna, il giornale è edito e appartiene alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Com’è ovvio è un quotidiano di ispirazione cattolica scritto per i cattolici. Riceve le sovvenzioni statali.

  • “Il Resto del Carlino”:

È uno dei quotidiani più antichi, simbolo di Bologna, ottavo quotidiano nazionale, e insieme alla “Nazione” di Firenze e al “Giorno” di Milano formano la rete QN, Quotidiano Nazionale. Tutti e tre appartengono alla “Poligrafici Editoriale”, a sua volta controllata dal gruppo “MonRif”, guidato da Andrea Riffeser Monti, discendente di Attilio Monti, famoso imprenditore italiano nel campo della raffinazione e alberghiero. Curiosità: perché “il Resto del Carlino” si chiama così? Nel 1885 a Firenze si vendeva un giornale chiamato “Il Resto al sigaro”. Prezzo nelle tabaccherie di 2 centesimi. Un sigaro costava 8 centesimi e quindi per i negozianti era facile collegare la vendita dei due prodotti. Doppio affare in un colpo solo. Un gruppo di amici bolognesi decise di esportare l’idea a Bologna. Allora andavano per la maggiore titoli di giornali scanzonati come “La striglia”. Si scelse dunque “Il Resto …del Carlino”. Il Carlino era stata una moneta dello stato Pontificio coniata dal XIII secolo al 1796. Con l’Unità d’Italia la moneta da 10 centesimi di lire continuava a circolare chiamata Carlino. I puntini di sospensione erano ironici: a Bologna “dare il resto del carlino” significava “regolare i conti”.

  • “Il Messaggero”:

È il più diffuso giornale del centro Italia, il sesto a livello nazionale, di impostazione laica di centro-sinistra, appartiene alla “Caltagirone editore”, di proprietà della famiglia Caltagirone, famosi imprenditori nel campo delle costruzioni, grandi opere, cementifici. Oltre al “Messaggero”, la famiglia Caltagirone possiede anche “il Mattino” di Napoli, “il Gazzettino” di Venezia, il “Nuovo Quotidiano di Puglia”, per dirne alcuni.

  • “Il Sole 24 ore”:

È il più autorevole quotidiano economico italiano, il quarto per diffusione, fondato nel 1865. È edito dal “Gruppo 24 Ore”, di proprietà di Confindustria. La linea editoriale è diretta espressione dei principali gruppi industriali italiani. Nel CDA troviamo diverse figure di spicco dell’industria e della finanza.

  • “Milano Finanza”:

Uno dei quotidiani economici più conosciuti in Italia, tratta esclusivamente di temi economici-finanziari ed è edito da “Class Editori” di Paolo Panerai. Class Editori possiede e pubblica anche “Italia Oggi”, anch’esso noto quotidiano incentrato su temi politico-economici, numerosi periodici incentrati sui temi dell’informazione finanziaria e del lusso come “Capital” e “Class”, numerose Tv, radio, siti web e l’agenzia di stampa “MF-DowJonesNews”. Nel CDA dell’editore siede tra gli altri Maurizio Carfagna, consigliere di amministrazione di Mediobanca.

Quando i giornali sono così, legati a corda doppia ad un gruppo o a un’azienda, come si può dire che siano indipendenti? Quando quasi tutti appartengono a banche, industriali, partiti, imprenditori, assicurazioni e questi hanno interessi in comune e rapporti d’affari come accade nel mercato piccolo e chiuso dell’Italia, come possono i cittadini accedere alle informazioni ed essere certi che esse siano “libere”?

Non solo, ma questa situazione mette a rischio la democrazia, perché senza buona informazione non ci sono cittadini informati, senza i quali non c’è democrazia. Non a caso l’Italia è al 52° posto come libertà di stampa nel mondo, migliore del 77° di un anno fa, ma molto lontano dall’optimum.

Quasi tutto è perduto. Con rammarico si può notare che il giornalismo d’inchiesta, una volta in mano a professionisti (si pensi a “Mauro De Mauro”), è finito nelle mani di “Report”, “Striscia la notizia” e “Le Iene”. E se per il primo, pur con tutte le sue pecche (secondo me a volte pur di aver ragione racconta mezze verità), è comunque gestito da giornalisti di un certo livello, gli altri due sono quasi sempre alla ricerca dello scoop e dell’ascolto.

Ci sono infatti due recenti notizie, una di “Striscia” e una dei “Men in Black de noantri”.

Quella del telegiornale “satirico” di Canale 5 non voglio neanche commentarla, mi sembra una mera ricerca del sensazionalismo (ingresso non autorizzato a Linate con accesso alla pista), mentre quella delle Iene è abbastanza grave.

Secondo loro, in Abruzzo sarebbe in corso un esperimento nucleare segreto capace di mettere a rischio l’intero territorio. Secondo il servizio, dalle viscere del Gran Sasso, dove nel 1982 è stato costruito l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il più grande laboratorio sotterraneo del mondo, potrebbe arrivare la minaccia nucleare. L’inviata de “Le Iene” spiega come la cima più alta dell’Appennino ospiti anche una delle sorgenti d’acqua più pure d’Europa, che offre da bere a mezzo Abruzzo, ed è proprio in queste acque si trovano i laboratori dove molto spesso si fanno esperimenti utilizzando sostanze nocive. L’ultimo in programma, e secondo i comitati locali tenuto nascosto per la sua pericolosità, è il Sox.

A quel punto, vista la quantità di “imprecisioni” dell’articolo, che non riporto, l’Istituto ha dovuto diffondere una nota, che invece riporto integralmente.

Il servizio delle Iene andato in onda ieri sera contiene numerose falsità e poche verità presentate in modo parziale e fazioso. Cercheremo quindi di fare chiarezza su alcuni punti che destano preoccupazione in lei come in molte altre persone che abitano il territorio.

I Laboratori Nazionali Del Gran Sasso – INFN hanno a cuore la sicurezza dell’acqua del Gran Sasso. La sicurezza dell’acqua in particolare, e dell’ambiente in generale, è una condizione necessaria ai Laboratori per svolgere le proprie attività di ricerca. Soprattutto perché i nostri Laboratori sono parte del territorio abruzzese: molti nostri ricercatori e molte delle persone che vi lavorano sono abruzzesi, vivono nel territorio e bevono l’acqua che esce dai loro rubinetti. E l’INFN pone la massima attenzione al rispetto della legge: tutto è fatto nel rispetto delle norme e con le autorizzazioni necessarie. Quindi anche nel caso del nuovo esperimento SOX si è seguito rigorosamente l’iter di legge. L’autorizzazione all’impiego è stata ottenuta da Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero della Salute, Ministero dell’Ambiente, Ministero del Lavoro, Ministero dell’Interno (Protezione Civile) e di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

SOX non è un esperimento nucleare che prevede la manipolazione di atomi, come accade per esempio in una centrale nucleare, ma un esperimento scientifico che usa una sorgente radioattiva sigillata, come quelle che vengono usate, sia pure con una diversa potenza e differenti finalità, negli ospedali delle nostre città per eseguire esami diagnostici e terapie. SOX è infatti un esperimento per lo studio dei neutrini che utilizza 40 grammi di polvere di Cerio 144. Il Cerio 144 produce decadimenti radioattivi spontanei, non reazioni nucleari di fissione. SOX quindi non ha niente a che vedere con un reattore nucleare, non può esplodere, neppure a seguito di azioni deliberate, errori umani o calamità naturali. (Per saperne di più: https://www.lngs.infn.it/it/borexino)

Per garantire lo svolgimento in assoluta sicurezza dell’esperimento, senza nessun rischio per le persone e per l’ambiente, il Cerio 144, è isolato e totalmente schermato. La polvere di Cerio è chiusa e sigillata in una doppia capsula di acciaio, che a sua volta viene poi chiusa all’interno di un contenitore di tungsteno dello spessore di 19 centimetri, del peso di 2,4 tonnellate, realizzato appositamente per SOX con requisiti più alti rispetto agli standard di sicurezza richiesti, e in grado di resistere fino a 1700 °C. La sorgente rimarrà chiusa sotto chiave nel suo alloggiamento inaccessibile, per l’intera durata dell’esperimento, cioè 18 mesi. Il contenitore di tungsteno è indistruttibile: è resistente a impatto, incendio, allagamento e terremoto, secondo studi rigorosi che sono stati svolti come previsto dalla legge e verificati dalle autorità competenti. Quindi, tutti i rischi citati durante la trasmissione, dal terremoto all’atto terroristico, non sono realistici.

SOX, dunque, non rappresenta in alcun modo un rischio, né per la popolazione né per l’ambiente: non implica nessuna dose radioattiva per nessuno, e naturalmente neanche per le persone che lavorano nei laboratori, la dispersione del Cerio è impossibile anche in caso di incidente, la sorgente sarà sempre sorvegliata 24h/24 dal personale che di norma svolge l’attività di sorveglianza nei Laboratori.

Il problema che io ritengo veramente grave è che non solo questo sensazionalismo ha dato adito a un tamtam di notizie catastrofiche di ciò che potrebbe accadere, ma che la giunta della Regione Abruzzo, senza informarsi da alcuno scienziato, ma solo in base a quanto asserito dal servizio, ha intimato lo stop all’esperimento.

Ma perché affidare il giornalismo a mani inesperte e ignoranti? Possibile che non ci sia nessuno, in un’intera redazione, che non conosca la differenza tra decadimento radioattivo e fissione nucleare? Come si fa a pensare che Ricerca Nucleare e Centrale Nucleare possano avere lo stesso significato? È come se si pensasse che l’Olio Vergine è prodotto da olive che non si sono mai accoppiate!

Paradossalmente, però, la scuola italiana è stata sempre fra le migliori del mondo, soprattutto per chi voleva dedicarsi alla scienza. Non per caso giovani italiani brillano in tutti i migliori centri di ricerca del mondo.

Perché abbiamo una cosa che pochi altri paesi al mondo hanno: la cultura umanistica. Studiare Omero, Hegel e Leonardo offriva (perché le cose stanno velocemente cambiando anche lì) a chi poi si dedicava a studi scientifici uno strumento di pensiero più acuminato che passare ore a calcolare, come fanno gli studenti delle scuole scientifiche di punta del nord Europa.

Ovviamente ciò non significa che per essere un ottimo scienziato sia obbligatorio passare per il Liceo italiano, però io credo che sia un aiuto. Mi è capitato a volte di dovermi confrontare su argomenti non prettamente umanistici con persone di formazione molto differente.

Certo, puoi non sapere chi sia Ovidio e avere delle ottime capacità di pensiero, critico o analitico. Ma la visione di insieme unita alla capacità di prevedere e individuare problemi e poi saperli risolvere è chiaramente una cosa tutta italiana, grazie proprio a quel substrato culturale classico.

Purtroppo però, questo substrato non ha la sua controparte scientifica. E nelle scuole la scienza è drammaticamente carente. Come lo è nella società.

L’Italia resta pericolosamente un paese di profonda incultura scientifica, sia confrontato con gli altri paesi europei, dove la scienza è rispettata profondamente, come non lo è da noi, sia forse ancor più confrontato con i paesi emergenti, che vedono nella cultura scientifica la chiave del loro sviluppo.

In Italia, quando si dice la parola “cultura” si pensa a libri, opere liriche e a quadri. Ma quella è in realtà solo una parte. La cultura è l’intero sapere e gli strumenti concettuali di cui si dispone.

Se aziende italiane vendono dappertutto nel mondo, disegnatori italiani guidano lo stile del pianeta, se l’Italia è fra le dieci potenze economiche del mondo, è perché, nonostante la nostra caratteriale auto-disistima, siamo un popolo colto e intelligente. Ma l’incultura scientifica del paese è una nostra debolezza.

E mentre i paesi in via di sviluppo investono in ricerca scientifica e migliorano le università, noi le chiudiamo o affidiamo il compito di riformarle a persone senza cultura. Siamo forse l’unico paese tra quelli industrializzati ad avere un ministro dell’istruzione non laureato, quando poi magari per fare il concorso per bidello richiedono il titolo di studio…

Se pensiamo che la scienza moderna è nata in Italia, nel Rinascimento, grazie ad un uomo di una cultura immensa (non solo scientifica), Galileo Galilei, capiamo da dove veniamo. Le conoscenze che ci permettono di avere la “risonanza magnetica” (da cui però è stata tolta la parola “nucleare”, per non intimorire…) e tutte le scoperte scientifiche che ci permettono di vivere di più e meglio rispetto al passato vengono tutte da quella persona che visse quattrocento anni fa.

Sarebbe bello se in Italia fossimo orgogliosi anche di Galileo, non solo di Caravaggio. Mi piacerebbe che l’Italia si allontanasse dall’idea che la cultura sia solo arte antica, o culto sterile del proprio passato; che l’Italia desse alla cultura e alla cultura scientifica in particolare la dignità che deve avere nella formazione di una persona.

Ma per farlo, servirà un nuovo Copernico che tolga dal centro la visione attuale che abbiamo del passato per sostituirla con una che ci renda finalmente “acculturati”, e quindi liberi.

Contratto con gli italiani

Bozza di contratto di lavoro 2018 per tutte le categorie.

  1. GIORNI DI MALATTIA
    Non sarà più accettato il certificato medico come giustificazione di malattia.
    Se si riesce ad andare dal dottore si può benissimo andare anche al lavoro.
  2. GIORNI LIBERI E DI FERIE
    Ogni impiegato riceverà 104 giorni liberi all’anno. Si chiamano sabati e domeniche.
  3. BAGNO
    La nuova normativa prevede un massimo di 3 minuti per le necessità personali.
    Dopo suonerà un allarme, si aprirà la porta e verrà scattata una fotografia.
    Dopo il secondo ritardo in bagno, la foto verrà esposta in bacheca.
  4. PAUSA PRANZO
    4.1 – Gli impiegati magri riceveranno 30 minuti, perché hanno bisogno di mangiare di più per ingrassare.
    4.2 – Quelli normali riceveranno 15 minuti, per fare un pasto equilibrato e rimanere in forma.
    4.3 – Quelli in sovrappeso riceveranno 5 minuti, che sono più che sufficienti per uno slimfast.
  5. AUMENTI
    Gli aumenti di stipendio vengono correlati all’abbigliamento del lavoratore:
    5.1 – Se si veste con scarpe Prada da euro 350,00 o borsa Gucci da euro 600,00, si presume che il lavoratore stia bene economicamente e quindi non abbia bisogno di un aumento.
    5.2 – Se si veste troppo poveramente, si presume che il lavoratore debba imparare ad amministrare meglio le sue finanze e quindi non sarà concesso l’aumento.
    5.3 – Se si veste normalmente vuol dire che il lavoratore ha una retribuzione sufficiente e quindi non sarà concesso l’aumento.
  6. PAUSA CAFFE’
    Le macchine erogatrici di caffè/the saranno abolite.
    Ai lavoratori che lo richiederanno, all’inizio dell’orario di lavoro sarà messa
    sulla scrivania una tazzina piena di buon caffè/the caldo che potranno bersi durante la pausa comodamente seduti sulle loro sedie senza alzarsi e perdere tempo a raggiungere il distributore. Per chi volesse anche uno snack (ingordi) vi preghiamo tornare al punto 4.
  7. STRAORDINARI
    Gli straordinari non saranno piu’ pagati… se decidete di restare in ufficio oltre l’orario di lavoro significa che non avete altro da fare a casa quindi dovreste solo ringraziarci, se non ci fossimo noi vi annoiereste fuori di qui.

Vi ringraziamo per l’attenzione e Buon lavoro!

P.S. – Se avete letto questo testo in orario di lavoro vi verranno trattenuti 10 minuti di stipendio.

L’apocalisse italiana

Quando si pensa ai migranti e all’Islam, l’Italia non è un paese che viene subito in mente.

A differenza dei suoi vicini nordici, l’Italia non ha avuto un miracolo economico che avrebbe richiesto l’importazione massiccia di forza lavoro. Manca, difatti, un legame profondo ad una grande fonte di migrazione, come l’Asia meridionale per la Gran Bretagna. l’Italia non ha nemmeno sperimentato grandi atti di violenza jihadista come la Francia. A differenza della Svezia, poi, non si sentono racconti circa assalti di esaltati/pazzi e, a differenza del Belgio, non ci sono zone in cui è meglio non andare. A differenza dei Paesi Bassi, non è emerso nessun personaggio politico anti-islamico fiammeggiante paragonabile a Geert Wilders e, diversamente dalla Germania, nessun partito anti-immigrazione è diventato una forza politica significativa.

Ma, non meno delle controparti settentrionali, l’Italia merita attenzione perché sta subendo enormi cambiamenti. Probabilmente, tali cambiamenti sono ancor più pressanti, larghi e negati che nei paesi meglio noti dell’Europa.

Per cominciare, c’è la geografia. Non solo il famoso stivaletto d’Italia si inserisce notevolmente nel Mar Mediterraneo, rendendo il Paese un bersaglio allettante per i migranti clandestini marini, ma il territorio italiano raggiunge il Nord Africa: la piccola isola di Lampedusa, 6000 abitanti, si trova a sole 70 miglia dalla costa tunisina e 184 miglia dalla Libia. Nel 2016, ben 181.000 migranti sono entrati in Italia, quasi tutti illegali, quasi tutti via mare.

E’ stata una sfida anche quando Gheddafi di Libia cambiò idea è soffocò il flusso migratorio guadagnando, così, larghe concessioni dall’Italia in un gioco che ha anticipato quello che la Turchia di Erdogan ora gioca con la Germania. Ma dopo il rovescio di Gheddafi nell’ottobre 2011, l’anarchia in Libia presenta ancora maggiori problemi. Almeno Gheddafi poteva essere efficacemente pagato; quanto invece è più difficile occuparsi di una miriade di forti locali e di contrabbandieri?

Accrescendo la tendenza verso ciò che l’intellettuale francese Renaud Camus definisce una “grande sostituzione delle popolazioni”, nel 2016 ben 285.000 italiani hanno lasciato la propria patria. Un aumento significativo rispetto agli anni precedenti.
Poi c’è la storia. La presenza musulmana in Sicilia durò quasi cinque secoli, dal 827 al 1300, e sebbene sia meno celebre del dominio sulľAndalusia, gli islamisti ricordano di frequente quell’epoca e vogliono la Sicilia indietro! Roma, la sede della Chiesa cattolica, rappresenta un simbolo fondamentale dell’ironia e dell’ambizione islamica, rendendo altamente probabile il diventare un obiettivo della violenza jihadista.

Le tendenze demografiche italiane sono ancor peggiori rispetto all’Europa settentrionale, con un Tasso di Fertilità Totale (numero di figli per donna) di 1,3, ben al di sotto della vicina Francia (2,0). Il giornalista Giulio Meotti mi riferisce che il TFR dei migranti è quasi del 2,0 mentre quello delle italiane indigene è di circa 0,9. Alcune piccole cittadine cominciano ad estinguersi; una di esse, Candela, che ha visto la sua popolazione ridursi da 8.000 unità negli anni ’90 alle 2.700 di oggi, ha risposto offrendo una “casa fredda” per indurre gli immigrati economicamente produttivi a stabilirsi. Il ministro della sanità italiano, Beatrice Lorenzin, ha definito la tendenza demografica “un’apocalisse” per il Paese.

In combinazione, questi fattori sono suscettibili di produrre una “crisi civilizzativa” per l’Italia. Ma il muro del diniego è quasi completo. Sì, la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle si oppongono all’immigrazione libera, ma questo non è il loro obiettivo prioritario. Tuttavia, bannato il dibattito sull’immigrazione e l’islamismo nel Nord, è ancora peggio nel resto ďItalia. Le voci che hanno affrontato questi temi un decennio fa, come Magdi Allam, Oriana Fallaci, Fiamma Nirenstein, Emanuele Ottolenghi e Marcello Pera, non risuonano più. La negazione prevale.

Papa Francesco si è affermato come uno dei principali sostenitori della migrazione senza ostacoli e dell’accoglienza acritica dei migranti, rendendo ben più difficile la discussione su questo tema. Aggiungendosi alla deriva politica, il governo “senza traccia” del primo ministro Paolo Gentiloni promuove i cliché della sinistra standard, riconoscendo appena il movimento “tettonico” in corso (fenomeno di vasta portata n.d.t.).

Dopo aver percorso 12 città in Italia, ho avuto la netta impressione che la crisi migratoria è troppo pesante per la maggior parte degli italiani per poterla fronteggiare. (I lettori americani potrebbero confrontarli con la riluttanza dei loro connazionali per affrontare la minaccia di un… impulso elettromagnetico.)

Per me, una vignetta ben catturò l’immagine della nuova Italia in un parco a Padova: una statua è circondata da quattro panchine. Sette anziane donne italiane si raccolgono su una panchina, mentre otto uomini africani si adagiano sulle restanti tre panchine.

Questa scenetta riassume sia il reciproco disgusto che l’abbondante senso di superiorità dei migranti (verso gli italiani n.d.t.).

Cosa ci vorrà affinché gli italiani si sveglino e comincino ad affrontare la catastrofe demografica e civile che incombe sulla loro cultura unica?

La mia ipotesi: un grande attacco di matrice jihadista a Roma.

Fonte: Daniel Pipes – The Washington Times, trad. Vito Errico

Il canto degli Italiani

Molto spesso ci lamentiamo solo per il gusto di lamentarci, e sinceramente non so se sia un vezzo solo italiano o sia un sentimento insito nella natura umana. “L’erba del vicino è sempre più verde” è uno dei modi di dire che fa comprendere come siamo scontenti di quanto ci riguarda, guardando quanto fanno gli altri senza apprezzare quello che abbiamo.

Capita in politica, nello sport, nell’arte e nella scienza, senza pensare che magari i risultati raggiunti da altri sono frutto di duro lavoro.

Ci lamentiamo del nostro governo, ma non ci chiediamo se questo o quello siano migliori del nostro, o se sia solo una nostra impressione. Anche nelle cose più banali, come gli inni nazionali, siamo pronti ad affermare che “quello americano sì, che è un inno nazionale… mica come il nostro!”

Ma sarà vero? Torniamo indietro di qualche anno…

L’anniversario dell’Unità d’Italia viene fatto coincidere con il 17 marzo, data che richiama la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861). Quest’anno ricorre quindi il 156° anniversario. Ma la neonata nazione aveva già un inno, composto nel lontano 1847.

Il Canto degli Italiani, conosciuto anche come Fratelli d’Italia, Inno di Mameli, Canto nazionale o Inno d’Italia, è un canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, inno nazionale de facto della Repubblica Italiana, sancito implicitamente dalla legge n° 222 del 23 novembre 2012, che ne prescrive l’insegnamento nelle scuole insieme agli altri simboli patri italiani.

AGGIORNAMENTO (grazie Manuel):

In realtà sono state mosse delle accuse di plagio a Mameli; secondo Aldo Alessandro Mola, docente emerito di Scienze Politiche alla Statale di Milano, autore di biografie e numerosi saggi storici, Goffredo Mameli ha semplicemente plagiato uno scritto di Padre Atanasio Canata (1811-1867) e si è costruito immeritatamente, uno spazio nella storia del così detto “risorgimento” italiano. Il Canata stesso scriveva: “A destar quell’alme imbelli/ meditò (lui, Canata, nda) robusto un canto;/ ma venali menestrelli (Mameli? nda) si rapian dell’arpe il vanto:/ sulla sorte dei fratelli/ non profuse allor che pianto, / e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”. Da altre fonti invece pare che il Padre, non potendo figurare come autore di un inno risorgimentale per motivi ecclesiastici, abbia ceduto il testo all’ignoto Mameli, peraltro non noto fino ad allora per altre opere; quale sarà la verità?

Il brano, un 4/4 in si bemolle maggiore, è costituito da sei strofe e da un ritornello che viene cantato alla fine di ogni strofa. Il sesto gruppo di versi, che non viene quasi mai eseguito, richiama il testo della prima strofa.

Il canto fu molto popolare durante il Risorgimento e nei decenni seguenti, sebbene dopo l’unità d’Italia come inno del Regno d’Italia fosse stata scelta la Marcia Reale, che era il brano ufficiale di Casa Savoia. Il Canto degli Italiani era infatti considerato troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell’epoca: Fratelli d’Italia, di chiara connotazione repubblicana e giacobina, mal si conciliava con l’esito del Risorgimento, che fu di stampo monarchico.

Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia diventò una repubblica e il Canto degli Italiani fu scelto, il 12 ottobre 1946, come inno nazionale provvisorio, ruolo che ha conservato anche in seguito. Nei decenni si sono susseguite varie iniziative parlamentari per renderlo inno nazionale ufficiale, senza però mai giungere a una modifica costituzionale oppure alla promulgazione di una legge specifica che desse al Canto degli Italiani lo status di inno de iure della Repubblica Italiana.

Sulla data precisa della stesura del testo, le fonti sono discordi: secondo alcuni studiosi l’inno fu scritto da Mameli il 10 settembre 1847, mentre secondo altri la data di nascita del componimento fu due giorni prima, l’8 settembre. Comunque, quest’anno ricorre il 170° anniversario.

Ma andiamo a vedere e a capire il contesto dell’inno analizzandone le strofe:

Fratelli d’Italia

Nella versione originaria dell’inno, il primo verso recitava “Evviva l’Italia”: fu cambiato in “Fratelli d’Italia” dall’autore della musica, Michele Novaro.

L’Italia s’è desta

L’Italia si è svegliata”, cioè è pronta a combattere

Dell’elmo di Scipio

Scipione l’africano, vincitore di Zama, è portato ad esempio per la capacità della Roma repubblicana di riprendersi dalla sconfitta e combattere valorosamente e vittoriosamente contro il nemico.

S’è cinta la testa

L’elmo di Scipione, che ora l’Italia ha indossato, è simbolo dell’incombente lotta contro l’oppressore austriaco.

Dov’è la Vittoria?!

La dea Vittoria. Per lungo tempo la dea Vittoria è stata strettamente legata all’antica Roma, ma ora è pronta a consacrarsi alla nuova Italia per la serie di guerre che sono necessarie per cacciare lo straniero dal suolo nazionale e per unificare il Paese.

Le porga la chioma

Qui il poeta si riferisce all’uso, nell’antica Roma, di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che invece portavano i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve porgere la chioma all’Italia perché le venga tagliata diventandone così “schiava”.

Ché schiava di Roma

Il senso è che l’antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria “sua schiava”.

Iddio la creò

L’antica Roma fu grande per disegno di Dio.

Stringiamci

È presente il termine sincopato “Stringiamci” (senza la lettera “o”), in luogo di “Stringiamoci”, per questioni di metrica.

a coorte

La coorte (in latino cohors, cohortis) era un’unità da combattimento dell’esercito romano, decima parte di una legione. Questo riferimento militare molto forte, rafforzato poi dal richiamo alla gloria e alla potenza militare dell’antica Roma, ancora una volta chiama tutti gli uomini alle armi contro l’oppressore.

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Allude alla chiamata alle armi del popolo italiano con l’obiettivo di cacciare il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all’epoca ancora diviso negli stati preunitari.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi

Perché non siam Popolo

Perché siam divisi

L’autore sottolinea il fatto che l’Italia, intesa come penisola italica, non fosse unita. All’epoca infatti (1847) era ancora divisa in sette Stati. Per tale motivo, l’Italia era da secoli spesso trattata come terra di conquista. 

Raccolgaci un’Unica

Bandiera una Speme

Una “Speme” significa una “Speranza”.

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò

La speranza che l’Italia, ancora divisa negli stati preunitari, si raccolga finalmente sotto un’unica bandiera fondendosi in una sola nazione.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Uniamoci, amiamoci

L’unione e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore

Giuriamo far Libero

Il suolo natio

Uniti, per Dio,

Francesismo, par Dieu, cioè da Dio o attraverso Dio: Dio è dalla parte dei popoli oppressi. Questo è uno dei (non molti) riferimenti a Dio che è possibile trovare nelle opere di Mameli. Spiegherebbe la teoria del plagio, però.

Chi vincer ci può!?

La terza strofa, che è dedicata al pensiero politico di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, incita alla ricerca dell’unità nazionale attraverso l’aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell’intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune.

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

L’Italia chiamò.

 

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

Nella Battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 la Lega Lombarda sconfisse Federico Barbarossa, qui l’evento assurge a simbolo della lotta contro l’oppressione straniera. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l’unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell’inno nazionale italiano.

Ogn’uom di Ferruccio

Francesco Ferrucci, simbolo dell’assedio di Firenze (2 agosto 1530), con cui le truppe dell’Imperatore volevano abbattere la Repubblica fiorentina per restaurare la signoria dei Medici. In questa circostanza, il Ferrucci morente venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino. È da notare come in seguito il nome maramaldo sia stato associato a termini quali vile, traditore, fellone.

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Balilla

Soprannome di Giovan Battista Perasso che il 5 dicembre 1746 diede inizio, col lancio di una pietra ad un ufficiale, alla rivolta genovese che si concluse colla scacciata degli austriaci, che da alcuni mesi occupavano la città.

Il suon d’ogni squilla

I Vespri suonò

I Vespri siciliani, l’insurrezione del lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi estesasi a tutta la Sicilia dopo essere cominciata a Palermo, scatenata dal suono di tutte le campane della città.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute

Mercenari, di cui si attribuisce anacronisticamente l’uso all’Austria, non valorosi come gli eroi patriottici, bensì deboli come giunchi.

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute

L’Austria è in decadenza.

Il sangue d’Italia

Il sangue Polacco

Anche la Polonia era stata invasa dall’Austria, che coll’aiuto della Russia e della Prussia l’aveva smembrata. Il destino della Polonia è singolarmente legato a quello dell’Italia: anche nel suo inno (Mazurca di Dabrowski) c’è un riferimento agli italiani, e dei soldati polacchi che combatterono in Italia con le truppe alleate contro i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, partecipando anche all’assalto finale a Montecassino.

Bevé col cosacco

Con l’Impero russo.

Ma il cor le bruciò

Un augurio e un presagio: il sangue dei popoli oppressi, che si solleveranno contro l’Austria, ne segnerà la fine.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Evviva l’Italia

Questa strofa, che non è quasi mai eseguita, ricalca il testo della prima.

Dal sonno s’è desta

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa

Dov’è la vittoria?!

Le porga la chioma

Ché schiava di Roma

Iddio la creò

 

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 Il testo del Canto degli Italiani è giudicato talvolta troppo retorico, di difficile interpretazione e a tratti aggressivo. Per quanto riguarda la retorica e la violenza che a tratti traspare dalle parole dell’autore, secondo Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetti Tricamo e Piero Giordana, che hanno redatto una monografia sull’argomento, va considerato il periodo storico in cui fu scritto il Canto degli Italiani: la metà del XIX secolo era caratterizzata da un modo di esprimersi differente da quello utilizzato in tempi più recenti. Inoltre, secondo lo storico Gilles Pécout, è anche opportuno osservare che, durante il secolo citato, il principale mezzo di risoluzione dei conflitti era la guerra.

Invece, per quanto concerne la difficoltà nel cogliere il significato delle allusioni storiche e politiche contenute nel testo, che sono giudicate tutt’altro che immediate, Michele Calabrese, nella sua monografia sull’argomento, riconosce all’inno un certo spessore intellettuale: tra la cospicua produzione patriottica del Risorgimento, secondo Calabrese, il Canto degli Italiani ha infatti un testo caratterizzato da un profondo significato storico e culturale.

Sebbene il Canto degli Italiani abbia lo status di inno provvisorio, è stato comunque stabilito un cerimoniale pubblico per la sua esecuzione, che è in vigore tuttora. Secondo l’etichetta, durante la sua esecuzione, i soldati devono presentare le armi, mentre gli ufficiali devono stare sull’attenti. I civili, a loro volta, se lo desiderano, possono mettersi anch’essi sull’attenti.

In base al cerimoniale, in occasione di eventi ufficiali, devono essere eseguite solamente le prime due strofe senza l’introduzione. Se l’evento è istituzionale, e si deve eseguire anche un inno straniero, questo viene suonato per primo come atto di cortesia.

Riccardo Muti ha difeso Il Canto degli Italiani, apprezzando l’invito all’azione con l’obiettivo di affrancarsi dal dominio straniero che l’inno rivolge al popolo italiano rispetto al dolore comunicato dal pur melodicamente superiore “Va, pensiero”, il candidato più frequente alla sua sostituzione e ritenendo pertanto “Fratelli d’Italia”, con il suo carico di significati rinvigorenti lo spirito patriottico, più adatto ad essere suonato nelle occasioni ufficiali. Altri musicisti, come il compositore Roman Vlad, già sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano, considerano la musica tutt’altro che brutta e non inferiore a quella di molti altri inni nazionali.

E allora cantiamolo, quest’inno nazionale!

Tiri provvidenziali

[…]

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore

Non è mica da questi particolari

Che si giudica un giocatore

Un giocatore lo vedi dal coraggio

Dall’altruismo e dalla fantasia.

[…]

Il ragazzo si farà

Anche se ha le spalle strette

Quest’altr’anno giocherà

Con la maglia numero sette.

 

Non fosse altro che sono nato nel 1968, ogni volta che mi accingo a parlare di calcio mi viene in mente la canzone di De Gregori (appunto, la “La leva calcistica del’68”, tratto dall’album “Titanic”, 1982) … Anche perché ogni volta che si parla di calcio si finisce di parlare di calci di rigore assegnati o non assegnati dall’arbitro di turno. E se il portiere avversario te li parasse quasi tutti, i rigori che hai avuto? Sicuramente non ci staresti bene…

E non si sono sentiti bene neanche i calciatori dell’Olanda poco più di 16 anni fa, quando agli Europei del 2000 il portiere della Nazionale Italiana, Francesco Toldo, ne parò addirittura tre (niente in confronto ai quattro parati da Helmuth Duckadam, portiere dello Steaua Bucarest, nella finale di Coppa dei Campioni 1986 contro il Barcellona, ma quella è un’altra storia).

Per la fase finale di quegli Europei, il commissario tecnico azzurro Dino Zoff convocò ventidue calciatori. Dopo la forzata rinuncia al bomber Christian Vieri, il selezionatore friulano si vide costretto ad un altro cambio: al posto del portiere Gianluigi Buffon, infortunatosi alla mano nell’ultima amichevole dell’Italia disputata con la Norvegia ad Oslo, chiamò il milanista Christian Abbiati, fresco dell’alloro continentale conquistato in Slovacchia con l’Under 21 di Marco Tardelli.

Una delle migliori Nazionali dei tempi moderni, anche se io ho sempre preferito quella di Vicini del biennio 88-90, perché c’era un certo Roberto Baggio in attacco… Ma neanche questa era male: in difesa c’erano Maldini, Cannavaro e Nesta nel pieno della loro carriera; a centrocampo c’erano giocatori molto forti dal punto di vista fisico come Luigi di Biagio e Antonio Conte e altri molto tecnici come Demetrio Albertini e Stefano Fiore; in attacco, c’erano Francesco Totti, Filippo Inzaghi, Vincenzo Montella e Alessandro del Piero, tutti con meno di trent’anni. Per tutto il torneo, il portiere titolare rimase Francesco Toldo, storico secondo portiere dell’Italia (in nazionale, fu spesso chiuso prima da Angelo Peruzzi e quindi da Buffon).

Gli azzurri erano nel girone con la Turchia, il Belgio padrone di casa e la Svezia. Pronti via e fu subito una vittoria per 2-1 contro i turchi allenati da Mustafa Denizli. A segno Conte e Inzaghi per l’Italia e Okan per la Turchia. Tutto facile nel secondo match contro il Belgio padrone di casa, battuto a Bruxelles per 2-0 grazie alle reti in apertura di Totti e di Fiore nel secondo tempo. Pur avendo la certezza di passare il turno, la squadra di Zoff superò 2-1 la Svezia grazie alle reti di Di Biagio e Del Piero.

Ai quarti di finale, forti del primo posto nel girone, l’Italia trovò e sconfisse la Romania con un secco 2-0 grazie alle reti di Totti e Inzaghi. In semifinale, ad Amsterdam, l’Italia trovò l’Olanda in uno stadio completamente orange.

Anche l’Olanda aveva una squadra fortissima, probabilmente più forte di quella italiana: in porta c’era Edwin van der Sar, leggendario portiere del Manchester United ora alla Juventus; in difesa c’erano Jaap Stam del Manchester United e lo storico capitano Frank de Boer (sì, proprio lui, l’ex allenatore dell’Inter). A centrocampo giocavano invece Edgar Davids della Juventus, Philip Cocu del Barcellona e Marc Overmars dell’Arsenal. Clarence Seedorf faceva la riserva, per dire. Davanti, giocavano Dennis Bergkamp dell’Arsenal, Patrick Kluivert – ex bidone del Milan, poi diventato storico attaccante del Barcellona – e Roy Makaay, all’epoca uno dei più forti centravanti in Europa (in quegli anni segnò quasi cento gol in quattro stagioni col Deportivo La Coruña). L’Olanda passò facilmente il girone (battendo anche in rimonta la Francia campione del Mondo in carica) e nei quarti di finale distrusse per 6-1 la Jugoslavia.

Contro l’Italia l’Olanda partì fortissimo, prendendo un palo dopo pochi minuti con Bergkamp. Poi, al 34’, la partita dell’Italia diventò ancora più complicata: Gianluca Zambrotta si fece espellere per doppia ammonizione. Poco dopo, al 38’ del primo tempo, Cannavaro fece un fallo ingenuo in area: rigore. Tirò Frank de Boer, capitano e rigorista: De Boer prese una rincorsa corta, calciò di sinistro, non molto forte, basso. Toldo si buttò dalla parte giusta, sulla sua sinistra. Le sue mani finirono sulla palla, quelle dell’olandese fra i capelli.

L’Olanda continuò ad attaccare, arrivando più volte molto vicina a segnare. Al 62’, Iuliano entrò in scivolata in area sul suo compagno di squadra Edgar Davids. Secondo rigore. Il pallone lo prese Patrick Kluivert, che nel corso degli Europei aveva già segnato cinque gol. Kluivert, in una sera in cui Alessandro Nesta lo ricondusse alle (velleitarie) dimensioni del suo periodo italiano, prese una rincorsa centrale. Tirò forte e basso. Questa volta, Toldo andò dalla parte sbagliata, alla sua sinistra. Ma la palla finì contro la base del palo. Ancora 0-0.

Zoff allora provò a mescolare un po’ le carte, costringendo Rijkaard a modificare a sua volta l’assetto della squadra. Al 67′ il ct italiano provò a dare consistenza all’attacco mettendo dentro Delvecchio per Inzaghi. Poco più tardi sostituì lo stanco Albertini con Pessotto (e dall’altra parte Rjikard gli rispose sostituendo Zenden con Van Vossen). Infine, all’81’, l’ultimo azzardo: Totti per uno spento Stefano Fiore, mossa alla quale l’Olanda rispose buttando dentro Seedorf per Bergkamp.

Totti partiva da sinistra e la sua freschezza creò non pochi grattacapi agli orange. L’Olanda, ormai priva di Bergkamp e Zenden, perse i riferimenti offensivi. E infatti l’ultima occasione dei tempi regolamentari fu per Marco Delvecchio, che a tempo scaduto tirò fra le mani di Van Der Sar.

La partita a poker continuò nei supplementari, quando Rijkaard spostò Overmars a cercare spazi sulla sinistra e fece entrare Winter al posto di Cocu. Ma ormai era questione di nervi e muscoli. La palla della vittoria se la trovò fra i piedi Delvecchio al 10′: il lancio di Maldini lo mise solo davanti a Van Der Sar, che riuscì a toccare con la punta del piede. L’Olanda andò invece vicina al match point (esisteva la regola del Golden Goal, che l’Italia subirà proprio in quel torneo nella partita finale contro la Francia) con Kluivert al 2′ del secondo supplementare e con Seedorf al 24′. Entrambi però furono imprecisi.

La resistenza azzurra, alla fine, pagò. Gli olandesi costretti ai rigori. Rigori che però erano la maledizione della nazionale. Europei ‘80 e Mondiali ’90, ‘94 e ’98 (come ho raccontato in Tiri fatali) ci avevano sempre visto soccombere dagli 11 metri.

A tirare per prima è l’Italia ed è Zoff a decidere la sequenza. Il primo rigore lo batterà Luigi Di Biagio. L’ultima volta che gli era capitato, in un’occasione simile, era due anni prima: Mondiali, Parigi, quarti di finale contro la Francia, traversa, Italia eliminata.

Di Biagio fece quattro passi, e la mandò nell’angolo alto, sulla destra di Edwin Van der Sar, che si era buttato dall’altra parte e comunque non ci sarebbe mai arrivato.

Per l’Olanda toccò ancora Frank de Boer. Stessa rincorsa, tiro ancora peggiore: centrale, Toldo lo respinse col corpo. Forse non è un record negativo, quello del gemello De Boer, ma certo scelse il giorno peggiore per provare a stabilirlo. Per la cronaca, il record era di Martin Palermo. La stella del Boca Juniors e dell’Albiceleste riuscì nell’impresa di sbagliare ben 3 rigori durante un Colombia-Argentina valido per la Coppa America 1999, partita che poi terminò 3-0 per i colombiani.

Il secondo della serie per gli azzurri lo tirò Gianluca Pessotto. Tre passi, palla bassa nell’angolo alla sinistra del compagno di club Van der Sar, che scelse la parte sbagliata. Per l’Olanda toccava a Jaap Stam, difensore roccioso che Filippo Inzaghi, finché era stato in campo, non era riuscito a superare in velocità neppure una volta. Fu l’unico a prendere una vera rincorsa e sparò una botta che finì dalle parti del secondo anello.

Totti, partito in panchina, prese il pallone tra le mani e come aveva preannunciato al compagno Gigi Di Biagio mentre erano ancora nel cerchio di centrocampo, “Mo je faccio er Cucchiaio”. Da quel giorno, uno dei più incredibili della storia della Nazionale, il Cucchiaio è diventato il copyright di Francesco Totti. Un gesto a metà strada tra il coraggio e l’incoscienza. A insegnargli questa tecnica era stato Rudi Völler alla Roma. “Se avessi sbagliato, non sarei più uscito di casa” confessò il Pupone all’indomani del rischioso gesto. Prima del numero 10 giallorosso solo il ceco Antonìn Panenka era stato così coraggioso da calciare un cucchiaio agli Europei, nella finale del 20 giugno 1976 contro la Germania Ovest. Dopo Totti è stato il turno di Zidane, Pirlo e altri. Non a tutti, però, è andata bene: vero, Pellè?

Torniamo al 2000. Per gli arancioni si fece avanti Kluivert. Questa volta ci beccò, a mezza altezza, sulla sinistra di Toldo. Ma era tardi, troppo tardi. Il capitano Paolo Maldini calciò col sinistro. Abbastanza male perché Van der Sar riuscì a parare il primo rigore della sua carriera. Ma, ancora una volta, per l’Olanda era tardi, troppo tardi. Perché Paul Bosvelt avrebbe dovuto segnare, sperare che Alessandro Del Piero sbagliasse e che Marc Overmars mettesse dentro il suo.

Ma Bosvelt evitò il prolungamento dell’agonia: tirò sulla destra di Toldo, che puntò sulla parte giusta e prese il pallone tra le sue mani.

Il tabellino

Amsterdam Arena – Giovedì 29 giugno 2000

ITALIA-OLANDA 0-0; 3-1 d.c.r.

Reti: –

Sequenza Rigori: 1-0 Di Biagio; 1-0 F. de Boer; 2-0 Pessotto; 2-0 Stam; 3-0 Totti; 3-1 Kluivert; 3-1 Maldini; 3-1 Bosvelt

Italia: Toldo, Cannavaro, Nesta, Iuliano, Maldini, Zambrotta, Albertini (32′ st Pessotto), Di Biagio, Fiore (37′ st Totti), Del Piero, Inzaghi (22′ st Delvecchio). Allenatore: Zoff.

Olanda: Van Der Sar, Bosvelt, Stam, F.De Boer, Van Bronckhorst, Cocu (5′ pts Winter), Davids, Overmars, Bergkamp (41′ st Seedorf), Zenden (32′ st Van Vassen), Kluivert   Allenatore: Rijkaard.

Arbitro: Merk (Ger)