Nefertiti

Come promesso, con qualche giorno di ritardo (la rubrica sarà domenicale), parlerò di musica.

Ed esattamente come fa un dj su una nota radio, parlerò di album del passato, e più precisamente di album usciti 50 anni fa.

Perché?, si chiederà il giovane lettore. Ma perché sono anche io del ’68!

Da ragazzo, grazie a mio padre, ascoltavo musica jazz. All’età di 14 anni iniziai a suonicchiare la tromba (tranquilli, non ho registrazioni dell’epoca, e neanche recenti, per fortuna) e i miei artisti preferiti erano quasi tutti trombettisti. Louis Prima, Chet Baker, Louis Armstrong, Dizzy Gillespie ma soprattutto Miles Davis erano i miei preferiti.

Davis era un artista già noto negli anni ’60 e, come altri artisti, seguiva i cambiamenti di stile che l’epoca suggeriva. La sua carriera è stata lunghissima e variegata, con varie fasi (la bop e la post-bop, la cool, il primo quintetto con Coltrane, il secondo quintetto con Shorter e Hancock, la fase cosiddetta “elettrica”, e così via).

Il secondo quintetto è, a mio parere, il migliore periodo di Davis, sia come maturità compositiva, sia come suoni.

A New York, nell’estate del 1967, Davis alla tromba, Wayne Shorter al sax tenore, Herbie Hancock al piano, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria incisero un album straordinario, Nefertiti, che vide la luce il 3 gennaio del 1968.

Le composizioni di Nefertiti sono fresche, con innesti di standard, accelerazioni, rallentamenti, rottura della continuità ritmica, ed a tratti assenza di accompagnamento di batteria o pianoforte.

Nei primi due brani, “Nefertiti” e “Fall”, c’è una sorta di rifiuto dello schema assolo-esposizione-assolo-riesposizione. I due fiati si limitano a suonare costantemente la melodia mentre la sezione ritmica va in primo piano. “Pinocchio” è meno avventurosa e ricorre a passaggi di assieme per preparare gli assoli. I due pezzi di Hancock sono costruiti in modo simile e con “Hand Jive” si ritorna ad un approccio più ortodosso.

La title-track è stranissima, dimostra che Shorter e Davis si muovono con disinvoltura verso il futuro senza adottare gli stilemi del free jazz: insomma, i due concepiscono una nuova musica di rottura. L’effetto è veramente dirompente, non meno originale di quello di molto free jazz degli anni ’60.

Un bel modo per iniziare il ’68.

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Nina Simone

Tra tutti gli anni che ricordo con piacere, ce ne sono due che amo particolarmente: il 1982 e il 1987. Il primo legato a ricordi sportivi (era l’anno dei mondiali spagnoli) ed emotivi (uscivo dall’infanzia ed entravo nell’adolescenza, e non aggiungo altro), mentre il secondo è stato un anno fenomenale per altri motivi.

Nel 1987 uscirono “The Joshua Tree” degli U2, “Sign o’ the times” di Prince, “Appetite for destruction” dei Guns ‘n’ Roses, “Bad” di Michael Jackson, “Faith” di George Michael, “Nothing like the sun” di Sting e molti altri album bellissimi, ma soprattutto la Chanel, casa di moda parigina fondata all’inizio del ventesimo secolo da Coco Chanel, specializzata nei beni di lusso, per pubblicizzare il suo celeberrimo profumo “Chanel N° 5” scelse come testimonial Carol Bouquet e come colonna sonora una canzone di trent’anni prima, “My baby just cares for me”.

“My Baby Just Cares for Me” è una canzone scritta da Walter Donaldson  con le parole di Gus Kahn, composta nel 1930 in occasione della versione cinematografica omonima del musical del 1928 “Whoopee!”. Il brano è principalmente conosciuto nella versione interpretata da Nina Simone nel 1958, che registrò il brano per il suo album di debutto “Little Girl Blue”; la canzone rimase relativamente sconosciuta fino al 1987, appunto, quando fu scelta per quella pubblicità. In seguito alla grande popolarità degli spot fu realizzato un video musicale realizzato con la tecnica claymation prodotto dalla Aardman Animations (quelli di “Galline in fuga” e “Shawn the sheep”).

Quindi la versione di Nina Simone era una cover: altre versioni erano state registrate, anche in precedenza, da Nat King Cole, Amanda Lear, Mel Tormé, Mary Wells, Alex Chilton e Frank Sinatra ed altre ne sarebbero state realizzate in seguito, ad esempio da George Michael. Ma la sua versione è senza dubbio quella che è rimasta di più nella memoria collettiva.

Nata il 21 febbraio 1933 a Tryon, nella North Carolina, Eunice Kathleen Waymon era la sesta di otto figli. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età, a tre anni e a cantare nel coro della chiesa e grazie all’interesse dei genitori, si creò un repertorio classico che comprendeva Brahms e Beethoven: il suo sogno allora era diventare la prima grande pianista afro-americana.

Era così dotata che il suo insegnante istituì una fondazione, a cui partecipò tutta la comunità di colore locale, per pagarle l’iscrizione alla “Juilliard School of Music” di New York, dove ebbe modo di perfezionarsi e lavorare con altri artisti. Purtroppo i fondi finirono e Nina dovette trasferirsi a Philadelphia con la famiglia, dove provò ad iscriversi al “Curtis Institute of Music”: fu respinta in quanto nera e quindi dovette allontanarsi dalla musica classica. Iniziò così a suonare gli standard americani, il jazz e il blues nei locali di Atlantic City negli anni ‘50.

La prima sera di lavoro al “Midtown Bar and Grill” di Atlantic City, nel luglio del ’54, suonò al pianoforte musica gospel e classica senza aprire bocca. La sera seguente il proprietario del locale, Harry Seward, le disse: “O canti o cambi lavoro”. Iniziò così la sua carriera, sulle orme di Billie Holliday, di cantante di pianobar. Prese il nome d’arte unendo la parola spagnola “niña” (bambina, come la chiamavano allora, cioè “baby girl”) e il nome della sua attrice preferita, Simone Signoret.

Nina iniziò a pubblicare dischi dalla fine degli anni ’50 sotto l’etichetta Bethlehem, con il primo album del 1957 “Plain Gold Ring”, caratterizzato, oltre che dalla già citata “My baby just cares for me”, dalla title track “Little girl blue” e da “I loves you, Porgy”, di George e Ira Gershwin, tratto dal musical “Porgy and Bess”.

Nel 1960 il singolo “Ain’t Got No, I Got Life” raggiunse la seconda posizione nel Regno Unito, la prima in Olanda per 6 settimane e la decima nelle Fiandre in Belgio. Lavorò per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, iniziò a lavorare stabilmente con la Philips. Pur cambiando spesso casa discografica, pubblicò “The Amazing Nina Simone” (1959), “Nina Simone Sings Ellington!” (1962), “Wild Is the Wind” (1966) e “Silk and Soul” (1967), che le diedero un discreto successo di pubblico, anche grazie a qualche cover qua e là, come ad esempio “The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan” e “Here Comes the Sun” dei Beatles.

Alla fine degli anni ’60 lasciò in modo polemico gli Stati Uniti, accusando governo e CIA dello scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Girò il mondo, visse in Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, in Olanda e in Svizzera. Proprio a causa della polemica con il governo, faceva fatica a pubblicare altri album.

Però era molto nota, sia nell’ambiente soul (la chiamavano “La sacerdotessa del soul”, ma a lei non piaceva essere etichettata, anzi, asseriva di fare molto più musica folk di quanta ne facesse di jazz e soul) sia in quello della lotta per i diritti civili, ed era molto amica sia di Malcom X che di Martin Luther King.

Diverse canzoni testimoniavano questo impegno nel sociale, a partire da “Mississipi Goddamm”, scritta per reazione all’omicidio di quattro ragazze in un attentato dinamitardo a sfondo razziale presso Birmingham, eseguita in pubblico la prima volta alla Carnegie Hall nel 1964 e il cui linguaggio esplicito di protesta le valse il fatto di non essere trasmessa da diverse stazioni radio. L’interpretazione di “Pirate Jenny”, canzone tratta da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e registrata per la prima volta per l’album “In Concert”, faceva della sguattera protagonista del racconto l’evidente metafora di una donna che invitava alla rappresaglia contro il razzismo. In “Four Women”, Nina Simone esprimeva nel ritratto di quattro donne afroamericane il conflitto interiore a cui la donna nera era soggetta nella società del suo tempo.

Quando Chanel usò “My baby just cares for me” per quello spot, le nuove generazioni scoprirono la sua musica e lei si trasformò in una’icona del jazz, anche se proprio in quell’occasione capì come era stata superficiale in passato (dal punto di vista imprenditoriale, almeno). Infatti, sull’onda del successo dello spot, la canzone balzò nei primi posti delle classifiche di Olanda, Francia e Inghilterra, ma quando Nina cercò di monetizzare recuperando le royalties delle vendite, si rese conto che trent’anni prima aveva ceduto i diritti alla sua casa discografica del tempo. Dopo una lunga battaglia in tribunale, le furono riconosciuti solo i diritti legati all’uso del brano nella pubblicità (non il massimo, ma neanche quisquilie).

Negli anni seguenti mantenne uno zoccolo duro di fan che riempivano le sale dove teneva concerti; partecipò, tra le altre, alla festa per l’80° compleanno di Nelson Mandela e al Guinness Blues Festival di Dublino, in Irlanda. Il critico del “New York Times” Jon Pareles una volta disse “C’è ancora molta forza nella sua voce” e che i suoi spettacoli erano caratterizzati da “un suono dolce, una personalità forte e un repertorio che esalta entrambi”. Ha ispirato numerose artiste, tra cui Aretha Franklin, Laura Nyro, Joni Mitchell, Lauryn Hill e Meshell Ndegeocello.

Una bella versione della sua vita è stata ripresa nel film “Nina”, del 2016, interpretato da Zoe Saldana. Molti suoi brani sono stati utilizzati nelle colonne sonore; quello che preferisco è “Sinnerman”: viene usato nella scena del museo di “Gioco a due”, film del ’99 con Pierce Brosnan e Rene Russo, in “Inland Empire” di David Lynch e in “Cellular”, film del 2004 con Kim Basinger. È stato utilizzato inoltre in vari telefilm (tra cui Sherlock , Chuck, Person of Interest e Scrubs – Medici ai primi ferri) e una versione dance-remix è parte della colonna sonora del film Miami Vice del 2006.

Nina Simone morì il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet, in Francia, per le complicanze dovute a un tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia. Seguendo le sue volontà, venne cremata e le sue ceneri furono sparse in vari luoghi dell’Africa, terra d’origine dei suoi antenati.

Dora Musumeci

Giulia Isidora Musumeci, nota come Dora Musumeci, nacque a Catania nel 1934. Il padre Salvatore Musumeci, detto Totò, era violinista presso il Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, ed avviò la figlia allo studio della musica sin da bambina. Antonio Musumeci aveva intuito l’eccezionale talento musicale della figlia, che infatti in breve tempo divenne una vera e propria bambina prodigio, iniziando ad esibirsi all’età di sette anni ed entrando, nel 1944, in un’orchestra con cui effettuerà nel dopoguerra un tour in Tripolitania.

Appassionatasi al jazz, dopo il diploma al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli abbandonò la musica classica, pur sapendo di dare un dispiacere al padre, divenendo la prima pianista jazz italiana ed ottenendo, nel 1947, il primo articolo monografico su di lei pubblicato su Musica Jazz. Iniziò ad esibirsi sia in Italia che all’estero, suonando con grandi nomi come Lionel Hampton e Dizzy Gillespie, e pubblicò le prime incisioni; formò quindi un proprio complesso, il cui bassista e cantante era Roby Matano (in seguito componente de “I Campioni”), ed iniziò ad incidere anche i suoi primi album.

Nel 1956 vinse il Festival del Jazz di Modena e pubblicò l’album “La regina dello swing” per la Cetra di Torino. Veniva spesso ospitata in trasmissioni televisive e radiofoniche, e continuò a pubblicare dischi per varie case discografiche; dal vivo inoltre eseguiva spesso arrangiamenti jazz di canzoni di musica leggera. Formò un quartetto a suo nome (composto, oltre che da lei, da “fair” Little Cickets alla chitarra, Tonino Ferrelli al contrabbasso e Roberto Petrin alla batteria), con cui incide per l’etichetta Consorti, legata ad un noto negozio di dischi della capitale.

Al talento, Dora univa una eccezionale qualità mnemonica che le permetteva di suonare senza spartito: infatti Dora aveva un talento straordinario che la portava a riprodurre brani ascoltati una volta sola nella vita. Si dice che a Roma, nel 1955, in un locale di via Margutta la Musumeci giocò “un tiro mancino” ad un uomo che aveva provato a comporre una melodia mai sentita prima al pianoforte: “Nuova? Ma io la conosco da quand’ero bambina. Ascolti.”

Negli anni ’60 si esibì al Piper Club di Roma insieme a Romano Mussolini, Giovanni Tommaso e Lionel Hampton, portando quindi il jazz nel tempio della beat; partecipò inoltre anche alla registrazione di alcune colonne sonore, lavorando tra gli altri anche con Ennio Morricone. Abbandonò progressivamente il jazz per riavvicinarsi alla musica classica, e divenne anche insegnante di pianoforte al Conservatorio Francesco Cilea di Reggio Calabria; pubblicò molti studi per pianoforte con scopi didattici.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta, Dora girò molte volte l’Europa esibendosi nelle radio, in tivù, nei concerti e nei festival, arrivando a conoscere e a lavorare gomito a gomito con alcuni dei direttori d’orchestra più noti al mondo come Scherchen, Urbini, Somogyi, Fistoulari. Si dedicò inoltre alla composizione di musiche per spettacoli radiofonici, tra cui nel 1972 “La scuola dei buffoni” di Michel de Ghelderode, per la regia di Romano Bernardi, o teatrali, come “L’aria del continente” di Nino Martoglio (nell’allestimento di Turi Ferro). Continuò a incidere fino al 1961 e nel 1993 le fu conferito il titolo di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana.

Nel settembre del 2004, un pirata della strada la investì; morì all’ospedale Garibaldi di Catania dopo un coma di 20 giorni, a seguito delle numerose fratture agli arti e violenti traumi riportati alla schiena e ai polmoni.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Dora_Musumeci