Storia, magistra vitae – Jugoslavia

Alcuni cambiamenti sono così lenti che non ce ne accorgiamo, altri sono così veloci che non si accorgono di noi: ad esempio, le attività umane stanno rendendo il cambiamento climatico centosettanta volte più veloce rispetto a come andrebbe se ci fossero le sole forze della Natura. Oppure, pensiamo all’impatto che ha avuto WhatsApp in soli otto anni (sì, è stato inventato solo nel 2009) nel nostro modo di comunicare.

Quando ero da poco nel mondo degli adulti, uno stato ad est dell’Italia cambiò, in modo radicale e nel giro di pochi anni: sto parlando della Jugoslavia.

Vale la pena prima di capire dove si trovava la Jugoslavia, cioè descrivere la regione cosiddetta balcanica: essa si trova nella parte orientale dell’Europa, tagliata dalla catena montuosa dei Balcani (dal turco letteralmente “montagna”). Comprende, procedendo da sud, la Turchia, la Bulgaria, la Romania, la Grecia, l’Albania, la ex Jugoslavia (Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia, Croazia e Slovenia), e a est l’Ungheria. Una molteplicità di stati, staterelli, popoli, religioni, razze differenti divise tra loro da usi e costumi, da catene montuose con scarsi e difficili sbocchi al mare.

Nell’antichità, a partire dal V secolo d.C. quella regione era stata spesso scenario di guerre, sin dall’insediamento dei primi popoli “slavi”. Gli Ungari, gli Slavi e i Macedoni erano guerrieri temuti e conosciuti dai popoli germanici e solo Ottone I di Sassonia nella battaglia di Lechfeld (10 agosto 955) segnò la fine delle incursioni degli Ungari in Europa centrale.

I primi stati indipendenti apparirono comunque tra il VII e il XIII secolo, ma anche una volta costituiti la maggior parte di essi era caratterizzata da instabilità, una situazione tormentata che si protrasse per generazioni all’ombra dell’Impero Bizantino che esercitò la sua notevole influenza fino al suo collasso definitivo e alla sua caduta.

A cavallo tra il XII e il XIII secolo si costituì il primo stato indipendente serbo, ma la denominazione di Impero arrivò soltanto con l’avvento di Dušan che conquistò molta parte della regione balcanica e riuscì a mantenersi autonomo estendendo i propri confini fino alla Turchia e alla Grecia. Impero che in realtà durò poco e dopo la morte dello “Zar e autocrate dei Serbi e dei Romani” (Bασιλες κα ατoκράτωρ Σερβίας κα Pωμανίας), come si era autoproclamato, si dissolse in tanti piccoli pricipati indipendenti.

In quella parte del mondo non c’è mai stata vera pace né tregua. Nel Novecento, la prima grande deflagrazione mondiale (1914-18) prese il via proprio dal cuore della Bosnia Erzegovina, da Sarajevo, con l’assassinio dell’arciduca d’Austria, come ho raccontato in “Destino principe”.

Già negli anni precedenti la Grande Guerra, comunque, i Balcani erano stati al centro di due conflitti: nell’ottobre 1912 la dichiarazione di guerra alla Turchia guerra conclusasi con il Trattato di Londra del dicembre dello stesso anno; nel giugno 1913 nuova guerra nei Balcani, terminata con la pace di Bucarest nell’agosto.

Con l’epilogo della Grande Guerra, il primo dicembre 1918 venne proclamata a Belgrado l’Unione dei Serbo-Croati-Sloveni; sono poi state le assemblee nazionali dei tre stati a deliberare, insieme a quella montenegrina, e il loro scioglimento e la loro confluenza nell’Unione: fu in pratica la nascita della Jugoslavia, una confederazione di stati che veniva però basata più su un’identità politica che etnica con l’intento di ridimensionare se non minimizzare o addirittura negare le diverse nazioni al suo interno.

I decenni che ne seguirono rivelarono la difficile realtà, culminata prima e dopo la Seconda guerra mondiale con la guerra civile che portò al potere il partito comunista. Una guerra civile atroce, quella che si svolse nel territorio dall’Adriatico al Kosovo e al confine con l’Ungheria. Massacri e genocidi si succedettero, intere popolazioni scomparvero nelle foibe. Ci volle l’autorità del Maresciallo Tito per instaurare, tramite un forte governo centralizzato, una confederazione in grado di salvaguardare le libertà nazionali senza ulteriori spargimenti di sangue. Alla fine del 1943 si arrivò alla seconda Jugoslavia costituita in comunità federale di serbi, croati, montenegrini, sloveni e macedoni.

Capo del governo e ministro della difesa dal’45 al ’53, Tito (eletto presidente della repubblica, carica conferitagli poi a vita nel ’63) legò il proprio nome alle tappe fondamentali di quella che venne battezzata la via jugoslava al comunismo: nel 1948 rottura con Stalin, sette anni dopo parziale riconciliazione con l’Urss, emarginazione del revisionista Djilas nel 1954, emancipazione politica economica a partire dal 1966, decentramento avviato nel 1974. Ma soprattutto Tito contribuì enormemente a compattare il paese con il sistema federale, all’autogestione dei lavoratori e alla politica estera di neutralità tra i due blocchi e tra le due grandi Potenze dell’epoca (Usa e Urss).

Il titoismo con tutti i suoi meriti sul piano nazionale e internazionale aveva però il suo tallone d’Achille, in quanto poteva ergersi a baluardo dell’unità della federazione solo in virtù della grande personalità del Maresciallo. Difatti, alla sua morte a Lubiana nel maggio 1980 seguì inevitabile lo sfacelo della sua costruzione.

Pian piano i suoi successori non si rivelarono all’altezza: il socialismo jugoslavo venne travolto dalla crisi economica e, quel che è peggio, riesplosero i nazionalismi che portarono alle divisioni e alle tremende guerre di quei terribili anni.

Dietro alle varie nazioni si profilarono grossi potentati: Croazia e Slovenia erano appoggiate dalla Germania, che così sperava di estendere il suo potere economico. Alle spalle della Serbia l’Urss e dopo il suo disfacimento la Russia; a sostegno dei musulmani della Bosnia si mossero gli stati arabi e in particolare l’Iran.

La guerra vide prima la Serbia di Milosevic contro la Croazia, poi contro la Bosnia, che pure al suo interno aveva una più o meno burrascosa convivenza tra etnie e religioni diverse.

Da Sarajevo cominciarono ad arrivare immagini drammatiche: artiglierie e cecchini colpivano senza sosta in una sorta di tiro al bersaglio continuo. Un orrore che raggiunse il culmine in due episodi che convinsero gli Stati Uniti e la comunità internazionale della necessità di far finire quella guerra di tutti contro tutti: la strage di Markale, il mercato di Sarajevo, nel febbraio 1994 e, soprattutto, il massacro di Srebrenica tra l’11 e il 18 luglio 1995, con ottomila musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladic e centinaia di donne stuprate.

Ma non furono solo quelle le cose che accaddero in quegli anni, ma quello che più mi colpisce è che oggi la maggior parte della popolazione mondiale sia indifferente verso quello che accadde o non sappia come andarono realmente le cose.

Purtroppo in rete si legge di tutto, ma alcuni riescono ad essere ancora “sul pezzo” e riescono ad inquadrare bene la cosa: consiglio la lettura di Christopher Black, uno dei giuristi penali internazionali più noti al mondo. Sul conflitto in Rwanda e su quello nella ex Jugoslavia negli anni ’90, in particolare, Black ha dimostrato davanti ai tribunali “ad hoc” la loro illegittimità dal punto di vista della Carta delle Nazioni Unite e il loro essere meri strumenti di guerra degli Stati Uniti d’America.

Pochi giorni fa il conflitto Jugoslavo e la Corte penale internazionale sono tornati alla ribalta per il suicidio in diretta di Slobodan Praljak, ex militare condannato per crimini di guerra. Ma non tutti sono convinti che il tribunale dell’Aja sia dalla parte della giustizia: attenzione, però, la Corte Penale Internazionale non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, quindi qualche dubbio sulla sua imparzialità ce l’ho anche io.

A distanza di un quarto di secolo l’assedio di Sarajevo e la guerra in Bosnia sono ancora raccontate secondo schemi diversi. Ognuno ha le sue verità, e tra esse è estremamente difficile che si instauri una superficie di contatto.

E come avevo detto in “Storia,magistra vitae – Introduzione”, un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo.

Sliding Doors

«Diciamo che ci capiti di uccidere accidentalmente un topo di qui. Ciò significa che tutte le famiglie discendenti da questo topo verranno distrutte, giusto?» «Giusto». «E tutte le famiglie delle famiglie delle famiglie discendenti da quello specifico topo. Schiacciando il primo, lei cancella la successiva dozzina, poi un migliaio, un milione, un miliardo di topi possibili». «Così, sono morti» disse Eckels. «E allora?» «E allora?» sbuffò Travis, ma senza irritarsi. «Cosa dice delle volpi che hanno bisogno di quei topi per sopravvivere? Per mancanza di dieci topi una volpe muore. Per mancanza di dieci volpi un leone muore di fame. Per mancanza d’un leone, ogni genere d’insetti, avvoltoi, infiniti miliardi di forme di vita vengono scagliate nel caos e nella distruzione. Alla fine, tutto si riduce a questo: cinquantanove milioni di anni più tardi, un cavernicolo, uno di una dozzina nel mondo intero ,va a caccia di cinghiali selvaggi o di tigri dai denti a sciabola per procurarsi del cibo. Ma lei, amico, ha calpestato tutte le tigri di quella regione. Calpestando un singolo sorcio. Così il cavernicolo muore di fame. E quel cavernicolo, la prego di osservare, non è un qualsiasi uomo sacrificabile, no! Egli rappresenta un’intera nazione futura. Dai suoi lombi sarebbero sorti dieci figli. Dai loro lombi, cento figli, e così avanti fino alla fondazione d’una civiltà. Distrugga questo singolo uomo, e lei distruggerà una razza, un popolo, un’intera storia della vita. È paragonabile all’uccisione di qualcuno dei nipoti di Adamo. Il suo piede che schiaccia quel singolo topo, potrebbe dare inizio a un terremoto, i cui effetti potrebbero scuotere la nostra terra e i nostri destini lungo il fiume del tempo, fino alle loro stesse fondamenta. Con la morte di quel singolo cavernicolo, un miliardo di altri non ancora nati verranno strangolati nell’utero. Forse Roma non sorgerà mai sui suoi sette colli. Forse l’Europa resterà per sempre una cupa foresta, e soltanto l’Asia diverrà ricca e brulicante. Calpesti un topo, e frantumerà le piramidi. Calpesti un topo, e lei lascerà la sua impronta, simile a un Grand Canyon, attraverso l’eternità. La regina Elisabetta potrebbe non essere mai nata. Washington potrebbe non attraversare mai il Delaware, potrebbero non essere mai nati gli Stati Uniti. Così, faccia attenzione. Rimanga sul sentiero. Non scenda mai! » (A Sound of Thunder, Ray Bradbury, 1952)

A chi non è mai capitato di pensare: “E se quel giorno avessi scelto una strada piuttosto che un’altra…”? Qualunque cosa facciamo, sappiamo che il tempo ha una sola direzione (a meno di subire l’effetto Čerenkov, ma per noi umani sarebbe difficile…) e sappiamo che questa va dal passato al futuro.

Ci sono vari modi per denominare un paradosso che si creerebbe se potessimo tornare indietro nel tempo e cambiare un avvenimento della nostra vita. Uno di questi è effetto farfalla. L’effetto farfalla si basa sull’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

L’espressione si ritiene sia stata ispirata da uno dei più celebri racconti fantascientifici di Ray Bradbury, Rumore di tuono (A Sound of Thunder – 1952): nell’anno 2055 si organizzano dei safari nel tempo, per cacciatori che cercano emozioni fuori dal tempo e dall’ordinario. Una spedizione però finisce male: un cacciatore spaventato scappa dalla piattaforma in metallo antigravità camminando qualche passo sulla terra di milioni di anni fa. Questo evento apparentemente insignificante causa nel futuro cambiamenti radicali, come il cambiamento del presidente appena eletto o della lingua: la targa di presentazione della ditta di viaggi nel tempo cambia e con lei anche l’inglese parlato da un socio della ditta. Il cacciatore così controlla sotto la suola della sua scarpa, e vi trova una bellissima farfalla preistorica, morta. Per una piccola morte, eventi a catena a effetto domino hanno cambiato per sempre il futuro.

“Rumore di tuono” è una difesa profondamente sentita di ogni forma di vita e di rapporti reciproci fra tutte le creature. Tornare indietro nel tempo, in sé e per sé, minaccia di creare un paradosso, e nessuno l’ha descritto altrettanto bene o con uguale forza di quanto abbia fatto Ray Bradbury in questa storia. Questa è la storia di Ray Bradbury che preferisco fra tutte quelle che ha scritto e che io ho letto.

Alan Turing, in un saggio del 1950, anticipava questo concetto:

“Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.” (Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950).

A conti fatti, perciò, una singola azione può determinare imprevedibilmente il futuro: nella metafora della farfalla s’immagina che un semplice movimento di molecole d’aria generato dal battito d’ali dell’insetto possa causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano.

Edward Lorenz fu il primo ad analizzare l’effetto farfalla in uno scritto del 1963 preparato per la New York Academy of Sciences. Secondo tale documento, “un meteorologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre”. In discorsi e scritti successivi, Lorenz usò la più poetica farfalla, forse ispirato dal diagramma generato dagli attrattori di Lorenz, che somigliano proprio a tale insetto, o forse influenzato dai precedenti letterari (anche se mancano prove a supporto). “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” fu il titolo di una conferenza tenuta da Lorenz nel 1972.

L’altro giorno leggevo che Gigi Riva aveva pubblicato un libro e pensando fosse il calciatore, sono andato a comprarlo. In effetti, non si tratta di “Rombo di Tuono” (strano vero? Il soprannome che fu dato all’attaccante del Cagliari e della nazionale da Gianni Brera assomiglia al titolo del racconto di Bradbury…), ma del caporedattore centrale de “L’Espresso”, che ha scritto “L’ultimo rigore di Faruk” per la Sellerio editore.

E chi è Faruk? E perché si apre un paradosso? Torniamo indietro al 1990, mondiali di calcio in Italia…

Il campionato mondiale di calcio 1990 o Coppa del Mondo FIFA del 1990 (noto anche come Italia ’90) è stata la quattordicesima edizione del campionato mondiale di calcio per squadre nazionali maggiori maschili organizzato dalla FIFA. Si svolse in Italia dall’8 giugno all’8 luglio 1990 a 56 anni di distanza dal Mondiale organizzato in Italia nel 1934 e vinto dagli azzurri di Vittorio Pozzo.

Nelle qualificazioni, il Brasile rischiò l’eliminazione; cadde la Francia, reduce da due semifinali mondiali consecutive, superata da Scozia e Jugoslavia, con il neo commissario tecnico Platini che non riuscì a far qualificare i transalpini. Fuori anche la Polonia, che, con la fine dell’era-Boniek, si ritrovò eliminata da Inghilterra e Svezia. La favorita numero uno fu indicata proprio nell’Italia, forte della positiva impressione destata agli Europei del 1988 e, soprattutto, padrona di casa, mentre in seconda fila si ritrovarono una nutrita pattuglia di nazionali i cui giocatori erano in Serie A, come l’Argentina di Maradona, fresco scudettato con il Napoli, la Germania Occidentale del “Kaiser” Beckenbauer, basata sul trio interista Matthäus-Klinsmann-Brehme e sul duo romanista Völler-Berthold, nonché i Paesi Bassi del trittico rossonero van Basten-Gullit-Rijkaard, che tornava ai Mondiali a dodici anni dalla finale persa in Argentina e forte del titolo europeo conquistato due anni prima.

La nazionale che stupiva di più però, soprattutto per il talento dei giocatori presenti, era la Jugoslavia. “Se voi avete Baggio, noi di Baggio ne abbiamo sei”, provoca Ivica Osim, il selezionatore di una nazionale soprannominata il Brasile d’Europa per come sapeva vincere e incantare. Aveva tutto per conquistare la coppa del mondo.

Prima di continuare a parlare del mondiale, tocca ricordare, soprattutto a te, giovane lettore, che cos’era la Jugoslavia.

Quelli per la Jugoslavia non erano giorni qualsiasi. Nella terra dei sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito, Tito non c’era più e tutto il resto rischiava di crollare rovinosamente su se stesso. La crisi economica non aiutava, in Slovenia e Croazia la smania d’indipendenza montava e Belgrado ormai era il simbolo di un legame divenuto catena. La Jugoslavia è stata un’entità politica e storica che, passando per diversi assetti istituzionali, ha amministrato il territorio della Penisola balcanica occidentale nel corso del XX secolo.

Durante la seconda guerra mondiale, fu costituito il Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia che il 29 novembre 1943 decise di ricostituire uno Stato all’interno dei confini del vecchio regno, con l’aggiunta del Litorale sloveno e dell’Istria, che fu denominato Democrazia Federale di Jugoslavia in attesa che, con un referendum, il popolo scegliesse se ripristinare la monarchia o creare una repubblica. Josip Broz Tito fu nominato primo ministro. Finita la guerra e liberati i territori dall’occupazione nazifascista, furono indette elezioni in cui la Lega dei Comunisti di Jugoslavia ottenne la maggioranza dei voti. Il 29 novembre 1945 la monarchia fu definitivamente abolita e nacque la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, nome che mantenne fino al 1963 quando fu denominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Il maresciallo Tito, capo del governo, iniziò una politica di alleanza con l’Unione Sovietica e instaurò un regime di stampo socialista retto dalla Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Dopo il 1948 iniziò un progressivo allontanamento da Stalin, per poter governare liberamente l’economia del proprio paese e farla sviluppare. Dopo diversi dissidi con Mosca sulla politica estera e su quella interna, nel 1948 la Jugoslavia fu espulsa dal Cominform e ne restò fuori per sempre, uscendo definitivamente dall’orbita d’influenza sovietica.

La Jugoslavia di Tito rimase un paese a economia pianificata, anche se nel 1950 Tito inaugurò una politica di autogestione dei lavoratori che fu alla base del sistema produttivo jugoslavo. Sul piano internazionale, Tito fondò nel 1956, col presidente egiziano Nasser e il primo ministro indiano Nehru, il Movimento dei paesi non allineati, criticò l’invasione della Cecoslovacchia e dell’Ungheria da parte degli eserciti del Patto di Varsavia e si propose come mediatore nel conflitto arabo-israeliano. La politica interna fu caratterizzata da un forte accentramento del potere vòlto a stroncare ogni sussulto nazionalista e ogni riforma a livello locale, anche se, col passare degli anni, in Jugoslavia si fecero timidi passi verso un’economia più liberale, fino alla costituzione del 1974 che concesse larghissime autonomie alle repubbliche federate.

Il maresciallo Tito morì il 4 maggio 1980. Nel frattempo, la situazione economica si andava deteriorando, alimentando il divario tra le repubbliche di Slovenia e Croazia più ricche e il resto del paese. Questa separazione economica iniziò a diventare uno stimolo verso una volontà indipendentista ispirata dai dirigenti politici locali.

Si sa, però, il calcio unisce i popoli. E fino al 1990, la nazionale era motivo di unione tra tutti gli abitanti della penisola balcanica. Fino a quei quarti di finale…

Il 30 giugno 1990, quarti di finale dei mondiali, Argentina contro Jugoslavia. In quella nazionale c’erano sette giocatori di origine croata; quattro serbi; due montenegrini; uno sloveno e sei di origine bosniaca.

Prima della partita con l’Argentina, Stojkovic aveva segnato entrambi i gol nel 2-1 con la Spagna di Butragueno, il secondo una punizione perfetta a tempo ormai scaduto. Dragan Stojkovic per alcuni era il “Maradona dell’Est” ma il suo vero soprannome era “Piksi”, per via del cartone animato che da piccolo voleva vedere a tutti i costi interrompendo le partite sotto casa. Nell’estate del 1990 Stojkovic aveva già fatto impazzire il Milan con la maglia della Stella Rossa agli ottavi di finale di Coppa Campioni ed era stato acquistato dall’Olympique Marsiglia in cui c’erano Waddle, Papin, Abedì Pelé e Cantona. Aveva venticinque anni ed era pressoché impossibile togliergli la palla. Contro l’Argentina giocò come secondo attaccante al fianco di Vujovic, libero, però, di andare più o meno dove voleva.

La prima occasione fu per la Jugoslavia con un esterno d’immensa classe di Susic per Jozic, che di collo davanti a Goicoechea sparò alto. Due minuti dopo Maradona rispose con un esterno al volo dalla fascia con cui provò a scavalcare i centrali jugoslavi e servire Caniggia a due metri dalla porta, ma Spasic ci arrivò di testa. Ad ogni modo dopo mezzora Sabanadzovic fu espulso per aver inseguito Maradona e avergli dato almeno un altro calcio prima di quello che gli era valso il secondo giallo (era già stato ammonito perché non aveva rispettato la distanza in barriera…). Anche Stojkovic aveva fatto ammonire il suo uomo, Serrizuela, con una piroetta e più avanti avrebbe fatto ammonire Olarticoechea, ma da quel momento in poi la partita si giocò 11 contro 10. Nonostante ciò la squadra migliore in campo era sicuramente la Jugoslavia.

Torniamo alla cronaca: Stojkovic saltò secco Ruggeri sulla fascia e mise dentro per Susic che però controllò male. Dall’altra parte una bella azione corale argentina a metà secondo tempo mandò al tiro Ruggeri per quella che fu la loro prima vera occasione. La palla gol più limpida di tutta la partita, però, fu quella terminata sui piedi del subentrato Savicevic nel primo tempo supplementare. Stojkovic entrò in area e fintò verso l’interno per poi bruciare Simon sull’esterno, arrivò sul fondo a tutta velocità e tirò il freno a mano sulla linea mandando Simon in scivolata fuori dal campo. A quel punto servì rasoterra Savicevic che aveva tagliato sul primo palo ma che era messo male col corpo e che calciò alto.

Niente di fatto, rigori. I calciatori bevevano acqua stremati in mezzo al campo. La gente tratteneva il fiato e il tecnico Osim abbracciò i suoi ragazzi uno per uno prima di andarsene negli spogliatoi: “Io ho finito, ora tocca a voi. Buona fortuna”.

Serrizuela, destro di collo alla sinistra di Ivkovic, spiazzato. 1 a 0.

Stojkovic andò sul dischetto. Un paio di palleggi e poi sistemò la palla con cura. Destro potente a incrociare e traversa. Dragan tornò a centrocampo coprendosi la faccia con la maglia. Il commentatore americano disse: “Se c’è un giocatore che non meritava di sbagliare il rigore era Stojkovic.”

Burruchaga, eroe della finale del 1986. Tiro simile a quello del 10 jugoslavo, ma qualche centimetro più in basso. Gol. 2 a 0.

Il biondo Prosinecki, con la sua aria da tedesco, impassibile, incrociò il destro spiazzando il portiere argentino e tenne viva la Jugoslavia. 2 a 1.

 Sul dischetto stava arrivando Maradona. Un po’ in ombra quel giorno, forse anche un po’ ammaccato dalle botte brasiliane di qualche giorno prima e dalla razione slava di giornata. Rincorsa e piattone sinistro, ad aprire. Ne uscì fuori un rigore da dilettante, debole e poco angolato. Ivkovic, addirittura, lo bloccò. Diego se ne andò scuotendo la testa, con quel passo deciso e il petto gonfio, ma con l’espressione contrariata, come a dire: “com’è possibile? Io sono Diego!”.

Savicevic non si scompose, accarezzò la barbetta e di piatto sinistro spiazzò il portiere. 2 a 2.

Toccava a Troglio. Portiere a sinistra, palla a destra, ma sul palo.

Hadžibegić sistemò la sfera e si allontanò per la rincorsa. Ma il fiscale arbitro fermò tutto e corse verso il centrocampo. No no, caro Faruk. Non tocca a te. Io qui ho scritto: numero 7; tocca a Brnovic. Ecco allora Dragolijub, centrocampista del Metz, che si avviò corricchiando verso l’area, diede il cinque al suo compagno, sistemò il pallone, si girò, contò i passi, si rigirò e calciò. Angolato ma debole. Goicoechea intuì e parò.

Dezotti, centravanti della Cremonese ed ex Lazio poteva riportare avanti l’Albiceleste. Lunga rincorsa. Gol. 3 a 2.

Ecco il nostro Faruk, Hadžibegić. Il pallone pesa mille chili. Sembrava che Faruk facesse quasi fatica a metterlo sul dischetto del rigore, per quello che era il penalty decisivo.

Faruk tirò all’angolo ma sbagliò. La Jugoslavia fu eliminata.

Due anni dopo, la Nazionale fu cancellata con un fax arrivato mentre la squadra era in ritiro per un’amichevole. Non poteva esserci più spazio per il pallone. Stragi, bombardamenti, fosse comuni, cecchini che sparavano dai tetti degli hotel, vendette, duecentomila morti. Per i libri di storia, tutto questo sarebbe accaduto comunque: come può un rigore cambiare il destino di un popolo?

Faruk Hadžibegić il 25 marzo 1992, dopo quell’amichevole (con l’Olanda), chiuse così: “Ragazzi, sapete quanto io sia attaccato a questa maglia. L’ho difesa contro tutto e tutti. È stato il mio sogno di bambino che si è avverato. Ho tenuto duro sino adesso. Siamo arrivati fin qui, ci aspetterebbe il campionato europeo. Ma non posso più giocare in queste condizioni. Ora che la mia città, la mia gente, sono bombardate. Ora che la guerra è arrivata nella mia Sarajevo. Io sono il capitano, io mi assumo la responsabilità di sciogliere la squadra. Perché la nazionale di calcio jugoslava non esiste più”.

Ma se Faruk quel rigore lo avesse segnato?