Marcinelle

Centotrentasei italiani, novantacinque belgi, otto polacchi, sei greci, cinque tedeschi, tre ungheresi, tre algerini, due francesi, due sovietici, un britannico e un olandese. Duecentosessantadue persone.

Non è una formazione di calcio, né l’elenco dei premi Nobel. E’ la conseguenza di quello che, nel passato, era lo sfruttamento della mano d’opera. E’ un elenco di morti, suddivisi per nazionalità, non tanto perché questa sia importante di fronte a certe tragedie, ma per capire il fenomeno migratorio che coinvolse l’Italia.

Si tratta dei morti nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, la mattina dell’8 agosto 1956.

Ma facciamo un passo indietro.

Il secondo dopoguerra lasciò l’Italia in condizioni disastrose. Poco lavoro, molta fame. La mano d’opera abbondava, soprattutto quella per i lavori più pesanti, ma i posti di lavoro non erano sufficienti per garantire a tutti una vita quanto meno di “sopravvivenza”.

Ricominciò così un fenomeno che si era già verificato: l’emigrazione.

A differenza di quanto accaduto tra la fine dell’ottocento e gli anni ‘30, però, la meta dei disperati in cerca di fortuna non era più l’America, ma l’Europa.

L’emigrazione aveva come destinazione soprattutto stati europei in crescita come Francia, Svizzera, Belgio e Germania ed era considerata da molti, al momento della partenza, come un’emigrazione temporanea – spesso solo di alcuni mesi – nella quale lavorare e guadagnare per costruire, poi, un migliore futuro in Italia. Questo fenomeno si verificò però soprattutto a partire dagli anni 1970, periodo in cui molti italiani rimpatriarono.

In Belgio e Svizzera le comunità italiane restano le più numerose rappresentanze straniere, e nonostante molti facciano rientro in Italia dopo il pensionamento, spesso i figli e i nipoti restano nelle nazioni di nascita, dove hanno ormai messo radici.

L’emigrazione in Belgio fu aiutata anche da altri fatti.

Come dicevo, l’economia dell’Italia, uscita perdente dalla Seconda Guerra Mondiale, era in ginocchio, ma la manodopera era in eccesso. Al contrario il Belgio era ricco di materie prime. La manodopera ci sarebbe stata, ma i belgi si rifiutavano di lavorare nelle miniere, lavoro che giudicavano pesante e mal retribuito, a cui fino a quel momento erano stati destinati i prigionieri di guerra.

Alcide De Gasperi firmò un protocollo d’intesa con il Belgio, che segnò l’inizio dell’emigrazione massiccia degli italiani nelle miniere del Regno di Baldovino, quella che la storica belga di origine italiana, Anna Morelli, definì come una “deportazione” vera e propria, che obbligava quelli che decidevano di partire per sfuggire alla miseria e alla disoccupazione a scendere nel sottosuolo per almeno 5 anni, pena la detenzione.

L’accordo prevedeva l’invio di duemila operai a settimana, cinquantamila in totale. Cifra destinata ad aumentare perché dall’Italia arrivarono fin da subito anche le famiglie dei minatori, mogli, figli, genitori. In cambio Bruxelles si impegnò a fornire al nostro Paese il carbone a basso costo.

Nelle città e nei paesi iniziarono a comparire i manifesti rosa di “reclutamento”, che promettevano lavoro e salario, magnifiche sorti e progressive in un’Italia che doveva ancora rialzarsi. Sui diritti dei lavoratori e sulle condizioni di lavoro non c’era una riga. Unico requisito richiesto, una buona salute e un’età massima di 35 anni. Nessuna preparazione era richiesta. Molti sarebbero scesi in miniera per la prima volta in Belgio.

Cantine, baracche di legno e lamiera, ex campi di prigionia. Erano queste in una prima fase le abitazioni dei minatori italiani, gli alloggi “convenienti” citati nel protocollo italo-belga. Le cantine erano dormitori comuni, con letti a castello, mentre le famiglie vivevano nelle baracche. I bagni e le fontane per l’acqua erano esterni e in comune, in un Paese dalle temperature non certo accoglienti.

Il “Sole d’Italia”, giornale delle Acli e del Sindacato Cristiano Belga, pubblicò un’inchiesta in cui denunciava l’“impressionante desolazione, povertà estrema” in cui vivevano i nostri connazionali. “Lunghe baracche di colore verde-sporco, ricoperte di carta catramata, impressione di campo abbandonato dagli ex prigionieri”. Solo alla fine del 1948 nelle miniere lavoravano quasi settantasettemila italiani.

La comunità italiana era molto unita, e nonostante molti belgi li vedessero come una minaccia perché pronti ad accettare un lavoro malpagato e insicuro, molti testimoni conservavano un ricordo positivo degli anni in Belgio, prima della tragedia.

Ma vediamo cosa accadde quel giorno.

Il “pozzo I” della miniera di carbone di Marcinelle, vicino alla città di Charleroi, funzionava dal 1830: con gli anni si era sviluppato in profondità fino ad arrivare a 1.035 metri nel 1956. Il pozzo I era a sua volta diviso in due pozzi paralleli, ciascuno dei quali ospitava un ascensore, che erano mossi da due grosse ruote di ferro sistemate sopra delle torri in superficie. Nella miniera, le strutture che reggevano le pareti dei tunnel e i puntelli erano in legno: in molte altre miniere il legno era ormai stato sostituito da materiali non infiammabili. L’aria pulita all’interno della miniera era immessa all’interno grazie a condotti di aerazione alimentati da pale elettriche sotterranee.

La mattina dell’8 agosto 1956 qualcosa andò storto con gli ascensori. Le esatte dinamiche dell’incidente sono state ricostruite da un’inchiesta commissionata dal ministero dell’Economia belga subito dopo il disastro. A non essere state chiarite con precisione, tuttavia, furono le responsabilità dell’incidente. Quello che si sa è che intorno alle 8 di mattina, alcuni operai della miniera decisero di avviare un protocollo per muovere i due ascensori senza che gli addetti al carico ai vari livelli della miniera dovessero dare ogni volta il segnale di via libera. Questo protocollo prevedeva però che l’addetto al piano a 975 metri di profondità non caricasse l’ascensore con i vagoni di carbone: in questo modo non avrebbe interagito con l’ascensore e non c’era bisogno della sua approvazione per azionarlo. L’addetto al carico del piano 975, però, caricò lo stesso l’ascensore quando arrivò al suo piano. Secondo qualcuno l’errore fu dovuto a un’incomprensione perché Antonio Iannetta, l’addetto al carico del piano 975, era italiano e non capì le istruzioni in francese. Altre ricostruzioni negano questa ipotesi, sostenendo che le uniche istruzioni che avrebbe dovuto ricevere Iannetta erano non verbali. Qualcuno ha sostenuto che Gaston Vaussort, l’aiutante francese di Iannetta, gli disse che poteva caricare l’ascensore, mentre una terza versione – quella sostenuta da Iannetta – dice che Vaussort in quel momento era assente, e non poté avvertirlo che doveva lasciare libero l’ascensore. Iannetta riuscì a sopravvivere, scappando subito dopo l’incidente e dando l’allarme. Vaussort invece morì e non poté fornire la sua versione.

Mentre Iannetta caricava l’ascensore, il sistema che muoveva i carrelli si bloccò e due carrelli rimasero incastrati, sporgendo dall’ascensore: di per sé non era una situazione rischiosa, perché normalmente Iannetta avrebbe potuto sbloccare i carrelli e solo allora dare il via libera per far muovere l’ascensore. Oscar Mauroy, che muoveva l’ascensore dalla superficie, azionò invece un ascensore dopo aver scaricato l’altro, collegato a quello al piano di Iannetta. Mauroy era convinto che al piano 975 Iannetta non stesse caricando il suo ascensore in quel momento. I carrelli sporgenti dell’ascensore di Iannetta urtarono un puntello, che a sua volta tranciò diversi cavi elettrici, telefonici e tubi, uno dei quali conteneva olio in pressione. Le scintille incendiarono l’olio e il fumo scese rapidamente per tutta la miniera, perché il pozzo I era quello che portava l’aria dall’esterno all’interno della miniera (il pozzo II faceva il contrario).

I soccorsi furono da subito molto lenti e difficili: all’inizio alcuni operai che si trovavano in superficie provarono a scendere per verificare la situazione e dare una mano, ma non riuscirono a far niente per via del fumo. Quando arrivarono i veri soccorritori, equipaggiati con i respiratori, erano più o meno le nove di mattina. Anche con i respiratori non si riuscì a scendere in profondità, dove l’incendio intanto si stava allargando. Nel pomeriggio, dopo che i soccorritori avevano provato diversi modi per scendere, tra cui fare una modifica strutturale agli ascensori in modo da poter utilizzare quello rimasto in superficie per scendere, gli ultimi sopravvissuti risalirono fino a uscire dalla miniera.

Nei giorni successivi vennero organizzate manovre più imponenti per andare sottoterra, alle quali parteciparono molti volontari. Qualcuno credeva di poter trovare dei sopravvissuti in un rifugio che si trovava a 1.035 metri di profondità: quando i soccorsi ci arrivarono, però, trovarono solo morti. Le ricerche andarono avanti senza successo fino al 22 agosto, quando fu dichiarato che tutte le persone rimaste nella miniera erano morte. Gli ultimi cadaveri, in condizioni pessime e difficili da riconoscere, furono portati fuori dalla miniera soltanto nel marzo del 1957.

Le varie inchieste sull’incidente non stabilirono delle responsabilità, e nel 1959 i dirigenti della miniera vennero assolti dalle accuse di inadempienza. Nel 1961 fu poi condannato in appello a sei mesi Adolphe Cilicis, un ingegnere che dirigeva i lavori della miniera. Nel 1957 intanto erano riprese le attività della miniera di Bois du Cazier, che fu poi chiusa nel 1967.

Una tragedia che, come altre nel passato, si sarebbe potuta evitare.

Ma quello che molti non sanno è che quello di Marcinelle fu il più grave dei dodici incidenti minerari verificatisi tra il 1950 e il 1956 in Belgio. Incidenti che produssero scioperi, cambiamenti di contratti per tutelare i lavoratori, e pure crisi diplomatiche tra i due Paesi, al punto che l’Italia, il 24 ottobre del 1953, tre anni prima di Marcinelle, quindi, aveva sospeso le partenze verso il Belgio preoccupata per le condizioni di lavoro dei minatori italiani.

Ma nonostante tutto, gli emigrati Italiani in Belgio, pur trattati male, sottoposti a episodi di razzismo, sfruttati e morti nelle miniere, si integrarono, studiarono e impararono la lingua, cosa dimostrata dalla massiccia presenza di italo-belgi anche tra le fila della loro classe dirigente.

Quindi, volendo, si può.